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Dal Testimone all’Abbandono di sé: il cammino oltre la Buddhi-tattva

29.05.2026
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Dal Testimone all’Abbandono di sé: il cammino oltre la Buddhi-tattva

Commento al testo «Ashtavakra-gita»

Janaka disse: 

– O Maestro, dimmi, come ottenere la conoscenza, come acquisire il distacco, come raggiungere la liberazione?

Ashtavakra disse: 

– Figlio, se desideri diventare libero, evita gli oggetti dei sensi come il veleno. Come nettare, cerca il perdono, la sincerità, la misericordia, la gioia e la Verità. Tu non sei terra, non sei acqua, non sei fuoco, non sei aria, non sei spazio. Tu sei il testimone di tutto questo, il Sé intrinseco, la Consapevolezza. Comprendere questo è la Liberazione.

Separare la propria mente dagli jnana-indriya, dal corpo, scoprire la coscienza testimoniante... Quando scopriamo la coscienza testimoniante, ciò corrisponde approssimativamente al quindicesimo, quattordicesimo tattva. Il sedicesimo tattva è manas-tattva, il quindicesimo è ahamkara-tattva, il quattordicesimo è buddhi-tattva. La coscienza testimoniante in noi è buddhi (il quattordicesimo tattva). E questo processo di scoperta della coscienza testimoniante e di stabilizzazione nell’identità del testimone è il passaggio dal sedicesimo al quindicesimo e al quattordicesimo tattva. È un evidente innalzamento del livello di coscienza, dello status evolutivo nella creazione, nella società.

Le persone che sono radicate, stabilite nel manas, sono persone superficiali, persone manipolate dalla società e dai dati esterni. Ma ci sono anche coloro che non sono stabiliti neppure nel manas. Questi sono mahapashu: persone con una coscienza animale, che possiedono una mente istintiva e seguono semplicemente gli organi di senso.

Quando una persona è stabilita nell’ahamkara-tattva (il quindicesimo tattva), si autoafferma, si trova nella fase della crescita personale, dell’autoaffermazione. Ma quando una persona trova l’osservatore interiore, si dedica alla ricerca, all’autoindagine e risolve questioni spirituali, comprese quelle già profonde e fondamentali (questioni della vita e della fede), questo è il quattordicesimo tattva (buddhi-tattva). Il buddhi-tattva è chiamato anche maha-tattva. Il maha-tattva è sempre l’elemento della coscienza. Il maha-tattva viene subito dopo il quinto elemento: l’elemento dello spazio.

Scoprire la coscienza testimoniante significa che abbiamo iniziato a percepire il maha-tattva, la Coscienza Onnipresente attraverso il nostro «Io», l’abbiamo distinta. Per noi la coscienza testimoniante (saksha) è oggetto di scoperta e di ricerca. Tuttavia c’è una grande differenza tra scoprirla e stabilirsi in essa. Si può scoprire la coscienza testimoniante, ma rimanere comunque stabiliti nell’ahamkara o nel manas-tattva. Persino una persona mondana comune può scoprire la coscienza testimoniante in un samadhi fugace, per esempio fumando droghe, lanciandosi col paracadute, nel momento culminante di qualche estasi, nella beatitudine suscitata da un brano musicale. Può per un certo tempo irrompere nel maha-tattva (l’elemento della coscienza) e scoprire la coscienza testimoniante, ma non può trarne beneficio, perché non lavora con essa.

Un sadhu riconosce il testimone interiore oltre il corpo e la mente

In psicologia e in psichiatria esiste un concetto come la depersonalizzazione, quando una persona arriva e dice: «Dottore, non so che cosa mi stia succedendo. Mi sembra di non essere io. Di poter osservare il mio corpo e la mia mente dall’esterno». Lo psicologo gli fa una diagnosi: «Sindrome di depersonalizzazione della personalità», e dice: «Ecco il suo medicinale, lo prenda tre volte al giorno, conduca uno stile di vita sano (nuoto, esercizi fisici), prenda dei calmanti». Cioè, lì questo è considerato anormale. Perché? Perché la persona non è pronta a questo, e ciò viene percepito come depersonalizzazione. È stabilita nella propria persona come nell’ego, e con la nuova realtà che si è aperta non sa come lavorare, e questo è considerato un disturbo, una deviazione dalla norma.

