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Consapevolezza dell’Essenza Suprema attraverso l’analisi della mente e il superamento dell’ego

25.06.2026
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Consapevolezza dell’Essenza Suprema attraverso l’analisi della mente e il superamento dell’ego

Commento al testo «Tripura-rahasya», capitolo 9. 

Come Hemachuda realizzò la propria Essenza suprema dopo aver analizzato la propria mente ed essersi immerso all’interno.

Dopo aver sposato una donna-siddhi, Hemalekha, il re Hemachuda rimaneva nell’ignoranza riguardo alla sua illuminazione. Essendo sufficientemente illuminata e flessibile, Hemalekha, vedendo che la mente del re non era pronta per le verità superiori, per lungo tempo finse di essere una donna semplice; preparando gradualmente la sua coscienza attraverso parabole e racconti. Infine giunse un momento in cui intraprese un attacco decisivo alla coscienza del re, ed egli rimase semplicemente scioccato dalla profondità della sua visione. Si sentì come un ragazzo immaturo al suo confronto.

Uno yogin-siddha può, a seconda delle circostanze, nascondere il proprio stato, celarlo, giocare manifestandolo parzialmente.

Infine, quando ricevette le istruzioni e riconobbe la grandezza di Hemalekha, chiese: «Chi siamo? Qual è la nostra vera natura?»

Si può dire che solo da questo momento il re divenne veramente un praticante spirituale. Questa è l’unica domanda normale che il discepolo pone al guru. Quando il discepolo pone questa domanda al guru, ciò non significa che riceverà subito una risposta. Allora il guru gli risponde: «Se vuoi saperlo, acquisisci fiducia e resta semplicemente qui, segui semplicemente la sadhana prescritta, ricevi le istruzioni. Col tempo tutto comincerà a chiarirsi».

Istruzioni sulla natura dell’Essenza Suprema

«Signore, ascolta attentamente ciò che sto per dire, poiché è un argomento sottile. Indaga la natura dell’Essenza Suprema con un intelletto reso chiaro e trasparente.

Non è un oggetto che debba essere percepito o descritto».

Dunque, qui vengono date al re queste istruzioni: «Indaga la natura dell’Essenza Suprema con un intelletto che sia diventato chiaro e trasparente». Nei primi anni lo yogin deve rendere il proprio intelletto chiaro e trasparente. All’inizio il suo intelletto è confuso e ricorda un cielo coperto da nuvole plumbee. E anche quando cerca di indagare la natura dell’Essenza Suprema, di immergersi nella contemplazione, di essere in quelle alte verità di cui si parla, i prana karmici, la mente inquieta, i desideri, le vecchie concezioni lo fanno deviare ancora e ancora. Sente che ciò di cui si parla sembra essere da qualche parte vicino, ma gli sfugge continuamente «tra le dita». Sembra di averlo afferrato, ma no, di nuovo non è quello. Questo accade perché l’intelletto deve diventare chiaro grazie all’allenamento nella concentrazione, trasparente grazie alla meditazione della vacuità, all’analisi, allo jnana-yoga e all’allenamento nella contemplazione camminando.

Lo yogin chiarisce l’intelletto: le nubi dell’inquietudine si dissolvono nella luce trasparente

Quando l’intelletto diventa chiaro e trasparente, cominciamo intuitivamente ad afferrare l’essenza dei testi sacri e delle upadesha (istruzioni).

«E come potrei allora parlarti di questo? Comprenderai la Madre solo nel caso in cui comprenderai l’Essenza Suprema.

Per l’Essenza Suprema non esiste alcuna definizione, e perciò nessun maestro può insegnarla. Comprendila dunque dentro di te, poiché essa dimora nell’intelletto immacolato».

Riguardo all’Essenza Suprema non si possono dare istruzioni; si possono dare istruzioni sulla contemplazione. L’Essenza Suprema non può essere descritta con le parole, si possono solo dare accenni su ciò che essa non è. Non si può semplicemente permettere di avvicinarsi all’Essenza Suprema; si può indicare come liberarsi dall’ego che lo impedisce. Tutto il resto si trova al di fuori della sfera delle azioni e al di fuori della sfera delle istruzioni. Ad avvicinarsi all’Essenza Suprema impedisce l’ego dello yogin, quando egli si identifica fortemente con esso.

