Commento al testo «Brahma-samhita», verso 56
Il principio della visione pura e della dimensione sacra
«Dove tutti gli alberi sono sacri alberi dei desideri, dove la terra è creata da gemme spirituali preziose e le acque sono nettare, dove ogni parola è canto, ogni movimento è danza, il flauto è l’amico e compagno più amato, la luce del sole e della luna è sacra estasi, e tutto ciò che esiste è spirituale e beato, dove dalle mammelle di miliardi di mucche Surabhi, che esaudiscono i desideri, scorre eternamente un grande oceano di latte e il tempo divino è eternamente nel presente. Quasi nessuno in questo mondo conosce quel luogo: solo pochissime anime elevate, che lo conoscono con il nome di Goloka».
Questa shloka esprime il principio della visione pura, il principio della pura dimensione sacrale, il passaggio alla quale è il nostro obiettivo. Quando si dice che lo scopo della nostra pratica spirituale è il conseguimento del corpo arcobaleno, questa è solo una determinata parte della realizzazione, perché il corpo arcobaleno è impensabile al di fuori del passaggio a un’altra visione karmica. Cioè è impossibile essere nel corpo arcobaleno e al tempo stesso dimorare ancora nella visione karmica del mondo degli uomini, nello stato di ignoranza.
Si può dire che il corpo arcobaleno sia uno dei piacevoli fiori lungo il cammino, uno dei segni del completo passaggio a un’altra visione karmica, perché il corpo arcobaleno non esiste al di fuori del contesto delle energie, di tattva completamente diversi, sebbene possa essere operante in questo mondo dei fenomeni, e anche visibile e tangibile. Cioè il corpo arcobaleno è il passaggio allo stato di terra pura, allo stato di mandala.
Perciò il nostro obiettivo non è solo il conseguimento del corpo arcobaleno, ma anche il conseguimento della Datta-pitha, il luogo puro e sacro di Dattatreya. Non è un luogo concreto, come le terre pure del tipo di Amitabha o degli dèi Tushita. Si può dire che la Datta-pitha sia uno stato puro della coscienza (somarasya), che include in sé qualsiasi manifestazione nell’universo. Solo in tale stato acquisiamo l’integrità originaria (prabandha).
La perdita dell’integrità e i tre rudra
Ora ci troviamo in uno stato di non-integrità a causa dell’errore (bhranti). Errore significa dimenticanza, non riconoscimento della propria natura e soggezione ai guna del mondo materiale, forte identificazione e ignoranza. A causa di tale errore l’integrità da parte nostra è stata perduta. E ogni istante della vita di un autentico yogin è l’aspirazione a ritornare a questa integrità. Ma perché l’integrità è stata perduta? Perché è sorto un tale errore?
I testi dicono che questo errore è sorto a causa dei tre rudra. Rudra è uno dei nomi di Shiva, ma può anche essere usato come simbolo dell’ego, della falsa identificazione. In alcuni testi tantrici è simbolo di confusione o ignoranza, cioè Rudra può manifestarsi anche come spirito inferiore. E la pratica spirituale è l’addomesticamento dei tre rudra.
Si dice che vi siano il rudra del corpo, il rudra della parola e il rudra della mente. Cioè l’ego si appropria del corpo, della parola e della mente, garantendosi così sicurezza ed estendendo la sfera della propria influenza. Proprio nel momento in cui avviene l’identificazione con il corpo, la parola e la mente appropriati, sorgono confusione e ignoranza, cioè si manifesta l’azione del rudra.
Il rudra del corpo
Che cos’è il rudra del corpo? Si può dire che sia il lato corporeo della coscienza, il legame tra mente e corpo, che necessita di un costante nutrimento e consolidamento. È l’identificazione «aham dehasmi», cioè «io sono il corpo».
Per esempio, Tilopa dava trasmissioni molto forti a Naropa, dissipando l’identificazione di Naropa con il corpo. Per questo Naropa doveva attraversare le prove più incomprensibili. Solo quando era ormai quasi sull’orlo della morte, Tilopa gli dava istruzioni. Naropa diceva: «Sono come un cervo caduto in un laccio», e Tilopa diceva: «Se ti identificherai con il corpo, le disgrazie saranno ancora più grandi. Perciò rinuncia all’identificazione con il corpo».