Ma per un sadhu l’educazione e la scoperta del testimone interiore si appoggiano a un’intera cultura, e sono accompagnate da un cambiamento dei significati e dei valori, dal sorgere della fede, dal legame con il Rifugio, dall’Ishtadevata-yoga, dall’Ishvara-yoga, dal Guru-yoga. Quando un sadhu scopre la consapevolezza interiore testimoniante, possiede un’intera base filosofica su come lavorare con essa. Comprende che, anche se la consapevolezza testimoniante è stata scoperta, non ci siamo ancora stabiliti in essa, la nostra identità è legata all’ahamkara.

Il processo di transizione dell’identità dall’ahamkara alla consapevolezza testimoniante è appunto il cammino di sviluppo della pienezza dell’attenzione e della contemplazione. Ma deve sempre essere accompagnato dal bhakti-yoga, da charya- e kriya-pada, dall’osservanza dei comandamenti, dalla devozione e dalla fede, perché la sola consapevolezza testimoniante non è sufficiente, non sosterrà il peso del nostro karma, per ora è ancora molto debole.

Dunque, Ashtavakra dice a Janaka: «Se dimori come consapevolezza, lasciando l’identificazione con il corpo, ti stabilisci subito nella felicità, nella pace e nella liberazione».

La consapevolezza è Dio. Dio non è un essere neutrale, è ananda, felicità. Tutta la pienezza della felicità che ogni persona cerca è Dio. Tutta la pienezza della saggezza, tutta la pienezza dell’appagamento dei desideri, tutto ciò che l’uomo cerca si trova in Dio. Tutti i desideri mondani dell’uomo derivano dal fatto che in realtà la sua anima cerca Dio, ma non lo sa; Lo cerca secondo schemi e stereotipi abituali. In altre parole, l’uomo cerca famiglia, ricchezza, potere, fama, moglie, figli, relazioni con gli altri, comfort solo perché ha una percezione di Dio, ma non capisce dove trovare questa percezione. Egli cerca attraverso i legami karmici abituali a lui accessibili.

Quando invece scopriamo la consapevolezza, scopriamo che la fonte di tutto questo godimento non dipende dal corpo, non dipende dagli organi di senso, è trascendente, è come se fosse ultraterrena. E la consapevolezza è la chiave per scoprire la felicità separata da tutto questo.

La coscienza testimone e la pratica spirituale

«Tu non sei vincolato dalle leggi delle caste e dagli stadi della vita. Tu sei il testimone di tutto, privo di forma e di attaccamento, al di là della percezione dei sensi. Realizza questo e sii felice».

Educare il testimone significa che dobbiamo imparare a testimoniare tutto ciò che ci accade. Per esempio, piove. Possiamo riflettere su questo, esprimere insoddisfazione. Ma abbiamo la possibilità della testimonianza. Possiamo osservare la pioggia e osservare le nostre reazioni alla pioggia. Allora questo sarà un lavoro spirituale. A volte i sadhu si pongono appositamente in condizioni in cui le loro reazioni vengono in qualche modo provocate dalla natura (calura, pioggia, pancha-agni, tapas) e testimoniano le proprie reazioni.

Domanda: «Gurujī, dov’è quel confine in cui la testimonianza dà già bhava, dà ananda? Quale intensità deve esserci? E grazie a che cosa avviene questo passaggio? All’inizio testimonia manas o buddhi?»

A testimoniare è sempre buddhi. Manas non può testimoniare, può riflettere.

«Ma buddhi di per sé, risulta, non può ottenere ananda?»

