Quando un discepolo intraprende il cammino spirituale e prende i voti, assume vari impegni che intende osservare fino al conseguimento dell’illuminazione. È importante ricordare periodicamente quali impegni assume lo yogin, quali qualità deve coltivare in sé.
Per i laici ho composto un testo speciale, raccogliendovi vari requisiti canonici della pratica spirituale. Ma questi impegni differiscono poco dai requisiti per i monaci. La differenza sta solo nel fatto che alcuni requisiti relativi alle pratiche di ritiro e alla pratica quotidiana sono attenuati.
Dunque, dal momento in cui pronuncia il voto di Rifugio e le parole del giuramento, lo yogin deve osservare i principali principi yogici.
Gruppo yama
- vegetarianesimo, non violenza, non arrecare danno (ahimsa);
- rinuncia ad alcol, droghe, sigarette;
- cessazione dei contatti sessuali, rinuncia alla perdita dell’energia sessuale (brahmacharya);
- sincerità, veridicità (satya);
- non avere attaccamenti materiali alle cose (asteya, aparigraha);
- osservanza delle leggi della società.

Aumentando il prestigio del sangha, ci adoperiamo affinché il sangha prosperi, ma sul piano personale non devono esserci attaccamenti materiali: tale è il principio del monachesimo. Quando vestiamo splendidamente i monaci o adorniamo “Divya Loka”, questa è un’offerta proprio al dharma, affinché il dharma sia rispettato. Quando il guru assume un aspetto importante e rispettabile, lo fa perché le persone comprendano che il dharma porta forza, che deve essere rispettato, e che coloro che lo praticano sono persone con grandi meriti.
Quando non predicavo, ma ero io stesso uno yogin praticante, avevo un’impostazione esattamente opposta, cioè non ricevevo alcuna offerta. Una volta, quando mi preparavo a tenere lezioni di yoga, uno degli allievi rimase inorridito da come mi ero vestito e mi diede qualcosa del suo guardaroba. Ovunque praticassi, c’erano sempre soltanto tende, il ritratto del guru, un registratore con cassette, libri e un tappetino per la meditazione.
Quando viviamo in un monastero, dove lo stile di vita non è solo quello del ritiro, siamo tenuti in ogni modo a prenderci cura della sua prosperità, a saturarlo di shakti materiale, ma senza attaccarci ad essa.
Le qualità fondamentali del discepolo
Inoltre il discepolo deve coltivare in sé determinate qualità: fiducia, apertura, comprensione, diligenza, attenzione, disponibilità a collaborare: questa, si può dire, è l’alfabeto del discepolato. Manifestare diligenza significa impegnarsi in tutto, per quanto possibile, comprendendo che dobbiamo trasformare noi stessi e che nessun altro lo farà al posto nostro.
Il gruppo sestuplo delle qualità – shatsampat
Dama – autocontrollo
La prima qualità è dama: autocontrollo, controllo dei sensi e delle emozioni. Nella comunità monastica vivono persone che controllano le proprie emozioni, che padroneggiano se stesse. Coloro che non sanno padroneggiarsi generalmente qui non arrivano, e se anche vi arrivano non riescono a praticare qui, perciò non restano a lungo.
Il controllo dei sensi e delle emozioni, idealmente, significa che lo yogin deve dimorare in una contemplazione imperturbabile, restando attento; anche se il cielo cominciasse a cadere sulla terra, nulla dovrebbe scuoterlo. Non è affatto semplice: questo si raggiunge con lunghi anni di addestramento; tuttavia, se imparate a contemplare, non c’è altra via se non padroneggiare tale autocontrollo.

