Commento al testo «Yoga Vasistha», «Storia dei figli di Indu»
Dopo la recitazione dei mantra, cercate di rimanere per qualche tempo nello stato di presenza, solitamente eseguendo la shambhavi mudra e guardando nello spazio, integrandovi con esso. Se volete preservare lo stato di consapevolezza e contemplazione, dopo la recitazione dei mantra non vi alzate subito né vi dedicate ad altre attività, ma rimanete in contemplazione, guardando nello spazio per qualche tempo e osservando il sottile fondamento intuitivo della mente, della consapevolezza.
Vi rilassate in questo sottile fondamento intuitivo e cercate di portarlo in primo piano, verso l’esterno. La vostra coscienza è luminosa, limpida e vigile, ma non tesa. E cercate di rilassarvi in questo sottile fondamento intuitivo della coscienza. Questo sottile fondamento intuitivo si trova al di là dell’attività mentale, al di là dei concetti. È come una sorta di sensazione di spaziosità interiore. Cercate di affidarvi maggiormente a essa, di lasciarvi andare, di rilassarvi per permetterle di manifestarsi all’esterno, mentre voi rimanete al di là di valutazioni e giudizi, guardando nello spazio davanti a voi: questo è chiamato shambhavi mudra.
Quanto più vi rilassate in questo stato di consapevolezza intuitiva, vi lasciate andare e vi affidate a esso, tanto più intensa diventa questa esperienza. Dopo qualche tempo potrete scoprire un potente bhava (percezione del mondo), ossia una sensazione di grandezza, vastità, globalità e profondità che comincia a dischiudersi dentro di voi. Quanto più vi rilassate e vi lasciate andare, rimanendo in questo stato vigile, tanto più potente sarà questa esperienza. In questa fase bisogna semplicemente essere consapevoli, eliminare l’attaccamento allo sforzo, rilassarsi e lasciarsi andare; allora questa esperienza cresce sempre più, come se diventaste una sorta di canale, di medium, di trasmettitore di questo stato.
Naturalmente, a questo livello è molto importante non cadere in deviazioni e non perdere la propria personalità in questa esperienza. La vostra personalità non deve perdersi in essa; al contrario, deve fiorire, e tutte le vostre qualità, alimentate dalla luce di questa consapevolezza intuitiva, devono sbocciare e manifestarsi nella dimensione relativa. Se invece ci perdiamo in questa esperienza, si tratta di una deviazione chiamata perdita dell’azione nella visione o perdita dell’azione nella consapevolezza.
In altre parole, non dobbiamo soltanto dischiudere il nostro potenziale, ma anche saperlo utilizzare. È come se riceveste una perla preziosa, come se dentro di voi si rivelasse un grande tesoro. È sempre stato dentro di voi, ma non ne conoscevate neppure l’esistenza; e anche se ne eravate consapevoli, non capivate come scoprirlo. Grazie alla pratica contemplativa, scoprite questo tesoro e vi convincete che esiste realmente. Acquisite una certa esperienza diretta, ma acquisirla è soltanto l’inizio. È come se vi fosse stato dato uno strumento magico. Ora dovete imparare a controllarlo, a padroneggiarlo e a utilizzarlo, e dovrete imparare a farlo per tutta la vita.
Le tappe dello sviluppo spirituale

Scoprire questa consapevolezza intuitiva, simile allo spazio, stabilirsi in essa, sradicare i klesha, gli oscuramenti, gli attaccamenti e le concezioni dualistiche della mente: tutto questo è soltanto l’inizio. In altre parole, inizialmente lavoriamo per scoprire lo stato naturale; poi, anche quando lo scopriamo, vediamo che non riusciamo ancora a mantenerlo. Sì, durante la pratica c’è stato un lampo, ma terminata la pratica il lampo è svanito e siamo ricaduti nell’ordinarietà. E allora lottiamo per riuscire a mantenere lo stato naturale.
In seguito, quando riusciamo a scoprirlo e a mantenerlo con sufficiente profondità, ci accorgiamo che esistono molti fattori che vi si oppongono: i nostri desideri mondani, il nostro karma e le nostre diverse concezioni dualistiche. E occorre molto tempo per purificare tutto questo, finché non liberiamo davvero la nostra mente da ogni costrizione e da ogni vincolo. Questo periodo può trasformarsi in una lotta molto seria e protrarsi per anni o persino per decenni.
Molti si fermano a lungo in questa fase, tuttavia nemmeno questa rappresenta una fase definitiva. Una fase importante è il momento successivo, quando giungiamo alla purificazione di tutti i nostri desideri, karma e concezioni dualistiche e otteniamo questo diamante purificato e prezioso del nostro stato naturale. E non è che continuiamo a cercarlo o a sostenerlo: cominciamo già a utilizzarlo attivamente. Questa è la fase del purushartha (manifestazione attiva), la fase del siddhi. Lo utilizziamo senza motivazione, senza un utilizzatore, senza desiderio, senza ego, senza attaccamento al senso dell’«io», senza concezioni dualistiche, perché tutte le nostre vecchie motivazioni e le vecchie concezioni dualistiche illusorie sono ormai rimaste molto indietro e si sono dissolte.
Diciamo che lo utilizziamo perché è una proprietà dell’energia quella di manifestarsi. In sostanza, quando arriviamo a questa fase, non siamo più noi, ma è l’Assoluto a giocare all’interno del nostro corpo. Diciamo «io» o «noi» soltanto come parte del gioco, come una sorta di etichetta, un nome per gli altri, affinché non ci confondano con qualcun altro.
Ogni jnani, quando parla di sé dicendo «io», usa semplicemente una sorta di etichetta per il proprio corpo e la propria mente, ma non intende dire che nel suo corpo vi sia una qualche personalità dotata di esistenza autonoma. Si tratta piuttosto della sua forma di vyavahara-vachana, il linguaggio convenzionale usato per comunicare con gli altri.

