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Dall’illusione all’unità: il cammino della non-meditazione e della contemplazione

28.06.2026
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Dall’illusione all’unità: il cammino della non-meditazione e della contemplazione

Commento al testo «Ashtavakra-gita»

Il testo «Ashtavakra-gita» contiene gli insegnamenti di Ashtavakra al re Janaka.

«Sapendo che tutto è illusione, chiunque diventa libero dal desiderio, diventa pura percezione e vive nel mondo come se nulla fosse mai esistito».

La pratica della saggezza discriminante attraverso «neti-neti»

All’inizio dobbiamo consolidarci nella percezione del mondo come illusorio. Poiché gli attaccamenti e gli aggrappamenti sono molto forti, bisogna riflettere ancora e ancora sull’illusorietà. La mahavakya vedica «neti-neti» (non questo, non questo) aiuta a coltivare la saggezza discriminante (viveka). Almeno a livello logico dobbiamo spiegare a noi stessi che questo non è Brahman, e questo non è Brahman, cioè questo non è la verità, e questo non è la verità, perciò non bisogna aggrapparvisi con la coscienza.

Per esempio, vedendo qualcosa di impressionante, potete pensare così: «Brahman è privo di qualità, non ha nome né forma, mentre questo è nome e forma; dunque non è Brahman, quindi non ha senso lasciarsene impressionare». Entrando in contatto con qualcosa che vi influenza fortemente (concetti, immagini, altre persone e così via), ripetete interiormente a voi stessi: «Neti-neti. Questo non è quello, e questo non è quello. Brahman è privo di qualità, non è limitato da nulla, è senza forma, inconcepibile, mentre questo è qualcosa di relativo che può essere compreso dalla mente, dalla logica, dagli organi di senso. Dunque che senso ha prestarvi attenzione?»

Allora la vostra mente si distoglie da questo e si dirige di nuovo verso la verità, che si trova oltre ogni percezione. Dovete dire «neti-neti» moltissime volte, per disilludervi completamente di una simile percezione del mondo, quando cercate qualcosa d’altro oltre all’Assoluto. Infine, quando sarete completamente disillusi da tale visione del mondo (non dall’energia stessa, ma dalla tendenza ad aggrapparvisi), comprenderete saldamente che non avete bisogno di nulla se non della grazia assoluta di Brahman, che nessuna gioia di questo mondo, e nemmeno le gioie dei mondi degli dèi, vi soddisferà più, vi attirerà o vi sedurrà.

È importante comprendere che non bisogna cadere nel nichilismo. Qualcuno potrebbe assumere una rigida posizione nichilistica: «Tutto questo non è quello, e dunque è mara, il diavolo». Può sorgere nell’anima il desiderio di isolarsi da tutto, creare un blocco concreto nella coscienza e nei prana e, come il diavolo davanti all’incenso, fuggire da tutte le manifestazioni di questo mondo. Ma anche questo è sbagliato. Dopo aver compreso che dobbiamo cercare la saggezza assoluta, dobbiamo necessariamente comprendere anche che non bisogna negare le forme, non bisogna negare l’esteriore; tutto questo va semplicemente auto-liberato, cioè bisogna eliminare la dipendenza e l’aggrapparsi a esso.

Non respingere il mondo, ma lasciare andare l’aggrapparsi

Il passaggio a «iti-iti» e l’integrazione con la realtà

Quando l’illusorietà di tutto è compresa, sorge un grande distacco, e allora si può passare a un’altra mahavakya, chiamata «iti-iti» (e questo, e questo). Qui dobbiamo vedere il concetto di Brahman (l’Assoluto) a un nuovo livello, cioè in tutta la molteplicità delle manifestazioni.

Quando abbiamo purificato la percezione con la mahavakya «neti-neti» e generato una chiara comprensione del fatto che non abbiamo bisogno di nome e forma, quando nulla di grossolanamente materiale ci introduce più nelle illusioni né ci afferra, quando ci siamo saldamente stabiliti nella pura coscienza, dobbiamo dire «iti-iti» e riaprire la coscienza alla realtà esterna, per imparare a unirci alle circostanze. Ma ora non è più uno sguardo mondano sulla realtà, bensì lo sguardo dello yogin, che nel centro stesso della materia scorge sempre l’unico spirito, che scopre la quiete nel movimento. Ora siamo pienamente integrati con la realtà, riconoscendo al tempo stesso sia l’illusorietà del mondo sia il fatto che tutto il mondo è Brahman.

Shankara sottolineava l’illusorietà del mondo, ma al contempo spiegava in modo assolutamente chiaro che è illusoria la nostra visione del mondo, e non direttamente il mondo stesso. Il mondo stesso è Brahman, e Brahman non è illusorio, ma reale e trascendente.

La filosofia del tantrismo parla non tanto dell’illusorietà del mondo quanto della sua divinità, sottolineando che nome e forma sono lo stesso Brahman. Tuttavia non bisogna aggrapparsi al nome e alla forma, ma occorre scorgere in tutti i nomi e in tutte le forme il gioco dell’Assoluto.

