Il Signore, con un sorriso incoraggiante, disse: «Kartavirya, per sperimentare la beatitudine, bisogna domare questa mente incontrollabile. Non è forse la mente la causa della dipendenza e della libertà? Ma non è semplice governarla. Gli anziani dicono che la mente è incontrollabile come il vento. In realtà è più facile controllare il vento che la mente. Ecco perché i seguaci dello yoga raggiungono il controllo della mente attraverso il controllo del respiro.
La mente e il respiro sono simili a una coppia di cavalli. Se uno diventa incontrollabile e si comporta come gli piace, allora, tendendo le redini del secondo, si può domare anche il primo. Di conseguenza, se siamo in grado di controllare il respiro, anche la mente passa sotto controllo».
Questo è noto dall’insegnamento sullo svarodaya: se il vostro respiro è frequente, anche la vostra mente è incontrollata; se la lunghezza del vostro respiro è grande, vi è difficile controllare i desideri, i vostri pensieri sono caotici, vi è impossibile ottenere la liberazione. Al contrario, se siete profondamente immersi nella contemplazione, il respiro non esce lontano, non è così frequente.
Accade che la nostra mente sia agitata, e allora respiriamo frequentemente. Se volete comunicare nello stato corretto, prima dovreste regolare il vostro respiro.
Alcuni raggiungono la purezza della mente attraverso azioni rette e, con la mente purificata, ottengono la vittoria sul respiro e, in tal modo, il controllo della mente.
Solo i seguaci dello yoga raggiungono il controllo della mente unicamente mediante il controllo del respiro. Il respiro è la forma esterna della forza vitale. Bisogna inspirare attraverso la narice sinistra, seguendo la procedura mostrata dal guru, e trattenere. Poi bisogna espirare lentamente attraverso la narice destra e trattenere. Quindi inspirare lentamente attraverso la destra e trattenere, e poi espirare lentamente attraverso la sinistra.
Se avete un respiro irregolare, accelerato, inspirazioni ed espirazioni incontrollate, naturalmente anche la vostra mente sarà nello stesso stato agitato. A eccezione degli sforzi fisici, quando vi muovete semplicemente, il respiro non dovrebbe essere molto frequente. Il modo migliore per regolare il respiro è l’anuloma-viloma pranayama. Potete regolare la sottigliezza del respiro e suscitare la sensazione del prana sottile se praticate costantemente l’anuloma-viloma pranayama.
Il respiro circolerà se i canali sono puri. Perciò uno yogin che rispetta se stesso veglia sempre sulla purezza dei canali. Vigilare sulla purezza dei canali non è difficile, se praticate regolarmente, non permettete il sorgere di desideri grossolani, non dimorate in luoghi impuri, non frequentate persone impure, non manifestate desideri grossolani, se siete attenti ai vostri prana nel corpo.
Ogni yogin deve avere una soglia al di sotto della quale la purezza dei suoi canali non deve scendere. È come una linea rossa. Dopo la linea rossa si accende una spia d’emergenza: «Allarme! La purezza dei canali è al di sotto del livello consentito! Dedicatevi urgentemente alla pratica». Un buon yogin non permette che il suo livello arrivi a questa linea rossa. Essendo un buon padrone del proprio corpo e della propria mente, prende in anticipo misure preventive.
È simile al modo in cui un buon automobilista non permetterà che il carburatore sia intasato, che manchi la benzina o che qualche altro indicatore sia al di sotto della norma. Questo è già «Allarme!», significa che il proprietario non si prende cura dell’automobile.
Allo stesso modo, il corpo può essere paragonato a un’automobile, e un buon yogin cerca di non far mai scendere lo stato dei canali al di sotto della norma.
Come percepirlo? Lo percepite voi stessi. Se il vostro corpo è leggero, se l’apana-vayu circola bene nella zona delle gambe, se non c’è pesantezza nei chakra, se durante il kumbhaka il prana si muove normalmente, non ci sono da nessuna parte forti ostruzioni, il kumbhaka si mantiene, se, ascoltando il corpo durante la meditazione, non scoprite densi grumi di energia in diverse parti del corpo, se semplicemente vi sentite a vostro agio nel corpo, questo è un indicatore del fatto che i venti si muovono normalmente, che la purezza dei canali è normale. Con i canali puri, è come se non sentiste nemmeno il corpo. Si comincia a sentire il corpo quando i canali si intasano, quando da qualche parte ci sono impedimenti e sorge pesantezza in diverse aree.
