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Liberazione dal potere delle preferenze e abbandono di sé alla Volontà divina

30.05.2026
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Liberazione dal potere delle preferenze e abbandono di sé alla Volontà divina

La vita di un sadhu si svolge nella pratica e nelle riflessioni su Dio, sulla verità divina, sul cammino spirituale. Tutta la vita di un sadhu ruota attorno a queste cose. È impensabile che un sadhu non pensi a Dio, all’Assoluto, in ogni istante. Se non pensa così, se non dirige la propria mente in questo modo, allora, naturalmente, non è un sadhu. In questo consiste la principale differenza tra un sadhu e le persone che non sono sadhu.

Un sadhu è una persona che vive nella ricerca della saggezza divina, della verità divina, qualunque sia il nome con cui essa venga chiamata. Un sadhu non è occupato in nient’altro, interiormente, almeno. Esteriormente può occuparsi di diverse cose, anche di cose che assomigliano alle occupazioni delle persone mondane. Finché c’è un corpo, c’è anche un certo prarabdha per questo corpo, ma interiormente un sadhu è molto diverso da una persona mondana: egli tende continuamente a dirigere la propria mente verso Dio.

I sadhu che sono riusciti in questo vivono incessantemente in Dio, dimorano incessantemente nel divino. E vivono, per così dire, come in un gioco; nulla li turba nel mondo esterno, non si aspettano nulla dal mondo materiale, ne hanno compreso pienamente la natura, non si aspettano nulla dai rapporti con le altre persone, non hanno alcuna ambizione in questo mondo. Semplicemente giocano, conducendo la Volontà divina e aiutando gli altri a realizzare la verità divina, ma interiormente si trovano in uno stato molto profondo, sacrale, sacro. Perciò la loro vita è colma di gioia, amore, armonia e compassione. Non hanno né tormenti interiori né conflitti di alcun tipo con gli altri. Gli altri possono averne con loro a causa del loro condizionamento, ma nei sadhu stessi non c’è questo aspetto.

Un sadhu vive in modo tale da sperare sempre nell’Assoluto, nel divino. Tale speranza, fiducia, sostegno si chiama ishvara-pranidhana. L’ishvara-pranidhana, insieme ad altre qualità, è una delle qualità del codice del niyama. Shaucha, santosha, tapasya, ishvara-pranidhana: sono tutti principi di yama-niyama che ogni sadhu segue.

Il labirinto delle preferenze dell’anima

Il labirinto delle preferenze dell’anima con sottili simboli di desideri nascosti

Ma spesso accade che i nostri desideri, la nostra mente, le nostre preferenze ci costringano ad amare una cosa e a odiarne un’altra; a cercare una cosa e a respingerne un’altra senza dimorare in Dio. Cercare il compimento della propria volontà e non cercare il compimento della volontà di Dio: tutto questo è il labirinto del karma, il labirinto delle preferenze dell’anima, delle sue scelte, valutazioni e giudizi.

Le vasana e i samskara sono tali preferenze interiori dell’anima, provenienti da un passato lontano. Abbiamo accumulato moltissime preferenze di questo tipo. Qualcuno preferiva essere ricco, e ciò è rimasto sotto forma di tracce, di impronte, e in questa vita le vasana lo spingono: ricchezza, ricchezza. Egli non sa nemmeno perché gli serva la ricchezza, sa che gli serve la ricchezza. Un tempo, nelle vite passate, la sua anima aveva fatto a se stessa certe promesse: sarò sempre ricca, non sarò povera.

E qualcuno cerca la felicità nei rapporti familiari: anche queste sono preferenze dell’anima, vasana e samskara. Un tempo egli generò una grande energia, diede a se stesso la determinazione a essere in una famiglia, a essere protetto, a essere amato, a essere armonioso, ad avere una famiglia: devo avere una famiglia, devo avere dei figli, devo stare bene in questo, e in questo è la mia felicità. Tutte queste sono diverse preferenze dell’anima, si basano su scelte e promesse fatte in passato.

L’anima di ogni persona è catturata da tali preferenze, e tende a realizzarle, ma tutto questo è un labirinto nel quale essa vaga, come di notte un viandante inesperto vaga tra le sabbie, in una foresta fitta. Alcune preferenze si esauriscono, in qualcosa essa rimane delusa, comincia a cercare altre preferenze, e comincia a cercare il compimento della propria volontà affinché queste preferenze si realizzino: tutto questo sono labirinti di preferenze. Sono vecchie rappresentazioni accumulate della mente, ed è proprio esse che asserviscono l’anima, esse formano il karma dell’anima.

Le preferenze che possono essere realizzate proprio adesso, proprio qui, facilmente, quando la situazione lo favorisce, sono il prarabdha-karma. Alcune preferenze ora è impossibile realizzarle, è come se dormissero profondamente, sono congelate: questo è il sanchita-karma. Ma, oltre a ciò, nascono anche nuove preferenze, cioè l’anima fa scelte, valutazioni, in qualche modo ripensa la realtà e pensa: forse queste preferenze sono superate, non sono più necessarie, si sono esaurite, ne sono rimasta delusa, — e fa nascere ancora nuove preferenze. Questo è l’agami-karma, il kriyamana-karma: essa crea nella mente certi progetti, alcune immagini desiderate del futuro, e comincia a tendere verso di essi.