Riceve la luce riflessa dell’ananda dall’Atman. Di per sé buddhi non possiede luminosità. La luminosità è soltanto l’Atman. Buddhi invece riflette soltanto e trasmette oltre questa luce, ma in esso c’è la coscienza testimone. E bhava sorge come risultato della saturazione di buddhi con la luce dell’Atman, quando la maggior parte della nostra autoidentificazione si sposta dall’ahamkara-tattva, dal manas-tattva, dagli indriya, cioè dal corpo, dalla percezione, al buddhi-tattva. Quando siamo all’ottanta per cento in buddhi (anche al cinquanta per cento), allora inizia a sorgere bhava. Sorgono le esperienze iniziali di bhava, perché non testimoniate più semplicemente ciò che accade, ma il testimone comincia a rivolgersi verso la Fonte della propria testimonianza. Perché se semplicemente testimoniate, in questo c’è una certa equanimità, osservazione, pienezza dell’attenzione, ma in questo non c’è ancora il contatto con Dio. Il testimone deve voltarsi verso se stesso, verso la Fonte di sé. Deve comprendere di avere una Fonte, e che questa Fonte è indipendente da lui. Comprendere che il testimone dipende dalla Fonte, mentre la Fonte non dipende dal testimone.

«Tu non sei vincolato dalle leggi delle caste e dagli stadi della vita. Tu sei il testimone di tutto, privo di forma e di attaccamento, al di là della percezione dei sensi. Sii felice».

Il saggio Ashtavakra rivela la dignità della realizzazione interiore davanti all’assemblea

Quando Ashtavakra parlava nell’assemblea, aveva una forma deforme. Ashtavakra significa «piegato in otto punti». Aveva la colonna vertebrale ricurva, come si direbbe oggi. Ma era uno jnani, era realizzato. Aveva una colonna vertebrale così a causa dei peccati di suo padre, tale era il suo karma. E quando uscì dall’assemblea, i brahmani cominciarono a deriderlo. Allora disse: «In realtà vedo qui un’assemblea, ma questa non è un’assemblea di brahmani, bensì di calzolai». I brahmani si indignarono e dissero: «Devi giustificare le tue parole. Perché dici così?» Egli rispose: «Se vedete soltanto il mio corpo e giudicate dalla pelle, ma non percepite il mio spirito, in che cosa siete migliori dei calzolai, che non vedono nulla se non stivali e pelle? Poiché ridete del mio corpo e non riuscite a comprendere la mia realizzazione, qual è allora il valore di questa assemblea?» Ashtavakra era uno jnani.

Il superamento dei limiti della coscienza testimone

«Giusto e sbagliato, piaceri e sofferenze: tutto questo è soltanto nella mente, tutto questo non è tuo. O Onnipresente, Tu non sei l’agente, Tu non sei colui che gode, Tu sei eternamente libero, Tu sei l’unico testimone di tutto! Tu sei, nella Tua essenza, eternamente libero, ma il Tuo condizionamento consiste soltanto nel fatto che vedi qualcun altro come testimone».

Quando scopriamo la coscienza testimone, questa è la buddhi-tattva (la quattordicesima tattva), e poi dobbiamo ancora attraversare quattordici gradini per scoprire la prima tattva.

Molti si fermano alla coscienza testimone, non sapendo che cosa fare dopo. Raggiungono una certa vairagya, viveka, ma la loro vita spirituale non è illuminata dalla grazia. Perciò, prima o poi, perdono l’entusiasmo nella vita spirituale, essendosi semplicemente fermati alla buddhi-tattva. Sono abituati a testimoniare, e in loro si sviluppa una sorta di nichilismo o un certo stato di pralaya-kala, indifferenza verso la vita spirituale: senza Divinità, senza ispirazione, senza lacrime, senza vita, senza amore.

Tale indifferenza significa che l’uomo si è fermato alla buddhi-tattva: ha imparato la consapevolezza testimone, ma non ha dispiegato e non ha trasceso la propria consapevolezza testimone verso Dio, perciò non può elevarsi alle tattva superiori. Non capisce quale sia il problema, perché non ci sia progresso nella vita spirituale. E allora si rivolge di nuovo ai piaceri dei sensi, ai piaceri mondani, all’ego, testimoniando ormai questo. Perché? Perché semplicemente non ha più nulla di cui occuparsi, perché c’è un vicolo cieco nella vita spirituale.