Questa tecnica si chiama pranayama. Se questo metodo di pranayama viene praticato come si deve e con sincerità, tutti i nadi del corpo si purificano. Allora si raggiunge la forza che permette di praticare le tecniche yogiche ininterrottamente, con dedizione alla propria opera. Questo pranayama può essere eseguito insieme al mantra e senza mantra.
Se volete purificare i canali per lungo tempo, il modo migliore per farlo è l’anuloma-viloma pranayama. Potete ascoltare lezioni o testi sacri, per esempio lo «Yoga Vasistha», ed esercitarvi nei pranayama. E così si può fare per ore, quando avete tempo libero.
Le tappe dello yoga: da pratyahara a samadhi
Praticando questo metodo, il cercatore padroneggerà il soffio vitale.
Poi, con la forza della ragione, gli organi di senso devono essere distolti dagli oggetti e fusi nella mente. Questo si chiama pratyahara.
Alla fine, la mente sarà concentrata sull’Atman. Questo è dharana: la fase in cui deve essere sviluppata un’enorme attenzione.
La mente devia ancora e ancora; mediante esercizi successivi e perseveranti deve essere ricondotta indietro e stabilizzata nell’Atman. Questo si chiama dhyana.
Meditando sul significato delle grandi affermazioni, come «Tat Tvam Asi», con l’aiuto dei sei elementi, cioè: inizio e fine, ripetizione, peculiarità, ricompensa, valutazione, ragionamento, sarà conosciuta la Realtà suprema, il fine del grande insegnamento. Poi, con la distruzione della lussuria, dell’ira, ecc., che sono estranee a quella Realtà, inizierà il movimento di un flusso ininterrotto del pensiero «Aham Brahmasmi» («Io sono Brahman»). Questo stato si chiama nididhyasana. Viene anche chiamato savikalpa-samadhi.
Quando in questo modo il pensiero «Io sono l’unico Parabrahman: l’unico Parabrahman sono io» viene mantenuto costantemente, infinitamente e stabilmente in modo uniforme, simile al corso del Gange, allora la Coscienza suprema riempie quello stato della mente. Questa coscienza divampa nella mente, proprio come una scintilla di fuoco accende il cotone. Solo il cercatore in cui non c’è nemmeno un atomo di disattenzione, e che si trova in uno stato costante di consapevolezza, può trattenerla. Lo stato della mente che è causa della manifestazione e del riflesso della Coscienza suprema nella mente rivela il Brahman assoluto, che è la base di quel riflesso secondo la sakhachandranya, e scompare. Nel frattempo l’unico Atman risplende. La divisione «conoscitore-conoscibile-conoscenza» gradualmente scompare.
Nella nostra tradizione il principio della nididhyasana è legato al sahaja-samadhi. La nididhyasana è una sezione dell’insegnamento connessa al mantenimento della mente nella presenza. All’inizio non avete alcuna presenza e ascoltate soltanto racconti su di essa da coloro che l’hanno sperimentata. Pensate: «Dunque questa presenza è così, oppure così. Magnifico!»
È simile a un povero che ascolta parlare di persone che hanno trovato una certa pietra preziosa. Delle persone sono andate nella foresta e hanno trovato un tesoro con una grande pietra preziosa, ognuno l’ha ottenuta. Voi ascoltate e pensate: «Sì, è magnifico! Vorrei ottenerla anch’io!» All’inizio vi dedicate a diverse pratiche e applicate metodi semplicemente per ottenerla. Tutto questo è lo stadio di shravana. Come un gattino cieco, vi spingete ora qui ora là, ricevete una trasmissione, poi un’altra, riflettete analiticamente, vi concentrate, meditate, applicate il sankalpa. E alla fine, comunque, ciò accade: sperimentate il “gusto” necessario. E allora tutto si illumina, tutto cambia. Esteriormente sembra che tutto rimanga lo stesso, ma la percezione della realtà cambia. Per alcuni questo può avvenire a balzi, per altri in modo graduale, quando a poco a poco vengono recise le paure e le speranze, e a poco a poco sorge la chiarezza.