La fase del purushartha e la rotazione della ruota del Dharma
Per lo yogin che ha eliminato le proprie concezioni dualistiche e ha finalmente ottenuto la libertà tanto attesa, la fase successiva è ciò che viene chiamato «rotazione della ruota del Dharma». La rotazione della ruota del Dharma significa che, dopo aver ottenuto questo prezioso diamante, cominciamo a farlo ruotare, a unirlo alle diverse forze universali e a manifestare svariati giochi in questa dimensione relativa. Ciò avviene in modo naturale come il sole che splende e scioglie il ghiaccio. Avviene spontaneamente, senza alcuno scopo o motivazione sul piano della logica. Avviene dall’interno e, grazie a questo, tutti i vostri stati e le vostre qualità sottili fioriscono, dando così inizio allo sviluppo della fase successiva. I karma interiori sottili, le energie e i prana cominciano a trasformarsi e a rifondersi, e in questa fase lo yogin inizia gradualmente ad avvicinarsi allo stato di una divinità che, mediante il potere della propria mente, comincia a modificare lo spazio sia all’esterno sia all’interno. Questa è la fase chiamata purushartha: la manifestazione attiva.
In altre parole, è come se vi dicessero: «Nella fodera del vostro cappotto è cucito un assegno da un milione di dollari». Non lo sapevate e conducevate la vita di un povero. Poi è arrivata una persona compassionevole e ha condiviso con voi questa lieta notizia. Per molto tempo avete dubitato e non ci avete creduto, ma poi avete dovuto compiere notevoli sforzi per aprire la fodera ed estrarre l’assegno. Tuttavia, neppure questa è ancora la fase definitiva. In seguito cominciate a farne uso, a spenderlo. Di per sé, esso non si esaurisce mai. Cominciate a utilizzarlo attivamente: questo è il significato del purushartha.
Si ritiene che uno yogin che, a un certo punto, si sia fermato alla vacuità della consapevolezza, senza integrarsi con l’aspetto manifesto e con le energie manifeste e senza comprendere il principio del purushartha, della manifestazione, sia rimasto concretamente bloccato da qualche parte nella propria pratica, fermandosi alla fase della vacuità non manifesta. Nell’insegnamento dei siddha, una simile vacuità è considerata un livello di realizzazione insufficiente.
Brahma-jnana e il suo trascendimento

La fase del purushartha significa che cominciamo a trarre beneficio dalla nostra pratica contemplativa persino nella dimensione relativa. All’inizio, mediante la pratica contemplativa della scoperta della Mente fondamentale, abbiamo semplicemente eliminato la nostra confusione, la nostra ignoranza e le nostre illusioni. Abbiamo eliminato le concezioni dualistiche di noi stessi come individui, abbiamo riconosciuto la nostra natura divina, abbiamo scoperto in noi la Fonte suprema e ci siamo consolidati nella comprensione di noi stessi come Fonte suprema. Abbiamo scoperto la natura illusoria dell’intera esistenza e la dipendenza del mondo dalla nostra coscienza, abbiamo eliminato la nostra profonda confusione esistenziale, tutti i nostri attaccamenti, le nostre paure e le nostre speranze, e siamo diventati completamente vuoti, diventando in un certo senso realizzati.
Naturalmente, anche solo per raggiungere questo stadio, a molti occorrerà forse metà della vita, e ad alcuni forse persino tutta la vita. Ma dal punto di vista dei siddha, persino il raggiungimento di questo stadio è soltanto un certo inizio, poiché i siddha sono esseri perfetti con criteri e livelli di consapevolezza molto elevati. Essi affermano che anche questo stadio è soltanto una determinata tappa. È lo stadio della realizzazione del brahma-jnana.
Brahma-jnana significa che conosciamo l'Assoluto, eliminiamo la nostra ignoranza, causa delle rinascite successive. Uno dei criteri del brahma-jnana è il conseguimento di una coscienza ininterrotta nel sonno senza sogni e, naturalmente, nel sonno con sogni. Il raggiungimento della non-dualità, del punto del paradosso che si trova al di fuori del tempo, della forma, delle immagini, dei concetti, al di fuori di tutto; lo stabilirsi in questo punto e il dischiudersi dei diversi aspetti sottili di questo livello di coscienza, quali lo spazio e la luce. Tutto ciò costituisce le più sottili sfumature del Dharma.
Tuttavia, i santi non raccomandano di rimanere in questo punto. Essi affermano che persino la realizzazione dei livelli più profondi di questa sottile coscienza non concettuale e priva di forma non è qualcosa a cui ci si debba fermare, poiché è necessario un impulso creativo, l'unione con le energie e il gioco di queste energie. È proprio questo impulso creativo a dare una potente spinta allo sviluppo di un ulteriore livello di presenza. E poiché l'energia ha le proprie leggi, lo yogin, senza più perdere questo stato, torna nuovamente a lavorare con le energie, a lavorare con la manifestazione. Ma ora non si tratta più del samsara, del mondo delle cause e degli effetti condizionati che precipita nella sofferenza, nelle nascite e nelle morti; ora è già un gioco, scaturisce interamente dalla coscienza, è una manifestazione creativa della sua coscienza liberata. È un gioco al di là dei concetti, al di là delle cause e degli effetti, dei legami e delle relazioni soggetto-oggetto, che scaturisce interamente dalla coscienza incondizionata.
Accade spesso che molti santi altamente evoluti incontrino yogi che si sono fermati a questo stadio e li persuadano a passare alla fase successiva, predicando loro, in un certo senso, il Dharma. Se nel nostro mondo umano, predicando l'insegnamento, esortiamo ad abbandonare le proprie illusioni e a intraprendere il sentiero del nirvana, a questo livello essi vengono esortati a uscire dal nirvana e a intraprendere il sentiero del gioco con l'energia materiale, con il samsara, il sentiero dell'unione tra nirvana e samsara.
La linea dell'orgoglio divino è legata alla scoperta del nostro potenziale nell'aspetto del bhava, della percezione del mondo. La linea della contemplazione è legata allo sviluppo della sottile consapevolezza intuitiva. La linea dello spazio è legata allo sviluppo della capacità di contemplazione attraverso l'unione con lo spazio infinito.
La natura della realtà come gioco virtuale