La natura dell’ego e dell’identificazione

Che cosa significa ahamkara? È l’identificazione con le valutazioni abituali, le rappresentazioni e un forte appoggio all’esperienza formata.

Per esempio, cercate di contemplare, accade qualcosa di attraente per voi, e l’esperienza formata dice che qui il vostro ego può nutrirsi, ottenere piacere. E pensate: «Avrò ancora tempo per contemplare. Vediamo un po’, che cosa c’è di interessante lì?» Questa è proprio l’esperienza formata, perché per molti anni ne avete già tratto piacere, perciò per abitudine pensate: «Be’, mi godrò ancora un pochino questo». Questa esperienza formata è simile a un’onda potente nel subconscio, che attira verso gli oggetti per ottenere da essi una qualche gioia superficiale. L’ego è composto da un conglomerato di tali esperienze, con cui l’uomo si identifica. Ma in realtà l’ego, di per sé, è vuoto; è come se non esistesse. È qualcosa che non esiste in modo integro.

C’è una metafora divertente che descrive l’ego.

Un giovane uomo di nome Vrindavan e una ragazza di nome Dvaraka decisero di sposarsi. Le famiglie si accordarono sullo svolgimento della cerimonia nuziale. I preparativi per le nozze procedono a pieno ritmo, ed ecco che compare una persona sconosciuta a tutti, di nome Dashasana. Si reca nella casa dei genitori della sposa e dice che i genitori dello sposo non osservano i rituali, non danno denaro per questo e per quello, e quindi in futuro la giovane famiglia avrà dei problemi. Allora i genitori della sposa, affinché tutto vada bene, gli danno una grossa somma di denaro per sistemare la questione. Poi egli va dai genitori dello sposo e dice che i genitori della sposa non hanno fatto questo, non hanno comprato quello per il matrimonio, e quindi servono soldi per mettere tutto a posto. Poiché loro pensano che sia un amico dei genitori della sposa, anche loro gli danno del denaro. In questo modo, egli va da una famiglia all’altra e dice di svolgere funzioni di mediazione molto importanti affinché tutto avvenga correttamente, in conformità al rituale. Quando poi tutti si riuniscono al banchetto e fanno conoscenza gli uni con gli altri, si scopre che né l’una né l’altra parte conosce quest’uomo. I genitori dello sposo pensavano che fosse una persona della cerchia degli amici della sposa; i genitori della sposa pensavano che fosse un parente della cerchia dello sposo. Inoltre, risultò che nessuno lo aveva nemmeno invitato. Nel frattempo Dashasana, portandosi via una discreta somma di denaro, scompare silenziosamente. Allo stesso modo anche l’ego, con cui ci identifichiamo, il senso della personalità, è un Dashasana inesistente di questo tipo.

Dashasana come metafora dell’ego: un mediatore autoproclamato tra due famiglie

Quando, grazie allo jnana-yoga e alla meditazione analitica, riuscite a scoprire la non sostanzialità dell’ego, in voi avviene un distacco dall’esperienza formatasi. Non identificate più tutto ciò che accade con la personalità, con voi stessi. All’improvviso vi pervade una sensazione euforica: «Ho capito — io non esisto! Non sono mai esistito. Ciò che fin dall’inizio chiamavo me stesso era irreale». Vi stabilite in un nuovo stato: «Solo l’“Io” esiste, ma l’“Io” non è l’ego, bensì lo stato assoluto di vacuità, la Fonte Suprema. Questa è l’unica cosa con cui posso identificarmi».

Qualità dell’Essenza Suprema

«Essa pervade tutto, dal Signore personificato fino all’ameba, ma è incomprensibile alla mente o ai sensi. Non essendo illuminata da alcun mezzo esterno, illumina tutto, ovunque e sempre. È al di là della visione o della discussione».

