Il satsang è una santa assemblea e comunione con la verità. La comunione con la verità presuppone sempre che parliamo di una sola cosa: proprio di questa verità. Ne parliamo ora, ne parleremo domani, dopodomani, tra vent’anni, e questo non cambierà, perché un sadhu non parla di null’altro se non dell’Assoluto, di Dio, della verità assoluta; e se parla anche di qualcos’altro, lo fa soltanto in relazione alla verità assoluta.
Un sadhu è colui che dapprima si abitua a condurre conversazioni sulla verità assoluta, conversazioni su Dio, sulla realizzazione spirituale. E anche noi dobbiamo prima abituarci a questo tipo di conversazione, a questo modo di condurre i dialoghi. Se nel mondo le persone si riuniscono per parlare di politica, di denaro, per “lavare i panni sporchi” di qualcuno, spettegolare, discutere gli affari correnti, i sadhu si riuniscono per altri scopi, e in questo consiste la particolarità della cultura dei sadhu.
I sadhu si riuniscono per parlare e ascoltare della verità assoluta, e attraverso questo la loro coscienza si purifica. Gradualmente acquisiscono gusto per tali conversazioni e comprensione della loro importanza, e non vogliono più parlare di nient’altro. Certo, devono parlare anche di altre cose, ma questo è secondario. Ciò di cui amano parlare più di tutto è l’Assoluto, Dio, la verità assoluta.
Il cammino dalle conversazioni alla percezione diretta
Un tale gusto, il risveglio di un tale gusto, è segno che la vostra mente si sta purificando dal prarabdha karma. E poi, dall’abitudine alle conversazioni, vi dirigete verso l’abitudine di pensare alla verità assoluta. La vostra mente si volge dal prarabdha karma verso la verità divina, cominciate a purificare un po’ la mente.
E poi, dall’abitudine di pensare a Dio, alla verità assoluta, nasce in voi l’abitudine, al di fuori della mente, senza pensieri, direttamente, immediatamente (pratyaksha), di percepire la verità assoluta, di indagarla. Questo non significa che, appena avete fermato la mente e siete andati oltre i pensieri, siete già uno con Dio, uno con Brahman; no, certo. Significa soltanto una cosa: che in voi è apparso uno strumento per indagare la realtà divina, per stabilire un legame con essa, uno strumento molto puro, molto buono, molto sottile, ma questo non può ancora in alcun modo essere chiamato realizzazione. Altrimenti, chiunque fermasse la mente avrebbe somiglianza divina e realizzazione di Dio. È uno strumento, e questo strumento noi lo coltiviamo.
E quando padroneggiamo un po’ questo strumento, quando in noi nasce la contemplatività, la consapevolezza al di fuori dei pensieri, sorge in noi una certa immersione nell’unità con l’Assoluto. E questo è già un successo, piccolo, ma un successo. Ed è importante per noi non perdere questa immersione, ma approfondirla, approfondirla, approfondirla...
Dunque, dapprima nasce il gusto (rasa) per le conversazioni, per i pensieri, per il dimorare al di fuori della mente e per l’indagine mediante il sottile apparato al di fuori della mente. Al di fuori della mente significa che il vostro corpo sottile comincia a muoversi, il vostro corpo causale si attiva, e anche con il corpo sottile e con quello causale si può indagare la realtà interiore, compiere la brahma-vichara.
Poi sorge l’immersione, bhava, immersione nell’infinito, immersione nell’assolutezza, come un dito che si immerge nel miele. E quando questa immersione perdura, cancella i nostri samskara, gli attaccamenti, le identificazioni; essa si trasforma già in bhava-samadhi, o sahaja-samadhi. Bhava-samadhi e sahaja-samadhi sono più o meno la stessa cosa, fenomeni dello stesso ordine. E quando il bhava-samadhi, il sahaja-samadhi perdura, sopraggiunge il prapatti (autoabbandono), atma-nivedana: l’affidamento dell’anima all’Atman.