Quando si uniscono all’ego e alla volontà, cominciano a spingere l’anima a cercare l’appagamento delle proprie preferenze e dei propri desideri, e fanno di questo l’occupazione principale della sua vita. Cioè, dapprima nel profondo dell’anima nasce una certa preferenza, una certa scelta: questo forma un’impronta, un samskara; il samskara diventa vasana, e poi da essi compare raga: il desiderio di soddisfare questa preferenza. E allora il desiderio accende una certa energia, una certa passione, e costringe l’anima ad agire in funzione di queste preferenze.

Allora tali azioni, tali passioni rendono schiava l’anima, la mettono come in un ciclo di nascita e morte che conduce alla sofferenza. Ma l’anima non lo comprende, ne è accecata, considera queste preferenze come se fossero se stessa a causa di una viveka debole; non riesce a riconoscere Dio, perché Dio è privo di qualsiasi preferenza, è completamente libero. L’Assoluto, Brahman, non ha alcuna vasana, alcun samskara, alcuna tendenza, ma l’anima non lo comprende, si trova nell’avidya (nell’illusione) e cerca di perpetuare queste preferenze, di renderle eterne, continuando come ad attingere da esse gioia e felicità.

Poiché l’universo è infinito, l’Assoluto è infinito, anche le illusioni possono essere infinite. Anche l’universo delle preferenze dell’anima può essere infinito, il samsara può essere infinito, maya può essere infinita. E quante sono le persone con desideri e preferenze, tante possono essere le diverse universi esistenti. Esiste un intero universo degli innamorati, dove le persone sono occupate solo da questo; esiste un intero universo composto di odio; esiste un intero universo composto di avidità verso determinati oggetti specifici; un intero universo composto di rivalità, e le anime che vi sono cadute, non sapendo come uscirne, possono vivere in questi mondi fino alla fine della creazione di questo universo.

Quando l’anima è accecata dalle proprie preferenze, in essa nasce una volontà speciale, separata da Dio, che la allontana dall’Assoluto per il bene delle sue preferenze e dei suoi desideri separati. Il desiderio di realizzare questa volontà speciale: tutto ciò viene chiamato sia ego sia karma. E questa volontà durerà finché queste preferenze non si esauriranno, oppure finché l’anima non rimarrà delusa da questa volontà.

Il servizio come via verso la liberazione

Il servizio elevato e l’abbandono di sé dissolvono i fili delle preferenze

In cosa consiste la perniciosità delle preferenze? Le preferenze sono una trappola per l’anima; donarle e sottometterle alla Volontà Divina è la salvezza, è la strada verso la libertà. Perché è importante fare seva, servizio, nishkama-karma-yoga, karma-yoga? Non solo perché dobbiamo riscaldare le nostre casette, dobbiamo mangiare qualcosa e avere un tetto sopra la testa. Prima di tutto, il servizio (seva) deve essere compiuto per purificare se stessi dalle preferenze, per sottomettere nuovamente le proprie tendenze egoistiche, le proprie preferenze, alla Volontà Divina.

Non importa ciò che fate, è importante che iniziate a sottomettere nuovamente la vostra volontà personale, le vostre preferenze egoistiche, al principio divino. Questo principio divino può essere personificato da qualunque cosa; l’importante è che comprendiate che per voi si tratta di una manifestazione del principio divino. Cioè, se servite un monaco anziano, un monaco swami, il Guru, l’altare, l’immagine della murti sull’altare, il sangha come terzo gioiello, il dharma come testi sacri, scritture e Albero del Rifugio, e ne siete chiaramente consapevoli, allora le vostre preferenze personali, la vostra volontà personale che proviene dall’ego, da queste preferenze, si sottomette gradualmente di nuovo, entra come nella giurisdizione di altre forze divine; cioè strappate la vostra anima dalla sottomissione al vostro karma, alle vostre vasana e ai vostri samskara.

È molto importante comprendere perché facciamo servizio, karma-yoga. Per strappare la propria anima dal potere delle proprie stesse preferenze, dal potere del proprio prarabdha karma, per sottometterla a qualche altro potere, perché l’anima non può essere libera di per sé, finché non si è dissolta in Dio: è sempre sotto il potere di qualcuno. Perché essere anima significa essere sempre sotto il potere di qualcuno: o sotto il potere di maya, oppure sotto il potere di Brahma il Creatore, di Dio, dei santi e di certe forze sante. Perché l’anima non è la fonte del potere; la fonte del potere è Bhagavan. L’anima è un soggetto che si sottomette al potere, si sottomette sempre a qualcosa.

Per esempio, il contadino non è la fonte del potere; la fonte del potere è il re, e il contadino, ovunque si trovi, è sempre sottomesso a qualche re, perché vive nel territorio di quel re, non è padrone di se stesso. Così è anche l’anima: l’anima può essere o sotto il potere del proprio karma, o sotto il potere di qualche forza demoniaca, di qualche spirito, dell’influsso dei mondi inferiori, oppure sotto il potere delle illusioni, oppure può essere sotto il potere delle forze divine, di Anugraha.

Il potere del karma, il potere delle illusioni, rende sempre schiava l’anima, la tiene sempre prigioniera, le impone sempre qualcosa. Continuerà a soggiogare l’anima finché non la prenderà completamente sotto il proprio controllo, finché non la priverà del tutto della sua energia e non la renderà sua schiava. Ma il potere Divino non rende mai schiavi. È un incanto così dolce: esso dà sempre una scelta, dà sempre libertà: non vuoi seguire, allora non seguire, è affar tuo, è la tua scelta, sei libero. Ma il potere delle illusioni, il potere di maya, non agisce così: cerca continuamente di imporsi. In questo si distingue l’energia del potere e della forza divina da quella demoniaca, illusoria, da maya.