In sostanza, questo è collegato ai ventiquattro discernimenti. Sorge una certa chiarezza che illumina qualcosa, e allora il masso del karma si stacca.
Lo stadio del manana è quello in cui i ventiquattro discernimenti aumentano, si rafforzano, quando riflettete e contemplate di nuovo per restituire e mantenere questo «sapore». Devono necessariamente manifestarsi ventiquattro tipi di viveka. Naturalmente, non si manifesteranno subito, ma gradualmente, uno dopo l’altro, senza alcuna sequenza, semplicemente in conformità con le vostre inclinazioni karmiche. Ma quando la viveka cresce, diventate simili a una persona saggia che dispone correttamente della forza della propria mente. E nello stadio del manana vi convincete: «Sì, ora posso ricordare e mantenere questo «sapore». Esso è profondamente dentro di me».
È simile al fatto che anche voi siate andati nel bosco e abbiate trovato la stessa perla di cui parlavano gli altri. Essa è già davanti ai vostri occhi. Ma ora dovete prenderla e portarla costantemente con voi. Questa perla sembra molto pesante da portare così semplicemente.
La «gestazione» (nididhyasana) è quando impariamo a portare costantemente questa perla, a gestarla. Per questo esistono diverse tecniche. Quando la «gestiamo» costantemente, la viveka cresce. E prima o poi i ventiquattro tipi di discernimento si manifesteranno ed elimineranno i sedici nodi dell’ignoranza. È simile al modo in cui il sole splende sul ghiaccio: sotto l’effetto del sole, prima o poi il ghiaccio si scioglie e si trasforma in acqua.
Allo stesso modo, il sole dello stato naturale emette raggi di chiarezza: la viveka. Questi raggi di chiarezza splendono sui nostri samskara, vasana e karma. All’inizio sembra che, per quanto esso splenda, tutto ciò sia inutile. Le nostre limitazioni e tendenze della mente sono così grandi e globali che ci sembra che il sole che splende sia molto piccolo. Possiamo sentire che la nostra mente, come una scimmia molto testarda, comunque segue le proprie tendenze. Ma qui non bisogna né turbarsi né cadere nella confusione. Bisogna, senza correre avanti, semplicemente permettere a questo sole di splendere, emettendo raggi di chiarezza. La chiarezza opera ininterrottamente, e col tempo cominceremo a vedere che, dopotutto, i samskara, vasana e karma cedono e poco a poco arretrano.
Poteri soprannaturali e pericoli sul cammino
Gli yogi che hanno raggiunto tale stato padroneggiano senza sforzo i poteri soprannaturali. In questo sta tutta l’essenza. Tuttavia, se il cercatore usa in modo scorretto i poteri soprannaturali, decade dallo yoga.
Ricorda ora da dove abbiamo cominciato. Non forse dall’indagine del Supremo, dopo aver stabilito che sia questo mondo sia l’altro sono illusori e impermanenti? Poi, se il cercatore non si rende conto che anche questi otto poteri soprannaturali sono transitori e sono dunque un pericolo, e continua a usarli, che cosa può seguire se non la caduta? Di conseguenza, lo yogi a questo riguardo deve sviluppare vigilanza.
Molti poteri soprannaturali arrivano dopo che gestite profondamente lo stato naturale, per esempio:
i poteri della terra: il dominio sugli spiriti della terra, la capacità di invocare la divinità della terra, l’invulnerabilità all’azione della terra, la capacità di modificare il peso del corpo;
il potere dell’acqua: il dominio sugli spiriti dell’acqua, la capacità di invocare la divinità dell’acqua, l’invulnerabilità all’azione dell’acqua;
i poteri di governare i cinque elementi arrivano quando imparate a «gestare» lo stato naturale e lo unite ai cinque elementi; la mente durante lo shambhavi-mudra, dimorante nella presenza e nella bhava dell’orgoglio divino, ben unita all’elemento corrispondente, conferisce le siddhi di quell’elemento.
Lo stato di kashayapakva e la liberazione dal karma
Inoltre, c’è il problema della mente. Finché esso esiste, la vigilanza è necessaria. Quando la mente diventa inquieta e si agita da una parte all’altra, deve essere presa sotto controllo. D’altra parte, se si rilassa e cade nel sonno, bisogna risvegliarla.