La grazia divina come realtà vivente
Vorrei parlare della Grazia Divina, perché il concetto di Anugraha (grazia divina discendente) è un concetto centrale nell’Insegnamento, uno dei concetti centrali. Spesso diciamo che Ishvara, l’Assoluto, possiede cinque forze: le forze della creazione, del mantenimento e della distruzione, dell’occultamento e della manifestazione del Divino. Suona piuttosto accademico: un termine sanscrito, una struttura. Ma in realtà, che cos’è la Grazia Divina? Non è infatti una categoria filosofica; è ciò che possiamo sentire, ciò di cui possiamo vivere, ciò che possiamo sperimentare, ciò che arriva. È ciò che non rientra in alcun termine sanscrito, in alcun concetto filosofico; ciò che esiste realmente, è parte della vita di un sadhu.

Quando percorriamo il cammino spirituale, non rinunciamo alla vita come fanno alcune scuole, al manifestato, al movimento, all’attività; piuttosto, aspiriamo a vivere nella pienezza della vita, trasformandola in lila, in Gioco Divino, nella pienezza della vita sotto la Grazia Divina; aspiriamo a essere conduttori di questa Grazia Divina. Vivere per trasmetterla, per diventare il suo corpo illusorio, le sue mani e i suoi piedi. Proprio questo approccio è la pienezza della realizzazione spirituale.
E che cos’è dunque Anugraha, la grazia Divina? È la forza dell’amore e della benedizione di Dio che discende su tutte le anime dell’Universo. Essa è l’incomprensibile Luce Divina, colma di venerazione, saggezza e grandezza, che discende sull’anima quando essa è pronta.
Esempi dell’azione della grazia Divina
Per la grazia di Dio e grazie agli insegnamenti del saggio Vasishtha, il principe Rama divenne un santo. Il santo Shuka, per la grazia di Dio, ascese agli dèi. Per la grazia di Dio divennero santi i re: Bhagiratha, Janaka, Yudhishthira, Bali e altre grandi anime. Per la grazia del dio Brahma apparvero i Veda e tutte le sacre scritture, nonché i saggi santi maestri e i rishi. Per la grazia di Vishnu la Terra fu salvata, e gli dèi ricevettero il nettare dell’immortalità. Per la grazia di Vishnu, nelle sembianze di Krishna, Arjuna eliminò la propria ignoranza e raggiunse l’illuminazione durante la battaglia di Kurukshetra. Per la sua grazia, nelle sembianze di Narasimha, fu salvato anche Prahlada, mentre Dhruva divenne una divinità nel cielo stellato, anche grazie alla propria devozione. Per la grazia di Dattatreya, Parashurama raggiunse il dio Indra, e gli altri dèi sconfissero gli asura. Per la grazia di Shiva raggiunsero la liberazione Shukracharya, Matsyendranath, Goraksha e altri milioni di siddha.
Lo spazio quintuplice e l’autoabbandono
Anugraha, la grazia Divina, è una forza speciale dell’Assoluto, del Brahman, una forza speciale di Dio, simile a un luminoso spazio di luce che risplende con la potenza di mille soli. Nell’Insegnamento parliamo dello spazio quintuplice (vyoma-panchaka), e questo spazio quintuplice comprende l’esperienza di dimensioni molto sottili della coscienza. Guna-rahita-akasha all’inizio è lo spazio privo di qualità; maha-akasha, tattva-akasha, surya-akasha sono i livelli più sottili della Coscienza Suprema. Da qualche parte, al livello dell’esperienza di questi sottilissimi livelli della coscienza, avviene l’autoabbandono dell’anima a Dio e avviene l’autoriconoscimento. Senza autoabbandono, senza autoriconoscimento, è impossibile penetrare nella dimensione di questi spazi. E l’anima trova se stessa proprio in questi spazi, scopre Dio in questi spazi, scopre nuove dimensioni della vita.
La grazia Divina è quando l’anima entra in contatto con questi spazi; essa comprende che questi spazi non sono più suoi, non sono una sua invenzione soggettiva, sono spazi trascendenti, sono al di là della sua mente, del suo karma, della sua personalità, della sua individualità. Essa non può manipolare questi spazi, visualizzarli, dichiararli una propria creazione, non può farci nulla: sono spazi assolutamente indipendenti da lei. Essa comprende che a questi spazi di Dio ci si può soltanto arrendere.