Spesso molti praticanti dell’Advaita si fermano nella vita spirituale in questo modo. Qui all’uomo serve devozione, serve fede; deve abbassare il pada, perché ha esaurito il jnana-pada, non può più crescere con il suo aiuto, deve scendere un po’ più in basso, passare al terzo (yoga) pada. Ma anche l’entusiasmo per lo yoga se ne va, perché lo yoga dà energia, dà sviluppo, ma bisogna comprendere in quale direzione svilupparsi, e questa comprensione non c’è, perché egli si è fermato nella buddhi-tattva. Sì, il testimone c’è, è sottile, è più sottile di tutto il resto. Ma che cosa fare con questo testimone, dove dirigerlo, come trattarlo? Non dà ispirazione.

Non tutti riusciranno a compiere per tutta la vita un simile tapas solo per il testimone, mentre si desidera vivere già ora in modo bello, buono e gioioso. E allora l’uomo si volge di nuovo alla vita mondana. Comincia a godere in modo più raffinato, a essere egoista in modo più raffinato.

Ho sentito spesso parlare di buddhisti che avevano compiuto ritiri di tre anni, e poi ne uscivano e diventavano bravi uomini d’affari. Anche i nostri monaci facevano ritiri di sei mesi, e poi andavano nel mondo ad aprire aziende per la produzione di computer, a completare l’elaborazione dei propri karma. Perché? Perché la consapevolezza testimone ha messo a nudo i karma, ha rivelato i karma sottili non elaborati, le strutture sottili della coscienza, ma non ha dato ispirazione, non ha dato forza, devozione, fede e vairagya per scartare tutti questi karma così, in un colpo solo, e continuare a salire verso l’alto.

Qui lo yogi deve abbassare il proprio pada. Se la sua coscienza testimone non sfonda, deve abbassare il pada fino allo yoga-pada o ancora più in basso fino al kriya-pada e cominciare a praticare l’adorazione, la fede, la devozione, a coltivare in sé Guru-yoga, bhakti-yoga, Ishtadevata-yoga, Ishvara-yoga. Deve aprire in sé il cuore. Senza l’apertura del cuore, la sua sottile consapevolezza sarà soltanto un arresto; egli deve riflettere davvero: «Ma dove sto andando? E che cos’è Dio? E qual è il mio legame con Dio? E com’è abbandonarsi a Dio? E com’è dare tutto a Dio? E com’è condurre la volontà divina?»

Deve ammettere che, oltre alla sua consapevolezza testimone, esistono forze più alte e più grandi, e che il mondo non ruota intorno al suo testimone superficiale, che esistono tattva, guna, stelle, pianeti, dèi, e che tutti essi sono scaturiti da una qualche grande Fonte, mentre il suo testimone, per ora, non è ancora una tale fonte. È soltanto la quattordicesima tattva. Ed egli deve davvero cominciare a invocare le benedizioni dell’Albero del Rifugio, a educare davvero la fede e la devozione, e allora lo attende un nuovo sfondamento spirituale, una nuova scoperta della forza spirituale e della grazia spirituale. Allora potrà elevarsi dalla quattordicesima tattva (buddhi) a quelle più alte, al livello della prakriti-tattva, al livello della liberazione dalle kanchuka, al livello della purusha-tattva.

Superamento dell’egoismo e percezione del mondo come gioco divino

«Sei stato morso dall’enorme serpente nero dell’egoismo: “Io faccio questo!” Bevi il nettare della fede: “Io non faccio nulla”, e sii felice!»