Lo stato della mente libero dall’eccitazione e dalla disgregazione, nel quale essa dimora immutabilmente, è chiamato stato di kashayapakva. Questa è la vera equanimità. Quando essa è raggiunta, lo yogi diventa simile a un fuoco in un luogo senza vento. Le triadi non esistono più, non c’è movimento, non c’è appagamento nella beatitudine. Il nodo dell’ego è reciso. Tutti i dubbi, come l’incompatibilità e la contraddittorietà, sono frantumati. A eccezione del prarabdha-karma, tutti gli altri karma saranno distrutti.
Le persone comuni hanno sanchita-karma, prarabdha-karma e agami-karma. I praticanti che sono progrediti hanno sanchita-karma e prarabdha-karma, mentre di agami-karma quasi non ne hanno, poiché le loro azioni si auto-liberano. Sono talmente consapevoli da non creare più nuove impronte compiendo numerose azioni. Perché? Agiscono senza generare emozioni, senza attaccarsi ai frutti. Le loro azioni sono bhakti-yoga, un atto di auto-donazione, di contemplazione. I loro movimenti sono uniti alla presenza; non hanno né speranza né paura. Esteriormente sembrano agire, ma nell’anima è come un gioco. Il principio del non-agire contemplativo si estende a tutte le azioni. Quando una persona può agire così, non vi è attaccamento all’azione e alle distinzioni, e l’agami-karma non viene creato. Ma vi sono due tipi di karma: prarabdha-karma e sanchita-karma.
Negli yogi di un livello ancora più avanzato il sanchita-karma si esaurisce, rimane solo il prarabdha, legato al corpo fisico. Il sanchita-karma si trova più in profondità: sono le nostre radici e il nostro passato. È più difficile liberarlo rispetto all’agami-karma. L’agami-karma è facile da liberare: è sufficiente essere attenti e consapevoli. Se la mente non si colora, allora qualsiasi azione cessa di essere azione. E una volta presa la «grande decisione» di dimorare nel «grande non-agire», ci liberiamo dell’agami-karma. Ma il sanchita-karma non è facile da purificare, giace molto in profondità. È necessaria una presenza più profonda, che penetri nel passato; un unico «sapore» che penetri nel tempo e mescoli passato, presente e futuro. È necessaria una tale forza di presenza da poter penetrare nelle impressioni dell’infanzia, quando non eravamo praticanti, in tutti i nostri vecchi «frammenti» di impressioni di questa vita, e cancellarli. Poi penetrare nelle impressioni della vita precedente, in tutte le registrazioni emotive, nei «frammenti» esistenti nel muladhara-chakra, e cancellarli. Poi, con la forza della presenza, penetrare nelle molte vite precedenti e cancellare anche tutte le tendenze e i samskara delle impressioni passate. Quindi generare una tale massa di presenza che possa abbracciare enormi intervalli del tempo passato (centinaia di vite, migliaia di vite), portarvi chiarezza e consapevolezza, permettere a tutto di dissolversi nella luce, finché il tempo (passato, presente e futuro) non si mescoli. Solo un tale stato è capace di distruggere il sanchita-karma.
I siddha hanno solo prarabdha-karma. Non hanno più né sanchita-karma né agami-karma, ma il prarabdha-karma esiste, poiché esiste questo corpo. Sono karma residui che si concludono o con la dissoluzione del corpo, o con la sua morte fisica. Gli elementi del corpo si dissolvono, oppure sopraggiunge la sua morte fisica, oppure esso si auto-libera come corpo arcobaleno nei puri cinque elementi, e il prarabdha-karma, come una bolla sull’acqua, scompare da sé in modo naturale.
Per dissolvere il sanchita-karma è necessaria una presenza simile al fuoco, che penetri in voi sempre più a fondo, aprendo nuovi strati di vite passate. In questo periodo lo yogin fa grandi scoperte; per lui ogni giorno è come una grande esperienza, un intero strato di vita. Per esempio, durante il sonno ha vissuto la sua vita passata, e tutti i samskara di quella vita sono stati bruciati dal fuoco dello stato naturale. Questo avviene costantemente e spontaneamente. Quando conosce l’irrealtà delle vite passate, allora anche l’irrealtà delle vite future non può più accadergli. La sua mente, in qualsiasi momento, può formare, indipendentemente dai samskara, qualsiasi tunnel di realtà sia nel passato sia nel futuro.