Dentro di noi esiste un potenziale illimitato. In sostanza, il mondo non è ciò che ci appare e noi non siamo ciò che ci sembriamo. Ci consideriamo esseri umani, ma in realtà si tratta di una certa identificazione derivante dall'unione della coscienza intuitiva, del «Sé» superiore, della mente e del corpo. In altre parole, tutte le nostre rappresentazioni non sono altro che le rappresentazioni di alcuni personaggi virtuali all'interno di un videogioco.
I personaggi virtuali di un videogioco entrano in legami e relazioni complessi. Hanno un ruolo prestabilito e sono limitati dalla loro realtà virtuale. Ma c'è sempre qualcuno che ha creato questo gioco virtuale, qualcuno che ne è separato. Per lui, i personaggi virtuali di questo videogioco sono irreali, poiché sa che sono soltanto personaggi ai quali egli stesso ha conferito intelligenza artificiale, un ruolo, legami e relazioni complessi. Ma i personaggi non ne hanno alcun sentore: sono profondamente assorbiti dal proprio ruolo, dai propri legami e dalle proprie relazioni.
Non sbaglierò se dirò che questa non è neppure una metafora approssimativa, bensì una metafora esatta al cento per cento. Non vi sarà alcun errore nell'affermare che si tratta di una metafora esatta al cento per cento. Soltanto che, in questo videogioco, in questa realtà virtuale, la grafica è molto più elaborata e i personaggi dispongono di un'intelligenza artificiale più potente. Ma in sostanza non esiste una grande differenza, e penso che, con lo sviluppo delle tecnologie dell'informazione, sarà possibile ricreare una realtà che non sia minimamente inferiore alla nostra realtà umana e creare personaggi dotati della stessa intelligenza artificiale. Allora l'umanità giungerà inevitabilmente a uno stato in cui dovrà comprendere profondamente dove si trovi la vera realtà e quale sia la vera natura della coscienza.
La molteplicità dei mondi e dei creatori

L’insegnamento dei Veda e delle Upanishad, i santi, i rishi e i saggi affermano che tutti i mondi sono simili a tali realtà virtuali. Tra di essi non esistono leggi fisiche fondamentali che ne determinino l’immutabilità. Vengono creati spontaneamente, stocasticamente e probabilisticamente dalle forze della coscienza di vari creatori. Non vi è alcuna connessione prestabilita tra di essi. È come se nell’universo esistesse un numero illimitato di creatori, suoi operatori dotati di potere e volontà. Essi generano un numero illimitato di universi, mondi propri, che vengono popolati da vari personaggi ed esseri, tra i quali si instaurano legami e relazioni complessi. E tutto ciò scaturisce esclusivamente dalla coscienza. Non esistono parametri prestabiliti di tempo e spazio tra i quali sia possibile stabilire un nesso o tracciare una correlazione. Tutto ciò è completamente non algoritmico.
Se avete su uno scaffale molti dischi contenenti film o programmi informatici diversi, ciascuno di essi rappresenta un intero universo. E tra loro non vi è alcun legame rilevante, se non il fatto che li avete scelti e messi sullo scaffale, oppure che sono stati creati da altri. Allo stesso modo, i nostri mondi, i mondi degli dèi, dei rishi, dei siddha, dei gandharva, degli yaksha e dei vidyadhara sono mondi molteplici, creati dalla forza di una coscienza superiore. Ne esistono tanti quanti sono i creatori. I concetti di tempo, spazialità e causalità vi vengono stabiliti arbitrariamente sulla base della loro stessa coscienza.
Di solito l’umanità cerca di chiarire e dedurre determinate leggi fondamentali alla base dell’universo, e di mettere in relazione causalità, tempo e spazio. In altre parole, cerca di ricavare alcune costanti comuni ed estendere questa visione all’intero universo. Ma in realtà l’universo è strutturato in modo molto più complesso e non sarà possibile ridurlo a costanti fondamentali, perché qui non vi è alcuna algoritmicità. La coscienza è un elemento probabilistico e stocastico, libero da qualsiasi predeterminazione e algoritmicità, e perciò crea in modo assai più imperscrutabile. Allo stesso modo, anche il nostro mondo è soltanto una di tali creazioni, generata da una coscienza superiore. Questa coscienza superiore viene solitamente chiamata Ishvara, Brahma, il creatore del nostro universo.
Brahma come creatore dell’universo

Tutto il nostro mondo è l’intenzione, il sankalpa di Brahma, il creatore dell’universo. È il suo sogno. Si dice che, quando Brahma si addormenta e permette alle proprie energie di generarsi, tali energie si manifestino come universo visibile. Brahma può essere definito come una coscienza creatrice globale. Si ritiene che esista un numero infinito di tali Brahma. Essi sorgono nello spazio della coscienza fondamentale proprio come bolle sull’acqua, e insieme a loro sorgono gli universi creati dalla loro coscienza. Alcuni universi sono appena in fase di creazione, altri si stanno già dissolvendo, mentre altri ancora esistono e vengono sostenuti.
Secondo le fonti, il creatore del nostro universo, in base ai cicli temporali, ha cinquantuno anni secondo il computo del tempo dei creatori degli universi. Ma in realtà esiste un numero illimitato di tali creatori. Di conseguenza, esiste anche un numero illimitato di universi. Questo mondo, con le sue leggi e costanti, è una manifestazione della mente di Brahma. Ciò include anche le leggi della nascita e della morte. Persino gli dèi, con tutti i loro livelli celesti e le terre pure, fanno parte dell’unica grande mente globale di Brahma, il creatore dell’universo.
Il potenziale per diventare creatori della realtà
Allo stesso modo, ciascuno di noi, raggiunto un determinato livello, può diventare a sua volta creatore della realtà. Vengono spesso descritti casi in cui uno yogin o un rishi, raggiungendo mediante la pratica ascetica il più alto livello di coscienza, diventava egli stesso creatore di un universo, un Brahma. Ciò significa che dentro di noi esiste lo stesso potenziale del creatore dell’universo. Semplicemente, il potenziale del creatore dell’universo è dischiuso, pienamente sviluppato e si manifesta con molta più potenza del nostro. Ma se dischiudiamo il nostro potenziale, possiamo liberarci dalle leggi di Brahma che esistono in questo universo samsarico per la nostra categoria di esseri umani, passare allo status superiore degli esseri divini e poi diventare noi stessi Brahma e creare universi secondo i principi e le concezioni che possediamo.
Nello «Yoga Vasishtha» vengono descritti molti casi in cui gli yogin raggiungevano un simile livello. La stessa cosa viene descritta anche nella «Tripura Rahasya».
Nella «Tripura Rahasya» uno yogin chiede al maestro:
Se tutto viene creato dalla coscienza, perché allora la mia coscienza non può creare nulla? Perché la mia intenzione non si realizza?