Il fare e il sapere si dissolvono nel gioco divino

La sensazione «Io faccio questo!» (kartritva buddhi) è propriamente la kala-tattva (kala-kanchuka), cioè una limitazione legata all’attività. Nella dimensione superiore del risveglio, fare e sapere sono la stessa cosa. Ma noi abbiamo l’idea che fare sia una cosa e sapere un’altra. Quando fare e sapere sono la stessa cosa, allora il fare e il sapere si uniscono, non c’è alcun karma, ma c’è lila (gioco divino).

La differenza tra quegli esseri che sono stabiliti nei tattva superiori e coloro che sono limitati e si trovano nei tattva inferiori consiste nel rapporto con l’agire e con l’agente. Coloro che sono stabiliti nei tattva superiori hanno aperto la dimensione del non-agire e dimorano nel gioco; vedono ovunque il gioco divino. Comprendono che tutto il mondo è un gioco divino e che non esiste nulla all’infuori del gioco divino. Qualunque cosa accada, qualunque cosa facciano: tutto questo è lila (gioco divino). Il gioco divino significa che guardiamo il mondo con gli occhi dei tattva superiori, per esempio dell’Ishvara-tattva, dello Shiva-tattva, almeno con gli occhi del maya-tattva. Non percepiamo il mondo attraverso l’ego con gli occhi dei tattva inferiori.

La percezione del mondo come gioco divino è una percezione completamente diversa. Quando non percepiamo il mondo come gioco divino, aspiriamo costantemente a godere dei frutti, ad appropriarci dei risultati. Questo comportamento somiglia a quello di uno schiavo stolto che cerca di appropriarsi della gloria e dei beni del suo Signore, in realtà senza averne alcuna possibilità. Cerchiamo continuamente di attaccarci, di affermarci come agenti, di fissare una qualche nostra partecipazione. Ma, al contrario, percepire il mondo come gioco divino significa osservare tutto nell’onnaccettazione e ricevere il darshan, senza attaccarsi né ai frutti né ai risultati, senza desiderare né frutti né risultati. E senza sentirsi affatto l’agente.

Per esempio, una persona che sperimenta qualcosa di buono che le accade si attaccherà a questo. Una persona invece che percepisce il mondo come gioco divino penserà: «Questo è il gioco dell’Assoluto, il gioco di Dio, il gioco di Shiva! Questa è la Sua benedizione». Vedrà in ciò soltanto una benedizione, non vorrà ottenere i frutti né appropriarsi dei risultati nemmeno dalle cose buone e piacevoli.

Quando arrivano frutti e risultati cattivi, una persona comune, che si trova nei tattva inferiori, comincia a preoccuparsi, a soffrire a partire dall’ahamkara-tattva, a riflettere, a formulare diversi giudizi valutativi. Ma colui che vede il mondo come lila non riflette, non formula giudizi valutativi, dimora nella consapevolezza e percepisce il mondo come un gioco.

Una tale coscienza ludica è propria degli dèi, dei siddha; essi non vivono nella dimensione ordinaria, giocano sempre soltanto. E giocano dalla mattina alla sera, ininterrottamente. Anche i bambini giocano, perché intuitivamente sentono che questo è giusto, ma i loro giochi sono più vicini a quelli degli animali. I siddha e gli dèi, invece, dimorando nella coscienza ludica, creano mondi diversi, guidano gli uomini, manifestano poteri. E giocano saggiamente, conducendo la volontà divina, seguendo il principio di Rita (la legge dell’Universo).

Gli uomini invece non giocano, gli uomini fanno. E dopo aver fatto qualcosa, pretendono di possederlo. E quando ciò viene loro tolto, soffrono. Per esempio, se una persona costruisce una casa, sente: «Questa è la mia casa!» E se le viene tolta questa casa, soffrirà. Non penserà: «Oh, gioco divino, lila, estasi!» Soffrirà.

Con questo loro atteggiamento, le persone stesse creano le cause della sofferenza, perché non riconoscono il gioco divino dell’Assoluto. Ma è un gioco, e nel processo di questo gioco alcune forme vengono create, altre vengono distrutte; tuttavia, se ci si attacca a esse, la sofferenza è inevitabile. Proprio il non riconoscimento del gioco di Dio nella creazione dell’Universo, nel proprio corpo e all’esterno conduce alla sofferenza. Il riconoscimento invece conduce all’eterno darshan della beatitudine.