L’imperatore dello yoga e le istruzioni sulla pratica
Egli rimarrà nello stato di Brahman, è liberato in vita, è l’imperatore dello yoga.
Arjuna, per amore verso di te ti ho insegnato questo yoga supremamente segreto. Non deve essere trasmesso a chi non ne è degno. Non si può praticare senza avere le istruzioni del guru, o soltanto dopo averne sentito parlare da altri, o semplicemente studiando libri. Prima di ottenere l’esperienza diretta, è meglio ricevere la conoscenza indiretta dal guru. Ecco perché te lo descrivo con tali dettagli.
Arjuna, so che il tuo cuore anela appassionatamente all’esperienza diretta. Quando io sono qui, come potrei non esaudire il tuo desiderio?
Guarda la bella grotta di fronte. È un rifugio adatto per le tue pratiche. Vai in quella grotta e siediti, mantenendo saldamente la colonna vertebrale, la testa e il collo diritti.
Perché durante la meditazione bisogna mantenere una posizione diritta? In questa posizione i venti possono riempire il canale centrale, mentre se si medita con la schiena curva si può provocare uno squilibrio del vento, una condizione malsana.
Nella shambhavi-mudra esistono pratiche particolari, quando i maestri addestrano i propri discepoli a mantenere l’immobilità del corpo e una posizione eretta. Si fa così. Si tende una cordicella sottile in modo che si trovi accanto alla testa, e vi si appende un campanellino. Dietro la testa si tende una seconda cordicella, che quasi la sfiora. Vi si appende un secondo campanellino. Cinque o sette discepoli si siedono in fila tra le due cordicelle, mentre davanti e dietro pendono i due campanellini. Ed è chiaro che il campanellino suona se qualcuno di loro si muove.
Inoltre, addestravano i discepoli anche così: sulla palpebra veniva applicata polvere di curcuma. Nella shambhavi-mudra bisogna stare seduti con gli occhi aperti e, preferibilmente, non sbattere le palpebre. Se una persona non sbatteva le palpebre, la polvere non si disperdeva; se invece le sbatteva, anche la palpebra inferiore si sporcava, e il precettore poteva vederlo.
Dovete sapere quanto siano elevate le esigenze nell’allenamento della shambhavi-mudra. Ma se sedete bene nella shambhavi-mudra, senza muovervi, con la schiena dritta, allora i venti entrano nella sushumna e la mente si spalanca davvero; dopodiché dovete semplicemente alzarvi e trasferire questo stato nella quotidianità, cioè camminare con grande attenzione e fluidità, come un gatto (così come spiego io).
A volte una persona può camminare in modo molto impulsivo, i suoi movimenti sono così scattosi, come se camminasse e la sua realtà si caricasse male. È come in un computer: se la grafica è scadente, la realtà lì va a scatti. Anche lui cammina velocemente, a scatti, ma uno yogin non deve camminare così. Uno yogin deve camminare con attenzione, fluidamente, come un cacciatore che si avvicina furtivamente o come un gatto che si avvicina di soppiatto a un uccellino. La gamba posteriore si piega leggermente durante la camminata nella contemplazione, i piedi toccano la terra completamente, come se vi si avvitassero, avviene il radicamento. Nel corpo non c’è neppure un movimento brusco. Se c’è una tale fluidità, anche i venti si muovono fluidamente, sulla mente non viene esercitata una forte influenza destabilizzante. Allora la shambhavi-mudra si trasferisce nei processi della vita.
«Medita sul vero cammino dello yoga che ti ho mostrato. In breve tempo, in questo modo, raggiungerai il samadhi e la più alta consapevolezza».
Detto questo, il Signore posò la sua mano destra, che effonde il nettare della beatitudine, sul capo di Kartavirya Arjuna. Con un’esclamazione, Kartavirya abbracciò i piedi del Signore e, con il Suo permesso, entrò nella grotta e iniziò a eseguire gli esercizi che gli erano stati insegnati.
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