Il Maestro gli risponde:
L’intenzione delle persone è dispersiva, debole, non unidirezionale e priva di profondità, perciò non si manifesta in modo adeguato. Ma se affinerai la tua intenzione, allenerai la coscienza e le conferirai la dovuta profondità, sii certo che con il tempo acquisirai la stessa forza di Brahma e sarai tu stesso in grado di creare i tuoi universi.
Liberarsi dalla legge del karma, dalle sofferenze, dalle limitazioni, dalle nascite e dalle morti significa stabilirsi in una tale supercoscienza, dispiegarne pienamente il potenziale creativo e l’attività creatrice. La liberazione significa vivere nel mondo creato dalla propria coscienza. Realizzare la non-dualità, diventare una divinità significa acquisire uno stato di coscienza che consenta di creare autonomamente realtà e universi. Infatti, se vivete in una realtà che non avete creato voi, potete essere certi che tale realtà non è fatta per voi, poiché non è stata creata da voi. Questa realtà, che vi limita costantemente, è il samsara.
Le leggi del samsara e la possibilità della liberazione
Supponiamo che esista il mondo degli esseri umani, una delle classi del mondo del samsara. In esso vigono determinate leggi, secondo le quali agli esseri umani è assegnata una certa quantità di tempo, trascorsa la quale muoiono e poi rinascono. Esistono le leggi della fisica, della biochimica del corpo e altre leggi che governano questo mondo. Queste leggi sono generate da diverse manifestazioni della coscienza sottile: è ciò che viene chiamato «divinità reggenti». E noi tutti siamo inseriti in questo sistema. Non possiamo superare tutte queste limitazioni, poiché questo mondo è stato creato da una coscienza più elevata e più potente, per noi incomprensibile. Ma siamo costretti a vivere in questo mondo, perché non ne abbiamo un altro. Anche se non siamo stati noi a creare questo mondo e non è fatto per noi, dobbiamo comunque sottostare a queste leggi, che lo vogliamo o no.

Riguardo alle leggi dello Stato potete ancora dire: «Le leggi dello Stato non dettano legge a me», ma siete comunque costretti a rispettarle. Le leggi fisiche degli dèi sono ancora più sottili e, che lo vogliate o no, le rispettate in ogni caso. Per esempio, la legge di gravità, l’invecchiamento del corpo o lo scorrere del tempo sono leggi di esseri divini appartenenti a una determinata classe del samsara, i quali governano questo mondo. Quando lo comprendiamo, vediamo che le limitazioni esistono da ogni parte. Forse non lo vogliamo, ma il tempo scorre e cambia ogni cosa, i nostri progetti possono svanire; non lo vogliamo, ma invecchiamo, ed esiste la morte. Queste sono le leggi di una realtà che non è stata creata dalla nostra coscienza. Questa realtà è stata creata per una determinata classe di esseri, per una determinata classe di coscienza.
Ma non appena eleviamo il nostro livello di coscienza, la nostra coscienza ci permette di essere liberi da queste leggi. In realtà, queste leggi non sono obbligatorie né assolute: esiste sempre la possibilità di liberarsene e, non appena affermate la vostra capacità di esserne liberi, esse cessano di applicarsi a voi. La coscienza, la nostra volontà e la capacità di manifestazione sono proprio il fattore che ci libera.
Un monaco mi raccontò una sua esperienza. Durante un sogno lucido si ritrovò nella metropolitana, ma era una metropolitana strana, dove si radunavano le anime di coloro che dormivano o erano morti, ed erano tutte inconsapevoli. Aspettavano di essere destinate. Era cioè una sorta di stato intermedio, il bardo. Periodicamente entrava in questa metropolitana un uomo imponente, simile a una guardia, dotato di una forza enorme e di una potente bhava. Esaminava la coscienza di ciascuno, leggendone i pensieri, e tutte quelle persone si stringevano e si rannicchiavano ancora di più per la tensione e la paura. La sua coscienza era molto rapida, veloce e consapevole rispetto alla coscienza di coloro che sedevano lì ad attendere la propria sorte. Faceva rapidamente una scelta, afferrava qualcuno e lo conduceva via con sé. Essendo tutti semicoscienti, non capivano cosa stesse accadendo loro e avevano semplicemente un terrore tremendo di quella guardia, aspettando di scoprire che cosa sarebbe successo loro in seguito. Era una sorta di spirito potente che aveva assunto quell’aspetto. Poiché quel monaco era consapevole, sentiva di non avere alcun motivo per temerlo o attendere la propria sorte, perciò si alzò semplicemente e uscì da quel vagone.

Allo stesso modo, il samsara rappresenta il mondo dei fenomeni, qualcosa di simile a un grande vagone. In linea di principio, potete uscirne in qualsiasi momento, non appena dimostrate un livello di coscienza leggermente più elevato. Vi diranno subito: «Signore, questo non è il posto per lei, non è adatto a lei, è destinato a un'altra classe di esseri». Ma dovete dimostrare questa coscienza. A chi dimostrarla? Alle diverse energie sottili che esistono nell'universo. Sono i vari custodi del tempo, i custodi della legge del karma, i custodi dei cinque elementi, le divinità che governano la reincarnazione, un numero incalcolabile di spiriti custodi e divinità. Sono, per così dire, i rappresentanti della Fonte suprema, investiti di diverse funzioni. Sono forze superintelligenti, creative e potenti che vigilano sul bilanciamento e sull'equilibrio delle forze nell'universo e li mantengono, dirigendo l'evoluzione generale del sistema umano come un grande sistema intelligente ed evolutivo. Ma non appena dimostrate un livello di coscienza più elevato, queste energie smettono di includervi nel loro elenco: cominciate a uscire dalla loro lista di limitazioni e passate a un altro elenco, quello di una coscienza superiore, dove la vostra coscienza può manifestarsi più liberamente.
Nel testo «Gorokho Bijoy» è descritto un episodio in cui il santo Gorakshanath si reca nel mondo del dio Yama dopo aver saputo che Matsyendranath, il suo maestro, è stato inserito negli elenchi di Yama e che gli restano soltanto tre giorni da vivere. Quando giunse nel mondo del dio Yama, Yama, che di solito afferra gli esseri umani, si alzò e accolse Gorakshanath con grande riguardo. Gorakshanath disse:
Hai commesso un grave errore includendo Matsyendranath, il mio maestro, nell'elenco dei mortali. Sebbene Matsyendranath, a causa di una maledizione, si trovi ora nell'illusione e si diletti con le donne del paese di Kadali, poiché è il mio guru ti avverto che faresti meglio a non farlo: conosci bene la mia forza.
Yama disse con grande rispetto:
Sì, sì, correggeremo senz'altro questo errore.
Yama parlerebbe così a un semplice essere umano mortale? Certamente no, poiché la funzione di Yama è presiedere alla reincarnazione insieme alle numerose divinità a lui subordinate. Ma quando arrivò Gorakshanath, Yama lo trattò in modo completamente diverso, poiché, per livello di coscienza, Gorakshanath era persino più potente e profondo di Yama. Gorakshanath poteva generare altri Yama, poiché egli stesso era il creatore di altre realtà. Aveva dischiuso il potenziale della propria coscienza ed era andato oltre le leggi dei mortali, oltre le leggi del samsara. Allo stesso modo, quando la nostra coscienza si sviluppa, può assumere il ruolo di chi si libera dalle leggi ed è in grado di crearne di nuove. Questo è il significato della manifestazione creativa (purushartha): lo stadio successivo, dopo che avete scoperto il principio dello stato naturale e questo ha acquistato forza in voi. Di solito, questo stadio è chiamato stadio dell'acquisizione dei diversi siddhi, quando, trovandovi in unità con la Fonte suprema, potete invocare svariate forze universali e manifestare cose diverse.