È come l’acqua: non potete fare nulla con l’acqua se vi trovate sulla riva dell’oceano. Potete o gettarvi nell’oceano oppure non gettarvi, ma non potete cambiare l’oceano, manipolarlo; è inutile, è una shakti di categorie completamente diverse. Così è anche l’anima. La grazia Divina sorge quando l’anima scopre questo spazio divino e ne viene ispirata. Questa scoperta e questa ispirazione sono ciò che la spinge ad arrendersi a Dio, perché nient’altro possiede un tale potere di fascino sull’anima, nulla può indurla ad arrendersi, perché l’anima di per sé è molto egoista, è molto attaccata, è fissata sulla propria individualità, vigila attentamente sui confini del proprio ego e teme che questi confini si dissolvano. E solo la grazia Divina è capace di convincere l’anima a fare un passo avanti e ad affidarsi alla grazia di Dio.
L’esperienza della grazia Divina
Dunque, la grazia Divina è una forza speciale di Dio, simile a un luminoso spazio di luce che risplende con la potenza di migliaia di soli. Quando lo yogin sperimenta maha-akasha, surya-akasha, tattva-akasha, descritti nelle Upanishad, è come se guardasse questa grazia Divina, e questa grazia lo tocca. Ma anche se non sperimenta cose simili, può essere benedetto da una tale grazia, perché non tutti la vivono proprio come esperienza della luce nella meditazione. Essa può essere vissuta anche come chiarezza, come gioia, bhava e ispirazione, come sensazione di essere un conduttore della coscienza Divina; può essere vissuta in modi diversi.
Ma in ogni caso l’anima comincia a esserne ispirata, in essa comincia ad apparire una fede non inventata, autentica, un vero entusiasmo e, soprattutto, una vera umiltà. Essa comprende quanto fosse stata sciocca, quanto fosse stata presuntuosa quando aspirava alla liberazione, all’illuminazione, alla saggezza, senza tener conto di Dio; quanto fosse stata egoista, desiderando quasi fare tutto questo aggirando Dio e conservando il proprio io, e che questo, in linea di principio, è un approccio impossibile. Aggirando Dio, bypassando Dio, è impossibile ottenere la felicità, l’illuminazione, perché la felicità dell’anima, il futuro dell’anima non sono in lei stessa, sono in Dio.
L’assenza di causa della grazia Divina
La grazia Divina è chiamata grazia perché è senza causa ed è simile alla misericordia di un re magnanimo che colma generosamente di doni un povero senza alcun motivo. Nel mondo ogni cosa ha una causa — dal movimento delle stelle fino alle formiche — ma per la grazia di Dio non c’è causa, perché Dio stesso è senza causa, egli è causa di se stesso, e anche la sua grazia si fonda su se stessa.
Anugraha, la grazia divina, l’energia della benedizione, della liberazione, è la Sua forza creatrice, che si fonda su di Lui stesso e non ha alcuna causa. Non si può dire che la grazia divina discenda sugli eruditi, sugli avanzati. Essa discende su coloro che hanno acquisito meriti; qui non funzionano né classifiche né conti spirituali, essa è senza causa, non è condizionata da nulla, perché se fosse condizionata da qualcosa, se fosse condizionata da una qualche causa, non sarebbe grazia divina, sarebbe una grazia secondaria, la grazia di qualcun altro, poiché Dio stesso non è condizionato da nulla, non si fonda su alcuna causa, perché, se si fondasse su qualche causa, sarebbe parte di questo mondo condizionato, terreno, parte del samsara, dove tutto è condizionato da causa-effetto, causa-effetto (karana-vikara). Ma Dio è il trascendente, è Ciò che è al di là dei nessi di causa ed effetto, e anche la sua grazia è trascendente.
Due tipi di purezza di Dio
Dio, l’Assoluto, possiede due tipi di purezza. E il primo tipo è legato alla shuddha-sattva. Shuddha-sattva è l’energia purissima della luce, sattva è luminosità. Gli dèi, gli angeli, gli esseri divini, tutti dimorano nella shuddha-sattva, e questo è uno dei tipi di purezza di Dio. Nelle terre pure è loro propria una speciale purezza delle tattva, degli elementi.