Il potere divino, invece, ti dà sempre libertà, ti dice: tu sei un essere santo, divino, sei libero fin dall’origine, hai una scelta. Ed è qui che dobbiamo usare correttamente la nostra scelta, dobbiamo imparare a consegnarci sempre volontariamente al potere divino, a sottometterci a questo potere divino. Perché è proprio tale resa a rendere libera l’anima, a conferirle grandezza divina, potenza, bellezza, santità, perché questo è il potere divino, il potere di Dio. E perché, in profondità, esso è il nostro potere interiore, il nostro proprio potere, cioè quando ci arrendiamo e ci sottomettiamo a noi stessi. Chi dobbiamo ascoltare in ultima istanza? Naturalmente il nostro «Io» divino, e non alcune nostre parti separate, demoniache, illusorie, condizionate.

Ma spesso l’anima non lo comprende, perché le vasana, i samskara da essa accumulati e le preferenze create generano un certo movimento della volontà, e già questa volontà trascina l’anima in una determinata direzione. Ed essi asserviscono l’anima, la rendono una schiava obbediente del terreno e della propria volontà. E soltanto il rifiuto delle preferenze per servire la volontà divina conduce l’anima alla libertà, rendendola in futuro simile a Dio, a Brahma, il Creatore dell’universo. Su questo si fondano il karma-yoga, il bhakti-yoga e il prapatti-yoga.

La vera libertà dalle preferenze

Colui che segue le proprie preferenze, in senso spirituale, è debole e privo di volontà, è come uno schiavo, non è adatto al cammino dell’ascesi interiore, perché il cammino dell’ascesi interiore consiste proprio nel tirare fuori continuamente, nello strappare la propria anima da ogni genere di preferenze del karma accumulato, e nel risottometterla, nel trasferire la propria anima nella giurisdizione del divino, sotto il potere del divino.

Quanto più numerosi sono i desideri e le preferenze, tanto più pesante si sente l’anima. Un’anima impantanata nei desideri e nelle preferenze è simile a una bella farfalla caduta in un barile di miele e rimasta invischiata in esso a causa dell’avidità.

In che cosa consiste il paradosso delle preferenze? Le preferenze, i desideri, mostrano all’anima una prospettiva illusoria: le mostrano: ecco, questa è libertà — la libertà di soddisfare le preferenze, la libertà di avere capricci, la libertà di avere voglie, la libertà di seguire le proprie vasana e i propri samskara, questa è felicità. Ma in realtà questa non è né felicità né libertà, è semplicemente una trappola. È come una caramella in un bell’involucro dorato, ma questa caramella in realtà è dannosa per la salute; tuttavia l’anima, se non è matura, la mangia.

Spesso le persone mondane cercano la libertà per l’individuo, la libertà di soddisfare le proprie preferenze, senza comprendere che la vera libertà può essere anche di un altro genere: è la libertà di essere liberi da tutte le preferenze, liberi da se stessi. Per esempio, la democrazia liberale, la filosofia dell’individualismo in Occidente, è una filosofia dell’edonismo, della soddisfazione delle proprie preferenze senza comprenderne la natura. Essi dicono che la libertà dell’uomo consiste nel soddisfare tutti i desideri, nel vivere come si vuole, nel fare ciò che si vuole. Ma in realtà questa non è libertà, perché l’anima sprofonda sempre più in queste preferenze. La vera libertà si trova in Dio, nel divino: è la libertà di essere liberi dalle preferenze.

Perciò il sadhu cerca la liberazione da tutte le vasana, da tutti i samskara, da tutti i karma; non ha bisogno della libertà di compiere i propri karma — questa non è libertà, è la libertà dello schiavo di trascinare le proprie catene. Egli ha bisogno della libertà da tutto il karma, da tutte le catene.

Un’anima impantanata nelle preferenze è simile a una bestia caduta in una trappola: perde la libertà, la gioia e presto sarà afferrata da un cacciatore feroce e spietato — il tempo. L’anima immersa nelle preferenze è come un uccello che si dibatte, caduto in una trappola e che cerca di spiccare il volo.

Queste preferenze si manifestano come «mi piace — non mi piace», «amo — odio». Quando pensi: «io odio», ecco, significa che sei stato preso. Oppure quando dicono: «mi piace così tanto». Tutto questo è la malattia dell’anima stolta, sono tutte catene che tengono prigioniera nell’illusione l’anima stolta. In realtà bisogna comprendere: tutto ciò che è caro alla nostra anima sono le nostre mura, i nostri limiti, e tutto ciò che è odioso e non caro sono anch’essi le nostre catene, i nostri limiti. Soddisfacendo le proprie preferenze, le anime vagano nel samsara fino alla fine dell’epoca, incapaci di liberarsi dalle catene del karma.

La natura profonda delle preferenze

Le preferenze grossolane e sottili trascinano l’energia dell’anima verso il basso e ai lati

Che cosa bisogna comprendere? Queste preferenze sono energia; non sono pensieri, non sono parole, sono energia a un livello più profondo. Persino a livello delle parole possiamo dire: io sono Brahman, io sono Dio, tutto è illusione, coglieremo superficialmente le verità dell’Advaita, come fanno molti neo-advaitin. Ma ciò che diciamo non ha alcun ruolo. Le preferenze dell’anima, le correnti profonde del karma, i vasana, i samskara si trovano molto più in profondità: sono semplicemente energia. Puoi dire una cosa o un’altra, ma in realtà, se tutto questo non è penetrato in profondità — la tua meditazione, la luce della tua anima — non ha alcun ruolo. In ogni caso, le preferenze trascineranno l’anima proprio là dove sono state create.

