Commento al testo «Moksha Dharma», capitolo 199
L’evoluzione spirituale comprende diversi livelli: persone, sadhu, jnani, siddha, dèi.
Nel «Moksha Dharma», capitolo 199, viene descritta una conversazione tra Kala (il tempo), Mrityu (la morte), Yama (il dio della giustizia e della rinascita), Ikshvaku (figlio del Sole) e un brahmano. Un certo brahmano — recitatore dei Veda, saldo nel dharma, che aveva accumulato molti meriti, figlio di Pipala, discendente di Kushka — raggiunse la jnana, avendo studiato con grande zelo le sei parti delle scritture. Esperto nella conoscenza, si trovava costantemente in uno stato di devozione al dharma.
Avendo domato i propri sensi, questo brahmano compiva l’ascesi della recitazione del mantra: recitava inni vedici e mantra. In uno stato di profonda concentrazione passarono così mille anni. Dopo che, concentrato, ebbe recitato mantra per mille anni, davanti ai suoi occhi apparve la dea Savitri e disse: «Sono pienamente soddisfatta del tuo tapas». Ma il brahmano, continuando a sussurrare il mantra, non rispose nulla. La dea per qualche tempo gli rimase benevola e approvò la sua recitazione dei mantra. Terminata la recitazione dei mantra, il brahmano balzò in piedi, si prostrò con il capo ai suoi piedi e disse: «Quale felicità, o dea, che tu sia benevola e mi sia apparsa di persona. Se sei soddisfatta della recitazione dei miei mantra, possa gioire il tuo cuore».
Savitri disse: «Che cosa desideri, rishi. Quale desiderio devo esaudire per te, racconta, migliore tra i recitatori di mantra. Tutto sarà tuo». A queste parole della dea il brahmano, conoscitore del dharma, rispose: «Il mio desiderio è il sussurrare, o stato meditativo. Che esso cresca sempre di più. Che l’introversione del samadhi della mia mente aumenti ogni giorno sempre più». Allora la dea disse: «Così sia».
Poi disse: «Tu non andrai negli abissi tenebrosi in cui vanno altri brahmani (intendeva i mondi non manifesti o i mondi degli dèi della passione, considerandoli sfavorevoli). Tu andrai nello stato incondizionato e impeccabile del Brahman. Ciò che mi hai chiesto si realizzerà. Controllando i sensi, continua la recitazione dei mantra, e il dharma si avvicinerà a te, il Tempo, il dio della Morte e Yama verranno da te, e tra loro e te avrà luogo una conversazione».
Detto questo, la dea tornò nel proprio stato, mentre il rishi rimase seduto ancora per cento anni divini, dedicandosi alla recitazione del mantra, controllando i sensi e avendo vinto l’ira.

L’apparizione degli dèi e il dialogo con il brahmano
Quando egli si esercitava così nell’autodisciplina, a lui, due volte nato, apparve di persona il dio Dharma e disse:
«Brahmano, guardami. Io sono il dharma, sono giunto per vederti. Ascolta da me quale frutto hai raggiunto con il sussurro del mantra. O due volte nato, hai superato i mondi celesti e terreni — tutti quelli che esistono. Santo, avendo superato tutte le dimore esteriori degli dèi, andrai oltre. Perciò puoi separarti dalla vita, muni, e dirigerti verso i mondi che desideri. Abbandona te stesso e il corpo, allora raggiungerai i mondi».
Il brahmano disse:
«Che cosa me ne faccio di quei mondi. Va’ tu stesso dove vuoi. Io invece non uscirò dal corpo, che porta molte sofferenze e gioie, o Signore».
Allora Yama e il dharma gli dissero:
«Comunque, anche controvoglia, dovrai lasciare il corpo, toro tra gli asceti. O rishi, impeccabile, alzati e va’ nel cielo che desideri».
Il brahmano disse:
«Non mi piace vivere nei cieli senza corpo, o Signore. Va’, dharma, non ho voglia di salire al cielo dopo aver abbandonato me stesso».
Allora Yama gli disse:
«Perché rivolgere il pensiero al corpo e attaccarti ad esso. Abbandonalo e sii felice. Dirigiti verso i mondi eterni e imperituri. Giunto là, non proverai nostalgia».
Il brahmano disse:
«Che cosa me ne faccio dei mondi eterni. Mi piace la recitazione dei mantra, o beato, il dimorare nel samadhi. O andrò nel mio corpo, oppure non andrò affatto, o potente».