Le nostre tattva, quelle terrene, le tattva del nostro corpo, l’acqua o le pietre non possono essere definite pure nella manifestazione; sono pure nella loro base, ma nella manifestazione non sono pure. Perciò tutta la nostra realtà terrena, tutto il nostro samsara, è la cosiddetta visione impura, e sette miliardi di persone sono riunite insieme proprio perché in esse domina la visione impura, e la Terra è stata scelta per loro in modo corrispondente: anch’essa impura. Elementi impuri significa che gli elementi si manifestano in modo grossolano: attraverso la loro parte tamasica e rajasica.
Ma esiste un altro tipo di purezza degli elementi: è la terra pura, l’acqua pura, il fuoco puro, il vento puro, lo spazio puro; di essi sono costituite le terre pure. Quando facciamo la pratica dei sette respiri saturanti, non immaginiamo elementi ordinari, bensì proprio elementi puri, luminosi, quando ogni elemento è composto dalla propria parte luminosa. Le dimensioni pure agiscono nei mondi paradisiaci, nelle dimensioni celesti, nelle terre pure. Esse sono tutte non materiali, tutte permeate da Dio, non condizionano, non bruciano, non bagnano, non soffiano, sono pure, benedicono soltanto, da esse non viene nulla di cattivo. Per esempio, gli elementi impuri a volte possono portare problemi: ci si può congelare, ferire, essere investiti dal vento o scottarsi, ma gli elementi puri non fanno mai nulla del genere, essi soltanto benedicono, ispirano, saturano di prana, di forza vitale. E questo è il primo tipo di purezza di Dio. Ma persino questi elementi non sono la purezza stessa dell’Assoluto nella sua forma primordiale.
Il secondo tipo di purezza di Dio è la purezza trascendente, la purezza al di là del manifestato, al di là del puro e dell’impuro, al di là delle tattva, al di là dei guna, degli elementi; essa è superiore alla sattva. E il nostro compito, da un lato, è andare nel comportamento verso gli elementi puri, verso le tattva pure, e dall’altro, andare ancora più in alto, in quella purezza trascendente, ultramondana, di cui parlavano i siddha, che è fuori dal tempo, fuori dalla causa, nel caos quantistico e primordiale dell’universo, in quella purezza in cui Vishnu giace sul suo loto, sull’oceano causale, come lo descrivono. Questo oceano causale è il caos quantistico primordiale dell’universo, dove non ci sono ancora elementi, non ci sono guna, non ci sono tattva.
Perciò tutti gli dèi, quali Vishnu, Shiva, Brahma, Dattatreya, sono stabiliti proprio in quella purezza ultramondana e trascendente; per questo a loro obbediscono i tre guna, i cinque elementi, le ventiquattro tattva, ed essi stessi possono crearli da questa purezza trascendente.
Due livelli della grazia divina
Anche la grazia divina giunge attraverso questi due tipi di purezza. Dapprima giunge attraverso la sattva: attraverso la purezza, la luminosità, la sottigliezza, l’elevatezza. Sentiamo la finezza, è un’esperienza molto sottile. Questa finezza, questa raffinatezza ci purifica; sorgono puri segni divini, sogni puri, nel comportamento cominciamo a manifestarci in modo puro, i nostri pensieri impuri se ne vanno, le nostre emozioni impure se ne vanno, i legami e le relazioni impure se ne vanno, le abitudini impure se ne vanno, ci impregniamo di sattva, di un approccio sattvico. Lo spirito del samaya, la fede, la venerazione, il Rifugio, il dolore, la compassione, l’armonia, la visione pura nei confronti dei fratelli e delle sorelle di samaya: tutto questo comincia a manifestarsi in noi. Ciò significa che la grazia divina del primo genere di purezza ci ha toccati e ha cominciato a purificarci.
E subito dopo, dopo un certo tempo, è difficile dire esattamente dopo quanto, poiché è individuale per ciascuno, giunge la benedizione della Grazia Divina del secondo genere. Questa è già purezza trascendente, purezza al di là di sattva, tamas, rajas e dei cinque elementi, quella che è al di fuori dell’ego, al di fuori delle cause e degli effetti. Se la Grazia Divina del primo genere può essere ottenuta restando un ego individuale, l’anima può rimanere se stessa, conservando le proprie concezioni egoistiche, soltanto mettendole al servizio del Divino, sottomettendosi a Lui, superando il proprio ego, ma pur sempre conservando la propria sottile individualità, allora la Grazia Divina della purezza del secondo genere è possibile ottenerla solo attraverso l’auto-donazione, attraverso la completa resa di sé a Dio, e in nessun altro modo.