Quando si parla delle qualità dell’Essenza Suprema, nella tradizione shakta e tantrica essa viene chiamata Madre. In altre tradizioni viene chiamata Shiva. Nella tradizione dei siddha — sahajya, lo stato naturale. Nella tradizione dei vedantini di Shankara, alla quale anche noi apparteniamo, viene chiamata Brahman. In altre tradizioni è chiamata prajnana-ghana, lo spazio originario della consapevolezza, la Mente primordiale. Quando sentite tutte queste definizioni, esse non parlano di una qualche astrazione nelle profondità del cosmo, al di là del tempo e dello spazio. La radiosità onnicomprensiva, la vacuità, l’onnipervasività — tutto questo sono qualità del vostro stesso “Io”. Non appena diventate attenti, chiari nella percezione e trasparenti, iniziate istantaneamente a rivelare in voi queste qualità e a sentirle. È un semplice atto di attenzione e di riconoscimento di esse dentro di voi. È come quando vi mettete in ascolto del battito del cuore: esso comincia a farsi evidente.

La luce interiore dell’Essenza Suprema si rivela attraverso l’attenzione

«Come, dove, quando o da chi essa è stata descritta con certezza anche solo in parte? Ciò che mi chiedi, caro, equivale alla richiesta di mostrarti i tuoi occhi.

Neppure i migliori maestri possono rendere i tuoi occhi visibili a te stesso. Così come il maestro è inutile in questo caso, allo stesso modo è inutile anche nell’altro, di cui mi chiedi. Può al massimo indirizzarti verso questo, e nulla più. Ti spiegherò anche i mezzi della realizzazione. Ascolta attentamente».

Dunque, qui si dice che lo yogin deve scoprire da sé la propria natura della Mente. Persino il più grande buddha non può fare il suo lavoro al posto suo, proprio perché dal Creatore è stata data all’anima vivente la libertà di scelta: dedicarsi o no alla conoscenza di sé. Il maestro dà la tecnica, orienta, insegna, conferisce la trasmissione. Tuttavia, il lavoro di indagine della natura della Mente deve compierlo proprio il discepolo stesso, perché, se non farà questo lavoro, non otterrà la dovuta maturità.

In che modo indaghiamo la natura della Mente? Cerchiamo di analizzare la natura della nostra coscienza, lo stato «Io sono». Per prima cosa bisogna comprendere che tutte le cose del mondo devono essere ricondotte allo stato «Io sono». Questo è il primo anello nella formula in cinque parti. Se fin dall’inizio non avete compreso che tutte le cose del mondo si riducono allo stato «Io sono», significa che non avete compreso nulla. Quando invece avete compreso che tutte le cose del mondo sono riconducibili allo stato «Io sono», cercate di analizzarlo per convincervi della sua vacuità. Non qualcun altro, ma proprio voi stessi dovete convincervi della completa vacuità dello stato «Io sono».

Il superamento dei concetti e delle identificazioni

«L’Essenza Suprema non sarà trovata finché tu sarai contaminato dai concetti di io o mio (per esempio, la mia casa, il mio corpo, la mia mente, la mia ragione), poiché essa si trova al di là della percezione e non può essere realizzata come la mia essenza.

Ritirati in solitudine, analizza e comprendi che cosa siano quelle cose che conosci come tue; rinuncia a tutte esse e trascendile, cerca la vera Essenza».

Dunque, qui si dice che l’Essenza Suprema non può essere compresa da colui la cui mente è contaminata dai concetti. Quando cerchiamo di comprendere l’Essenza Suprema con l’aiuto dei concetti, è come se una vecchia cercasse di andare a caccia di falchi: non ne prenderà nemmeno uno.

I concetti sono utili quando si sostengono esami e quando si studia logicamente la filosofia. Ma quando comprendete l’Essenza Suprema, dovete recidere i concetti con la spada della coscienza discriminante ed entrare nello stato di talità. La penetrazione in questo spazio è, si può dire, il fondamento dal quale propriamente comincia l’insegnamento dello laya-yoga. Per molte scuole l’insegnamento sulla vacuità è considerato, al contrario, il culmine. Per noi l’insegnamento sulla vacuità non è considerato il culmine. Anzi, per noi tutto comincia soltanto dalla vacuità, perché l’esperienza della propria coscienza come chiarezza vuota è il punto di partenza, il fondamento per la successiva pratica della contemplazione. Essere nella presenza, esercitarsi nella presenza significa trovarsi nello stato di vacuità. Ma come si può trovarsi nello stato di vacuità se non abbiamo trasceso la mente concettuale, se i concetti continuano a trarci in inganno?

