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Dalla dualità all’unità: il cammino verso la consapevolezza non duale

21.07.2026
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Dalla dualità all’unità: il cammino verso la consapevolezza non duale

Superare la dualità

Dualità.

Sebbene lo stato originario, primordiale, della consapevolezza autoesistente e risvegliata sia libero da qualsiasi dualità, la dualità apparente nasce dall'abitudine di considerare ciò che viene percepito come qualcosa di distinto. La percezione dualistica deve essere distrutta.

Spesso, quando i monaci meditano in ritiro, dicono: «La sessione vola via come se durasse cinque minuti, e non è sonno. Ci si immerge in uno stato molto piacevole, si sta comodamente seduti, ci si dissolve quasi da qualche parte e si sente soltanto il suono della campanella». Tuttavia, io rispondo che Ramana Maharshi diceva al riguardo: «È soltanto manolaya, cioè una sorta di dissoluzione superficiale della mente».

Di che cosa abbiamo dunque bisogno? Abbiamo bisogno di manonasha: la distruzione del vincolo imposto dalla mente dualistica. Non la distruzione della mente stessa, bensì il recidere l'attaccamento a questa mente dualistica. Essa ci costringe a dividere tutto in spazio interiore e spazio esteriore, facendoci vedere gli oggetti all'esterno come qualcosa di separato da noi. Quando invece avviene manonasha, non esistiamo più né noi come soggetto né gli oggetti, non vi è né interno né esterno.

Si ritiene che sia necessario meditare per lunghi anni, e per molti persino per numerose vite, per comprendere un simile stato. Tuttavia, si dice che sul sentiero dell'illuminazione istantanea sia possibile entrare in questo stato nel tempo necessario a schioccare le dita. Quanto più riusciamo a eliminare la nostra mente discriminante, il vincolo con la nostra irripetibile individualità, il nostro ego, la nostra presunzione e il nostro orgoglio, tanto più diventeremo vuoti e trasparenti, affinché la luce della consapevolezza risplenda in noi e riveli l'unità dei due spazi nell'Uno.

Purezza primordiale

È proprio questa la ragione per cui nella meditazione ci sforziamo con tanta tenacia di conoscere l'essenza della mente. Questa è la conoscenza primordiale. Acquisiamo familiarità con la conoscenza primordiale riconoscendo la nostra essenza come purezza primordiale. La consapevolezza risvegliata non duale distrugge la percezione dualistica.

Quando ci immergiamo interiormente nella meditazione o contempliamo nella vita quotidiana, vediamo che dentro di noi vi è molta impurità. Affiorano immagini e karma diversi; da qualche parte emergono rabbia, orgoglio e desiderio sessuale, che ci sembrava di aver già represso e reciso da tempo. Nulla di tutto ciò: si manifestano di nuovo, soltanto in modi più subdoli.

Purezza primordiale della mente e natura incontaminata della consapevolezza

A un certo stadio, lo yogin giunge a pensare di non avere assolutamente alcuna possibilità di liberarsi. Può sentirsi completamente contaminato e percepire che quello splendore di cui parlano i santi sia per lui lontano quanto lo era molti anni prima. Pensa che in una sola vita si liberino persone come Ramalinga e Ramana, avatar che erano liberi fin dall'origine e sono venuti qui, nel mondo degli esseri umani, per risplendere e mostrare l'esempio. Tuttavia, in realtà non è esattamente così, perché, nonostante abbiamo molti karma e oscuramenti diversi, dentro di noi esiste una purezza primordiale che non differisce dalla purezza di tutti i santi e dei buddha. Essa ci è già intrinseca e ci appartiene di diritto.

Stato naturale e chiarezza cognitiva

La consapevolezza risvegliata non duale distrugge la percezione dualistica. Quando questa viene distrutta, la percezione illusoria si dissolve e le costruzioni mentali cessano. È a questa certezza che bisogna giungere fermamente, liberandosi da ogni dubbio al riguardo. Dobbiamo liberarci dalla mente dualistica; rimane soltanto lo stato naturale illimitato e non duale. Lo stato naturale che non si aggrappa a nulla è già presente nel momento in cui lo riconoscete: appartiene a ciascuno.