Sviluppo delle capacità creative
Per quale ragione le manifestate? Per sviluppare ulteriormente la vostra coscienza. Ma all'inizio può darsi che non si manifestino in voi particolari capacità mistiche straordinarie. Molto probabilmente, all'inizio potreste sviluppare una maggiore consapevolezza e una maggiore responsabilità; la vostra mente e il vostro intelletto diventano più limpidi. Diventate più intelligenti, persino geniali in un certo senso. Potete maneggiare liberamente categorie complesse che prima non eravate in grado di trattare. In voi emergono diverse capacità creative che prima non possedevate. Naturalmente crescono la compassione, l'amore, l'armonia interiore e l'integrità interiore; si manifestano vari talenti e si rafforza la coscienza intuitiva. Diventate persone creative, dotate e persino geniali, capaci di esprimersi ovunque e di ottenere successo in ogni cosa.
Come minimo, ottenete un successo totale: la vostra intenzione si realizza e tutti i vostri pensieri, desideri e propositi sui quali riflettete seriamente cominciano ad avverarsi. Da voi scaturiscono costantemente idee così sottili e profonde da poter cambiare la realtà, e con queste idee circondate la vostra realtà in modo tale che essa cominci a essere costituita più dalle vostre idee che da qualche grossolana legge della natura materiale o dalle idee altrui. È simile a un musicista geniale che si circonda della musica da lui stesso composta, e questa musica diventa una sorta di ambiente che esprime il suo stato interiore. Allo stesso modo, quando la vostra presenza contemplativa cresce e potete attingervi ispirazione e forza, ciò si manifesta anche nel mondo che vi circonda. Vedete di aver ricevuto una sorta di prezioso diamante che vi offre la possibilità di esprimere o fare esattamente ciò che vorreste nella vostra vita. Naturalmente, a quel punto non avete più né desideri egoistici, né desideri mondani, né attaccamenti, né illusioni, ma semplicemente, in virtù di determinate inclinazioni, sorge il desiderio di manifestare certe energie per il bene di tutti gli esseri viventi e a beneficio del vostro sviluppo.
È proprio così che comincia il passaggio dall'ordinaria condizione umana allo stato di divinità, alla dimensione del mandala, ossia a una dimensione pura, intessuta della vostra stessa coscienza. Questo momento di transizione è preceduto dallo sviluppo delle vostre facoltà creative. Non appena acquisite la capacità di creare, non appena la vostra coscienza diventa intuitiva, limpida e multidimensionale, cominciate a eliminare le vostre sofferenze. Ottenete la chiave per eliminare qualsiasi problema e qualsiasi sofferenza, poiché la vostra coscienza creativa intuitiva è capace di generare mandala: strutture complesse che collegano tra loro interi complessi di energie diverse e trasportano la dimensione verso un livello più puro. E allora comprendete come stanno le cose. Si scopre che, per risolvere qualsiasi problema, occorre generare un mandala. E non appena siete in grado di generare un mandala, una qualsiasi struttura complessa scaturita dalla coscienza, e questo mandala collegherà energie diverse in modo armonioso e a un livello elevato, potrete risolvere qualsiasi problema, persino quelli in cui non siete esperti. In definitiva, la vostra chiarezza vi permette di individuare i problemi che esistono nel samsara e di risolverli con successo sia per voi stessi sia per gli altri.

Il sole interiore e la trasmutazione della realtà
È come se dentro di voi fosse apparso un potente riflettore, un'enorme sorgente luminosa da un milione di watt, un reattore nucleare interiore, un sole interiore da cui scaturisce un raggio che potete dirigere ovunque. Non appena dirigete questo raggio, la realtà esterna si rifonde sotto il suo influsso, si purifica e acquisisce profondità e purezza. Semplicemente, illuminate ogni cosa con questo raggio. Proprio come il sole comincia a splendere, allo stesso modo cominciate a splendere anche voi. E ovunque facciate risplendere la vostra luce, la realtà comincia a essere illuminata dal vostro sole interiore.
I raggi di questo sole interiore sono la chiarezza, la luce di questo sole interiore è la pura consapevolezza dello stato naturale, mentre il processo di rifusione indica l'unione della chiarezza con le diverse energie che sorgono quando si presta attenzione a qualsiasi esperienza. Con il tempo, quanto più irradiate luce intorno a voi, tanto più cambiano il mondo e l'ambiente che vi circondano.
Per esempio, se avete malattie croniche e possedete chiarezza, ragionate così: «Esistono chakra e canali. Devo semplicemente lavorare su di essi e allora potrò eliminare la causa delle mie malattie». Cominciate a comprendere ogni cosa così com'è e non avete più alcuna confusione. Non avete bisogno di medici, esami o pillole; comprendete che, semplicemente con la forza della vostra pratica e della vostra chiarezza, potete eliminare tutte le malattie croniche. Poi comprendete: «Ho vecchi karma, debiti karmici, il karma ancestrale degli antenati, i miei samskara delle vite passate, ma il raggio della mia chiarezza si dirige là e purifica ogni cosa». E allora potete dire di non avere vecchi debiti e che il vostro karma è puro. Infatti, lo si può cambiare se vi si penetra con il raggio della propria chiarezza. Poi pensate: «E per quanto riguarda il futuro?». Riflettete: «Oh, qui si prospetta un futuro simile, ma posso cambiarlo. Posso costruire il mio modello di futuro, plasmare con la forza della mia chiarezza un futuro diverso, il futuro che desidererei». Poi rivolgete l'attenzione al mondo circostante e pensate: «In questo mondo circostante esistono tali o talaltri problemi», ma se applicate la vostra chiarezza, potete cambiarli o risolverli; perlomeno, potete cercare di farlo.
Così, grazie alla forza della vostra chiarezza, notate ogni manifestazione della visione impura e la trasformate in una visione pura. È come se illuminaste con un grande riflettore tutto ciò che vi circonda. I veri praticanti, coloro che sono santi, siddha, rishi e maestri, possiedono un raggio di luce così potente. Si trovano al confine del caos, al confine dell’entropia, e illuminano incessantemente, come con lanciafiamme, tutta questa realtà, trasformandola in una dimensione più pura. E quando il caos, l’entropia, la tendenza verso i mondi inferiori, la diminuzione dell’ordine e del livello si scontrano con la loro potente luce, avviene una trasmutazione, una trasformazione: tutto si converte in una dimensione pura, in un mandala, e la divinità cresce.