Vasishtha, nello «Yoga Vasishtha», dice che la mente diventa ciò che ama più di tutto. Quando la nostra mente ama le caramelle, nella vita successiva crea un corpo in cui sia possibile mangiare queste caramelle. Per esempio, si può ottenere un lavoro in una fabbrica di dolciumi. Quando la mente ama una donna (come corpo, non come Atman), nella vita successiva le sarà data tale possibilità: avrà una famiglia in cui godrà delle relazioni coniugali. Quando la mente ama il potere, le sarà data la possibilità di essere un governante, per esempio il capo di un’amministrazione locale. Cioè, la mente diventa ciò che ama più di tutto. Se la mente ama le battaglie, i litigi, la rivalità, le sarà data tale possibilità: per tutta la vita riceverà un corpo in cui sarà o un soldato, o una persona costantemente in conflitto con gli altri. Tutto questo è la mente che realizza le proprie preferenze.

L’unico modo per liberarsi da queste preferenze è smettere di eseguire la volontà del proprio ego, perché l’ego possiede una forte volontà orientata alla soddisfazione di queste preferenze. Proprio a causa di questa forte volontà è avvenuta, il più delle volte, la nostra rinascita. L’ego ha già creato una volontà: è come un treno che ha preso velocità e procede ormai per inerzia.

L’unico modo per opporsi a queste preferenze, per indebolirle, è non eseguire la loro volontà, non seguirle. Dobbiamo cominciare a sottomettere nuovamente la forza della nostra coscienza, della nostra energia, alla volontà divina, cioè non alla nostra, ma alla volontà di Brahman, alla volontà dell’Assoluto, alla divina iccha-shakti. E coloro che eseguono la Volontà divina attraverso il seva, il karma-yoga, il nishkama-karma-yoga, il bhakti-yoga, il prapatti-yoga in combinazione con la pratica della consapevolezza, si liberano già in questa vita, perché bloccano tutte le proprie preferenze, non seguono tutte queste correnti, e allora la loro anima, piena di luce, grandezza, saggezza, nutritasi dell’energia delle benedizioni divine, diventa libera e comincia a giocare al di là di ogni preferenza, proprio come fanno gli dèi.

Il cammino verso la liberazione dalle preferenze

Sono proprio le preferenze della nostra anima ad averci condotti in questo mondo di illusioni e sofferenze, ed è proprio il distacco da esse ad aprire la via alla grazia divina (Anugraha) e a donare la liberazione. Perciò il sadhu si sforza di abbandonare le proprie preferenze, per diventare un vaso vuoto di Dio. Un tale vaso vuoto di Dio in sanscrito si chiama «upadhi»: è un conduttore, un conduttore puro. E allora il nettare dell’Anugraha, della Grazia divina, comincerà a riempire questo vaso, a colmarlo e a liberare l’anima.

Solo un’anima vuota, libera da preferenze e capricci, che accoglie tutto come Grazia divina, che gioisce di ogni cosa come un bambino, che non cerca nulla per sé se non Dio, la Sua volontà e la Sua grazia, è degna di dimorare davanti a Dio, è degna di essere in samadhi, in nididhyasana. Essere davanti a Dio significa trovarsi nello stato di samadhi, nello stato di profonda contemplazione, come nel sonno senza sogni.

Bisogna comprendere che non è un qualche nemico esterno, ma i nostri stessi desideri e le nostre preferenze ad averci condotti nel cupo labirinto del samsara, nell’intricato labirinto del samsara. Perché è proprio attraverso la preferenza di una cosa rispetto a un’altra che ci siamo confusi nelle illusioni e siamo finiti nella morsa del samsara.

Finché l’anima non si libererà dalle preferenze, non diventerà libera in Dio; finché non si sottometterà alla Volontà divina e non si distaccherà dalla volontà del proprio ego, dalle sue preferenze, non potrà raggiungere la liberazione. Questa è la resa di sé: prapatti. Le porte del regno di Dio non si aprono alle anime che vivono con preferenze, se odiano una cosa e ne preferiscono un’altra, perché questa stessa dualità priva l’anima della corretta conoscenza (jnana).

Perciò il cammino giusto è purificarsi dalle preferenze, come si pulisce una nave che ha navigato a lungo in mare. Su di essa si attaccano molti molluschi, e perde la sua velocità; ma quando entra in bacino, la ripuliscono dalle alghe, dai molluschi, dalle pietre, da tutto ciò che si è attaccato al suo fondo, e allora essa esce di nuovo in mare, come nuova. La nostra anima, quando è liberata dalle preferenze, diventa simile a una tale nave.

Spesso una persona, una persona mondana, soprattutto nella vecchiaia, si vede come nel suo corpo sottile vi siano decine, centinaia di migliaia di fili diversi che la legano (rnanubandhana, fili karmici) alle persone, alle esperienze vissute, alle esperienze, ai pensieri, e attraverso questi fili karmici la sua energia se ne va. Cioè, la sua coscienza è completamente attaccata a questo ed è esausta.

La pratica della liberazione dalle preferenze

Un mustang si libera della sella, e una mongolfiera si libera della zavorra delle preferenze

Ma chi segue il cammino dell’ascesi interiore, il cammino del Laya-yoga, il cammino della consapevolezza e della contemplazione, si libera dalle preferenze. Egli, come un mustang selvaggio, cerca di liberarsi della sella che gli è stata messa addosso, oppure, come un aeronauta che vuole salire più in alto, si libera dei sacchi di sabbia. Perciò il sadhu deve costantemente vigilare sulla propria anima, come su un bambino piccolo, affinché le vecchie preferenze che ha vinto non ritornino e quelle nuove non crescano.