Dal punto di vista della pratica del tantra, rinunciare all’identificazione con il corpo non significa trascurarlo o trattarlo senza rispetto. Al contrario, il corpo deve essere usato come uno strumento sacro. Se rinunciate all’identificazione con un’automobile, ciò non significa che non dobbiate prendervi cura dell’automobile; poiché essa è importante per il servizio nel sangha, ve ne prendete cura. Allo stesso modo vi prendete cura correttamente anche del corpo. La rinuncia all’identificazione con il corpo significa l’autoliberazione della consapevolezza di sé come corpo.

Il rudra della parola
Che cos’è il rudra della parola? È il prana. Il prana si manifesta come emozioni, sensazioni, parole, energia del corpo. Ogni volta che vi attaccate al prana, alle vostre emozioni e alla parola, agisce l’identificazione, che oscura l’essenza originaria del nostro «Io». Questo è il rudra della parola.

Il rudra della mente
Che cos’è il rudra della mente? È la fede nella salvezza al di fuori del proprio “Io”, la fede nella propria comprensione, nella propria chiarezza, nei propri concetti, nei propri sforzi, nel fatto che noi possiamo, perfezionando la mente, creare qualcosa, e non semplicemente ricevere o ricordare ciò che esisteva fin dall’inizio. Si può dire che il rudra della mente sia la fede nei concetti, il materialismo spirituale, l’incredulità nella grazia divina.
Tutti questi tre rudra sono un errore (bhranti). Tutti gli esseri viventi, che vivano sia nei mondi inferiori sia in quelli superiori, in un modo o nell’altro sono soggetti a questo errore. Ne sono esenti solo i grandi santi e coloro che cercano di liberarsi da questi tre errori.

Trasformazione dei tre rudra in tre mandala
Nel processo della pratica spirituale cerchiamo di trasformare i tre rudra in tre mandala. E spesso si dice che, nello stato di realizzazione, lo yogin trasforma se stesso in una divinità, cioè compie il passaggio al mandala, allo stato dalla karma alla lila, al gioco. Tale passaggio avviene proprio grazie al fatto che i tre rudra, cioè le tre componenti impure, si trasformano in tre dimensioni pure: nel mandala del corpo, nel mandala della parola e nel mandala della mente.
In alcune pratiche di separazione del samsara e del nirvana abbiamo pratiche di autoliberazione del corpo, della parola e della mente, in cui, applicando consapevolezza, compiamo determinate azioni. Tale trasformazione significa l’autoliberazione dall’identificazione con il corpo, la parola e la mente, cioè la scoperta della vacuità dei tre rudra. Finché l’aspetto vuoto di ciascuno dei rudra non sarà scoperto, rimarremo nello stato di errore e non otterremo mai l’integrità.
Che cosa significa ottenere la comprensione della vacuità del rudra della mente? Significa comprendere che qualsiasi concetto, stato, sforzo, esperienza di chiarezza è soltanto un gioco superficiale dell’essenza profonda dello spazio, che tutti essi, nella loro essenza, sono vuoti, non possiedono esistenza propria, e non cadere più sotto la loro influenza.
Conoscere la vacuità del rudra della parola significa comprendere che qualsiasi emozione, sensazione, persino il livello energetico sono vuoti, che il vero “Io” non dipende da essi. Esiste una certa malattia degli yogin: l’essere catturati dagli stati energetici, quando questi stati cominciano a diventare più importanti della comprensione. L’essere catturati dalle emozioni non è tipico degli yogin, ma tutte queste cose sono collegate. Per esempio, una persona può essere catturata da un certo tipo di cibo, di dieta, di digiuno, oppure in lui è presente l’attaccamento ai processi del kundalini-yoga, alle esperienze di beatitudine e così via. E cade in una forte identificazione con queste esperienze, comincia ad attaccarsi a esse, diventa una sorta di tossicodipendente spirituale, invece di autoliberarle. In realtà, la coscienza scintillante dell’“Io” è superiore al prana e al rudra della parola. E il prana ci sarà veramente sottomesso solo quando ci libereremo da tale cattura.