Allora Yama disse:
«Poiché non vuoi abbandonare tu stesso il corpo, guarda, o due volte nato, ecco che vengono da te il Tempo, la Morte e Yama».
E allora i tre signori — Yama, il Tempo e la Morte — si avvicinarono a quel brahmano di grande merito. Yama disse:
«Hai ottenuto il frutto di questa ascesi compiuta e di una vita virtuosa. Mi rivolgo a te, sono io — Yama. Hai meritato il frutto del tuo sussurro».
Il Tempo disse:
«Poiché è stato raggiunto l’eccellente frutto della recitazione dei mantra, per te è tempo di ascendere al cielo. Io sono il Tempo, apparso a te».
E la Morte disse:
«Sappi, virtuoso brahmano, io sono la bella Morte, Mrityu, venuta da te, o cantore, insieme al Tempo, Kala, per condurti via da qui ora, come si conviene».
Il brahmano disse:
«Benvenuti il Tempo, la Morte e il dharma».
A tutti e tre i giunti egli offrì il cibo sacrificale d’onore e l’acqua per il lavaggio dei piedi, quindi chiese con il più grande rispetto: «Con le mie forze, che cosa devo compiere per voi?».

L’incontro con il re Ikshvaku
In quello stesso momento, tornando dal pellegrinaggio presso le sacre sorgenti, il re, il sovrano Ikshvaku, giunse là dove si trovava l’assemblea. Il grande re li onorò tutti con prostrazioni a terra e si comportò con rispetto. Il brahmano, vedendo il re, offrì anche a lui un seggio elevato, acqua per il lavaggio dei piedi e cibo sacrificale. Poi si informò della sua salute e chiese:
«Benvenuto anche a te, maharaja. Dimmi, che cosa desideri? Che cosa devo fare per te con le mie forze? Che il sovrano me lo annunci».
Il re disse:
«Sappi, io sono un raja, e tu sei un brahmano. Poiché sei saldo nelle buone azioni, ti darò qualche ricchezza. Dimmi ciò che desideri: ciò che vuoi, te lo darò».
Il brahmano gli rispose:
«O re, i brahmani sono di due tipi. Vi sono quelli rivolti all’accettazione dei doni, e quelli che non lo sono. Io sono contrario all’accettazione dei doni; perciò dona la ricchezza desiderata a quei brahmani che sono inclini ad accettare doni, mentre io non accetto doni. Dimmi che cosa posso darti. Che cosa desideri? Dimmi, o re, in virtù del mio tapas in che cosa posso esserti utile».
Allora il re si offese e disse:
«Io sono uno kshatriya, e la parola “dona” non l’ho mai conosciuta. Io esigo, o migliore dei brahmani. Noi ripetiamo una sola cosa: “battaglia”; questa è la legge degli kshatriya».
Allora il brahmano disse:
«Bene, tu sei soddisfatto del tuo dovere, e io del mio. Non c’è differenza tra noi, perciò agisci come vuoi».
Il re disse:
«Ma tu hai detto: “Ti darò ciò che è in mio potere”, così hai offerto. Perciò esigo che tu mi dia, brahmano, il frutto della recitazione dei tuoi mantra».
Il brahmano disse:
«Lo kshatriya esige: “Che la guerra mi porti sempre bottino”. Ma con te io non ho alcuna guerra; come dunque esigi?»
Cioè egli disse al re: «Lo kshatriya esige quando combatte con qualcuno. Ma noi due forse combattiamo, perché tu esiga qualcosa?».
Il re disse:
«L’arma dei brahmani è chiamata parola, l’arma dello kshatriya sono le braccia. E ora tra te e me si è accesa una calda battaglia verbale, perciò esigo come in battaglia».

Trasferimento dei meriti e disputa sui frutti
Il brahmano disse:
«Ebbene, d’accordo. Poiché ho promesso, che cosa devo dunque darti? Indra tra i re, dimmi: se posso, te lo darò».
Il re disse:
«Per cento anni hai compiuto il tapas della recitazione dei mantra, perciò io esigo il frutto della recitazione dei mantra da te raggiunto, visto che intendi darmi qualcosa».
Il brahmano disse:
«Ricevi l’eccellente frutto da me raggiunto con il sussurro. Senza esitazione, proprio ora accetta metà di questo frutto, oppure prendi l’intero frutto. Ricevilo secondo il tuo desiderio. Anche se vuoi l’intero frutto della recitazione dei mantra per cento anni, puoi ricevere tutto il merito che ne deriva».