Quando tali preferenze crescono, ciò viene chiamato anartha (qualità indesiderabili) sul cammino spirituale. Le preferenze dormono profondamente dentro l’anima, e al momento opportuno giungono inaspettatamente nella mente e risvegliano la forza vitale dei desideri del corpo. E se si ripetono ancora e ancora, acquistano una potenza irresistibile, tanto che l’anima non riesce più ad affrontarle da sola.

Le preferenze dormono, ma ciò non significa che non possano svegliarsi, e quando i pianeti corrispondenti entrano nell’oroscopo, questi pianeti inviano impulsi e le risvegliano; e l’anima, colpita dalla forza dei propri desideri e preferenze, dapprima si immobilizza, come intorpidita, e poi comincia a seguirli docilmente. Va avanti come addormentata, contro la propria volontà, come una mucca che di nascosto, di notte, viene portata via dal cortile del padrone.

E se il sadhu vede che nell’anima è rinata una qualche passione per le preferenze, oltre a Dio, allora tale sadhu, notandolo, deve indignarsi dentro di sé, deve rivolgersi alla propria anima come a un bambino. Deve dire: «Oh, anima mia, per quanto ancora tornerai alle tue catene, poiché tu cerchi Dio e non le illusioni. Oh, mio uccello anima! Fino a quando, per la tua stoltezza, ti infilerai in nuove trappole e gabbie? Il tuo destino è infatti librarti liberamente nel cielo di Dio!»

Quando avete notato questo e lo avete espresso alla vostra anima, ciò indica che cominciate a liberarvi da queste preferenze e smettete di seguirle ciecamente. Poi bisogna accingersi alla preghiera al proprio dio, ai santi maestri e all’Albero del Rifugio, e chiedere la loro benedizione affinché diano la forza di vincere tutte le proprie preferenze e di diventare liberi da esse.

La preghiera e il legame con l’Albero del Rifugio

Il cammino della presenza contemplativa, il cammino del Laya-yoga, non è in contraddizione con la preghiera. Tutti i santi e i siddha riconoscono l’importanza della forza della preghiera, del rivolgersi ai santi dell’Albero del Rifugio. Ma bisogna comprendere che cos’è la preghiera, in che cosa differisce dal mantra. La preghiera, come il mantra, è l’instaurazione di un legame con energie elevate, anime elevate ed esseri divini. E quando facciamo loro offerte, instauriamo tale legame. E dopo l’instaurazione di tale legame segue inevitabilmente una risposta, un impulso di ritorno da parte dei santi, una discesa, Anugraha, shaktipatha, e nel processo di tale risposta noi ci purifichiamo e la nostra coscienza cambia.

Per esempio, durante il Bhajan Mandala, dal punto di vista della visualizzazione, da che cosa cominciamo sempre? Eseguendo il mantra «Om», invochiamo le anime divine che ci benedicano, e poi ci dedichiamo alla visualizzazione dell’Albero del Rifugio davanti a noi con la figura centrale di Dattatreya, oppure guardiamo l’altare, vedendo direttamente la murti di Dattatreya.

Stabilito il legame attraverso la visualizzazione, facciamo offerte: fiori, incensi, fuoco, altri elementi, bhajan. Cerchiamo di essere nella presenza contemplativa contemporaneamente a questa visualizzazione, e mettiamo in risalto la figura centrale di Dattatreya. E quando abbiamo già fatto tali offerte, immaginiamo come dalla figura centrale (che aumenta di dimensioni) emanino raggi di benedizione: un raggio entra nel nostro spazio tra le sopracciglia, di colore bianco; un altro raggio, di colore rosso, entra nella nostra gola; e un raggio di colore blu entra nel centro del nostro petto.

Questi raggi personificano l’energia dell’Anugraha di Dattatreya, della sua Grazia Divina, che purifica noi, i nostri corpi, il prana e la coscienza, il corpo, la parola e la mente. Qui c’è il corpo (l’ingresso nell’ajna chakra), qui l’ingresso nel nostro prana, nella parola (la gola), e qui l’ingresso nella nostra coscienza, nella mente. E sotto l’influsso di questa onda di benedizioni proveniente da Dattatreya, ci trasformiamo nella divinità di meditazione, nella Dhyana-devata (in Dattatreya nell’aspetto di un giovane di sedici anni), e siamo già seduti trasformati davanti all’Albero del Rifugio. Questo è il risultato dei nostri giusti legami.

E dopo questo passiamo già alla meditazione dei quattro infiniti, quando noi stessi diffondiamo un’onda di energia su tutta la Terra e la trasformiamo. Queste tre fasi: la visualizzazione dell’Albero del Rifugio (la prima); la seconda fase — la trasformazione e la ricezione dei raggi delle benedizioni, e la terza fase — la diffusione di questi raggi (la meditazione dei quattro infiniti), cerchiamo sempre di eseguirle durante il Bhajan mandala. Bisogna comprendere: anche questa è una vostra forma di preghiera.

Metodi pratici di distacco dalle preferenze

Offerta dei desideri all’Albero del Rifugio: al Guru, al Dharma e al Sangha

E se potete invocare in questo modo le benedizioni dell’Albero del Rifugio, le benedizioni dei santi, dedicate loro mentalmente, consegnate tutti i desideri della vostra anima, tutte le sue preferenze, dicendo così: che non si compiano i miei desideri, ma la volontà di Dio e dei santi; che io sia vuoto come un vaso e libero dalle preferenze, come gli uccelli e le stelle sono liberi dalle preoccupazioni umane. Se pregate, se create una tale sankalpa nell’anima, prima o poi essa si compirà.