Perciò imparare a giocare continuamente e sempre, vedere in ogni circostanza il darshan di Dio e percepire tutto come il darshan di Dio, dimorando in una consapevolezza spalancata, quantistico-probabilistica, non valutativa, non riflessiva, pura ed estesa, è la via verso la libertà, la via verso la liberazione dalla sofferenza.

La via verso la liberazione attraverso l’autoabbandono

«Incenerisci la foresta dell’ignoranza con il fuoco della comprensione. Io sono l’Uno. Io sono la Pura Coscienza. Liberati dalla tristezza e sii felice!»

È facile dire: «Liberati dalla tristezza e sii felice!» Ma per liberarci dalla tristezza dobbiamo stabilirci al di sopra delle emozioni, al di sopra delle esperienze del corpo, imparare a riconoscere il gioco divino. Dobbiamo dirigere la nostra consapevolezza testimoniante verso la Fonte Suprema, verso i tattva più elevati. E come farlo? Attraverso l’autoabbandono, attraverso la devozione, attraverso la fede. Bisogna imparare a offrire tutto a Dio.

La comprensione di Dio ai diversi livelli della percezione

Dio per noi, in questa fase, al livello della consapevolezza testimoniante, è l’esperienza suprema della fede, della devozione, dell’amore. La consapevolezza testimoniante, rivolta verso la Fonte Suprema e verso i tattva più elevati, è in questa fase per noi Dio, perché il concetto stesso di Dio cambia nei diversi tattva. Dio percepito nel quindicesimo tattva e Dio nel primo tattva sono tipi di Dio completamente diversi. E per ciascuno di noi Dio è accessibile nella misura in cui possiamo percepirLo.

L’autoabbandono significa che ascoltiamo la volontà divina, la purezza divina e la saggezza divina dentro di noi nella forma della consapevolezza testimoniante rivolta a Dio. E gradualmente impariamo a sottometterci a Lui, a recidere gli attaccamenti e le speranze.

«Tu sei beatitudine, suprema beatitudine! Tu sei quella Consapevolezza in cui appare questo Universo, simile al miraggio di un serpente in una corda. Sii felice!»

Quando, nel processo di autoabbandono, scopriamo il Dio interiore, l’Atman interiore, scopriamo che Egli è sempre beato, Egli è beatitudine e nient’altro che beatitudine. Cioè Dio non è uno stato neutrale. Tutta la felicità che si manifesta nella vita mondana è felicità che ha origine in Dio.

Vairagya (distacco, libertà dai desideri) arriva nel momento in cui scopriamo questo fatto: se sperimentiamo la beatitudine, a che cosa dovremmo essere attaccati, perché avremmo bisogno di grandi desideri mondani, perché avremmo bisogno di ambizioni, perché avremmo bisogno in generale di qualcosa oltre a Dio? E quando una persona lo comprende, diventa autosufficiente. Autosufficienza significa che possiamo essere felici interiormente senza nulla, senza la maggior parte di ciò di cui hanno bisogno le persone comuni. Perché la beatitudine giunge come risultato della semplice comprensione di questo fatto, del semplice autoabbandono e della semplice autorealizzazione.

La visione della libertà e della perfezione

«Chi si considera libero, è libero. Chi si considera legato, è legato, poiché è vera l’affermazione: “Ciò che pensi, quello diventi!”

La visione della libertà rivela il corpo come riflesso della coscienza sconfinata

Nella visione dobbiamo tutti considerarci liberi. Per esempio, la visione «Aham Brahmasmi» è la visione «Io sono libero!» Non è la visione «Aham dehasmi» – «Io sono legato dal corpo». Nella visione dobbiamo abituarci al pensiero che siamo liberi, puri e perfetti, che siamo al di là del sonno con sogni, del sonno senza sogni e del mondo grossolano, che siamo pura turiya.