Uparati – rinuncia all’attività mondana
La qualità successiva è uparati: rinuncia all’attività mondana. Cioè qualsiasi attività deve contribuire all’evoluzione, allo sviluppo spirituale; perciò rinunciamo agli scopi non spirituali, smettiamo di vedere un senso in azioni al di fuori del dharma, al di fuori del servizio alle forze dell’illuminazione, al di fuori della pratica spirituale.
Se una persona non è ancora matura per questo, significa che non si è ancora incamminata sul sentiero spirituale. Se coltiva qualche obiettivo oltre alla pratica spirituale, sta semplicemente sprecando il suo tempo. Tutti i nostri obiettivi devono essere, in un modo o nell’altro, legati al principio del servizio, dell’illuminazione o dell’aiuto agli altri.

Shraddha – fede negli insegnamenti del maestro
La qualità successiva è śraddhā: fede nelle istruzioni del maestro, fiducia nell’insegnamento e nei metodi di addestramento. La fede (fiducia) significa che percepite il dharma, il sentiero, come qualcosa di molto profondo. Se una persona non ha fiducia, non percepisce in modo molto profondo, non assorbe ciò che le dice l’insegnante, ciò di cui legge nei testi.
Quando qualcosa viene detto durante le lezioni, ciò non avviene per il desiderio dell’insegnante di sfogarsi o di esprimere se stesso; perciò la voce del guru non è tonante, non ci sono nemmeno arcobaleni nel cielo, tutto viene detto con un tono normale, e un simile discepolo, privo di fiducia, percepisce tutto ciò che viene detto come qualcosa di del tutto ordinario. Ma in realtà ogni parola dell’insegnante dovrebbe penetrare profondamente nell’anima, diventare un motivo propulsore per la trasformazione. Quando c’è fede, basta una sola parola perché il discepolo possa trasformare se stesso, cambiare o sviluppare in sé una qualche qualità.

Titikṣā: forza d’animo e fermezza
La qualità successiva è titikṣā: forza d’animo, fermezza, determinazione, volontà di vittoria e di raggiungere l’obiettivo. Solo uno yogin con la mentalità del vincitore può essere un vīra-yogin. Solo uno yogin dotato di grande fermezza e determinazione è capace di andare verso la liberazione. Se invece tale mentalità non c’è, allora bisogna svilupparla.
Negli stadi superiori, naturalmente, rinunciamo del tutto alla lotta, a ogni genere di mentalità, dimorando felicemente nel non-agire. Cioè ci affidiamo completamente all’esistenza, senza attaccarci affatto ad alcun obiettivo, perché comprendiamo che perfino la stessa vittoria spirituale è un certo trucco dell’ego, che vuole vincere. Ma, per raggiungere un tale livello, dobbiamo già possedere una certa mentalità vīra. Cioè la mentalità vīra è la capacità di porsi obiettivi e di conseguirli, la capacità di manifestare volontà, perseveranza, forza d’animo.
Per esempio, un laico arrivò a “Divya Loka” per fare un ritiro di una settimana. Poi gli sembrò che le condizioni fossero ristrette, che ci fosse molta agitazione prima del ritiro, come di solito accade quando arrivano i laici. Il giorno dopo se ne andò rapidamente, presumibilmente per alcune questioni molto importanti e molto urgenti. E che senso aveva tutto questo? È un esempio dell’assenza di qualità come fede, forza d’animo e fermezza.
In passato gli insegnanti trasmettevano l’insegnamento vivendo sui monti o in villaggi di montagna, e i discepoli superavano grandi difficoltà per ascoltare le loro lezioni, per ricevere la trasmissione. Si arrampicavano sulle montagne, montavano tende, sopportavano molte difficoltà diverse per praticare accanto all’insegnante.

Samādhāna: capacità di concentrazione
La qualità successiva è samādhāna: la capacità di concentrazione. Nelle pratiche di base eseguite sempre la concentrazione su un punto, su Om o sulla fiamma di una candela. Senza concentrazione nello yoga non c’è nulla da fare. Concentrazione significa che siete capaci di mantenere la mente su un qualche oggetto.
Se avete una forte concentrazione, questo si manifesta anche nel servizio. Quando a una persona che ha una forte concentrazione viene affidato un servizio, non si distrae, agisce sempre in modo unidirezionale. Presa una decisione, agisce con altissima velocità. Con la forza della coscienza, si può dire, incurva lo spazio, e allora tutto intorno è orientato alla realizzazione di ciò che ha concepito. La sua intenzione si materializza, il saṅkalpa si manifesta.