Bisogna inoltre educare costantemente se stessi per liberarsi dalle preferenze. Per esempio: dovete trovare a cosa siete attaccati, cosa vi piace, e mentalmente consegnarlo a Dio, alla volontà divina, offrirlo mentalmente alla divinità e ai santi dell’Albero del Rifugio. Per esempio, se vi piace un prasadam particolare, immaginatelo davanti all’Albero del Rifugio durante il pasto e offritelo mentalmente, dicendo: «Per favore, Signore Dattatreya, santi dell’Albero del Rifugio, per favore, Fonte Suprema, godete di questo cibo; che non sia io a goderne, ma voi».

Bisogna anche ricordare tutto ciò che odiamo di più e accettarlo mentalmente anch’esso come Volontà Divina, dicendo: «Lo accetterò in nome dell’abbandono di sé a Dio, in nome del compimento della Volontà Divina». Per esempio, se odiate qualcosa, andate e fatela. Accettatela come volontà divina. Se non vi piace spazzare il pavimento, o odiate fare qualcos’altro, accettatelo come Grazia Divina e fatelo, e vedrete quanto la vostra anima diventerà libera; vedrete che ciò che odiavate era semplicemente un muro creato dalle vostre preferenze, e voi avete rimosso questo muro. Per esempio, se non vi piace una certa persona, andate e veneratela come manifestazione del divino.

E quando agite contro le vostre preferenze, ma non per volontà egoistica, bensì servendo la Volontà Divina, iniziate a purificarvi dalle vostre vasana e samskara. Al tempo stesso è importante agire non come un asura, che agisce contro le proprie preferenze ma crea un nuovo potente ego asurico, bensì agire come un conduttore della Volontà Divina. Cioè purificate le vostre vasana e samskara attraverso l’abbandono di sé, e non attraverso la divisione di voi stessi in un’altra forte volontà asurica.

Se amate parlare, tacete; se amate tacere, distaccatevi dal silenzio; amate la foresta, lasciate la foresta; non amate la folla, andate tra la folla; se ami qualcosa, se sei attaccato a essa, distaccatene: questo è il messaggio principale, se seguite la via dell’ascesi interiore.

C’è un detto: lo zen toglie la spada al samurai e il pane all’affamato. Il samurai ama molto la sua spada, ma il Dharma dice: se vuoi conoscere la Verità Divina, rinuncia alla tua spada, che ami. L’affamato ama il pane e il cibo, il Dharma dice: rinuncia a ciò che ami, sacrificalo, perché se non impari a liberarti dalle preferenze, sarai sempre schiavo dei tuoi capricci, delle tue vasana, dei tuoi impulsi. In questo consiste l’ascesi interiore: compi l’ascesi interiore superando le tue preferenze, impara ad amare proprio ciò che non ti piace, ma per amore di Dio, e rinuncia a ciò che preferisci fortemente per amore di Dio; così ti libererai da tutte le preferenze.

Lo stato del sadhu senza preferenze

Per esempio, un sadhu esperto non ha servizi che non ama, non ha servizi che ama così tanto né servizi che odia così tanto: è ridicolo. Quando sento qualcuno dire: «oh, amo tanto questo servizio», oppure «odio questo servizio», nell’anima non posso fare a meno di sorridere, perché per un sadhu tali parole non esistono; per lui tutti i servizi sono amati. Perché egli ha eliminato se stesso del tutto; in lui agisce un’altra legge: è la legge dell’abbandono di sé e la legge dell’opportunità; lui, in quanto tale, come personalità che sceglie, egoistica, non esiste affatto nel servizio; egli è vacuità, è un conduttore puro, vuoto.

Il sadhu pensa così: chi sono io per preferire questo servizio o quello? Se è necessario, faccio questo servizio. Se è necessario, faccio quest’altro servizio; non è affatto una questione. Io ascolto in cosa consiste la volontà divina. Se alla Volontà Divina occorre che io danzi l’hopak, danzerò; se occorre spaccare legna, spaccherò legna; se occorre governare regni, governerò regni; se occorre volare nello spazio, volerò nello spazio.

Il sadhu non prende affatto in considerazione la sua piccola volontà egoistica, la sua piccola personalità egoistica, perché da tempo ha già preso la sua decisione: sia fatta non la mia volontà, ma la Tua. Egli dice: «Ecco, Dattatreya, le mie mani, le mie gambe, la mia testa, le do in affitto a Te». E un tale sadhu è libero da vasana e preferenze, non ha mai dubbi, è sempre nella gioia, perché vive nella più grande misericordia, è sempre benedetto dalla più grande Anugraha.

Egli sa: non importa che cosa fare, l’importante è essere e non uscire da questa Grazia Divina. E nella Grazia Divina si può essere in estasi sia con un piatto, sia con una scopa, sia con una penna, sia con un computer, o anche senza niente, non importa. Dallo stato della Grazia Divina questo si compie da sé: la penna scrive da sola, la scopa spazza da sola, le dita battono da sole sui tasti, tutto questo non importa, perché ormai non può più essere chiamato azione: è già la lila di Dio, il Gioco, e tu sei semplicemente il Suo canale, il Suo tramite.