L’azione della Grazia Divina sull’anima
Dunque, questa grazia proviene dal cuore stesso di Dio, e il suo tocco è simile a un lampo di fuoco cosmico. Discendendo, essa trafigge l’oscurità dell’ignoranza dell’anima, scioglie il ghiaccio dell’egoismo, dissolve tutti i suoi peccati e spezza le catene del karma, liberandola dal terribile sonno delle illusioni. Riversandosi, la Grazia Divina nutre l’anima di luce, amore, gloria ultraterrena e celeste, risvegliandola a una nuova vita, così come il fuoco di un falò riscalda un viandante che sta gelando.
Spesso la nostra anima, finché non è stata toccata da questa Grazia Divina, o soffre, o gela nel samsara, o lotta disperatamente, oppure si rafforza nel proprio egoismo e nella propria compiacenza. A seconda della tattva. Ma in ogni caso, senza la Grazia Divina, essa dimora in mezzo a vari tipi di limitazioni. Ma la Grazia Divina volge l’anima in una direzione completamente diversa, le mostra: il tuo scopo non è in te stesso, il tuo futuro non è in te stesso, tu non appartieni a te stesso, non sei tuo, tu sei di Dio, tu sei parte dell’Assoluto. Ecco chi è il vero te. Ecco qual è il tuo vero volto.
E avendo percepito il suo tocco, allora l’anima trema e sembra risvegliarsi, rialzandosi da un lungo, cupo sonno, esultando e meravigliandosi.
Se l’anima non trema, non esulta e non si meraviglia, significa che o è già realizzata, oppure la Grazia Divina non l’ha ancora toccata, perché, toccando, Anugraha vi cambia sempre, vi apre sempre a una nuova dimensione della vita; non potete più ignorare Dio dopo aver vissuto questa esperienza, non potete dimenticarla.
Le anime che non hanno conosciuto la Grazia Divina
La saggezza e la grazia Divine sono ignote alle anime dormienti, completamente immerse nella vanità mondana, nelle preoccupazioni per il corpo, per il terreno, e impigliate nei pensieri e nei sentimenti. Tali anime sono impigliate nelle preferenze e non possono riconoscere la supremazia di Dio, non hanno né fede né amore per Dio. Incarnatesi in un corpo, queste anime hanno dimenticato il loro scopo: cercare Dio, la sua saggezza, la sua grazia e servirlo, per unirsi completamente a Lui.
Dimenticando, si sono immerse nell’illusione, nella speciale forza incantatrice di Dio (maya), che ha completamente conquistato i loro cuori. L’illusione le ha stregate, come un’insidiosa seduttrice incanta un ingenuo contadino inesperto. Essa, come una regina autoritaria, ha costretto alcune anime a cercare i divertimenti della mente, altre i piaceri del corpo, altre ancora il possesso della ricchezza, le quarte a godere delle cose, le quinte delle relazioni con le persone, altre ancora dell’esperienza, del potere e del prestigio, instillando in loro che questa sia la felicità.
Le anime immerse nell’illusione
E altre anime essa ha spinto a godere giorno e notte dei propri pensieri, della propria volontà, dei propri sentimenti, delle proprie sensazioni. Seguendo questa illusione, le anime hanno cominciato a immergersi in mondi illusori, creati dall’illusione e da loro stesse. Quando vi si sono immerse, hanno perso ogni comprensione di chi siano, dove si trovino, dove debbano andare, quale sia il senso della vita.
Tali anime sono anime giovani, sono ancora sorde ai raggi e alle melodie della Grazia Divina, sono cieche ai suoi raggi, come sono ciechi i gufi e le talpe alla luce del sole. Vivendo senza fede e amore per Dio, non riconoscendo la sua supremazia, ritengono che le loro preferenze siano l’unica cosa da seguire. Sono troppo immerse in se stesse, immerse nel passare in rassegna le proprie emozioni, pensieri, sentimenti, mentre altre anime sono immerse in questo mondo e occupate a passare in rassegna il comportamento degli altri, gli eventi, le notizie e così via. Alcune anime sono immerse verso l’esterno, altre verso l’interno, ma nessuna di loro è immersa in Dio, perché il loro tempo non è ancora giunto, la loro maturità non si è ancora sviluppata.