Il re disse:
«Bene, siamo d’accordo. Tutto ciò che hai sussurrato per cento anni lo prenderò per me. Me ne vado, sii felice. Ma dimmi, qual è il frutto della recitazione dei tuoi mantra?»
Il brahmano disse:
«Il frutto raggiunto non lo conosco; tutto ciò che ho sussurrato l’ho donato. Ne sono testimoni il dharma, il Tempo, la Morte e Yama».
Allora il re disse:
«Che cosa me ne viene da questo frutto, se esso è sconosciuto? Se tu non dici quale sia il frutto del merito del tuo sussurrare i mantra, allora è un frutto dubbio. Non desidero riceverlo».
Il brahmano disse:
«Non accetto ulteriori discorsi; il frutto di quel sussurrare te l’ho consegnato. E l’accordo che vi fu tra te, o re, e me, per noi è più prezioso di tutto il resto. Ho recitato i mantra senza uno scopo definito: come posso conoscere il frutto del sussurrare? Tu hai detto: “Dammelo”, io ho risposto: “Te lo darò”; perciò non violerò la mia parola, e anche tu sii saldo nell’osservanza della verità. Se non lo prendi, come adempirai la parola data e il dovere di re? Io ho dato il mio consenso senza esitazione; tu, senza esitazione, accetta il frutto del sussurrare. Infatti tu stesso sei venuto da me e hai richiesto il frutto del sussurrare; io te l’ho consegnato. Accettalo dunque, se vuoi adempiere la legge della verità. Ma per chi si affida a parole menzognere, né questo mondo né l’altro saranno un bene, e non salverà neppure i propri antenati. Né i frutti dei sacrifici, né quelli dei doni, né i voti salvano coloro che mentono».
Poi il brahmano diede questi insegnamenti:
«La verità è l’unico, eterno Brahman. La verità è l’unico, eterno tapas. La verità è l’unico ed eterno sacrificio, l’unica, eterna rivelazione. La verità muove gli dèi. La verità sono i Veda e tutti i testi sacri. Poiché ora sono posti sulla bilancia la rettitudine, il dharma e la verità, è importante che tu mantenga la tua promessa. Se non accetti il mio dono, agirai in modo scorretto. Se non accetti il frutto del mio sussurrare, infrangerai i tuoi precetti e poi vagherai infelice attraverso i mondi. Chi non dà dopo aver promesso in precedenza, e chi, dopo aver richiesto, non vuole prendere — entrambi sono ingiusti. Così non si deve agire».
Allora il re disse:
«Proteggere e combattere — questo è il dovere degli kshatriya e il mio. Gli kshatriya sono considerati uomini d’azione; perché dunque mi costringi a prendere?»
Il brahmano disse:
«Ma io non ho mendicato da te, non ho visitato la tua dimora, o re. Sei tu stesso, venendo qui, ad aver richiesto un dono. Perché dunque ora non lo accetti?»

L’intervento degli dèi e la risoluzione della disputa
Allora il dio Dharma disse:
«Affinché non litighiate, sono giunto qui. Perciò al due volte nato appartengono i meriti del donare, mentre il frutto della recitazione del brahmano appartiene al re».
Anche la divinità Cielo, giunta in quel momento, disse:
«Sappi, o Indra tra i re: io — il magnifico Cielo — sono apparso qui perché non vi sia discordia tra voi. I frutti sono uguali per entrambi; perciò dividete a metà il merito della recitazione del mantra».
Il re disse:
«Non ho nulla a che fare con il Cielo; da dove è venuto, là ritorni, o Cielo. E se il rishi desidera venire da te, prenda pure il frutto ottenuto da me».
Ma il brahmano disse:
«Se prima, nell’infanzia, per ignoranza tendevo la mano chiedendo l’elemosina, ora non c’è più avidità in me. Da tempo ho distrutto l’avidità; perché dunque la risvegli in me, affinché io condivida con te o affinché chieda qualcosa per me stesso? Non sono più attaccato a nulla, ho cessato di accettare doni. Mi applico con zelo al tapas, studio le scritture».
Allora il re disse:
«Se hai consegnato il tuo altissimo frutto del sussurrare il mantra, allora siano comuni tutti i frutti dell’uno e dell’altro. Ai brahmani si addice l’accettazione dei doni. Agli kshatriya, nati nella stirpe regale, si addice il dare. Perciò anche il frutto deve essere comune. Accetta da me questo frutto, avvaliti del mio adempimento del dovere, se mi sei benevolo».