Infine, il rudra del corpo è l’essere catturati dalla coscienza corporea. È la cosa più difficile da autoliberare. Alcuni asceti in diverse scuole cercano di superare il rudra del corpo attraverso la pratica dell’ascetismo: tormentare il proprio corpo, digiunare, mortificare la carne, un tapas severo. Per esempio, una persona si siede tra quattro falò, e il quinto — il fuoco del sole — gli splende sulla testa. Ma nel tantra questa via non è riconosciuta come corretta, perché la vera autoliberazione consiste nel controllo dei cinque tattva, e non nell’oppressione dei tattva. L’oppressione dei tattva, nella forma in cui nella maggior parte dei casi viene applicata, è una via errata dal punto di vista del tantra, sebbene sia capace di dare alcune esperienze. La via corretta non è l’oppressione dei tattva, ma l’acquisizione del controllo su di essi. Pertanto la pratica del pancha-agni (cinque fuochi) può essere usata in due varianti: come oppressione dei tattva — questo è semplicemente tapas, e anche come apertura del controllo sull’elemento del fuoco — questa è una pratica autentica, che può dare esperienze.

Tre rasa e manifestazione della divinità
Dunque, quando avviene la conoscenza della vacuità dei tre rudra, iniziamo ad acquisire integrità. E tale autoliberazione comincia a condurre alle tre rasa (tre stati). Di solito si dice che lo yogin si trasforma in una divinità. Ma questa divinità può manifestarsi in tre aspetti: pacifico, gioioso o irato. Divinità significa lo stato di passaggio alla dimensione pura, dove agiscono le leggi dell’unico “sapore” (samarasya), dello stato naturale (sahaja), della lila (gioco). Che cosa sono queste tre rasa, o maharaga? Sono:
- sattvika – compassione e tranquillità
- rajasika – amore, coraggio, riso, meraviglia
- tamasika – furia, terrore e disgusto
Di solito le esperienze energetiche e le emozioni sul sentiero del sutra non vengono prese in considerazione, poiché sono ritenute qualcosa di pernicioso, e l’unico modo per affrontarle è reciderle, sublimarle o autoliberarle. Ma quando avviene il passaggio alle dimensioni pure, esse cessano di essere perniciose, poiché sono completamente autoliberate. Al contrario, sono espressioni di determinate qualità delle divinità o di determinate mandala. A questo livello lo yogin si trova già in presenza costante. Naturalmente, questa pratica non è adatta a coloro che non hanno familiarità con la contemplazione. Cioè, tale yogin possiede già la capacità almeno di essere nella presenza durante il sonno, senza perdere la presenza nel sogno. E allora la sua energia diventa maharaga (grande attrazione), nel suo corpo iniziano a fiorire tre mandala e tre stati puri come divinità, cioè le mandala pacifica, gioiosa e irata, nelle quali egli si manifesta in tre aspetti: come divinità pacifica, gioiosa e irata.

Chi è un santo siddha? Egli rappresenta una triplice divinità che gioca in tre mandala, e la sua lila è un unico processo di manifestazione delle energie della sua integrità. Un tale santo può manifestarsi come divinità pacifica, quando si trova nella sattva-guna e gli è propria la serenità. Oppure può manifestarsi come divinità gioiosa; allora agisce nello stato di rajas, unendo la presenza con l’intero spettro delle energie rajasiche. Oppure può agire come divinità irata; allora in lui la presenza si unisce alle energie tamasiche. Gli ulteriori giochi dei santi consistono nel dispiegamento dello stato naturale e nella sua integrazione con le tre energie primordiali (maharaga) e nello sviluppo delle tre maharaga (le tre grandi attrazioni).