Se invece una persona non ha concentrazione, comincia a fare qualcosa, poi racconta una barzelletta a un compagno, poi pensa che gli manchino alcuni materiali e quindi bisogna aspettare, e poi inventa qualcos’altro con cui distrarsi. Di conseguenza, una coscienza così dispersa non gli permette di ottenere nulla: sembrava avesse intenzione di fare qualcosa, ma sono passate sei ore e quasi nulla è stato fatto. Cioè non riesce a raccogliersi, ci sono troppe distrazioni.
Quando arriva il ritiro, accade la stessa cosa: fa kumbhaka, poi si soffia il naso per 15 minuti, poi la sua mente si rivolge al libro, legge un paio di pagine, poi sogna a occhi aperti, poi si ricorda che bisogna pur fare kumbhaka, ma intanto il monaco anziano suona già la campana, cioè la sessione è già finita, bisogna meditare. E poiché nella sua testa accade la stessa cosa, anche le due ore di meditazione trascorrono più o meno allo stesso modo. Poi il prasada, dopo il prasada bisogna riprendersi un po’, poi bisogna riflettere un po’, ricordare qualcosa, e la sera in generale si ha voglia di dormire, quindi non si è più affatto nella condizione di praticare. E questo viene chiamato pratica del ritiro. E poi, con il senso del dovere compiuto, dopo aver trascorso così sette giorni, esce dal ritiro.
Ma il vero yoga è in realtà tutt’altra cosa. Potete avere esperienze autentiche davvero solo quando possedete una concentrazione colossale, quando la vostra mente è molto tenace, quando, afferrato qualcosa di unico, non lo lasciate andare, lo mantenete fino alla fine, applicando il massimo della volontà. E una tale capacità di concentrazione senza distrazioni dona il risveglio della kundalini, irruzioni nella dhyana, la vera presenza nella contemplazione. Essa è la base di tutto.
Per esempio, grazie alla capacità di concentrazione, se un giorno l’avete sviluppata e la mantenete, potete ottenere moltissimo in breve tempo, la vostra mente è molto raccolta, non perdete neppure un secondo. Potete svolgere il servizio per un’ora e mezza, ma per importanza esso sarà pari a dieci ore di servizio.
Per esempio, ho osservato come dei laici costruivano il “Canneto cantante” in un mese. Parlavano poco, lavoravano dalla mattina alla sera, facevano pause solo per mangiare. In loro non c’era tamas, c’era risveglio. Nessuno di loro litigò con un altro, tutti erano in armonia con se stessi, nessuno entrò in uno stato “diabolico”, né ebbe qualche problema. Cioè, nella loro attività mondana avevano raggiunto un’alta concentrazione. Questo è un esempio del fatto che perfino dai laici si può imparare qualcosa.
La concentrazione è proprio una coscienza così potente, volitiva, quando tutto si incarna. E in essa non c’è rajas. Le vostre azioni possono essere fluide, senza rajas, e tuttavia fate tutto rapidamente. Per esempio, Vasudeva non ha mai rajas, ma quando gli affidi qualcosa da fare, torni dopo un po’ di tempo e tutto è già pronto. Com’è possibile? Questo è il risultato di un’alta concentrazione. Semplicemente non si distrae, perciò anche in breve tempo nasce da lui qualcosa di serio, e per di più di altissima qualità.
Shama – calma
La qualità successiva è shama – calma. Calma significa che dovete imparare a superare ogni tipo di irritazione, avversione, ira – tutto ciò che può far uscire la vostra mente dal giusto stato. Senza questa qualità un monaco non è un monaco, perché un monaco è colui che padroneggia sempre la propria mente. Naturalmente, questo è possibile solo se siete sempre attenti e se la vostra attenzione è penetrata molto in profondità.
Chi possiede la calma non ha mai conflitti con gli altri, né chiarimenti di rapporti, né emozioni tempestose. È come se fosse presente su un altro piano dell’essere. Chi non possiede la calma non può ancora seguire la pratica spirituale; perciò viene spesso ricordato che è necessario rammentare il vinaya, seguire l’etichetta monastica. Si può dire che l’etichetta monastica sia la manifestazione della calma nel comportamento, delle verità monastiche e delle qualità monastiche.