I concetti non possono catturare l’Essenza Suprema, la coscienza discriminante apre la chiarezza vuota

«Per esempio, tu mi conosci come tua moglie, e non come la tua essenza. Io sono soltanto legata a te, senza essere parte di te e tanto meno la tua propria essenza.

Analizza in questo modo ogni cosa e rinuncia a tutto ciò. Ciò che rimane, trascendendo tutto, ciò che è al di là dei concetti, delle appropriazioni o dell’abbandono: sappi che questa è l’Essenza Suprema. Questa conoscenza è la liberazione definitiva».

Quando penetriamo nella vacuità originaria, tutti i concetti che abbiamo assimilato nel mondo relativo cessano di agire, e dobbiamo separarci da essi per conoscere questa vacuità illuminante. Ciò non significa che nella dimensione relativa agiamo senza concetti o li respingiamo completamente. Nella dimensione relativa i concetti hanno la loro forza. Tuttavia, quando abbiamo conosciuto la vacuità della coscienza e, con questa nuova conoscenza, ritorniamo nella dimensione relativa, tutto appare diverso. Non ci attacchiamo più ai concetti e alle relazioni nel mondo relativo. Li usiamo, operiamo con diversi legami ed energie, e tuttavia la parte principale della nostra coscienza si trova in questa vacuità illuminante. E allora non ci inganniamo più, qualunque cosa facciamo.

Le fasi della pratica spirituale

Per esempio, all’inizio lo yogin ha sempre grandi problemi con l’azione: agisce e poi si dimentica nelle proprie azioni; con la comunicazione: perde consapevolezza durante la comunicazione oppure le relazioni esercitano su di lui una grande influenza; con gli attaccamenti: percepisce qualcosa e vi si incolla con la mente. E quando vede che cade continuamente nei lacci di tutte queste identificazioni, in lui sorge una reazione opposta: fuggire da tutto questo, stare in solitudine, in ritiro. E comincia a costruire i piani più incredibili, per esempio vivere in una grotta su una grande montagna per cinque anni. Sente di non essere in grado di non attaccarsi e di continuare a rimanere nella contemplazione. Sente di subire una sconfitta: ogni azione, comunicazione, percezione e così via lo identifica. Perché accade così? Perché la sua vacuità è molto debole, non ha ancora acquisito in essa alcuna fiducia.

Lo yogin viene catturato dalle azioni, dalla comunicazione e dagli attaccamenti, finché il sostegno nella vacuità è debole

Ma man mano che si esercita nella contemplazione, nella pratica del ritiro e acquisisce esperienza spirituale, egli si radica in questa vacuità. Inoltre, comincia a vedere che tutte le cose del mondo sono vuote, perciò esse smettono di assorbire la sua coscienza come accadeva prima. E per la maggior parte del suo tempo egli dimora in questa vacuità, mentre le forme esteriori gli appaiono piuttosto come il gioco dell’energia di questa vacuità. Per lui non sono più entità dotate di esistenza propria, autosufficienti, né qualcosa di particolarmente affascinante. Allora vede che questa vacuità lo accompagna dal mattino alla sera, qualunque cosa egli faccia. Essa è lo sfondo sul quale tutto si dispiega. Ed egli non ha più bisogno di un isolamento particolarmente intenso, né ha bisogno di distacco. Inoltre, comprende: per sviluppare questa vacuità, bisogna imparare a unirla al movimento, cioè è necessaria una dinamica che, per così dire, fecondi questa vacuità. In altre parole, quando nel ritiro egli ha sperimentato la vacuità statica e ha compreso il principio della non-esistenza di tutto, provando per questo una felicità immensa, in seguito, per approfondire questa vacuità, ha bisogno di attività, movimento, percezione. Il vero successo della contemplazione per lui è possibile proprio quando impara a unirsi al movimento. Questo è il successivo stadio nella pratica spirituale. Proprio l’unione con il movimento, l’unione con le circostanze, l’unione della contemplazione con l’azione è il culmine, la quintessenza della pratica spirituale della contemplazione.