Trasmissione dell’insegnamento e stadi dell’apprendimento
Le pratiche di integrazione con le energie sono sempre, per così dire, chiuse, elitarie. Non appartengono alle pratiche che uno yogin inesperto possa padroneggiare, poiché presuppongono un controllo molto elevato del prana e della coscienza. Tuttavia, quando vi formate, naturalmente vi avvicinate a quel livello in cui ricevete l’insegnamento dell’unione della presenza con le energie. Esiste il termine “guru – pugno chiuso”. “Guru – pugno chiuso” è colui che nasconde l’insegnamento o nasconde sé stesso, celando la propria guru-shakti, se vi sono condizioni inadatte alla sua manifestazione. Ma quando vi trovate nel monastero nel processo di apprendimento, allora il guru non è un “pugno chiuso”; al contrario, è un “pugno aperto”, e solo la vostra capacità di contenere determina se potete ricevere l’insegnamento o no.
Quando avanzate secondo gli stadi dell’apprendimento, sostenete gli esami per gli stadi, questo mostra la vostra capacità di essere un “vaso”, di contenere certi insegnamenti. Man mano che progredite da uno stadio all’altro, viene valutata la vostra capacità di contenere determinati insegnamenti, e questi insegnamenti vi vengono trasmessi. Se non siete adatti a un determinato stadio, significa che per ora dovete attendere con essi. È proprio in questo modo che viene trasmesso l’insegnamento.
Classificazione delle rasa
Secondo Abhinavagupta, esistono dieci rasa principali:
Rasa proprie del sattva:
- compassione
- tranquillità
- rinuncia
Rasa proprie del rajas:
- erotismo
- amore
- riso
- ironia
- coraggio
- meraviglia
- rivelazione
- affinità parentale
Rasa proprie del tamas:
- ira
- furia
- disgusto
Secondo un’altra classificazione esiste una diversa suddivisione delle rasa e vengono descritte cinque rasa principali:
- pacificazione
- servizio
- rasa dell’amicizia
- rasa della protezione genitoriale
- rasa dell’unione coniugale divina

Il rasa può essere reso come un determinato «sapore». E quando parliamo di una certa esperienza (di un aspetto dell’energia), diciamo sempre che nella percezione soggettiva essa ha un determinato «sapore». Bhava è il «sapore» che si è consolidato. Per esempio, se avete avuto uno stato espanso, maestoso, questo è rasa. Se praticate a lungo l’orgoglio divino, allora questo è già bhava (divya-bhava). E se invece in voi sopraggiunge la realizzazione, allora questo è già un pieno ingresso nella visione (sakshatkara).
Dunque, i cinque rasa principali: pacificazione, servizio, rasa dell’amicizia, protezione genitoriale e unione sponsale divina. Si tratta precisamente di sensazioni legate all’energia. I sette rasa secondari sono il riso, lo stupore, la pietà o compassione, l’eroismo, l’ira, la paura e il disgusto.
Lavoro con le energie dei chakra
I rasa sono principalmente legati alle esperienze di diverse energie che sono inscritte sui petali nei chakra. Se studiate bene lo shat-chakra-yoga, vedrete necessariamente che ad alcuni chakra sono propri determinati rasa. Per esempio, lo stupore, la spietatezza sono inscritti sui petali dello svadhisthana-chakra, mentre la magnanimità sui petali dell’anahata-chakra. Tutte queste sono diverse energie che esistono nel nostro corpo.
Di solito, se non lavorate consapevolmente con le energie, allora le bloccate o le auto-liberate, cercando di rimanere nella presenza contemplativa vuota finché lo specchio della vostra mente non si purifica. E l’esperienza di qualsiasi energia è per voi piuttosto nociva che positiva. Ma al livello in cui avete aperto lo specchio della vostra mente, essa cessa di essere nociva, così come un serpente a cui sono stati strappati i denti cessa di essere velenoso. E allora, al contrario, l’esperienza dell’energia, unita alla contemplazione, dà la possibilità alla contemplazione di acquisire forza e fiorire. In questo consiste il senso dell’esperienza dei diversi rasa.
Perciò, quando la vostra presenza è stabilizzata, sperimentate necessariamente questa presenza in connessione con qualche rasa. Tale rasa sorge se potete unire la presenza contemplativa con una tattva, con un elemento. Allora il rasa proprio di una determinata tattva comincia a riempirvi e a nutrire la vostra presenza. Se la vostra presenza non è nutrita dall’energia, allora è molto interiore e non possiede grande forza.