Ma la Grazia Divina si riversa su tutti: sui maturi, sugli immaturi, sui pashu, sui maha-pashu, sui vira, sui divya; essa non sceglie. Anche il sole splende su tutti: sulla formica e sul cane, sull’uccello, sull’uomo, ma alcune anime possono essere aperte, comprendere, percepirla, mentre altre sono completamente chiuse.
Le anime prive della grazia Divina vivono come se non vivessero affatto: trascinano l’esistenza e sperimentano i propri karma, perché non conoscono Dio, non conoscono l’Assoluto, non Lo cercano e non gioiscono in Lui. Soffrendo, languono, sperimentando i propri karma, come un bambino che ha smarrito la strada di casa. Ma anche per tali anime vi è speranza: se respingono la propria ignoranza e si incamminano sul sentiero del Brahma-vichara (l’indagine della saggezza Divina, la ricerca di Dio), della seva, del servizio a Dio, possono ottenere la grazia Divina, perché la grazia e l’amore Divini si riversano su tutti senza causa, senza scegliere, senza fare differenza tra alberi, persone e pietre. Il sadhu che comprende questo aspira a respingere l’ignoranza e a mettersi sul cammino per cercare questa saggezza e questa grazia Divine.
La necessità degli sforzi spirituali
A che servono gli sforzi, se la grazia Divina si riversa su tutti ed è senza causa? Infatti, con i nostri sforzi non possiamo generare una qualche causa affinché la grazia Divina sia attratta da tale causa, poiché allora essa sarebbe condizionata causalmente. Ma in realtà gli sforzi non servono a questo: gli sforzi sono necessari per la purificazione, affinché la nostra anima possa dissigillare il proprio recipiente e rivolgersi a questo flusso di grazia divina.
La grazia Divina si riversa come una cascata su tutti, ovunque, dappertutto, in ogni tempo. Il Brahma-jyoti (la luce dell’Assoluto) risplende sempre, penetra assolutamente in tutto, ma possono riceverlo soltanto gli eletti, soltanto i degni, non tutti: i recipienti puri da essa scelti, coloro che l’hanno cercata e con la ricerca hanno purificato la propria anima. Chi ha riconosciuto la saggezza Divina e si è arreso a Dio, ha preso la decisione di servire la volontà di Dio e non cerca nient’altro: ecco, costui è degno della discesa della grazia Divina.

Diventiamo degni di ricevere i benefici dalla discesa della grazia Divina solo quando possediamo determinate qualità, una determinata prontezza. Se queste qualità non ci sono, essa si riversa, ma per noi non ne deriva alcun beneficio: non la riconosciamo. A che cosa assomiglia? Supponiamo che vi sia un certo computer, un punto di accesso che offre a tutti servizi Internet, e qualcuno può connettersi, mentre qualcun altro non può. Questo punto di accesso offre a tutti, non gli importa chi. Ma alcuni hanno la connessione, mentre altri, per qualche motivo, no. Alcuni possono andare su Internet, scaricare le informazioni necessarie, usufruire di tutti i servizi informativi, mentre altri non hanno collegamento, non hanno connessione, oppure il loro computer non è carico, la batteria è scarica, o non è installato il sistema operativo.
L’anima che non si è consegnata a Dio è simile a un recipiente con il collo sigillato: per quanto nettare vi si versi dall’alto, non ne entrerà neppure una goccia. La grazia Divina tocca soltanto coloro che si sono purificati con l’ascesi interiore, come gli alchimisti purificano l’oro da tutte le impurità. Essa giunge a coloro che si sono donati a Dio, come una moglie fedele che si è consacrata al servizio del marito. Una tale anima è simile a un uccello possente: vive solitaria, dove vuole, sempre contenta di ciò che c’è, non attaccata a nulla, non si aggrappa a niente, non mormora, non si lamenta, non si aspetta nulla e non spera in niente se non in Dio e nella Sua grazia.
Il cammino della purificazione dell’anima
Il sadhu aspira a diventare degno della grazia Divina. Possiamo pensare di noi stessi: io sono intelligente, io sono bello, io sono il più degno, ma per la grazia Divina non importa ciò che pensiamo; per la grazia Divina importa chi siamo. A un certo stadio possiamo percepirla, a un altro non possiamo, qualunque cosa pensiamo. Perciò il sadhu aspira a purificare se stesso.
