Commento al testo «Tripura-rahasya», capitolo 15
Che cosa è necessario conoscere e che cosa non lo è, e sulla natura dell’Essenza suprema.
Gli insegnamenti dell’eremita, che ella impartiva ad Ashtavakra nel palazzo del re Janaka.
«Sarebbe forse stato rivelato qualcosa da te, se non ci fosse stata la coscienza? Anche per dire che nulla è stato rivelato da te (come, per esempio, nel sonno), è necessaria la luce della coscienza. La tua consapevolezza della tua non-consapevolezza (nel sonno) non è forse condizionata dalla coscienza?»
Il primo anello della formula quinaria: la riduzione alla coscienza
Come sapete dalla formula quinaria, il primo anello consiste nel ricondurre tutto alla mente, alla coscienza. Questo anello è la pietra angolare nella pratica successiva. Se una persona non lo comprende, la sua pratica rimane concettuale. In altre parole, qui si trova il confine tra l’eternalismo e l’autentica pratica spirituale dei siddha.
L’eternalismo costruisce la propria comprensione religiosa sull’adesione a visioni estreme. Per visioni estreme qui si intendono le concezioni. Se si rappresenta la coscienza dell’uomo come una sfera, si può dire che l’eternalismo è un movimento sulla superficie della sfera. Quando invece parliamo non di concezioni, ma dello stato di consapevolezza, del soggetto consapevole, lasciamo la superficie della sfera, cioè il manas (la mente concettuale), ed entriamo nel suo centro, nella coscienza intuitiva al di là dei concetti.
Una persona che, nella propria pratica religiosa, si trova al livello del manas (dei concetti) può essere paragonata a chi lecca un barattolo di miele dall’esterno. Chi invece è concentrato non sui concetti, ma sullo stato meditativo, chi parla della coscienza come di qualcosa in costante evoluzione, è simile a chi mangia il miele.
L’eremita dice ad Ashtavakra che finché egli era una persona che leccava il barattolo di miele dall’esterno, tutto ciò era una conoscenza presa in prestito, non sua propria, ma altrui. Ella richiama la sua attenzione sulla consapevolezza e dice: «Tu puoi trovare e riconoscere ovunque il soggetto, colui che vede. Anche se dirai di non poterlo riconoscere, ciò sarà una manifestazione della consapevolezza di questo soggetto».
Anche quando non abbiamo sogni lucidi, qualcosa dentro di noi sa che non li abbiamo. Se quel qualcosa non lo sapesse, non potremmo affermarlo. Ciò significa che dentro c’è costantemente una certa parte cosciente e vigile, anche se non la notiamo. Il nostro compito consiste nel rivolgere costantemente l’attenzione a questa parte vigile, nel notarla. Se una persona non nota in sé questa parte, tutta la sua pratica è concettuale, superficiale, poco profonda. Questo è ciò che chiamiamo eternalismo.

La differenza tra manas e buddhi
Quando nelle religioni si attribuisce importanza alla parte concettuale, ciò porta a frammentazione, incomprensione e persino inimicizia. Quando si presta attenzione alla consapevolezza intuitiva, ciò conduce all’armonia, all’unità, alla compassione.
La funzione del manas (la mente concettuale) è dividere tutto; gli è propria una visione divisoria in bianco e nero, l’attaccamento a determinate impostazioni dogmatiche. La funzione della buddhi (la coscienza intuitiva) è sintetizzare, unire, vedere tutto nella sua interezza.
Perciò, non appena comprendiamo questo principio, cominciamo a vedere il mondo nella sua interezza. E vedere il mondo nella sua interezza significa essere in armonia con se stessi, con gli altri e con l’universo. Finché dimoriamo al livello del manas, non abbiamo tale integrità. Prabandha (lo stato di integrità) sopraggiunge solo quando apriamo questa coscienza intuitiva.
Si può dire che il dimorare su una base concettuale della vita è bhranti, un errore dovuto a una coscienza grossolana. Il ritorno a prabandha (all’integrità) è ciò di cui ci occupiamo giorno dopo giorno per anni.
«Se vuoi scoprire la sua luce eterna, allora indaga attentamente se questa luce esista di per sé oppure no. Ognuno fallisce in questa indagine, per quanto istruito e abile possa essere, poiché la sua mente non è rivolta all’interno, ma si agita inquieta, essendo diretta verso l’esterno».