Così discussero ancora per qualche tempo. Alla fine il re si rammaricò di aver preso una tale decisione. Il brahmano disse:
«Prendi, se qui vi è qualcosa di tuo, i meriti della recitazione compiuta del mantra e del sussurrare la samhita».
Il re disse:
«Mi basta ciò che è già caduto nelle mie mani. Che questo sia comune, se acconsenti ad accettarlo».
Alla fine si accordarono e giunsero a un’intesa; onorarono il dharma, Yama, il dio del Tempo, la Morte, la divinità del Cielo e quei brahmani che erano giunti lì in precedenza ed erano stati testimoni di questa scena.
Poi il brahmano disse al re:
«Possedendo questo frutto, va’ felicemente, raja-rishi. Io invece, congedato dal sovrano, continuerò ancora il sussurro dei mantra. Un tempo mi fu concesso un dono dalla dea Savitri, ed ella disse: “Che la fede nel sussurro sia eterna”. Perciò mi dedicherò alla recitazione del mantra, per compiere la sua benedizione».
Il re disse:
«Poiché sei rimasto senza il frutto raggiunto, ma nella recitazione del mantra è rimasta la fede, allora condividi con me il frutto della recitazione del mantra».
Allora il brahmano disse:
«In presenza di tutti abbiamo compiuto grandi sforzi. Possedendo un frutto uguale, ciascuno di noi vada per la propria strada».

L’apparizione degli dèi e il conseguimento della liberazione
Saputo che avevano diviso il merito della recitazione dei mantra e che ciascuno era andato per la propria strada, il Signore dei trentatré dèi (Indra) arrivò insieme agli dèi, custodi del mondo. Udita questa storia, la contesa e il grande merito del brahmano, apparvero i santi, i Vishva con enormi trombe, gli spiriti del vento (Marut), gli spiriti dei fiumi, dei monti, del mare, delle diverse sorgenti sacre, gli asceti, i conoscitori dello yoga, i Veda, Sarasvati, Narada con Parvata, con i Marut, i Vishva, con i Gandharva e i Vasu, il gandharva Chitrasena, circondato da una folla, i naga (serpenti), i muni perfetti. Il dio degli dèi Prajapati apparve — il dio inconcepibile dalle mille teste — e Vishnu. Nei cieli risuonarono tamburi e timpani. Fiori meravigliosi cominciarono a cadere su quei due da ogni parte. Qua e là danzavano le apsara, giunte insieme agli dèi, con il seguito.
Allora la dea del Cielo disse al brahmano:
«Hai raggiunto la perfezione e sei degno di un grande destino, o rishi».
Ed essi, congiuntamente ma per vie diverse, raggiunsero il distacco dall’ego. Sedutisi nella postura per la meditazione, arrestarono prana, apana, udana, samana, vyana e li immersero nel loto a due petali — nella manas-chakra. Stabilito il prana all’interno, sotto le sopracciglia, all’altezza della radice del naso, mediante lo spostamento delle sopracciglia, cioè con la shambhavi-mudra, entrambi portarono alla quiete il proprio manas. Senza muoversi, fissando lo sguardo nello spazio tra le sopracciglia, entrambi si immersero nel samadhi. Superato se stessi, diressero nella testa l’autocoscienza. E allora, fendendo il palato, dal brahmano emanò una grandissima luce, e il brahmano si trasferì al terzo cielo. Da ogni parte risuonò il sacro grido: «Ha-ha». E la luce del brahmano, come un inno di lode, penetrò persino in Brahma.
Brahma incontrò il brahmano con parole di saluto: «Benvenuto».
L’anima del brahmano in quel momento si trasformò in una luce, lunga quanto un pollice. In quel momento Brahma pronunciò queste parole:
«Uguale è il frutto del lettore del mantra e dello yogin, su questo non vi è dubbio. È evidente con chiarezza quale sia il frutto dello yoga per coloro che vi si dedicano. Per coloro invece che recitano il mantra è stabilita una speciale ascesa, perciò dimora in me».
Così dicendo, Brahma lo istruì più e più volte, e poi il brahmano, privo di dolore, penetrò nella bocca di Brahma. Allo stesso modo anche il re penetrò e si unì a Brahman.
Allora gli dèi, inchinandosi, dissero:
«Dal destino è stata predisposta per i lettori del mantra una speciale ascesa, e per il lettore del mantra ci siamo adoperati per apparire qui. Guardate: il brahmano e il re, avendo compiuto un’adorazione uguale, ricevono uguali i frutti della loro sadhana».