Le qualità secondo Shankara
Abbiamo elencato le qualità relative a shatsampat (la sestuplice qualità). Ora consideriamo le qualità elencate da Shankara.
Discriminazione (viveka)
La discriminazione (viveka) è la capacità di distinguere gli obiettivi, le idee, i pensieri e le parole evolutivi da quelli che offuscano e da quelli ordinari. Cioè sapete distinguere ciò che favorisce il risveglio da ciò che non lo favorisce.

Distacco (vairagya)
Il distacco, l’imperturbabilità (vairagya) è, si può dire, la calma elevata al cubo. È calma e distacco che potete mantenere anche sotto carichi, problemi o situazioni seri.
Grazie a che cosa mantenete l’impassibilità? Se vi irrigidite e pensate: «Sono impassibile», allora non è affatto questo, almeno nello yoga laya sicuramente non è questo. Sostenete l’impassibilità grazie alla capacità di contemplare, grazie al fatto che trovate il vostro centro interiore, il nucleo profondo, lo spazio del cuore dell’«Io», e vi affidate a esso. Invece di spaventarvi, confondervi o andare nel panico, cercate questo rifugio interiore e vi abbandonate completamente a esso. Il vostro compito non consiste nel generare qualche valutazione rispetto a ciò che accade, ma proprio nel dimorare nella natura stessa dell’«Io». Questo sarà vairagya.

La mente di una persona che non possiede vairagya spesso si confonde o si offende quando le viene detto qualcosa che non le piaceva. Son Chol Sunim diceva: «Tutti coloro che vi maledicono sono i vostri migliori amici. Infatti vi liberano dall’attaccamento all’“io”; perché dunque non siete loro grati?» Ma per abitudine possiamo sperimentare diversi stati negativi quando qualcosa non ci piace molto.
Mumukshutva – aspirazione alla liberazione
La successiva qualità importante di cui parlava Shankara è mumukshutva: un ardente anelito alla crescita spirituale, alla liberazione e all’illuminazione. Mumukshutva deve accompagnare sempre lo yogin, dalla mattina alla sera, per anni. Solo allora egli può contare su qualcosa.
Per esempio, una volta dicevo a una monaca che ad alcuni discepoli laici poco diligenti, per spingerli alla pratica, si potrebbe dire così: «Non pensate nemmeno alla liberazione! Con il vostro approccio non vi riuscirà nulla! Non sognatelo nemmeno! Quelli come voi non sono adatti a questo. Non avete le qualità necessarie, quindi accumulate meriti». Cioè mumukshutva significa che dobbiamo avere una grande aspirazione alla pratica spirituale. Non è così che ci alziamo al mattino e pensiamo: «Ecco, oggi non ho proprio voglia di fare nulla. E fuori fa anche così freddo». Mumukshutva è quando, nonostante tutto, continuiamo semplicemente il nostro lavoro spirituale giorno dopo giorno.

Dunque, abbiamo elencato le qualità della categoria yama, shatsampat e quelle sulle quali Shankara richiamava l’attenzione.
Il gruppo niyama
Ora consideriamo la categoria delle qualità niyama.
Shaucha – mantenimento della purezza
La prima qualità è shaucha: mantenere la purezza corporea e spirituale. La purezza corporea è comprensibile. La purezza spirituale riguarda la purezza dei canali energetici. Uno yogin che rispetta se stesso non permetterà di avere canali contaminati, di avere prana disarmonici, quando persino per il fatto di stargli accanto tutti i chakra fino ad anahata si ostruiscono. Egli comprende bene il proprio stato energetico, sa valutarlo e purificare tempestivamente i prana. La purezza spirituale include anche la purezza dei pensieri, la purezza delle relazioni, una vita su vibrazioni elevate.