Qui si dice: «Ognuno fallisce in questa indagine, perché la sua mente si agita». Tutti gli esseri viventi (dal mondo infernale al mondo degli uomini, degli asura e persino di alcuni dèi della passione) dimorano nello stato di bhranti (errore), cioè di illusione, perché non riescono a trovare questa integrità senza un insegnamento speciale e una pratica spirituale.
Tuttavia, quando ci eleviamo più in alto (a partire dagli dèi illuminati del mondo della passione fino agli dèi del mondo di Brahma), lo stato di errore scompare gradualmente. E al posto di bhranti (errore) e avidya (ignoranza) comincia a dominare lo stato di prabandha, somarasya, sahajya, cioè lo stato di visione integrale, di unità e armonia con la Fonte Suprema. Ciò che nel mondo degli esseri umani è rarità e santità, nel mondo degli dèi è la norma della vita. Perché è la norma della vita? Perché coloro che chiamiamo dèi vivono costantemente in uno stato di consapevolezza e contemplazione.

Rivolgere la mente verso l’interno
«Finché sorgono pensieri, non sarà raggiunto il rivolgersi della mente verso l’interno. Finché la mente non è rivolta verso l’interno, l’Essenza suprema non può essere realizzata. Rivolgersi verso l’interno significa assenza di desiderio. Come può la mente essere concentrata all’interno, se i desideri non sono stati abbandonati?»
Per prima cosa dobbiamo penetrare bene e profondamente all’interno. A impedire la penetrazione all’interno sono, in primo luogo, i desideri mondani; e, in secondo luogo, i pensieri in continuo movimento e l’abitudine di trovarsi al livello dei pensieri. Nei primi anni di vita monastica dobbiamo semplicemente cercare di liberarci dalla dipendenza dai desideri mondani, per diventare integri, autosufficienti e, al tempo stesso, sentirci bene.
Quando, nel mahashanti, prendiamo il controllo dei pensieri e non siamo turbati dai desideri, penetriamo all’interno. Qui inizia un periodo della vita lungo circa dieci anni, durante il quale cerchiamo di penetrare profondamente all’interno, per comprendere che cosa vi sia lì in noi. Approssimativamente allo stadio tra il settimo e l’ottavo dhyana, la nostra penetrazione all’interno si conclude, e ora dobbiamo acquisire una concezione completamente nuova di noi stessi e del mondo.
Acquisita questa nuova concezione, dobbiamo reintegrare di nuovo, ricostruire la nostra visione del mondo; dobbiamo uscire dallo stato interiore ed entrare in quello in cui non vi è più né interno né esterno; dobbiamo unire la nostra visione interiore con il mondo esterno. Solo quando riusciremo a farlo, questo sarà chiamato «stato naturale».
Nessun altro stato viene chiamato naturale: né la distrazione dovuta ai pensieri e ai desideri mondani, né l’immersione nella meditazione, quando sei molto sprofondato all’interno — questo non è ancora naturale. Solo quando combiniamo la visione interiore con lo spazio esterno e sorge una visione unica e integrale, è possibile la vera contemplazione. Tutto il resto è la strada che dobbiamo percorrere fino a quel punto.
Mentre procederemo verso quel punto, sorgeranno moltissime scoperte. Possiamo pensare così: «Ecco, dunque, che cos’è la pratica spirituale! E tre anni fa pensavo in modo completamente diverso». Tra cinque anni penseremo: «Sì... Tutto ciò che pensavo prima era sciocchezza, mi sbagliavo completamente. Non comprendevo affatto nel modo giusto tutto ciò che avevo ascoltato». Dopo altri dieci anni raggiungeremo un nuovo livello successivo. E così accadrà molte volte.

Il principio dell’autoliberazione
«Perciò diventa distaccato e dimora interiormente nell’Essenza suprema. Tale dimorare avviene spontaneamente (non è richiesto alcuno sforzo per dimorare nell’Essenza suprema). Questo si realizza dopo che i pensieri sono stati eliminati e la ricerca cessa».
All’inizio i pensieri devono davvero essere eliminati, ma quando vi siete stabiliti nell’autoliberazione, non è necessario eliminare i pensieri. Inoltre, eliminarli completamente è in linea di principio impossibile, perché i pensieri sono energia, inerente non solo al vostro corpo, ma anche all’universo. E la proprietà dell’energia è chit-shakti-parinama, cioè il gioco costante, il movimento, la dinamica dell’energia della consapevolezza. Cercare nella vita ordinaria di essere del tutto senza pensieri, di troncarli completamente, è in linea di principio impossibile. Questo può portare solo a qualche difficoltà.