Eternalismo e nichilismo nella pratica spirituale
Ci sono tipi di praticanti religiosi che si trovano in rapporti eternalisti con il rasa. Che cosa significa? Si tratta di rappresentanti di diversi insegnamenti religiosi che non si appellano all’esperienza non duale della contemplazione, ma si appellano alla descrizione concettuale dei propri insegnamenti, pur basandosi sul rasa. Per esempio, vi dicono: «È molto importante amare Dio» oppure «Dio è amore», e in questo caso l’amore per Dio viene definito concettualmente, ma il sentimento d’amore si sviluppa. Si può dire che queste persone utilizzino il rasa, ma non abbiano una visione non duale. Nella nostra terminologia ciò viene definito eternalismo.
Ci sono insegnamenti che non si appellano all’energia, ma si appellano alla jnana, alla contemplazione e alla vacuità. Sono tutti insegnamenti del sutra, insegnamenti dello hinayana, insegnamenti dello stadio iniziale del vedanta, dove si dice che bisogna respingere l’energia e stabilirsi nello stato vuoto, non duale. Questo è anche l’insegnamento dei nichilisti, dei seguaci della shunya (vacuità). Che cos’è un nichilista, un seguace della shunya? È colui che ha acquisito una certa visione della vacuità e sogna di passare al più presto a questa vacuità, di passare al non manifestato. Ma in realtà non possiede l’autentica capacità di integrazione e contemplazione.
E solo sulla capacità di integrazione, nello schiudersi della pienezza della contemplazione, potete unirvi alle energie e sperimentare i diversi rasa. Cioè l’eternalista sogna l’amore per Dio, il fatto che un giorno passerà nel suo loka. Il nichilista, preso dalla vacuità, sperimenta la vacuità negando questo mondo esterno. Ma l’autentica esperienza dell’unico «sapore» (somarasya) e dello stato naturale (sahajya) non è né l’una né l’altra cosa. L’esperienza del rasa significa che sperimentate la vacuità proprio adesso e unite a essa l’energia. Chi non lo ha compreso deve necessariamente chiarire per sé questa questione, altrimenti non coglierà lo spirito del samaya, la visione dei siddha.

Pienezza della realizzazione e integrazione delle energie
Perché la condizione dei nichilisti è difettosa? Perché la loro realizzazione è vacuità senza energia e senza lila. È simile alla condizione di una persona guarita, ma rimasta invalida; cioè l’uomo si è salvato, è guarito, ma tuttavia zoppica da una gamba. Un tale praticante non può essere definito realizzato, perché nel suo stato non vi è creatività delle energie, gioco, capacità di integrare le manifestazioni.
Immaginate che una persona simile, stabilitasi nell’esperienza della vacuità, all’improvviso si trovi di fronte a esperienze di energie o emozioni: riso, stupore, compassione, eroismo, ira, paura, disgusto, amore, erotismo, coraggio. Che cosa accadrà? Semplicemente abbatteranno la sua presenza vuota. Sarà così scioccato da queste energie che esse cominceranno a offuscare la sua realizzazione. Se ciò avverrà nel bardo, una tale persona verrà attirata nel grembo della futura madre, e tutta la sua pratica spirituale sarà debole in confronto a queste energie. Nel migliore dei casi potrà in qualche modo isolarsi da queste energie ed entrare nello stato del non manifestato, se ha tali tendenze. Ma anche questo durerà solo finché non inizieranno certi processi cosmici globali.
Al contrario, una persona che ha placato i tattva e ha imparato a lavorare con l’esperienza della rasa integra facilmente qualsiasi energia ed esperienza nel proprio stato. Allora, invece di perdere consapevolezza, la sua consapevolezza fiorirà sotto forma di manifestazione di innumerevoli mandala. Ogni rasa può svilupparsi e dispiegarsi in un intero universo, un mandala, in cui vi sarà la divinità dominante di questa rasa.