È proprio nel monachesimo che una persona è capace di acquisire tale purezza spirituale. Dovete sempre prendervi cura che il vostro pensiero sia puro, e se non è molto puro, prendere misure serie per purificarlo. Anche se ogni giorno genera qualcosa di impuro, non bisogna essere pigri, ma purificarlo ogni giorno. Cioè agire secondo il principio: se il vaso è caduto sette volte, sette volte devi rialzarlo e sette volte purificarlo.
Per la purificazione applichiamo l’apertura dei pensieri e il pentimento, le prosternazioni, pratipaksha-bhavana. Non deve accadere che per mesi si generino in voi pensieri impuri, mentre pensate: «Ormai non si può comunque fare nulla con questo; forse un giorno risolverò tutto con l’auto-liberazione».
Non dovete venire a patti con una mente che vuole pensare in modo impuro, proiettare la propria impurità o costruire qualche relazione impura. Una mente simile va purificata costantemente. Naturalmente, il miglior modo di purificazione è l’auto-liberazione. Se vi trovate nello stato corretto, nell’orgoglio divino, nella presenza, allora la visione pura sorge da sé. Ma se questo non c’è, è necessario applicare alcuni metodi esterni: fare prosternazioni, samskara-shuddhi, pentimento. E farlo tante volte quante sono necessarie, anche dieci volte al giorno, perché da questo dipende in quale mondo rinasceremo.
C’è una storia, credo, su Maudgalyayana (uno dei due principali discepoli del Buddha). Una volta egli venne a predicare in una comunità dove un tempo era vissuto un praticante di livello piuttosto elevato, che aveva già lasciato il proprio corpo. Maudgalyayana entrò in samadhi e vide che quest’uomo era rinato in uno dei mondi inferiori; quando i membri di quella comunità, altri sannyasin e sadhu, gli rendevano onori e facevano offerte, egli soffriva. Maudgalyayana lo incontrò nel bardo e parlò con lui. Quello yogin gli disse: «Ho seguito una pratica sbagliata, ho ingannato me stesso, avevo molta impurità e di conseguenza sono finito in questo stato. E sebbene gli altri membri della nostra comunità mi considerassero un praticante elevato, ora mi trovo in una brutta condizione. Per favore, di’ loro di non compiere questi rituali, perché quando li compiono è come se carboni ardenti mi cadessero sulla testa».
Maudgalyayana cercò di spiegare ai membri di quella comunità quale fosse la situazione. Ma essi si arrabbiarono moltissimo con lui e alla fine lo uccisero. Si dice che Maudgalyayana, pur possedendo poteri magici molto forti, non riuscì a usarli. In quel momento agirono alcuni karma più elevati, i suoi poteri mistici per qualche motivo vennero meno, perciò fu picchiato e poi morì.
La purezza spirituale è la protezione del monaco. Purezza spirituale significa evitare pensieri impuri, desideri impuri, giudizi impuri, visualizzazioni impure, informazioni impure, relazioni impure, praticare la visione pura. Non è semplice.
Per esempio, un monaco fa qualcosa che non vi piace, e nella vostra anima gli state già mostrando il pugno chiuso o facendo il gesto del dito alla tempia. Non lo fate esteriormente, perché rispettate le regole dell’etichetta, ma il vostro diavoletto interiore combina cose del genere. Succede di tutto, perché la mente non è così facile da controllare; tuttavia non dovete identificarvi con questo diavoletto. Dovete dirgli: «Se vuoi, fallo pure. Ma io sono separato da te, io non ti seguo». Allora questo demone interiore, questo diavoletto interiore, cessa di avere qualche potere su di voi. Fa questo e quello, tuttavia voi siete separati da lui, conservate la vostra purezza. Se invece voi e questo diavoletto siete una cosa sola, allora la situazione non è buona, e dovete lavorare molto seriamente sui vostri pensieri. Purezza significa che assumete inequivocabilmente la posizione della visione pura, rifiutate di generare qualcosa di impuro nei confronti dei monaci, dei laici, di voi stessi, nei confronti di qualsiasi cosa in linea di principio.
Santosha – appagamento
La qualità successiva è santosha – appagamento, la capacità di accettare il mondo e le altre persone così come sono, di accontentarsi di ciò che c’è. L’appagamento è una qualità molto profonda, che deve derivare dalla comprensione, dalla presenza, cioè si svilupperà veramente quando avrete già fatto della contemplazione la parte principale della vostra vita. È la capacità di non proiettare il futuro, di non correre in avanti, di non aggrapparsi, di non aspirare a qualche risultato al di fuori della contemplazione stessa, ma di dimorare sempre nel presente, di essere soddisfatti del proprio stato qui e ora, in questo momento.
Un monaco occidentale visitò un monastero thailandese. Lì c’erano per lo più monaci provenienti da villaggi thailandesi e vietnamiti. Una sera stavano conversando, poi videro una piccola stella nel cielo. Il monaco occidentale disse:
– Oh, è un satellite che sta volando.
Gli altri monaci chiesero:
– E che cos’è?
Il monaco occidentale capì che, per istruzione, era più avanti dei monaci thailandesi e chiese con un po’ di superbia:
– Non sapete che cos’è un satellite? La Terra è rotonda, e intorno a essa volano satelliti. In generale, poi, esiste la NASA e un intero programma di esplorazione della Luna e di Marte.
Un vecchio monaco ascoltò con grande interesse, poi disse:
– Forse sai moltissimo, ma dimmi: questo ti aiuta nella tua pratica?
Appagamento significa che anche se sapete poco, ciò che sapete è la cosa più preziosa, la più importante, e vi sostituisce tutto. Anche se non possedete molto, possedete qualcosa di più prezioso: la presenza, che vi sostituisce tutto. Apprezzate moltissimo questa sola cosa, e ne siete soddisfatti. Invece di disperdervi in aspirazioni inutili, vi radicate sempre di più in questo appagamento, ed esso cresce in voi di giorno in giorno, finché non diventa un’estasi luminosa. L’insoddisfazione nasce principalmente dal fatto che questa perla, questa cosa più importante, quest’unica cosa, in qualche modo viene dimenticata.