Saraha diceva così: «La mente è simile a un cammello. Quanto più la controlli e la leghi, tanto più comincia a ribellarsi. Ma se le permetti di muoversi naturalmente, come vuole, si calmerà da sola».
Allo stesso modo, nello stadio della contemplazione non cerchiamo più di tanto di controllare i pensieri stessi, lasciando che scorrano come vogliono. Usciamo semplicemente dal flusso mentale dei concetti e ci stabiliamo in un flusso intuitivo più sottile. Di conseguenza, il flusso mentale si auto-libera, perché assumiamo una posizione più elevata. Questo principio è la pietra angolare di tutto il Dharma. Chi non comprende questo principio non comprende affatto nulla del laya-yoga, perché in esso è racchiuso tutto il segreto dell’auto-liberazione.
Naturalmente, dobbiamo imparare a controllare i pensieri e a fermarli a nostro piacimento nel mahashanti. Senza questo, la penetrazione nel vuoto è impossibile. Tuttavia, quando il vuoto è realizzato in una certa misura e ci siamo stabiliti nella presenza, ciò non è sempre necessario. Adottiamo un punto di vista più elevato, vale a dire il principio dell’auto-liberazione.
E all’inizio il principio dell’auto-liberazione si fonda su un piccolo sforzo, sull’attenzione e su un costante autocontrollo. Riusciamo appena, ravvedendoci, a fare in modo che i pensieri si auto-liberino. Ma quando la consapevolezza acquista forza, si satura di bhava, di grandezza spirituale, e allora l’auto-liberazione diventa qualcosa di senza sforzo e semplice. In altre parole, non ci leghiamo affatto al piano mentale, sebbene siamo perfettamente in grado di operare con esso; il nostro stato d’animo si trova a un livello completamente diverso.

Approfondimento nell’atma-vichara
Per esempio, quando pratichiamo l’atma-vichara, all’inizio sorge lo stato “Io sono”, e a un certo stadio sentite che tutto è racchiuso in questo “Io”. Quando penetrate profondamente in “Io sono”, vedete che l’“Io” non è un piccolo ego, ma l’“Io” è l’Assoluto stesso. E allora “Io sono” si trasforma in “Io sono Brahman”, “Io sono Dio”. Quando nell’atma-vichara vi concentrate sull’“Io”, si intende che vi concentrate sul Supremo.
Se penetrate ulteriormente in questa visione, scompaiono sia l’“Io” sia l’“Io sono”, rimane soltanto il Supremo, soltanto Brahman; non c’è più alcun vostro “Io” definito che possa dichiararsi come una qualche individualità separata. E allora non avete più dubbi, non avete più speranze, attaccamenti, ma c’è soltanto il Supremo: Egli al mattino, alla sera, di notte e di giorno, e voi siete la Sua manifestazione, emanazione, ipostasi, che deve manifestarsi pienamente in questo corpo.
Naturalmente, avete un’individualità, ahamkara, il falso ego, buddhi (la mente intuitiva), il vostro manas (la mente superficiale): tutto questo si riferisce a voi come a una personalità unica e irripetibile. Tuttavia, ahamkara, buddhi e manas sono pur sempre derivati secondari del Supremo, riflettono la vostra individualità. Eppure questa individualità non siete voi nel senso autentico. Voi, nel senso autentico, siete molto più profondi.
Qui si manifesta l’unità paradossale della vostra individualità e del Supremo. A volte sentite di essere un’individualità; a volte sentite che l’individualità non siete voi, e che voi siete piuttosto una sola coscienza; a volte sentite di essere contemporaneamente sia individualità sia Supremo; a volte sentite che ciò è inconcepibile, che tutto dipende dal punto di vista.
Questo principio si chiama achintya-bheda-abheda-tattva, l’identità inconcepibile di due in uno: voi e il Supremo, voi e l’individualità; potete manifestarvi in un modo o nell’altro a seconda della situazione. Il momento del passaggio dall’assoluto al relativo, in cui vi posizionate come Assoluto o come individualità, è inconcepibile. Siete contemporaneamente questo e quello, e né questo né quello al tempo stesso.