Questa purezza, che ci libererà in un istante dai klesha, dalle contaminazioni e da tutte le illusioni, è proprio quella non dualità. O, più precisamente, non la non dualità in sé, perché persino gli animali, le api e gli alberi dimorano già nella non dualità, bensì la capacità della nostra consapevolezza di comprendere questa non dualità.

La dissoluzione della percezione dualistica e la scoperta dello stato naturale

Ogni persona, addormentandosi, si immerge nella non dualità, sperimentando il sonno senza sogni. Ogni animale si immerge in questo stato. Tuttavia, non si può dire che, al risveglio, ognuno diventi completamente santo, un mahasiddha o un risvegliato. Perciò non ci interessa la semplice non dualità, che è intrinsecamente propria della realtà e di tutto ciò che è in essa; ci interessa la chiarezza conoscitiva della nostra coscienza, capace di cogliere questa non dualità, comprenderla, impregnarvisi e compenetrarsi con essa. Quando la nostra chiarezza conoscitiva la coglie e se ne impregna, tutti i nostri karma e le nostre impurità vengono eliminati alla velocità della luce. Si dice che questa propagazione sia simile a un incendio boschivo, vale a dire che in un solo istante, a una velocità enorme, vengono spazzati via i karma di centinaia e migliaia di nascite diverse.

Durante il ritiro meditate praticando la sera la sadhana della meditazione niralambha e di giorno il mahashanti. Quando la vostra mente diventa unidirezionale e afferra questa esperienza dell’illimitatezza e della grandezza della Realtà assoluta, quando si concentra sulle qualità del Brahman nella meditazione niralambha proprio come su un punto e non perde di vista tali qualità, allora, all’improvviso, questa illimitatezza e questa grandezza vi pervadono a tal punto che nel vostro cuore non rimane altro che l’assolutezza. È come se l’aveste invocata e ora camminaste con essa. Allora scoprite davvero la grandezza dello stato naturale. Ora non si tratta più semplicemente di una qualche consapevolezza indistinta, che oscilla facilmente, ma di un’autentica esperienza di estasi e felicità, tale da far rizzare i peli sulla pelle.

Quando questa grandezza è stata scoperta, quando è costante e la mente è rivolta verso di essa con grande profondità, non vi è alcun bisogno di suscitarla appositamente mediante dei metodi. Essa è già presente, perciò occorre semplicemente affidarsi alla Luce di questa grandezza primordiale, abbandonarsi completamente a essa, rimuovere se stessi, la propria volontà, le proprie preferenze, valutazioni e desideri. Occorre eliminare perfino il desiderio di liberazione, poiché proviene da un essere piccolo, microscopico, dalla mente rattrappita, ed è proprio questo essere a offuscare la Luce. Bisogna aprirsi alla Luce, e allora essa irromperà come un ampio torrente. È come un elefante accaldato che brama l’acqua e corre verso l’abbeveratoio senza badare alla strada. Tutti gli animali, gli insetti, le bisce e i serpenti fuggono, sapendo che passeranno un brutto momento se finiranno sotto le zampe dell’elefante, mentre l’elefante non si cura di nulla e corre verso l’abbeveratoio. Allo stesso modo si disperdono tutti i peccati, i karma, i klesha e gli oscuramenti dello yogi quando egli entra in questo flusso di Luce. Allora, giorno e notte, egli non è altro che questa stessa Luce divina della consapevolezza al di là della dualità.

Distacco dalla visione mondana

Purtroppo, gli esseri viventi non sanno guardare e non credono nemmeno quando vedono. Finché permane la dualità, non si può mai conseguire l’Illuminazione. Finché desideriamo due cose, liberarci di una e ottenere l’altra, la dualità permane. Quando si riconosce l’essenza della Mente, tutto deve diventare uno, e allora non vi è dualità.

Per realizzare pienamente questa Luce è necessario un distacco assolutamente completo da tutto ciò che è mondano. Ciò non implica letteralmente pratiche esteriori di rinuncia: esse sono adatte al ritiro. Quando parlo di distacco dal mondano, non intendo che bisogna tapparsi gli occhi e le orecchie con la cera o fare qualcos’altro del genere, perché, finché avete un corpo, siete costretti a vedere, udire e mangiare il prasad. Se si parla di «assolutamente tutto ciò che è mondano», allora persino il nostro corpo, le pareti del tempio e il resto sono cose mondane. Qui si intende il distacco dalla visione mondana, dai propri progetti, dalle speranze e dagli attaccamenti, dai più piccoli desideri e impulsi personali, da tutto ciò che trattiene, dal desiderio di qualsiasi cosa per se stessi. Perché questo desiderio per se stessi è il più grande spirito maligno, quello che crea gli ostacoli nella pratica. Distaccandoci dal desiderio per noi stessi, affidiamo tutta la nostra percezione a questa Luce. Allora ogni azione compiuta è priva di egoismo ed è un’offerta a questa Luce della consapevolezza.