Quando comprendiamo veramente questo principio, si dice che ci siamo risvegliati alla visione. E allora non ci aggrappiamo più a nulla. Scivoliamo sulla realtà con uno sguardo impersonale, entriamo in contatto con essa, e tuttavia non avviene alcun aggrapparsi. Viviamo nella pura coscienza, trovandoci in piena armonia con il mondo esterno dei nomi e delle forme, con le diverse circostanze, e possiamo unirci a tutto.

Vedere nei nomi e nelle forme il gioco dell’Assoluto

Il principio fondamentale della contemplazione nel laya yoga (e in generale nell’anuttara tantra) è la capacità di unirsi. Che cosa significa unirsi? Significa saper contemplare durante il movimento e qualsiasi altra azione, nella percezione di diverse sensazioni, durante il processo del pensiero. In altre parole, è la capacità di essere nella contemplazione sempre e in qualsiasi situazione.

L’unità dell’Essere e la filosofia del monismo rigoroso

Poi Ashtavakra dice:

«Una sola cosa è esistita, esiste ed esisterà nell’oceano dell’Essere. Quando comprenderete questo, per voi non vi saranno né vincolo né liberazione. Allora vivete felici e realizzati».

Noi siamo seguaci della scuola filosofica del monismo rigoroso. Non del monoteismo, ma precisamente del monismo nella tradizione dei siddha. Questo va compreso. Il monoteismo non è necessariamente monismo. Il monoteismo è più legato a una percezione personale di Dio e può essere dualistico (per esempio l’islam, l’ebraismo, il cristianesimo), quando si ritiene che Dio sia uno, ma l’anima sia separata da Lui. Il monismo invece significa “mono”, uno; è proprio la scuola filosofica dell’advaita, che afferma che tutto è soltanto l’Assoluto, che non esiste nulla oltre all’Assoluto.

L’advaita concettuale classico è più legato alla filosofia. Noi invece siamo seguaci del pratyaksha-advaita, o shuddha-advaita, cioè dell’advaita diretto e non concettuale dei siddha. Anche lo shivaismo del Kashmir appartiene allo shuddha-advaita, tuttavia nello shivaismo del Kashmir si presta comunque troppa attenzione alla filosofia. Noi invece poniamo l’attenzione principale non tanto sulla filosofia quanto sul metodo della contemplazione, perciò diciamo che si tratta di pratyaksha-advaita, cioè di advaita che oltrepassa i ragionamenti concettuali. La nostra specializzazione è l’introduzione diretta, la contemplazione, l’autoliberazione. Questo è più vicino allo zen.

Potete non orientarvi nella complessa classificazione dello shivaismo del Kashmir, che parla di trentasei tattva, ma dovete orientarvi bene nei tre principi della contemplazione, nei metodi e nelle regole per mantenere la contemplazione, nelle possibili deviazioni e in altre cose che riguardano l’advaita non concettuale. In altre parole, il pratyaksha-advaita non è tanto una filosofia teorica quanto un lavoro con il metodo.

Pratyaksha-advaita come metodo, non come teoria

Il pluralismo monistico e il principio dell’Uno

Nonostante siamo seguaci della scuola del monismo rigoroso, tuttavia in noi sono presenti elementi di pluralismo monistico. Che cos’è il pluralismo monistico? “Pluralismo” significa molteplicità, “monistico” significa che in questa molteplicità si vede comunque l’unità. Si può dire che è il principio dell’unità nella molteplicità.

Tradizionalmente al pluralismo monistico si può ricondurre, per esempio, lo shaktismo, dove si parla di una moltitudine di dèi, e tuttavia tutti si trovano nello stato dell’advaita. Il paganesimo, in cui si parla di una moltitudine di dèi ma non vi è uno spirito che li unisca, un principio comune, può essere ricondotto semplicemente al pluralismo. Invece il paganesimo che vede dietro la moltitudine degli dèi un unico spirito unificante, e allo stesso tempo non fa differenza tra l’anima e Dio, può anch’esso essere ricondotto al pluralismo monistico.

Poiché parliamo di siddha, divinità e dèi, in noi vi sono elementi di pluralismo monistico. Sebbene tutti essi dimorino nella molteplicità delle forme, tuttavia dietro di loro vi è un’unica Coscienza. Tuttavia il principio principale della nostra scuola è la contemplazione della non-dualità, la contemplazione dell’Uno. Si dice così: «Conoscendo l’Uno, conoscerai tutto. Diventando maestro dell’Uno, diventerai maestro di tutto». E noi aspiriamo a diventare maestri dell’Uno. Che cos’è l’Uno? È un bindu unico, un’unica Sfera, lo stato di un unico “sapore”.