Naturalmente, per chi non ha scoperto la vacuità, questo per ora non è del tutto attuale. Essi devono davvero compiere sforzi estremamente seri nella meditazione seduta, nelle pratiche di ritiro. Al contrario, quando la vacuità è stata scoperta, tutta la vostra arte si trasferisce proprio sull’unione con il movimento e con la percezione. È simile al caso in cui una persona abbia raggiunto la maestria nella corsa e sia già diventata campione di corsa. Allora si mette sulle spalle uno zaino, lega alle gambe piccoli sacchetti di piombo e continua ad allenarsi a correre in quello stato, sapendo che, per un ulteriore miglioramento dei risultati, ha bisogno di tali esercizi con carico.

La meditazione del re Hemachuda

«Dopo aver ricevuto dalla moglie queste istruzioni, il principe Hemachuda si alzò in fretta dal suo posto, sellò il suo cavallo e galoppò fuori dalla città.

Entrò nel giardino reale dei piaceri, situato oltre i sobborghi della città, e poi entrò in un palazzo di cristallo splendidamente decorato.

Congedò i suoi servi e ordinò alla sua guardia: «Finché mediterò, non permettete a nessuno di entrare in queste stanze, fossero anche ministri o anziani, o persino il re in persona. Dovranno attendere finché non riceverete il mio permesso.

Il principe Hemachuda si ritira nel palazzo di cristallo per meditare

Poi si diresse verso una splendida sala al nono piano, dalla quale si apriva una vista in tutte le direzioni.

La stanza era ben arredata, ed egli si sedette su un morbido cuscino. Concentrò la mente e cominciò a riflettere nel modo seguente:

«In verità, tutte queste persone sono tratte in inganno! Nessuno di loro ha ancora scorto la Suprema Essenza nemmeno con la coda dell’occhio! Eppure tutti agiscono per il bene dei propri “io”. Alcuni recitano le sacre scritture; pochi altri studiano queste sacre scritture e i commentari su di esse; alcuni sono impegnati ad accumulare ricchezze; altri governano regni; alcuni combattono contro i nemici; altri cercano una vita lussuosa. Quando sono immersi in tutte queste attività egoistiche, non si domandano mai che cosa possa essere esattamente la Suprema Essenza; e allora a che serve tutto questo trambusto? Oh! Se la Suprema Essenza non è conosciuta, tutto è vano e tutto accade come se fosse in un sogno».

Queste parole meritano di essere scritte da qualche parte e guardate ogni giorno: «Se la Suprema Essenza non è conosciuta, tutto è vano». Potete ripetervele a ogni istante, a ogni secondo. Una tale ripetizione di per sé vi ricorderà la contemplazione.

Per conoscere la Suprema Essenza non è richiesto nulla di esterno, perché la conoscenza della Suprema Essenza non dipende dall’isolamento, dalla dieta o da circostanze particolari. Dipende soltanto dall’atto della vostra attenzione volontaria. O siete attenti al processo della consapevolezza e della contemplazione e vi rivolgete alla pratica contemplativa, oppure siete disattenti e la vostra mente vaga.

Così, lottando ogni secondo per tale attenzione, vi avvicinate alla comprensione dell’Essenza Suprema, e allora la pratica del ritiro diventa davvero benefica; il servizio diventa rapidamente generatore di merito e sviluppa capacità sovrannaturali; la lettura dei testi diventa illuminante, perché cogliete l’essenza intuitiva dei testi; l’adorazione e la recitazione dei mantra cominciano a dare beneficio come se vi foste dedicati a questa pratica per tutta la vita; il lavoro con i venti e i canali diventa estremamente efficace, perfino brevi sessioni iniziano a dare un grande risultato. Prima potevate lavorare per ore e persino per giorni con il vento, ma il risultato era scarso, oppure potevate recitare un mantra per ore, ma non vi erano esperienze. Ora invece, se vi trovate in questo stato, anche una piccola pratica porta un grande successo.

Uscire oltre i limiti dell’identificazione con il corpo

«La mia casa, la ricchezza, il regno, i tesori, le donne, il bestiame: nulla di tutto ciò sono io, sono soltanto miei. È indubbio che io prenda questo corpo per l’Essenza Suprema, ma esso è semplicemente il mio strumento. Certamente io sono il figlio del re, con un bel fisico e una carnagione chiara. Anche queste persone ritengono che i loro corpi siano il loro ego».