Allora Brahma disse:
«Coloro che leggono i testi sacri e tramite essi ricevono rivelazioni, e coloro che praticano lo yoga compiendo pratiche ascetiche, dopo la fine del corpo raggiungono gli stessi mondi nei quali mi trovo Io. Allo stesso modo anche gli yogin raggiungono gli stessi mondi nei quali mi trovo Io. Perciò aspirate, ciascuno nei propri ambiti, alla perfezione».
Detto questo, il dio scomparve. Dopo che Brahma fu scomparso, anche gli dèi si dispersero verso le proprie dimore. Allora, onorato il dharma, anche tutti i santi saggi li seguirono con il cuore molto lieto.

L’insegnamento sul fondamento, il cammino e il frutto
Nel corso di questi capitoli Yudhishthira interroga Bhishma sui frutti dello jnana-yoga, dello studio dei Veda e del tapas, cioè su quali frutti raggiungano questi o quegli yogin.
Come sapete, nell’insegnamento esistono la base, il sentiero e il frutto. Come ogni evento ha un inizio, un intreccio, un culmine e una conclusione, così anche il dharma ha un inizio, un intreccio, un culmine e una conclusione. Il frutto della pratica del dharma è lo scopo finale, ciò che intendiamo raggiungere. E il frutto dell’insegnamento è la liberazione.
Spesso diciamo che nell’insegnamento del laya-yoga vi è un approccio particolare al frutto, che nell’insegnamento la base, il sentiero e il frutto sono una sola e medesima cosa:
- La base è lo stato naturale non duale
- Il sentiero è il dimorare nello stato naturale non duale
- Il frutto è l’approfondimento e un’immersione ancora maggiore nello stato naturale non duale

In altre parole, fin dall’inizio cerchiamo di assumere lo stato del frutto; perciò l’anuttara-tantra, a cui appartiene anche il laya-yoga, è un insegnamento del frutto. È un insegnamento straordinariamente elevato, e forse solo dopo molti anni di chiarificazione si può comprendere che cosa significhi assumere la posizione del frutto. Assumere la posizione del frutto significa cercare subito di entrare nello stato di autoperfezione originaria, e poi radicarsi continuamente in esso.
Il frutto dell’insegnamento è la liberazione da tutto ciò che ci lega nel samsara e la piena libertà. Libertà di che cosa? Libertà della coscienza, libertà della volontà. La libertà della volontà significa che i limiti imposti alla nostra volontà nel mondo del samsara possono essere superati quando questa libertà fiorisce.
Per esempio, ci addormentiamo e nel sogno non possiamo controllare la coscienza; la nostra coscienza è intermittente. La libertà della volontà significa invece che la nostra coscienza non si interrompe, che la nostra volontà è fiorita, e ora, grazie a essa, la nostra consapevolezza non sopporta più limitazioni. Cioè il fiorire della libertà della volontà significa che ci muoviamo dallo stato di essere umano limitato allo stato di essere divino.
Segni dell’essere divino
Di solito diciamo che vi sono tali segni dell’essere divino, del siddha o del deva:
- la realizzazione dei tre corpi divini: il corpo di saggezza (jnana-deha), il corpo dello spazio (pranava-deha) e il corpo perfetto di manifestazione (siddha-deha);
- il conseguimento dello stato di divinità immortale, la cui coscienza non si interrompe;
- l’uscita dal karma e il passaggio alla lila, cioè l’uscita dalla storia collettiva e il passaggio alla storia personale;
- l’uscita dal mondo duale, dove esistono relazioni soggetto-oggetto, e il passaggio al mandala, a un mondo personale, a un universo personale creato dalla propria mente;
- il non essere legati a un solo corpo, ma la possibilità di avere molti corpi (rupa-siddhi);
- l’uscita dai nessi di causa ed effetto, dalla legge del karma, e la capacità di governare personalmente cause ed effetti, di formarli e modellarli;
- l’uscita dai limiti dello spazio e la capacità di creare qualunque spazio con la forza della coscienza;
- l’uscita dai limiti del passato, del presente e del futuro, e la capacità di dimorare nell’unico “sapore” oltre il passato, il presente e il futuro.

Padronanza delle forze universali
Lo stato naturale come frutto non significa che realizziamo soltanto un certo statuto di coscienza non duale. Significa anche che, man mano che questo stato cresce, cominciamo a padroneggiare diverse forze universali, e precisamente:
- jnana-shakti (forza della saggezza);
- svatantriya-shakti (forza della libertà divina);
- iccha-shakti (forza della volontà divina);
- aishvarya-shakti (forza del potere divino);
- kriya-shakti (forza dell’azione divina).