Istruzioni sulla contemplazione e lo yoga della non-meditazione

Poi Ashtavakra dice:

«Essendo pura Coscienza, non turbate la vostra mente con pensieri “a favore” e “contro”. Siate in pace e rimanete felicemente in voi stessi, essenza della gioia».

Di fatto, queste sono istruzioni sulla visione e sulla contemplazione. Quando la pura Coscienza è aperta, non turbate più la vostra mente con valutazioni e con altre cose legate al piano della mente. Comprendete tutta l’illusorietà di ciò che viene creato dalla mente.

Esiste un’espressione: «il pericoloso burrone dei concetti dualistici». Questa espressione riguarda l’intenso lavoro della mente, quando lo yogin si trova in ritiro o semplicemente cerca di contemplare, ma i pensieri che non riesce ad autoliberare lo afferrano e lo portano da qualche parte fuori strada.

Il pericolo dei concetti dualistici e il mantenimento della chiarezza

Qui Ashtavakra dice: «Avendo scoperto questa coscienza, stabilitevi semplicemente in essa, rimanete felicemente in voi stessi, essenza della gioia». Quando scopriamo questa Coscienza, la gioia dimora naturalmente in noi. Non ho mai visto uno yogi o un santo abbattuto e triste; e se anche appariva così, molto probabilmente si trattava di una qualche lila, per ispirare negli altri il desiderio di salvare la propria anima. Quando lo yogin scopre dentro di sé questa Coscienza, essa è sempre l’essenza di una gioia sconfinata.

Più avanti Ashtavakra pronuncia parole molto importanti:

«Abbandonate completamente la meditazione e non aggrappatevi a nulla nella vostra mente. Siete già liberi nella vostra vera natura, quindi che cosa otterrete meditando?»

Queste sono istruzioni molto importanti. Sono istruzioni preziose, per la cui comprensione si può dare moltissimo. Ma allo stesso tempo sono anche molto provocatorie, perché una persona impreparata, che non ha ancora imparato davvero a meditare, udendo simili parole penserà: «Sì, devo abbandonare completamente la meditazione», ma nel suo caso questo sarà un errore.

Qui viene descritta la fase della presenza senza sforzo, o yoga della non-meditazione. L’insegnamento sulla contemplazione spesso viene chiamato proprio yoga della non-meditazione. Lo yoga della non-meditazione è il risultato di un processo piuttosto lungo di lavoro su se stessi, che comprende diverse fasi:

  • All’inizio vi siete dedicati alla concentrazione e avete ottenuto buoni risultati in questo
  • Poi, passando alla meditazione, avete scoperto l’essenza vacua della Mente e avete acquisito pace
  • In seguito avete imparato a sperimentare la pace e la vacuità durante il movimento
  • Infine, siete penetrati nel movimento dei pensieri, mantenendo la presenza contemplativa non solo durante la meditazione programmata, ma anche nel periodo post-meditativo
Lo yoga della non-meditazione come presenza senza sforzo nella vita

Nell’ultima fase vi trovate ormai costantemente nella presenza contemplativa. Inoltre, se in questa fase rimarrete sospesi in uno stato unilaterale di meditazione, potreste persino trovarvi in svantaggio, perché non svilupperete flessibilità nel comportamento e non imparerete a unire la vita quotidiana con lo stato di presenza contemplativa. Perciò Ashtavakra dice: «Abbandonate completamente la meditazione e non aggrappatevi a nulla». Ciò significa che in questa fase è necessario unirsi a tutte le circostanze, rimanendo nella presenza senza sforzo.

Vi ho già raccontato la storia di uno yogin che meditava in ritiro e, dopo alcuni anni, sviluppò la chiaroveggenza; poteva trovarsi nel samadhi della vacuità. Quando ne parlò al suo maestro, questi disse: «Che peccato!» Il discepolo rimase colpito da una simile reazione. Stava seduto in meditazione per dieci-quindici ore al giorno senza pause e sperava di ricevere una lode. All’inizio si offese con il suo maestro, ma poi volle comunque sapere perché avesse reagito così alle sue parole.

Il maestro disse: «Ora non meditare affatto. Vivi con lo stesso programma e semplicemente rimani sempre nella presenza». Questo discepolo raccontava che dovette ricominciare tutto da capo. Gli era molto difficile rimanere nella presenza senza meditare, perché era abituato a meditare continuamente ed era proprio in questo modo che entrava nell’esperienza della vacuità. Ma dopo due anni imparò comunque a mantenere questo stato. Quando il maestro disse: «Che peccato», con queste parole espresse il rammarico per il fatto che il discepolo non avesse ancora imparato a sostenere la presenza nello stato ordinario, nella coscienza superficiale, ma fosse assorbito solo dalla meditazione programmata sulla vacuità.

Naturalmente, se avete una mente distratta e non possedete una contemplazione stabile, per voi è estremamente importante praticare le meditazioni programmate, eseguire tutte le pratiche e seguire le altre raccomandazioni.

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