L’autentico amore per Dio come fondamento del monachesimo
La cosa più importante per un monaco è l’amore per Dio. Un monaco senza amore per Dio è inconcepibile. Se un monaco non ha amore per l’Assoluto, allora non è affatto chiaro di che cosa si occupi questo monaco studiando l’insegnamento.
Ma in realtà non è così semplice giungere all’amore autentico. Giungere all’amore eternalista, di cui spesso si può sentire parlare, è piuttosto semplice, ma ciò non costituisce realizzazione. L’amore autentico consiste nello scoprire la vacuità stessa del processo dell’amore, la vacuità di qualsiasi rasa, bhava ed emozione, nello stabilirsi nella presenza contemplativa, nell’instaurare il principio del non-agire, e poi nell’unirsi consapevolmente con diverse energie. E allora questo sarà autentico amore per Dio.
Un tale amore per Dio può manifestarsi come calma nei rapporti con Dio – shanta-rasa; come amore per Dio – rajasika, e persino come ira divina – tamasika. Cioè esso si manifesta in tutta la sua pienezza, perché è auto-liberato, non fissato in qualche concetto eternalista.

Il superamento delle coppie di opposti
Un cristiano, appartenente a qualche confessione non tradizionale, una volta mi disse:
– Per noi la cosa più importante è l’amore per Dio.
Io risposi a questa affermazione dalla prospettiva della mia visione:
– L’amore o l’odio sono infatti soltanto nostre rappresentazioni umane. Tutto questo sono manifestazioni della dualità. Amore e odio sono due lati delle emozioni umane, condizionate dalla natura.
Egli rifletté su questo e disse:
– Ma il nostro amore è al di fuori delle emozioni umane, al di fuori del condizionamento da parte della natura.
– Allora deve includere anche il lato opposto, cioè l’odio, il disgusto e persino l’ira.
Egli concordò:
– In sostanza, sì. Da noi esiste un concetto secondo cui, quando vedi l’ira di Dio, la percepisci comunque come una manifestazione dell’amore per te.
E ci trovammo d’accordo sul fatto che l’autentico amore per Dio consiste nel superamento delle coppie di opposti persino a livello delle energie. Così, quando dico «amore per Dio», non intendo il concetto eternalista, ordinario, di amore, ma intendo uno stato più profondo di contemplazione, che integra le coppie di opposti. Proprio un tale amore per Dio è la cosa più importante per un monaco.

Purtroppo, sviluppare un tale amore autentico non è così semplice, perché esso può includere tutte le esperienze (rasa). Nel sattva include compassione, calma e rinuncia. Nel rajas – riso, ironia, stupore, rivelazione, senso di affinità familiare. Nel tamas – ira, furia, disgusto, paura, la capacità di integrarli, non la capacità di manifestarli. Allora la vostra contemplazione diventa veramente integra e completa, liberate i tre stati impuri di rudra, trasformandoli in tre mandala. Questo sarà l’eliminazione dell’errore (bhranti) e il ritorno allo stato di integrità (prabandhi).
Segni del vero amore per Dio
Molto spesso lo yogin di livello iniziale non dimora nell’amore per Dio, ma nell’amore per qualcos’altro. E questo si può notare anche semplicemente guardando il volto del praticante. Una persona che dirige il proprio amore verso Dio è, come minimo, pacificata e molto spiritualizzata. È come se, beata, fosse colma di gioia e splendesse di vuoto, perché l’amore per Dio la nutre ogni secondo. Esso si manifesta durante il pasto, durante il lavoro, mentre cammina, parla, comunica. È pacificata, mite, benevola, misurata, controlla i propri sentimenti. Non sogna e non costruisce piani mondani illusori. Interiormente è piena e integra.
Ma se una tale immersione nell’amore per Dio non c’è, allora, naturalmente, per una persona è molto difficile, perché altre esperienze la strappano da questo stato, ed essa vi si immerge già. Per esempio, durante il pasto si immerge nello stato di assorbimento nel cibo, durante il lavoro si immerge nell’assorbimento nel fare, nella comunicazione viene assorbita dagli attaccamenti emotivi verso colui con cui comunica. E allora non ha più integrità, dalla mattina alla sera si trova completamente nello stato di bhranti.