Riflettendo in questo modo, egli meditò sul proprio corpo. Non riuscì a identificare il proprio corpo con l’Essenza Suprema e perciò cominciò a elevarsi nei suoi ragionamenti, andando oltre i limiti del corpo».

L’identificazione con il corpo è propria di ciascuno, e noi, guardando una persona, abitualmente la identifichiamo proprio con il corpo e con le sue qualità interiori. Ma quanto più alto è il livello della pratica, tanto più si affina la nostra identificazione. Per esempio, se vedete il corpo sottile di una persona, potete comprendere che, a livello sottile, questa persona può essere diversa da come si manifesta sul piano fisico. E se notate la vacuità illuminante, la natura della sua coscienza, potete comprendere che la natura della sua coscienza non corrisponde affatto a come egli si manifesta. E allora la vostra identificazione con le manifestazioni corporee cessa.

Dietro la manifestazione corporea si rivelano il corpo sottile e la natura vuota della coscienza

Forse porterò un esempio non del tutto corretto, ma nondimeno: quando guardate un medium posseduto da uno spirito, non lo percepite più come la persona di prima, ma lo guardate come da una certa distanza, sapendo che ora in lui c’è un altro spirito, che non è lui. Allo stesso modo, quando conoscete la natura della Mente fondamentale, guardate tutti gli altri come posseduti da questo spirito, solo che questo è lo Spirito Santo, e non prestate molta attenzione alla personalità che si manifesta in superficie. Anche se questa personalità in qualche modo si manifesta, pensate: «Va tutto bene. Canta, rondine, canta». È proprio così che i risvegliati guardano coloro che non sono risvegliati. I risvegliati non vedono i non risvegliati, vedono soltanto il loro risveglio.

Ramana Maharshi diceva così: «Lo jnani, vedendo le persone comuni, vede soltanto la loro jnana». Anche se le altre persone non sanno che la jnana è loro propria e assicurano di soffrire, di essere nell’errore, nondimeno lo jnani è assolutamente certo che anche a loro appartenga il risveglio originario. Egli vede questo risveglio e parla anche alle altre persone del risveglio che è loro proprio.

Il non risvegliato si distingue dal risvegliato proprio per il fatto che la sua mente concettuale è piuttosto grossolana, perciò non coglie la propria jnana. Nondimeno, la sua stessa jnana non ne soffre, non diminuisce e non scompare.

Lo jnani vede il risveglio interiore e la jnana immutabile in ogni persona

Indagine sulla natura della pura consapevolezza

«Questo corpo è mio, e non “io” stesso. È fatto di sangue e ossa, e cambia a ogni istante. Come può essere l’“io” immutabile e continuo? È simile a un bene mobile; è qualcosa di separato, distinto da me, così come il corpo di veglia è distinto dal sogno, ecc. L’“io” non può essere il corpo, così come la forza vitale non può essere l’Essenza Suprema. È indubbio che la mente (manas) e l’intelletto (buddhi) sono i miei strumenti, dunque non possono essere l’“io”. Il mio “io” è qualcosa di diverso da tutto questo, dal corpo fino all’intelletto. Io sono sempre cosciente, ma non sono consapevole di questo puro stato di consapevolezza. Non mi è chiara la causa di questa incapacità.

Gli oggetti vengono compresi attraverso i sensi, e non viceversa; la vita viene riconosciuta attraverso il contatto, e la mente mediante la ragione. Ma mediante che cosa diventa evidente la ragione? Non lo so. Ora vedo che sono sempre cosciente, e che la realizzazione di quella pura coscienza e di quella pura consapevolezza è ostacolata da altri fattori che interferiscono senza cerimonie».

Vi raccomando di leggere molte volte il capitolo 9, in particolare gli shloka 31–42. Qui viene descritto il processo di illuminazione di Hemachuda. Semplicemente seguendo la logica delle riflessioni di Hemachuda e osservando la catena dei suoi pensieri, potete anche sperimentare una sorta di introduzione diretta, un “assaggio” della sua illuminazione. Rileggendo ancora e ancora questi shloka, che descrivono come praticava lo jnana yoga e sperimentò un lampo di illuminazione, potete voi stessi scoprire una colossale esperienza di consapevolezza extracorporea.

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