Tutto ciò avviene grazie alla penetrazione nello spazio della mente naturale. Quando tale penetrazione acquista forza, comincia ad attirare queste forze così come il miele attira le api, come un bravo musicista attira gli amanti della musica, come una calamita attira la limatura.
Nel testo si dice che al brahmano, recitatore di mantra, apparvero gli dèi, offrendogli vari doni. Il suo spirito, in seguito all’ascesi, si purificò e divenne forte, perciò gli dèi sentirono una risonanza con la sua coscienza. Allo stesso modo, quando la nostra coscienza si purifica, cominciano a entrare in risonanza con essa sottili esseri divini: le nostre divinità interiori, contenute nei nostri sottili canali spirituali. Finché sono inaccessibili, è come se non esistessero per noi; ma se la coscienza si purifica, questi sottili esseri divini possono entrare in risonanza con noi, aprendo diversi livelli di conoscenza e di libertà.

Riflessioni sul frutto dell’insegnamento
Quando pratichiamo, è importante anche riflettere sul frutto dell’insegnamento: «Come vedo me stesso nel futuro. Che cosa cerco di raggiungere come risultato della pratica dello yoga. Se si tratta della liberazione, che cosa significa. Se si tratta dell’illuminazione, quali sono i suoi segni e i suoi frutti. In quale stato mentale dovrei dimorare affinché questo futuro possa realizzarsi».
Dopo aver chiarito per sé questo stato, occorre esprimere l’intenzione (sankalpa) e desiderarne la realizzazione. Se, come risultato della pratica, giorno dopo giorno vi avvicinate a questo futuro, cercando in realtà di essere in quel punto in cui non c’è né passato né futuro, allora assumete la posizione corretta. Ogni giorno di pratica è un piccolo passo verso la realizzazione di questo futuro.
Lo yogin analizza costantemente la propria sadhana, verificando quanto si stia avvicinando a questo futuro. Se la nostra pratica è corretta, allora ogni passo ci avvicina a un tale futuro, che è il frutto dell’insegnamento.
Attivazione del karma nel processo della pratica
Accade che, nel processo della pratica, l’energia del sattva si intensifichi, e allora tutti i karma che si trovavano nei corpi sottili dello yogin si attivano; perciò egli comincia a sperimentare diverse difficoltà. Ma in realtà questo è normale. In primo luogo, senza una simile prova non avrebbe nemmeno temprato la propria contemplazione. In secondo luogo, si è semplicemente attivato il sattva, cioè un potente mezzo purificatore ha iniziato a lavare via quei karma che si trovano nei corpi sottili.
Si è osservato che spesso, quando uno yogin comincia a praticare con zelo, diversi desideri si intensificano, gli ostacoli si acuiscono. Se smette di praticare, tutto scompare. Se ricomincia a praticare, letteralmente dal nulla sorgono stati dolorosi e spiacevoli, soprattutto se lo yogin ha pochi meriti. Egli pensa: «Forse sto facendo qualcosa nel modo sbagliato». Comincia perfino a perdere il proprio obiettivo, trovandosi sull’orlo della seduzione e della tentazione. Ma non appena smette di praticare, subito tutto diventa meraviglioso. Pensa: «Che cos’è questo? Forse sono stato maledetto nelle vite passate. Forse qualche rishi, scontento di me, mi ha imposto una “corona del perdente nel dharma”». E comincia a tormentarsi con pensieri simili.

Ma in realtà in questo non c’è nulla di mistico. Semplicemente i suoi karma si attivano un po’ più rapidamente. Se si paragona il karma a un masso di neve che rotola, nello stato ordinario, quando una persona non pratica, questo masso rotola lentamente, per molti anni, e poi la schiaccia. Ma se una persona pratica, questi massi cominciano a rotolare più velocemente, poiché egli stesso si muove più rapidamente. E se è uno yogin saggio, comincia ad aggirare tali massi, comincia a destreggiarsi tra di essi, come sugli sci nello slalom. Cioè, se possiede una coscienza raffinata, non permette a questi massi di schiacciarlo. Agisce molto rapidamente e astutamente, scegliendo la tattica giusta, il metodo giusto, i mezzi abili. E allora, nonostante il suo karma si attivi, aggira i massi e raggiunge il proprio obiettivo.