Questa è una fase ulteriore del praticante yogi, nella quale egli trasmuta incessantemente varie energie, trasformandole continuamente sia dentro di sé sia all’esterno. Dentro di sé, trasforma le energie impure residue (le energie nei canali e nei chakra, le varie energie patogene e gli ostacoli) che continuano a esistere finché gli elementi non siano completamente purificati. All’esterno, trasforma invece le diverse connessioni e relazioni esteriori grazie al fatto che la sua coscienza genera costantemente chiarezza, creando vari mandala; questi mandala, come aree locali di visione pura, ricoprono le diverse energie caotiche e disordinate. Ciò prosegue finché non rimane più nulla di impuro o disordinato né nel corpo, né nelle energie, né nel mondo esterno. E quando non rimane più nulla di impuro o disordinato, il corpo fisico si trasforma in un corpo sottile, divino, energetico, il cosiddetto corpo d’arcobaleno; il mondo esterno, da mondo limitato dal samsara, si trasforma in un mandala di visione pura, in una terra pura, in una dimensione pura. Avviene la trasformazione di tutte le relazioni e connessioni, vale a dire un passaggio completo, un passaggio assoluto a uno stato divino totalmente puro.
Purushartha (manifestazione delle energie) significa appunto comprendere questo principio attivo di trasformazione. Se non riusciamo a comprendere questo principio e lavoriamo soltanto con la contemplazione interiore, ci priviamo per lungo tempo della possibilità di sviluppare una tale maturità. Naturalmente, qualcuno dirà: «Per trasformare, bisogna avere qualcosa con cui trasformare, bisogna sviluppare una qualche base dello stato naturale». È così, poiché, se non avete una presenza contemplativa di base, naturalmente non avrete neppure nulla con cui trasformare. Vale a dire che questa luce non si è ancora accesa in voi, perciò dovete cercarla e accenderla. Ma noi stiamo parlando precisamente della fase in cui la luce ha già iniziato ad accendersi e in cui si è già accesa.
La storia dei dieci figli di Indu e della loro aspirazione allo stato di Brahma
Nello «Yoga Vasishtha» vi è una storia sui figli di Indu. Essa inizia con Vasishtha che racconta di aver chiesto al creatore, Brahma, di descrivere come fosse stato creato il nostro universo. Brahma rispose a Vasishtha:

Qui tutto è soltanto mente. Ti racconterò ciò che mi accadde alla fine e all’inizio della creazione. Alla fine dell’epoca precedente vi fu la notte cosmica e, non appena la mia mente si risvegliò al termine di quella notte, pregai e mi guardai intorno, desiderando creare l’universo. Vidi un nulla infinito, che non era né luce né oscurità. E poiché nella mia mente vi era il desiderio di creare, nel mio cuore cominciai a vedere visioni sottili. Nella mia mente vidi diversi universi indipendenti. In ciascuno di essi vidi i miei doppi, altri creatori. In questi universi vidi esseri di ogni genere, montagne, fiumi, oceani e venti, il sole, esseri celesti e gli inferi popolati da demoni. In tutti questi universi vidi i testi sacri, le regole di condotta morale che definivano le azioni buone e cattive, i paradisi, gli inferni e le loro descrizioni, nonché testi che descrivevano le vie del piacere e le vie della liberazione. In tutti questi universi vidi uomini e dèi che aspiravano ai propri differenti obiettivi. Vidi i sette mondi, montagne e oceani avviati verso la distruzione in altri universi; vidi il tempo e la sua suddivisione in epoche, cicli, giorni e notti. Vidi anche il sacro corso del Gange, che unisce i tre mondi: il cielo, la terra e lo spazio sottile.
Qui non si intende il fiume Gange, bensì un sottile flusso astrale che i siddha chiamano Gange. Il Gange, in quanto fiume fisico, è già una manifestazione del sottile flusso spirituale proveniente dal mondo degli dèi. Esso può essere proiettato su qualsiasi fiume. Alcuni noti studiosi russi sostengono che, in realtà, il Gange originario sia il Volga, adducendo vari studi linguistici, facendo riferimento ai nomi delle sorgenti nel «Mahabharata» e alla somiglianza dei nomi di oltre duecento sorgenti menzionate negli antichi testi sanscriti originali.
Brahma dice:
Come un castello sospeso nell’aria, questa creazione risplendeva con i suoi cieli, la terra e gli oceani. Osservando tutto ciò, rimasi sorpreso e ammirato. La mia mente è nel vuoto, eppure vedo tutto questo, sebbene non abbia visto nulla con i miei occhi.
Brahma rifletteva sul principio dell’esistenza e della creazione dell’universo. Era molto sorpreso, poiché l’universo gli appariva come un’illusione creata dalla coscienza, e tuttavia questa illusione era reale.
Spesso si può incontrare questa espressione: «Anche nel più minuscolo atomo possono trovarsi miliardi di universi». Naturalmente, per noi è difficile comprenderlo. C’è anche il racconto di come Milarepa, mentre viaggiava con un discepolo e fu sorpreso da una tormenta di neve, si nascose nel corno di uno yak; il corno dello yak non aumentò di dimensioni e Milarepa non si rimpicciolì. Dal nostro punto di vista è impossibile. Ma se pensiamo che il mondo non abbia una natura fisica, bensì una natura più sottile (una natura quantistica, per usare un linguaggio scientifico), allora ciò è del tutto possibile. Non vi sorprende, infatti, che in una piccola scatola possano entrare dieci dischi contenenti diversi film o giochi per computer. Un solo gioco è un intero universo, abitato da individui dotati di un proprio carattere, con spazi immensi, eppure tutto questo entra nella vostra scatola molto piccola. E se pensiamo che gli universi abbiano una natura ancora più sottile, allora è del tutto possibile che, a un tale livello, persino in un solo atomo possano trovare posto miliardi di universi diversi, e che vi sia spazio per tutti. Brahma rifletteva proprio su questo problema.