Come avviene una tale purificazione? La pacificazione della mente, l’educazione della fede, della devozione, jnana, il riconoscimento della saggezza divina, quando comprendiamo: la saggezza Divina non è prana, non è il corpo, non è il corpo sottile, non è quello mentale, non è quello causale; è tutto al di sopra di ciò, pancha-kosha-viveka. Quando appare pancha-kosha-viveka, diventiamo degni della grazia Divina. Quando vi sono fede e devozione, anche se non abbiamo ancora pancha-kosha-viveka, ma fede e devozione ci sono, anche allora diventiamo degni della grazia Divina. Quando doniamo tutto noi stessi a Dio e diciamo: io sono un conduttore del Divino, ecco i miei piedi, ecco le mie mani, Dattatreya, servitene, ti concedo in affitto questo corpo, allora anche noi diventiamo degni della grazia Divina.

La grazia divina è simile al bagliore di un fulmine nel cielo notturno: anche un suo breve lampo illumina tutto intorno; è simile all’oro magico degli alchimisti: qualunque cosa tocchi, tutto si purifica e si trasforma. I santi dicono: non essere uno stolto, segui la via dei saggi, compi con cura la tua alchimia interiore per ottenere questo oro interiore.
Ecco un tale paradosso: da una parte, essa si riversa sempre e ovunque su tutti, e dall’altra bisogna percorrere la via dell’alchimia interiore, della trasformazione interiore, della purificazione, affinché questa saggezza ti tocchi e venga da te riconosciuta.
Lavora senza distrarti, senza risparmiarti, nel nome di Dio, come dall’alba all’alba lavora l’aratore nel suo campo per avere un raccolto. Purificati senza sosta, come un giardiniere che, desiderando creare un magnifico giardino, lavorando purifica una terra abbandonata da erbacce, radici e rami.
La nostra vita spirituale è un lavoro incessante, e solo colui che lavora bene nel giardino della propria anima può contare sulla grazia divina; i cattivi lavoratori non possono contarci. La vita spirituale è una purificazione costante, la purificazione di sé, quando sradichiamo i ceppi del nostro egoismo: ne abbiamo sradicato uno, guardiamo, ed eccone già un altro accanto; abbiamo sradicato questo, facciamo due passi, guardiamo, e lì c’è ancora un intero campo. Quando strappiamo dalla nostra anima le varie pietre dell’incredulità, quando purifichiamo, purifichiamo e purifichiamo. E solo colui che lavora bene nel campo della propria anima è degno di essere degno della grazia divina. Tali fatiche non creano la grazia divina, ma purificheranno la nostra anima, creano il terreno.
Purificata, l’anima risplenderà come un lingotto d’oro senza impurità e diventerà trasparente come vetro puro. La purezza e la trasparenza la doteranno di una saggezza speciale: vedere sempre e ovunque i piedi di Dio.
La visione dei piedi di Dio
Che cosa sono questi piedi di Dio? È il riconoscimento dello spazio trascendente illimitato al di là del soggetto, al di là dell’oggetto e al di là delle cinque kosha (guaine).
E allora una magnifica luce abbagliante, simile a un cielo infinito, discenderà direttamente nel tuo cuore e farà sì che l’anima dapprima si spaventi, resti immobile nell’ammirazione, e poi — danzi, canti e pianga di felicità. Questi sono i piedi di Dio. Avendo visto i piedi di Dio, la tua anima esulterà giorno e notte, e si stupirà di come prima non potesse vederli. Anche avendo visto per un istante i piedi di Dio, li ricorderà ancora e ancora, singhiozzando di felicità e meravigliandosi, e non ci sarà forza capace di farli dimenticare all’anima. Avendo visto una volta i piedi di Dio, l’anima deciderà di guardarli sempre e di non perderli mai di vista.

Che cosa significa guardare i piedi di Dio? Questo è essere sempre nella presenza contemplativa, nello stato di consapevolezza. Ma non è semplicemente attenzione al respiro, al corpo: questi sono tutti metodi, strumenti ausiliari per i principianti. I piedi di Dio — si può dire — sono l’esperienza del sahaja-samadhi, l’esperienza del rasa dello stato non duale, quando hai veramente vissuto la vicinanza al Divino.