Distacco dai desideri personali e offerta alla Luce della consapevolezza

Alcuni santi raggiunsero il risveglio in modi molto strani e paradossali. Alcuni di loro non vivevano nemmeno sulle montagne né sedevano in ritiri al buio. Uno fabbricava scarpe, ma quando gli chiedevano come avesse raggiunto la realizzazione, rispondeva: «Ho abbandonato completamente tutto ciò che era personale e non vedevo alcuna differenza tra il giorno e la notte, tra l’azione e il soggetto». Un altro fu venduto al servizio di una ricca vaishya e la servì con grande diligenza, adempiendo a tutti i suoi doveri, mentre nel frattempo praticava la sadhana della contemplazione di livello più elevato. Ciò significa che è stato cancellato persino il minimo desiderio egoistico di ottenere qualcosa, mentre la coscienza è interamente rivolta alla consapevolezza, alla contemplazione.

All’inizio abbiamo bisogno della nostra volontà e del nostro ego. Se non avessimo un certo orgoglio da praticanti e un ego, non potremmo compiere sforzi perseveranti, non avremmo nulla su cui fare affidamento. Ma quando la nostra consapevolezza si sviluppa, il nostro ego di praticanti deve cedere i propri poteri a questa consapevolezza, dalla quale tutto scaturisce. L’ego rimane in ogni caso, almeno finché viviamo nel mondo materiale; tuttavia, ora non ci appoggiamo più a esso. Diventa completamente purificato (shuddha-sattva), è simile a un gioco e perciò non ha alcuna importanza; ciò che conta è il principio del dimorare nella non-dualità.

Prendete me, per esempio. Non mi considero un maestro e non mi rallegro quando arrivano dei laici per farmi donazioni o diventare miei discepoli. Non mi rattristo quando le donazioni diminuiscono o il numero dei discepoli si riduce, quando la mia fama cresce o quando sul mio conto si diffondono vari pettegolezzi spirituali, perché non attribuisco affatto a me stesso tutte le azioni, tutto ciò che dico o faccio. Non faccio alcun progetto e ritengo di non avere alcun legame con il passato. Che io viva qui da solo, che qui sorga una città del Dharma per cinquemila persone o che io diventi qualcun altro, non ha alcuna importanza, perché nella contemplazione tutte queste cose hanno un unico «sapore», sono equivalenti: sia l’una sia l’altra sono sacre, l’una è buona e anche l’altra non è male. E, in fin dei conti, tutto questo è simile ai sogni.

I primi monaci cercarono di mostrare alle generazioni future le varie difficoltà che sorgono per i monaci principianti. Sembra che non vi sia stato un solo errore che non abbiano commesso. Avevano rapporti disarmonici, lottavano per il potere, volevano essere superiori gli uni agli altri, aspiravano a dirigere gli altri o ad aprire filiali, conquistandosi fama, onori e ricchezza; si attaccavano gli uni agli altri, formando quasi delle coppie coniugali e conducendo una vita monastica in comune: tutto questo era molto divertente. Io ridevo tra me e me osservando tutti questi giochi e pensando: «Quando finiranno di giocare?!» Provavano rabbia, gelosia e invidia gli uni verso gli altri; attraversarono molte sofferenze e delusioni diverse prima di comprendere quale fosse il modo giusto. Fu un’intera cascata di diverse manifestazioni proprie di praticanti inesperti. Perché accadeva tutto questo? Accadeva perché mancava la contemplazione, cioè quell’unico filo conduttore che priva di valore e pone sullo stesso piano tutti i klesha e tutte le storture. Dopo aver sperimentato personalmente molti errori ed esserne rimasti delusi, alla fine acquisirono una coscienza corretta e pacificata, libera, distaccata e rivolta unicamente alla Luce della Verità assoluta.