Ma lo stato di bhranti è erroneo, è ciò che bisogna superare. E tale superamento è una questione di lotta. Non viene dato subito. Perciò il monaco è un guerriero spirituale che, con la spada, sta a guardia del proprio amore. Egli si chiede costantemente: «Verso che cosa è diretto il mio amore?»
Manifestazione della dimensione pura
Quando la vostra mente si troverà costantemente in tale amore, gradualmente la dimensione pura, il mandala, comincerà a manifestarsi proprio qui, in questa vita.
Un monaco una volta mi raccontò un suo sogno. Diceva: «Ho fatto un sogno in cui “Divya Loka” si è trasformata in una dimensione pura. Qui c’erano grandi templi, alte statue, tutto era decorato in modo molto raffinato. Era come una vera dimensione pura».
Ma una tale manifestazione è soltanto una conseguenza. La dimensione pura non è esterna, è uno stato della coscienza. E il passaggio alla dimensione pura non significa la nostra teleportazione in un mondo parallelo, sebbene anche questo accada. Ma la dimensione pura non è là. La dimensione pura è uno stato della coscienza, perciò non c’è bisogno di teleportarsi da nessuna parte, basta essere attenti, vigili e presenti in questo momento. Se fate questo, tale passaggio alla dimensione pura avviene per voi impercettibilmente, indipendentemente da come si sviluppino le trasformazioni nel mondo esterno.

Vita nell’estasi dell’amore
Un vero monaco si addormenta con l’amore per Dio e si sveglia con l’amore per Dio. Con l’amore per Dio dorme, mangia, si veste e lavora. È molto lieto e gioioso del fatto che un tale amore lo accompagni dalla mattina alla sera. Non ha nemmeno l’ombra di un conflitto interiore, di insicurezza, dubbi, sofferenze: tutto questo gli è persino difficile da immaginare.
Per me, per esempio, è inconcepibile avere sofferenze dell’anima. Avere sofferenze del corpo è semplicemente parte della vita, non ci si può fare nulla, ma è qualcosa di completamente diverso, mentre ora si parla dell’anima. È inconcepibile avere un conflitto interiore, disarmonia nella coscienza o nelle relazioni, perché tutto questo è impregnato di amore, che conduce all’integrità originaria. E questo amore non è artificiale, è la conseguenza dell’attenzione, dell’abitudine a una contemplazione stabile e dell’orientamento della contemplazione verso l’energia, dell’integrazione con essa. E allora tutto questo diventa qualcosa di molto gioioso e naturale.
Una volta venne da me un monaco, esponendomi il suo problema. Gli dissi: «No, il tuo problema è un altro: non ti trovi in estasi. Se fossi in estasi, avresti forse problemi? Devi semplicemente trovare un modo per trovarti in essa. Non appena passerai a questo stato, tutti i tuoi problemi si risolveranno subito. Se fossi in estasi, ti importerebbe forse ciò che qualcuno ha detto di te? Del resto, non è un tuo problema. Cioè il tuo problema è che ti trovi in una visione errata, perciò l’unica cosa che ti aiuterà è il cambiamento di questa stessa visione. Tutto il resto sono già questioni particolari, è semplicemente una conseguenza».

Allo stesso modo, quando acquisiamo un autentico amore per Dio, ci troviamo in un'altra visione, già durante la vita ci troviamo nei cieli. Non abbiamo bisogno di cercare i cieli, di sognare come li raggiungeremo, o, digrignando i denti, di dire: «Li raggiungerò sicuramente!» In realtà, ci troviamo già in essi e cresciamo in questa visione ogni giorno sempre più profondamente. E siamo costantemente nutriti dalla gioia di questo contatto, dal dimorare in un simile ambiente. Un'abitudine sempre maggiore e il radicarsi in tale visione: questo è il passaggio alla terra pura.
Di alcuni monaci si può dire che possiedano un tale amore, le loro anime sono luminose e pacificate. Alcuni si avvicinano ad esso, mentre altri lo cercano.