Quando hai deciso di guardare sempre i piedi di Dio e di non perderli mai di vista, questa è la presenza non distraibile. E allora nell’anima sorge la paura di perdere Dio e di ricadere di nuovo nell’ignoranza del mondo. Essa si volgerà a Dio e deciderà di vivere solo in Dio. E necessariamente, se siete un vero sadhu, in voi appare una tale riflessione, una tale meditazione, una tale paura di perdere Dio, perché l’anima sente di aver tastato qualcosa di molto grande, di molto prezioso, incredibilmente prezioso, una gemma magica che esaudisce tutti i desideri, che ha trovato la chiave di tutte le porte, ha trovato la radice della soluzione di tutti i problemi, ha trovato la fonte e la causa di tutte le sue vite nel passato, nel futuro e nel presente.
Essa sente di aver trovato un enorme lingotto d’oro e comincia ad apprezzarlo, comincia ad apprezzarlo moltissimo; comprende che ciò che ha trovato è così grande, così prezioso, così inestimabile, che tutti gli altri problemi che aveva non contano più, che questa gemma risolve tutti i suoi problemi. È lo stesso di un contadino che, se per caso nel bosco si imbatte in un’enorme roccia d’oro, capisce che ora non deve pensare alla vendita della legna, al lavoro nei campi; deve pensare a come utilizzare questa roccia, come nasconderla, conservarla e metterla in circolazione, come farla sua, perché, avendo una tale roccia d’oro, non dovrà più né arare il campo né tagliare legna da vendere: questo risolve tutti i suoi problemi.
La trasformazione dell’anima
E allora l’anima si volge a Dio e decide di vivere soltanto in Dio. Ma per vivere in Dio, bisogna dimenticare tutto ciò che il mondo ha insegnato e affidarsi a Lui. E l’anima decide di farlo: dimenticare non a livello fisico, ma a livello psicologico. A livello fisico possiamo benissimo servirci dell’esperienza mondana acquisita, delle conoscenze acquisite, ma a livello psicologico non dobbiamo attribuire a questa esperienza alcuna importanza, perché la verità di Dio supera talmente tutte queste esperienze che esse non possono nemmeno in qualche modo starle accanto.
E l’anima deciderà di farlo. E allora respingerà la vecchia vita come una scarpa logora, diventerà attenta e prudente, come un cacciatore di uccelli che segue le tracce di un uccello meraviglioso nel bosco. E allora il sadhu si muove con cautela, cammina con prudenza, parla a bassa voce e con umiltà, vigila su se stesso per non dimenticare Dio neppure per un istante. Questo è il segno che il sadhu contempla Dio, dimora nella consapevolezza, che si sforza in ogni istante di non perdere questo legame con la realtà Divina.
Allora né la gioia né il dolore colpiranno più il tuo cuore, né il puro né l’impuro ti turberanno, il basso e l’alto, il grande e il piccolo diventeranno come una cosa sola, e tu stesso diventerai come un bambino di Dio sulle ginocchia di sua madre. Ciò che era nascosto si manifesterà, ciò che era chiuso si aprirà, ciò che sembrava perduto si ritroverà, l’invisibile si vedrà, l’inaudibile si udirà, l’irraggiungibile diventerà vicino, l’inaudito accadrà.

L’anima, sempre e ovunque, sarà attirata soltanto da Dio, dalla Sua saggezza e dalla Sua misericordia; cercherà coloro che le sono simili, e da coloro che non le sono simili si terrà leggermente in disparte, perché sarà ancora giovane spiritualmente e inesperta per vedere la Sua misericordia in ognuno: tutti questi sono segni del tocco della misericordia Divina.
Il sadhu deve lavorare ogni giorno nello spirito per invocare la misericordia Divina, come lavora un alchimista che sogna di arricchirsi, stando presso il crogiolo nel suo laboratorio.
Le mie benedizioni affinché lavoriate in questo modo e affinché la misericordia Divina, Anugraha, le benedizioni dei santi, di Bhagavan Dattatreya vi tocchino sempre.
Om. Namasté.