Poiché loro furono i primi, voi non avete più bisogno di ripetere tutti i loro errori. Potete semplicemente osservarli e pensare che bisogna fare come fanno loro.

L’unità dello spazio e dello stato naturale

Unità.

Il vagare nel samsara è la conseguenza del fatto che non riusciamo a preservare l’unità dello spazio e dello stato naturale. Li dividiamo invece in «qui» e «là». Immaginiamo che lo spazio si trovi là e lo stato naturale qui. Scindiamo l’unità dello spazio e dello stato naturale, cadendo nell’accettazione e nel rifiuto, nella speranza e nella paura, nell’affermazione e nella negazione.

L’avadhuta Dattatreya, nell’«Avadhuta Gita», usa spesso l’espressione «Jnana amritam samarasyа gogana pamoham», che significa: «Io sono l’essere e la conoscenza infiniti, sono simile allo spazio sconfinato». Se meditiamo correttamente nel mahashanti, lo spazio interiore ci si rivela come sconfinato. Nella «Chandogya Upanishad» è scritto: «Io sono in alto, io sono in basso, io sono davanti, io sono dietro, io sono a sinistra e a destra. Io sono tutto questo mondo». Quando sperimentiamo lo spazio sconfinato nella meditazione, dobbiamo riconoscerlo come una qualità dello stato naturale.

L’unità dello spazio interiore ed esteriore nell’illimitatezza

Spesso pensiamo che dimorare nello stato naturale sia semplicemente una sorta di consapevolezza osservante: osserviamo costantemente, siamo spontanei, rilassati, armoniosi e ci sentiamo a nostro agio. Non è così. Questo, semmai, è adatto alle pratiche di base come l’atma-vichara, la satipatthana e l’osservazione. Lo stato naturale, invece, presuppone il fattore dello spazio, nel quale questa consapevolezza non è localizzata nello spazio né nel senso dell’«io», ma è sconfinata e si estende oltre l’orizzonte.

A questo proposito Ramana Maharshi diceva: «Colui che si concentra sul senso dell’“Io” è simile a un bambino». Ciò significa che la pratica della concentrazione sul senso dell’«Io» o la pratica della consapevolezza delle azioni del corpo sono necessarie solo per mettere a nudo questa consapevolezza. Durante il ritiro le pratichiamo come pratiche di base obbligatorie, ma in seguito lo stato naturale non è localizzato, bensì è simile allo spazio. Ciò significa che la vostra consapevolezza fluisce liberamente e che tutte le stelle e i pianeti vengono inclusi in essa.

Qualcuno potrebbe pensare che occorra immaginare con tutte le proprie forze di espandersi, immaginarsi enormi e camminare in questo modo. Se lo farete sforzandovi, suderete per la tensione e non otterrete altro che un mal di testa. Un monaco lo fece per molto tempo, poi si lamentò di avere la sensazione di portare nella testa una struttura di dieci tonnellate. Si impegnava con grande zelo, ma la comprensione dello spazio non nasce dallo sforzo personale, bensì dal lasciar andare, dallo svuotamento.

Non è necessario creare l’Universo, poiché esiste già.

Se volgiamo lo sguardo verso l’alto, vediamo l’infinito. Allo stesso modo, quando semplicemente dimoriamo consapevolmente, svuotandoci, senza aggrapparci a nulla e aprendoci all’Essere, l’Essere stesso si rivela come sconfinato e si riversa in noi.

L’unità del vuoto e della conoscenza

Ci aggrappiamo ai concetti di oggetto e soggetto. Così ci ritroviamo nella dualità del samsara e del nirvana, prendendo per due ciò che è uno. Spesso si dice: «Non immaginare che lo spazio si trovi là. Attieniti allo stato naturale come se si trovasse qui, poiché lo spazio e lo stato naturale sono un’unità originaria».

Il riflesso nello specchio ha una forma e un colore, ma non ha una sostanza concreta alla quale ci si possa aggrappare. Tuttavia, sebbene sia vuoto, è comunque visibile. L’unità del vuoto e del visibile è simile a un riflesso nello specchio.

Si può chiedere: «Che cos’è la mente? Com’è la mente? Dimmelo in breve». Allora potete rispondere: «È l’unità del vuoto e della conoscenza». Questa è la risposta completa. L’essenza della mente è il vuoto, mentre la sua natura è la conoscenza. La sua capacità consiste nel fatto che queste due qualità non possono essere considerate separatamente. L’unità implica l’impossibilità della separazione; questa unità è una qualità particolare.