Osservando tutto ciò, rimasi sorpreso e ammirato: «Com’è possibile che io veda tutto questo nella mia mente, nel vuoto, sebbene non abbia visto nulla con i miei occhi?» Riflettei su questo per molto tempo e, alla fine, chiesi a uno dei soli di uno dei sistemi solari di avvicinarsi a me. Gli posi la domanda che mi turbava.
Il Sole disse:
O grande, essendo l’onnipotente creatore di tutto questo, tu sei Dio stesso. Soltanto la mente si manifesta in tutto questo infinito vortice, che confonde tutti e li induce a pensare che ciò sia reale o irreale. Senza dubbio conosci la verità, ma poiché me lo hai chiesto, ti risponderò obbedientemente.
Per rispondere alla domanda di Brahma sulla natura della realtà e sulla natura dell’universo, il dio Sole raccontò la seguente parabola, questa leggenda.
Il Sole disse:
Nei pressi del sacro monte Kailash viveva un sant’uomo noto come Indu, discendente del saggio Kashyapa. Lui e sua moglie erano benedetti in ogni cosa, tranne che nella prole. Un giorno si recarono al monte sacro per compiere dei rituali e ricevere la benedizione di avere figli. Là vissero nutrendosi soltanto d’acqua. Alla fine divennero simili ad alberi, poiché restavano immobili.
Per un certo periodo praticarono l’ascesi e osservarono il digiuno, bevendo soltanto acqua. Praticavano una forma di ascetismo che consisteva nello stare in piedi su una gamba sola, recitare un mantra e rimanere in contemplazione con un determinato sankalpa, invocando gli dèi. Tutto ciò era accompagnato da un severo digiuno e da poche ore di sonno. Rimasero immobili in contemplazione per così tanto tempo da diventare simili ad alberi. Poiché invocavano Shiva, la loro pratica ascetica piacque a Shiva.

Tutto ciò piacque a Shiva, che apparve davanti a loro e chiese che cosa desiderassero più di ogni altra cosa. Essi desiderarono avere dieci figli devoti a Dio, e Shiva promise di esaudire il loro desiderio.
Poiché erano laici, avevano un simile desiderio. Desideravano figli che fossero devoti al cammino spirituale della liberazione. Shiva promise di esaudire il loro desiderio e scomparve.
Poco dopo, la moglie diede alla luce dieci figli belli e sani. I ragazzi crebbero, studiarono tutte le scritture e divennero giovani uomini. Dopo qualche tempo, i loro genitori abbandonarono i corpi e furono liberati.
I dieci giovani ne furono profondamente rattristati.
Sebbene avessero acquisito alcune conoscenze di filosofia e yoga e si fossero dedicati alla pratica, le loro menti non erano ancora illuminate.
Un giorno si riunirono e decisero: «Fratelli, qual è la meta più desiderabile quaggiù, a che cosa dovremmo aspirare e che cosa non conduce alla sofferenza? Essere re, imperatore o persino sovrano del paradiso è cosa da nulla, poiché perfino Indra governa i cieli soltanto per un’ora e mezza della vita del Creatore».
Giunsero alla conclusione che né le conquiste mondane né quelle degli esseri divini semimondani potevano soddisfarli, poiché tutto ciò è temporaneo e non dona la comprensione della verità.
Ah, dunque la cosa migliore per noi è raggiungere il livello del Creatore, perché soltanto questo non avrà fine per un’intera epoca. E, naturalmente, lì non esistono né vecchiaia né morte.
Brahma non muore. Poiché possiede la coscienza del Brahman non duale, passa semplicemente nello stato immanifesto, poi si risveglia di nuovo e l’universo viene nuovamente creato. I fratelli giunsero alla conclusione che fosse meglio conseguire la posizione più elevata, quella di Brahma, che non sarebbe stata toccata da nulla. Naturalmente, nel mondo di Brahma non esistono né limitazioni, né vecchiaia, né morte. Pensarono che molti yogi praticassero le sadhana per diventare Indra nel cielo dei trentatré dèi, trasferirsi nei mondi degli asura o diventare qualche essere nel mondo superiore delle forme, ma nulla di tutto ciò li soddisfaceva. Ritenevano che si trattasse di una condizione limitata e perciò giunsero alla conclusione che la cosa migliore fosse acquisire personalmente un potenziale gigantesco come quello del Dio creatore.

Meditazione dell’orgoglio divino
Allora il maggiore dei fratelli disse: «Vi trasmetterò una pratica che già conosco. Se la seguirete, potrete davvero realizzare il vostro desiderio». Diede loro questa sankalpa meditativa, questa trasmissione:
Meditate così: «Io sono Brahma, seduto sul loto». Tutti i fratelli iniziarono meditazioni simili: «Io sono il creatore dell’Universo, il Creatore, Brahma. In me dimorano tutti i saggi e gli dèi nelle loro rispettive forme. In me si trovano i cieli con tutte le loro creature. In me vi sono montagne, continenti e oceani. In me vi sono demoni, semidèi e asura. In me splende il sole, si svolge il processo della creazione e la creazione viene sostenuta. Ora è il tempo della distruzione, ora è trascorsa un’epoca, un kalpa, un ciclo. Giunge la notte del Creatore, poi ha inizio una nuova creazione. Io sono onnipotente, possiedo la pienezza della conoscenza e sono completamente libero».
Il fratello maggiore li iniziò a questa meditazione come pratica per raggiungere il livello di Brahma, il Creatore. In sostanza, questa è una delle illustrazioni delle pratiche dell’orgoglio divino, che costituisce la pietra angolare dell’insegnamento del laya yoga.
Meditando su tutto ciò con l’intero loro essere, essi lo divennero.
Esiste una legge: ciò a cui pensi, quello diventi.
Immersi profondamente nella meditazione, i loro corpi si disseccarono e ciò che ne rimase fu divorato dalle bestie feroci. Ma essi continuarono a rimanere lì, nel loro stato fuori dal corpo, per moltissimo tempo, finché non giunse la fine dell’epoca e il calore del sole e le terribili raffiche di vento non distrussero ogni cosa. I santi continuarono a rimanere fuori dal corpo, con un’unica intenzione: diventare creatori dell’universo.
All’alba del nuovo ciclo della creazione, questi discepoli continuavano a rimanere nello stesso luogo, ancora immutati, tutti con le medesime intenzioni.
Vale a dire che trascorse una quantità immensa di tempo. Alla fine, raggiunsero davvero la massima profondità del samadhi e divennero simili ai Creatori, ai Brahma.
Il Sole disse:
Erano quei dieci Creatori che hai visto, e hai visto anche i loro universi. Io sono uno dei soli che splende in uno degli universi da loro creati.
O Sole, dunque gli universi sono già stati creati da questi dieci creatori; che cosa devo fare adesso? Che cosa dovrei fare?
Il Sole rispose:
Ebbene, non hai desideri, né motivazioni personali. Ovviamente non hai alcun bisogno di fare nulla.
Intendeva dire che questo creatore si trova al di là del fare, dell’agente e dell’azione stessa, poiché la sua mente era completamente incondizionata. Non provava né attaccamento alla creazione dell’universo né piacere nel farlo.