E finché il sadhu vive in un tale stato di abbandono di sé senza preferenze, è sempre felice ed è sempre nel gioco, nella lila, ma non appena in lui nasce l’ego, non appena la mente comincia a funzionare: questo mi piace, questo non mi piace, questo lo voglio, quello non lo voglio; a qualcuno va meglio, a me peggio, subito il canale di questa misericordia si chiuderà, perché egli, per così dire, consegnerà la propria anima al potere di un’altra giurisdizione, al potere della propria mente e del proprio ego.

La storia dei tre demoni e la forza delle preferenze

Tre demoni diventano vulnerabili quando sorgono preferenze e paura

La storia dell’asura che creò tre demoni per combattere contro gli dèi parla proprio di questo. È una storia nota dello «Yoga Vasishtha». Quando un asura, combattendo contro gli dèi, decise di creare con il suo potere magico tre corpi illusori. E questi tre corpi illusori erano interamente una sua manifestazione, e non avevano preferenze proprie: non avevano né paura della morte, né sete di vita, né desideri mondani, non si potevano sconfiggere. Combattevano come esseri illuminati. E gli dèi furono sconfitti da queste tre emanazioni magiche di quel demone, mi pare si chiamassero Vrikastra.

E allora gli dèi andarono da Vishnu e dissero: «che fare, stiamo subendo una sconfitta?» Vishnu disse: «aspettate un poco, fate leva sulle loro preferenze, sui loro desideri, permettete loro di assaporare un po’ il lusso, le illusioni, affinché in loro nasca l’ego, affinché comincino ad avere paura della morte, affinché in loro appaia la sete della vita mondana; allora li sconfiggerete, ma ora non cercate di combattere contro di loro».

E così accadde: non appena in questi demoni cominciò a formarsi l’esperienza, cominciarono a manifestarsi le loro preferenze, desideri, capricci, essi d’un tratto compresero di essere mortali, cominciarono ad avere paura della morte, cominciarono ad avere paura delle sconfitte, comparvero ricchezze e così via, e subito si indebolirono, cioè la forza dell’Anugraha smise di benedirli. E gli dèi li attaccarono, ed essi fuggirono dal campo di battaglia in modo vergognoso, e quell’asura che li aveva creati fu molto adirato perché erano stati sconfitti.

Il compimento della volontà Divina

Allo stesso modo anche l’anima subisce una sconfitta. E noi non dobbiamo scegliere nulla se non il santo Dharma, non cercare nulla e non scegliere nulla se non Dio e la Sua volontà, e non seguire nulla se non le istruzioni dei santi e la volontà di Dio. E quando respingiamo le preferenze, purifichiamo noi stessi. Nel profondo dell’anima, contemplare significa non scegliere; e anche se viene fatta una tale scelta illusoria, di gioco, allora non bisogna aggrapparsi alla propria scelta e alla propria volontà che sceglie. Si dice così: non scegliere, ma se proprio hai scelto, almeno non aggrapparti alla tua scelta.

Dimorare sempre nella fede, dentro Dio, alla presenza di Dio, senza scelta, e imparare ad accettare tutto come misericordia di Dio. Accettare tutto come misericordia di Dio è possibile solo se vi trovate senza valutazioni e giudizi, nella presenza contemplativa, nella consapevolezza nuda; solo questo vi dà gli occhi che permettono di vedere la misericordia di Dio, di vedere l’Anugraha in tutto. Dalla mente è impossibile farlo.

E noi, come sadhu, come qualsiasi sadhu, dobbiamo cercare non come realizzare le nostre preferenze, ma come realizzare la volontà Divina. Che cosa significa realizzare la volontà Divina? La volontà Divina non si manifesta direttamente (iccha-shakti), non si manifesta in modo concreto: prendi e fai questo. Non ha una materializzazione concreta, manifestazioni concrete.

Realizzare la volontà Divina significa piuttosto essere nella costante presenza di Dio, essere un tramite dell’Anugraha, della grazia divina, essere in uno stato di unità con la Luce, nella sattva più pura, in uno stato trascendente, e condurre costantemente questo stato trascendente in questa vita. E in che modo precisamente condurre questo stato, lo comprendiamo già noi stessi, con l’aiuto delle istruzioni, con l’aiuto del Dharma, nella dimensione relativa; congiungiamo questo trascendente, questa sattva purissima, con questa dimensione relativa.

Non considerare i tuoi capricci più importanti delle altre persone, non considerare le tue preferenze più importanti della grazia divina, separati dalle preferenze con leggerezza, così come un cavallo si separa da un pesante carico che ha dovuto trasportare a lungo in salita.

Bisogna comprendere: finché il sadhu non si separerà dalle preferenze, non riuscirà né a entrare nello stato naturale; non si può nemmeno parlare di sahaja-samadhi, e neppure di un qualsiasi stato serio di attenzione: è impossibile. Perché non appena comincerà a entrare, a tentare di contemplare, le preferenze lo strapperanno via.

Spesso infatti accade: una persona cerca di meditare, cerca di stare seduta nei ritiri, ma c’è qualcosa del tipo: non posso. Allora deve andare da qualche parte, sull’Altaj, sul Kailash, a Zaporižžja, a Berdjans’k, ovunque. Perché andarci, lui stesso non lo sa. Deve andare da qualche parte, perché l’energia delle preferenze lo spinge da qualche parte: vai, lì starai meglio — questo è karma.