Tapas – autodisciplina
La qualità successiva è tapas – autodisciplina, la capacità di praticare l’ascesi, il desiderio consapevole di eseguire intensamente la pratica allo scopo di bruciare tutti i desideri e gli oscuramenti.
- Autodisciplina del corpo (kaika) – è l’astinenza sessuale, la non violenza, il servizio senza motivazioni egoistiche, l’esecuzione delle tecniche dello yoga
- Autodisciplina della parola (vachika) – è un parlare armonioso, la glorificazione del dharma, la pronuncia di parole sincere, il rifiuto della critica degli altri, dei pettegolezzi, della maldicenza e così via
- Autodisciplina della mente (manasika) – è il mantenimento dell’equilibrio, della calma, della contemplazione

Tutto questo si riferisce al tapas. Tapas si traduce letteralmente come ardore, combustione, bruciatura. Quando durante il mahashanti vi si intorpidiscono le gambe e vi fa male la schiena, ma vi concentrate senza cadere nella dispersione e nell’eccitazione, questo è tapas. Quando mantenete il kumbhaka 3, 3,5, 4, 4,5, questo è tapas. Quando svolgete il servizio e alcuni desideri interiori vi distraggono, ma vi concentrate cercando di portare beneficio agli altri; quando avete molta voglia di dormire, ma fate comunque shambhavi-mudra o chandali-yoga, anche queste sono varietà di tapas. Cioè tapas è quando in qualcosa superate voi stessi.
Svadhyaya – autoeducazione
Il principio successivo è svadhyaya – autoeducazione, autoapprendimento, cioè lo studio regolare dei testi sacri della tradizione, degli insegnamenti, dei metodi, della filosofia. In particolare, da noi i monaci scrivono trattati scientifici religiosi e filosofici. Anche questo è un’incarnazione del principio di svadhyaya. Cioè bisogna conoscere i testi della tradizione a cui si appartiene. Bisogna possedere una certa chiarezza elementare riguardo a ciò che si pratica.