Quale gioia ti procura la creazione dell’universo? Certamente, creare l’universo è per te un passatempo privo di motivazioni. La creazione scaturisce da te, libero dal benché minimo desiderio o motivo, proprio come il sole, senza alcuna intenzione di splendere, si riflette in una pozza d’acqua, che a sua volta non intende rifletterlo. Senza intenzione, il sole fa sì che il giorno segua la notte; allo stesso modo, crea gli esseri senza intenzione. Quale gioia ne ricaveresti se rinunciassi alle tue naturali funzioni creative?
I saggi non desiderano fare alcunché, né desiderano non fare.
Con la tua visione interiore vedi l’universo creato da questi santi. Con gli occhi fisici una persona può vedere soltanto gli oggetti che ha creato nella propria mente, e nient’altro. Questi oggetti creati dalla mente sono indistruttibili. Vengono distrutti soltanto gli oggetti creati da componenti materiali. Una persona è fatta di ciò che nella sua mente si è consolidato come verità su di sé: essa è soltanto questo.
Il Creatore, la Mente, è l’unico creatore del mondo, e soltanto la Mente è l’Essere supremo. Ciò che è compiuto dalla Mente è azione; ciò che è compiuto dal corpo non è azione. O forze della Mente, guidati dal pensiero, i figli del santo divennero Creatori dell’universo! Ma se si pensa «io sono il corpo», la Mente diventa un essere mortale.
Il principio del risveglio del potenziale divino
Proprio in questo consiste il principio della meditazione sull’orgoglio divino. Se riflettete: «Io sono un piccolo corpo mortale, io sono un essere umano», allora, naturalmente, anche la vostra mente subisce delle limitazioni e il livello e lo status della vostra percezione del mondo si abbassano. Quando meditate sul principio dell’orgoglio divino, riflettete: «Io sono l’Assoluto, io sono Brahma il Creatore». Fate sorgere il bhava, la percezione del mondo che cercate di scoprire dentro di voi come potenziale, poi la accrescete e la intensificate sempre più. Grazie a ciò, la vostra presenza contemplativa e le vostre forze creative cominciano gradualmente a manifestarsi.
Dal punto di vista dell’autoriconoscimento, si potrebbe dire che possediamo già questo potenziale. Questo potenziale esiste già dentro di noi, bisogna soltanto risvegliarlo. È sempre esistito. Che ne fossimo consapevoli o meno, non è stato risvegliato. La questione è risvegliare questo potenziale. Non si tratta di crearlo o conseguirlo, bensì di risvegliarlo: dobbiamo acquisire fede in esso e poi permettergli di manifestarsi in tutto il suo splendore.
Questo ricorda la seguente situazione: immaginate un giovane che ha il rango di principe, ma non ci pensa molto o addirittura non lo sa; tutta la sua vita si riduce ad andare alle feste e cercare di divertirsi. I consiglieri vengono da lui e gli dicono: «Signore, devi adempiere ai tuoi doveri di Stato, devi dimostrare tutto ciò che si addice a un principe». Ma lui risponde: «Io non lo sono affatto». Essi dicono: «Hai grandi poteri e opportunità, da te dipende tutto il nostro Stato». E lui dice: «Non me ne importa nulla, vorrei andare alle feste, divertirmi e fare nuove conoscenze». Cercano di convincerlo: «Dovete elevare la vostra coscienza, perché vi è stato dato moltissimo e potreste trovarvi a un livello completamente diverso». Ma il giovane non adempie ai propri doveri e delude le aspettative sia dei suoi consiglieri sia dei ministri. Lascia il proprio Stato incustodito, perciò esso si sviluppa caoticamente.
Questo giovane rappresenta la nostra coscienza: essa non rivela il proprio potenziale e non lo utilizza. Non crede nel proprio potenziale e non cerca seriamente di risvegliarlo. Questa è la vita nel samsara. Ma non appena, grazie ai consiglieri o alla propria riflessione, un simile giovane comincia a interrogarsi, scopre poteri, energie e responsabilità immensi e, soprattutto, possibilità di sviluppo. Vede che tutto questo gli è stato dato fin dall’inizio: la questione è soltanto riconoscerlo e cominciare a lavorarci. E gradualmente entra in possesso dei propri diritti.
In altre parole, ciascuno di noi è una divinità potenziale, un potenziale Brahma il Creatore. La questione è che questo potenziale deve essere purificato, liberato e messo in condizione di realizzarsi. Queste sono le vere capacità creative.

Liberazione attraverso le capacità creative
È proprio nella fase in cui si risvegliano le nostre capacità creative che possiamo dire di liberarci dal samsara, dalle sofferenze, dalla legge del karma e dalla morte. Sono proprio le capacità creative, fondate sulla comprensione della vacuità di ogni cosa, a costituire il principio della liberazione. È la vostra coscienza, che si manifesta attivamente ed elimina la dipendenza da qualsiasi legge limitante, a essere questo fattore liberatorio.
Se molte persone sulla Terra potessero risvegliare il proprio potenziale originario, ridestare la propria coscienza creativa, ognuno acquisirebbe lo status di divinità, ognuno potrebbe generare chiarezza e creare un mandala. Allora il mondo non sarebbe costituito da personalità limitate, né da leggi di causa ed effetto o da leggi fisiche che limitano la nostra vita, ma diventerebbe un mandala divino, nel quale non operano le leggi fisiche, bensì i processi della coscienza. Allora, un bel momento, ci ritroveremmo a vivere in una dimensione pura, nella terra pura dei santi o degli dèi, in un mandala, in una dimensione pura, là dove vivono gli dèi.