Ma se ci siamo separati dalle nostre preferenze e le abbiamo sottomesse a Dio, allora sentiamo di aver deposto un pesante fardello, stiamo sempre e ovunque bene, qui e ora siamo pronti a restare per tutta la vita. Io, ogni volta che arrivo da qualche parte, penso: posso stare seduto in questa stanza, su questo divano, per tutta la vita, sarò molto felice, non ho bisogno di andare da nessuna parte. A volte può essere necessario per gli altri, per il mantenimento del Dharma; questa è un’altra questione, etica religiosa, politica sociale, ma personalmente sto sempre bene nel luogo in cui sono, non ho alcuna preferenza, non mi attira nessun altro luogo rispetto a quello in cui mi trovo adesso. Ed è proprio da questo stato, in cui vi trovate qui e ora, che sarete sempre felici; da esso è possibile il sahaja-samadhi.

La vita in Dio senza preferenze

Vita contemplativa in Dio senza attrazione e repulsione

Per chi vive in Dio non ci sono altre preferenze oltre a Dio stesso e alla sua volontà, e non c’è altra paura e repulsione se non la paura di dimenticare Dio. E dunque, se rifiutiamo qualcosa con odio, disgusto, indignazione, questo è oblio e non accettazione di Dio; oppure, se tendiamo verso qualcosa con passione, con avidità, anche questo è sonno dell’anima, perdita dello scopo e del senso della vita. Perché se tieni Dio nella mente, se ti trovi in uno stato di autoabbandono, di presenza contemplativa, di devozione a Dio, allora non sono possibili né una repulsione passionale né un attaccamento.

Per amore dell’Amore divino dobbiamo respingere tutto ciò che è terreno, tutto ciò che è mondano, che ha immagine, nome, forma, ma senza disgusto e senza odio, e stabilire la nostra coscienza in quel luogo dove non c’è né terreno né mondano, né nome né forma, nulla di concreto. E quando conosciamo questo punto in cui stabilirla, quando lo conosciamo almeno a livello di comprensione, si dice che abbiamo acquisito la giusta visione. Ma la giusta visione non basta: oltre a ciò che conosciamo intuitivamente, dobbiamo dimorare costantemente lì, farne il nostro metodo. E quando abbiamo padroneggiato questo metodo, allora dimoriamo nella giusta contemplazione, nella giusta meditazione.

Il simultaneo rifiuto e accoglimento del terreno

Dimorare in Dio è piena accettazione di tutto ciò che è terreno, ma non nelle preferenze e non nelle passioni, bensì nella luce della grazia divina e nell’autoabbandono dell’anima. Che cosa significa? Dobbiamo allo stesso tempo respingere tutto ciò che è terreno e accogliere tutto ciò che è terreno. Come comprenderlo?

E respingere, l’ho già detto, significa che dovete trovare quel punto della coscienza che non è legato a nulla di terreno; accogliere tutto ciò che è terreno significa invece che, sullo sfondo della percezione di tutto ciò che è materiale, dobbiamo eliminare tutte le nostre valutazioni, tutte le nostre preferenze, e dobbiamo riconoscere il divino in tutto ciò che è terreno.

Riconoscere la divinità è possibile solo se continuiamo a essere nella contemplazione, se continuiamo a mantenere la nostra mente in questo punto, nel punto del trascendente, dove non c’è né nome né forma. E allora, quando guardiamo qualcosa, non agisce più la nostra mente con le sue valutazioni e preferenze, non agisce il nostro ego con la sua volontà, quando qualcosa gli piace e qualcosa non gli piace, ma agisce soltanto questo punto, il punto del dimorare in Dio.

Per esempio, se prima una certa persona non mi piaceva (o non piaceva a voi), pensavo: oh, che persona stupida, proprio un idiota; questo era rifiuto. Ma appena trovate questo punto e consegnate a Dio tutte le vostre preferenze, potrete cominciare a vivere in modo completamente diverso. Perché da quel punto non ci sono valutazioni: piace, non piace; non c’è male – bene; da quel punto si può vedere soltanto Dio nell’uomo, e allora dite: «Namaste! Io onoro il divino»! Non importa: piace – non piace, tutto questo non importa, io vedo soltanto il Divino. Se avete trovato in voi una tale capacità e potete vedere con questi occhi non solo l’uomo, ma anche tutti gli esseri viventi del pianeta e dell’Universo, tutte le situazioni, gli oggetti, le cose, allora siete vicini a essere un buon sadhu.

La luce dell’Amore divino e l’accettazione universale

È l’accettazione di tutto per amore dell’Amore Divino. In questa Luce dell’Amore Divino e dell’accettazione di tutto, nella luce contemplativa della presenza, tutto si dissolve: sia il cattivo sia il buono, sia il puro sia l’impuro. In questa Luce dell’onnaccettazione dell’Amore Divino tutto viene purificato e perde la sua nocività e il suo significato; è come un bastone bruciato nel fuoco: quel bastone non può più colpire nessuno.

Anche se avevate preferenze, vasana, samskara, tutto questo comincia a bruciare, perché non vi trovate più nelle preferenze, ma vi trovate nel punto di Dio, nel trascendente, nel punto dell’Assoluto.

Perciò bisogna dire a se stessi: «anima, lascia le tue preferenze e i tuoi attaccamenti, l’odio e l’avversione, tutte le preoccupazioni e le scelte per amore di Dio, per amore dell’Amore Divino, per servire Dio e la Volontà Divina, e vivi soltanto della Sua grazia, ascoltando e venerando».

Abbandono di sé
Anugraha
Auto-liberazione
Samskara
Vasana
Autotrascendenza
autoriconoscimento
Prapatti
Karma yoga
Sadhu
Yoga Vasistha
Volontà divina
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