Tali sono le qualità richieste agli allievi.
Consacrazione del cibo. Sette varianti dell’offerta del cibo
Ora vorrei dire ancora brevemente qualcosa sulla contemplazione, l’offerta, la consacrazione del cibo.
Quando assumete il cibo insieme, in genere fate la prima variante di purificazione con il mantra Gayatri. Recitando il mantra Gayatri, vi sintonizzate sull’Assoluto e sull’energia solare, poi offrite mentalmente il cibo all’Assoluto, immaginando come esso si riempia di luce e passi nella visione pura, diventando nettare. Il mantra stesso è l’instaurazione di un legame con l’Assoluto; anche l’offerta del cibo è l’instaurazione di un legame con l’Assoluto. Che cos’è, in generale, un’offerta? In realtà il senso dell’offerta consiste nel fatto che essa è un’unione, un’integrazione. L’Assoluto, in questo caso, è la mente spalancata nella nostra esperienza soggettiva. Il cibo è l’oggetto. E quando offriamo, ricongiungiamo la nostra mente contemplativa con l’oggetto, cioè con il cibo, e immaginiamo come il cibo si riempia di luce e passi nella dimensione pura, trasformandosi in nettare. Poi, grazie alla contemplazione, generiamo l’orgoglio divino e facciamo l’offerta del nettare alla divinità nella propria forma, cioè assumiamo il cibo nello stato di orgoglio divino.
Se fate correttamente la consacrazione del cibo, le sue caratteristiche, le qualità energetico-informazionali cambiano, e possono persino essere rilevate dagli strumenti. Tale cibo diventa curativo, favorevole, da esso si innalza il prana, gli ostacoli vengono eliminati, sorge una qualche beatitudine o persino piacere. Per esempio, un laico dice così: «Quando nel monastero si assume il cibo, l’energia si innalza sempre, sorge la gioia. Lo mangi e non ti sazi». Perché accade questo? Questo cibo possiede un potenziale energetico più alto, perché viene preparato in un luogo puro (nel «Divya loka») e viene consacrato.