L’unità del vuoto e della conoscenza, simile a un riflesso nello specchio

Con il progredire della pratica, la vostra consapevolezza si manifesterà non solo come vuoto, ma anche come suono interiore e diverse visioni di luce. Allora scoprirete un intero universo di energia. Per questo, nel laya yoga attribuiamo importanza non solo al vuoto, ma anche alla shakti (energia).

Nell’Universo le energie si manifestano in molteplici modi. Principalmente si manifestano come suono e luce. Finché non siamo entrati nello stato naturale, vediamo i tattva impuri (gli elementi esteriori), mentre quelli puri ci risultano incomprensibili. Con la purificazione della nostra percezione, la contemplazione profonda ci rivela il principio della purezza degli elementi, della purezza dei tattva. Allora l’intero Universo si presenta come qualcosa di meraviglioso e psichedelico.

I tattva puri e impuri cominciano a manifestarsi simultaneamente: udiamo i suoni del comune linguaggio karmico e, al contempo, udiamo melodie divine e i suoni del nada. Vediamo che tutti gli oggetti grossolani sono oggetti ordinari e, nello stesso tempo, vediamo diversi fulgori e comprendiamo che gli oggetti esterni sono creati da differenti forme dei cinque fulgori puri. Allora comprendiamo in che modo i suoni, muovendosi attraverso i canali fino all’orecchio, generino i suoni esteriori e come si formi l’universo dei suoni esteriori. Comprendiamo come la luce, risalendo lungo i canali dal cuore agli occhi, formi i tattva esteriori.

Quando comprendiamo l’interdipendenza tra coscienza, organi di senso e oggetti esterni, improvvisamente tutta la realtà esteriore ci appare come sul palmo della mano. Comprendiamo: «Dunque l’Universo viene creato da me stesso! Dunque tutte le visioni esteriori vengono create dalla mia luce interiore, che scaturisce dal cuore!»

Questa luce proviene dai cinque elementi puri, dai cinque fulgori, e questi fulgori dimorano nel vuoto originario della non dualità. La luce penetra attraverso i canali fino alle estremità degli organi di senso (occhi, lingua, naso, orecchie, pelle), per poi fuoriuscire ed entrare in contatto con gli oggetti esterni, formando l’illusione olografica della realtà tridimensionale. Lo stesso avviene con i suoni.

Quando comprendiamo questo principio della consapevolezza, improvvisamente tutto ciò che prima era considerato esterno comincia a essere percepito come interno. Scopriamo che i suoni scaturiscono dall’interno del nostro cuore come anahata nada, vengono generati e si manifestano come suoni esterni. Essi sorgono spontaneamente dallo spazio del nostro puro «Io». Lo stesso avviene con le immagini, le visioni, nonché con il tatto, l’olfatto e il gusto.

Quando comprendiamo tutto ciò, improvvisamente si risveglia in noi questa consapevolezza: «Se tutto questo proviene da me, se sono così onnipotente che da me viene creato un intero Universo con il suo cosmo sconfinato, allora chi sono io?» A quel punto cambia la nostra identificazione con noi stessi. Cominciamo a comprendere: «A quanto pare, io sono la più grande coscienza, la più grande persona, senza eguali». E se siamo liberi dall’orgoglio, entriamo nella non dualità. Se invece non siamo liberi dall’orgoglio, percorriamo la via degli dèi samsarici, inebriandoci della nostra grandezza.

A questo livello sorge una fortissima tentazione di dire: «Io sono Dio, io sono Brahman». Il piccolo ego desidera ardentemente appuntarsi la medaglia «Aham Brahmasmi». Ne ha sentito parlare così tanto, lo ha sognato tanto e, finalmente, comincia a percepire qualcosa. Allora pensa e grida esultante: «Eccolo!» Tuttavia, non è questo.

La trappola dell’orgoglio spirituale nell’esperienza della coscienza sconfinata

L’ego deve abbandonare completamente le proprie posizioni e cedere il primato soltanto a «Brahmasmi». Allora la bollicina diventa davvero tutt’uno con l’oceano e noi sentiamo realmente: «Io sono l’infinito Essere-Coscienza-Beatitudine. Sono sconfinato come lo spazio».

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