Il comprensibile e l’incomprensibile
«Imprimi in te questo stato dopo che ne sarai uscito, e allora conoscerai tutto e il significato di tutto ciò, che sarà al tempo stesso comprensibile e incomprensibile».
Nel mondo relativo, ahamkara, l’individualità, non è qualcosa di cattivo. Cattiva è l’identificazione con essa. Un santo come Jnanadeva diceva addirittura che l’anima è il pieno diritto di esistenza dell’Assoluto, una delle Sue forme complete. Anche lo stato di individualità del santo esiste, si manifesta come forma pura dell’“io” purificato — shuddha-sattva-svarupa.
Questo significa che, con il conseguimento dell’illuminazione e la comunione con la Fonte Suprema, non perdete le qualità individuali. Anzi, queste qualità individuali sono un potente stimolo per il vostro sviluppo, perché proprio attraverso di esse l’Assoluto manifesta se stesso, si sviluppa e gioca. Cioè, voi non avete qualità individuali estranee, avete le vostre proprie. Ed è proprio attraverso le vostre qualità individuali che l’Assoluto giocherà.
Un’altra questione è che ora non siete più completamente identificati con esse, non dipendete da esse, hanno cessato di essere la vostra limitazione; potete svilupparle, cambiarle come volete: questa è la vostra svacchanda, la libertà di volontà, e la vostra iccha-shakti. Una persona comune è completamente limitata dalle proprie qualità individuali, e qualunque loro cambiamento le procura grandi sofferenze. Invece il praticante può manifestare le proprie qualità individuali come vuole: questo sarà il gioco del Supremo.
Poi l’eremita dice:
«Quando hai compreso questo stato interiore, imprimilo in te dopo esserne uscito».
Cioè, quando uscite dalla meditazione di mahashanti, cercate di imprimere in voi la vostra esperienza di shunyata, del vuoto.
L’eremita dice:
«Allora conoscerai tutto e il significato di tutto questo, che sarà allo stesso tempo comprensibile e incomprensibile. In tale consapevolezza dell’incomprensibile sopraggiunge l’immortalità eterna».
Da questo momento tutta la vostra vita successiva consisterà nel dimorare in questa presenza. Dentro di voi ci sarà una parte incomprensibile e una comprensibile: quella comprensibile riguarderà il mondo relativo e la vostra individualità, quella incomprensibile riguarderà l’Atman. Tutta la vita sarà un gioco, lo sviluppo di questi due aspetti della vostra personalità: il comprensibile e l’incomprensibile. A seconda di quale aspetto della vostra personalità si svilupperà, così si formerà il vostro destino.

Due aspetti della personalità
L’aspetto incomprensibile rappresenta l’Avyakta-Brahman, il principio di Shiva. L’aspetto comprensibile rappresenta il principio di Shakti, il Saguna-Brahman. Questi due aspetti sono aspetti universali realizzati nel nostro corpo e nella nostra individualità.
Il vostro aspetto incomprensibile è il vostro mistero interiore, siete voi come Assoluto, come Dio dentro di voi. Il vostro aspetto comprensibile è la manifestazione delle vostre qualità, capacità, giochi, visione, inclinazioni, sankalpa, corpo, prana, intelletto, di tutto ciò che è relativo. Ed entrambi questi aspetti si sviluppano in parallelo. Non deve esserci squilibrio né nell’uno né nell’altro.
Conclusione degli insegnamenti
«Ora ho concluso il mio discorso. Accogli i miei saluti di commiato! Addio!
Ma non hai ancora compreso le mie parole, perché ora hai udito la verità per la prima volta. Questo re, il più saggio tra gli uomini, potrà aiutarti a capire. Perciò interrogalo di nuovo su questo, ed egli scioglierà i tuoi dubbi».
Quando pronunciò queste parole, ricevette un onorevole riconoscimento da parte del re e di tutta l’assemblea, e poi, in un batter d’occhio, si dissolse nell’aria e scomparve alla vista.
«Proprio ora ti ho comunicato, o Parashurama, il metodo della realizzazione del Sé».
Così termina il quindicesimo capitolo, dedicato ad Ashtavakra, nella «Tripura Rahasya».
Pensateci: non è forse un miracolo? Voi ascoltate la stessa cosa che Dattatreya disse a Parashurama molte migliaia di anni fa. Poiché Parashurama raggiunse la piena liberazione seguendo questi insegnamenti, anche noi li seguiamo.