Il metodo principale è questo, ma esistono molti altri modi di offrire il cibo. Potete praticare una qualsiasi delle sette varianti, soprattutto se assumete il cibo da soli o in viaggio.
Seconda variante – offrite il cibo con il mantra Om. Cioè semplicemente cantate Om e unite il cibo alla vibrazione del mantra, che entra nel cibo. Poi immaginate come il prasad passi nella visione pura, trasformandosi in nettare, e che voi nutriate la divinità, cioè voi stessi, con il nettare. Allora questo non è più semplicemente un processo di consumo del cibo, ma un’offerta rituale; perciò, invece di accumulare tracce karmiche, praticate e accumulate meriti.
La terza variante è la pratica di purificazione con il Guru-yoga, che eseguite come di consueto. Quando cantate il primo Om, visualizzate davanti a voi l’Om nei raggi della luce arcobaleno, l’albero del Rifugio, la parampara, la linea di trasmissione, così come è raffigurato nell’immagine. Cioè davanti a voi vi sono tutti i rishi, i santi, il bindu, il bindu a cinque colori, le otto stirpi degli dèi, Dattatreya, Shankara, Jalandharinath, Charpatinath, Tirumular, Mahamurti Baba ecc. Tutta la linea di trasmissione sta davanti a voi come viva; è vibrante, sottile, composta di raggi di luce. Dovete avere una tale visualizzazione in ogni Guru-yoga, quando cantate il primo Om. E quando cantate il primo Om durante l’offerta del prasada, offrite mentalmente questo prasada e dite: «Vi prego, accettate questa mia umile offerta». Quando cantate il secondo Om, dall’albero del Rifugio, dalla parampara, si irradia la luce e consacra il vostro cibo, saturandolo di energia. Infine, quando cantate Om per la terza volta, la luce dissolve completamente il vostro corpo e il cibo, e rimane solo lo spazio di luce. Poi ripetete di nuovo i punti precedenti: sentendovi una divinità nello stato di orgoglio divino, fate l’offerta del nettare alla divinità, immaginando come il cibo, trasformandosi in nettare, sia passato nella visione pura.
La quarta variante consiste nel pronunciare il detto tratto dalla «Mahanirvana Tantra»: «Io dedico questo a Brahman» e offrire il cibo a Brahman. Mentalmente o fisicamente eseguite la prardhana-mudra. Se siete in treno, non occorre fare la prardhana-mudra davanti agli occhi di altre persone, poiché ciò può suscitare incomprensione e persino critiche. Per esempio, se un qualche tantrika pratica nel mondo, non esegue tecniche complesse di offerta del cibo quando va in una mensa o in un ristorante, perché questo provocherebbe stupore nei laici, che diventerebbero molto nervosi. Allo stesso modo anche voi dovete fare l’offerta del cibo in modo impercettibile, poiché questo è legato ai vostri samaya tantrici. In questa variante dite semplicemente mentalmente: «Io dedico questo a Brahman». Sentendo come la forza benedicente discende sul cibo, immaginate che esso passi in una dimensione pura e, generando l’orgoglio divino, fate l’offerta del nettare a voi stessi come divinità. Cioè in ogni metodo l’intero rituale termina con il fatto che offrite mentalmente il nettare alla divinità. La divinità siete voi stessi, il cibo è nettare, l’offerta è il processo del mangiare, l’assunzione del prasada (cibo) è un’azione rituale.
La quinta variante è la pratica del Brahma-mantra. È una pratica più ampia, quando dovete saturare più intensamente il cibo, renderlo più efficace. Eseguite completamente il Brahma-mantra, sentendo come la forza benedicente, discendente, di Brahman scende sul cibo. Cioè questa è una pratica completa di offerta del cibo con l’esecuzione del rituale del Brahma-mantra.
La sesta variante consiste semplicemente nel dimorare nella presenza e generare l’orgoglio divino. Senza visualizzare nulla, senza pronunciare nulla, offrite il cibo, e con la sola forza della presenza trasformate il cibo in visione pura, in nettare, e poi lo offrite a voi stessi nell’aspetto della divinità.
La settima variante è ancora più vicina all’anuttara-tantra. È adatta solo a coloro che si trovano in una contemplazione molto profonda, che hanno già realizzato l’unico «sapore» e la visione pura. Non offrite nulla, non visualizzate, non pronunciate. Vi riconoscete costantemente come divinità, e riconoscete istantaneamente il cibo come nettare. Dimorando nell’inseparabilità del cibo, di colui che assume e del processo di assunzione, restando nella non-dualità, approfondite l’orgoglio divino e la visione pura, meditando sull’unità non concettuale di colui che gusta e di ciò che viene gustato, senza fare distinzioni. L’assunzione del cibo è percepita come un rituale sacro, come un gioco, interamente situato nella visione pura.

La sesta e la settima variante sono adatte a coloro che si sono radicati in una presenza non-duale molto profonda, che fin dall’inizio si trovano già nella visione pura.
Se ogni giorno assumete il prasada in questo modo, senza distrarvi e facendone una pratica completa, riceverete la benedizione dal cibo assunto, la vostra mente si purificherà e la contemplazione aumenterà. Avrete sogni propizi, per esempio la visione del nettare nei sogni ecc. Il cibo che assumete vi donerà buon umore e un alto livello di energia. Dopo di esso non ci sarà mai tamas.