Non è facile abituarsi a una simile visione, perché la nostra mente e gli organi di senso dicono costantemente il contrario. La mente dice: «Tu sei il corpo. Sei imperfetto. Il mondo è imperfetto». Gli indriya dicono altro, vogliono godere. L’ego dice: «E io voglio affermarmi». Cioè avete molti consiglieri errati, che inviano segnali e insieme a questi segnali trasmettono la propria immagine del mondo. Ma dobbiamo consolidarci nella visione della libertà e della perfezione almeno intellettualmente, per cominciare. Questo è jnana-drishti: la visione dell’Assoluto, la visione della non-dualità, la visione dello jnani. E poi abituarci a tale visione, sostenendola con la consapevolezza, con la presenza contemplativa. Allora cominciamo a riconoscere i tattva superiori, sui quali si manifesta la bhava della libertà di Dio. Gradualmente la libertà di Dio, la beatitudine di Dio diventa nostra. Questo avviene molto lentamente, a poco a poco.

La natura dell’illusione e le vie per superarla

«Io sono il Testimone, la Pienezza, l’Uno, la Consapevolezza, la Pace. Io sono inattivo, non attaccato, Onnipresente, privo di desideri, libero. A causa dell’illusione Egli sembra coinvolto nel ciclo della vita mondana».

L’illusione è una forza particolare. Non si può dire che maya (l’illusione) non esista affatto. L’illusione è un’energia particolare (maya-tattva). A partire dal sesto tattva (maya-tattva), si manifestano diverse forze illusorie. Non si può dire che queste forze illusorie non esistano. Sono energie, esistono realmente. Esse coprono il nostro «Io» superiore, velano la nostra saggezza e la nostra coscienza. Da dove provengono queste illusioni? Queste illusioni provengono da noi stessi, dall’interno del nostro «Io», dal nostro puro spazio di coscienza.

Immaginate di esservi addormentati di notte, al mattino vi svegliate e la testa è pesante, la fede è quasi scomparsa, non avete voglia di praticare. È accaduto qualcosa: un brutto sogno, oppure il corpo sottile è entrato in qualche regione inferiore, il corpo è indolenzito e la giornata è sfavorevole. Che cosa significa? Significa che dalle profondità del vostro «Io» sono emerse alcune energie illusorie, alcuni flussi del corpo sottile sono usciti, vi hanno avvolto e hanno ostruito i vostri canali, hanno reso il corpo poco flessibile e la mente priva d’ispirazione. Sentite che non c’è ispirazione. Ma bisogna semplicemente alzarsi, lavarsi e arrivare al Sutra, e lì semplicemente sedersi e guardare negli occhi Dattatreya.

Quando ti siedi e guardi negli occhi Dattatreya e Shiva sull’altare, all’improvviso qualcosa in te comincia a cambiare. Cioè sei caduto sotto lo sguardo compassionevole di Dattatreya. Anche attraverso la murti, anche attraverso una statua di bronzo, Egli opera. E in te qualcosa comincia pian piano ad allinearsi, l’umore cambia, sorge l’ispirazione. Questo significa che la tattva suprema di Dattatreya, la sua anugraha (grazia), la sua forza compassionevole ti ha toccato, e le kanchuka che durante la notte sono emerse e ti hanno avvolto cominciano a indebolirsi, cioè hai ricevuto un piccolo darshan. Perciò sedersi davanti alla Divinità è sempre darshan, anche se non canti nulla. La tua prima azione al mattino, la prima impressione deve venire dall’altare, non dal computer. Cioè bisogna andare a sedersi davanti all’altare, guardare per un po’ negli occhi della Divinità, ricevere il darshan. E già da questo stato ci si può occupare di altre faccende, pratiche e così via.

Domanda: «Gurujī, come si può prevenire questo intasamento dei canali? Forse dormire meno, oppure prima di dormire fare viparita-karani per mezz’ora, o qualcos’altro? Come superare questo meccanismo?»

I pranayama purificano il corpo energetico, ma non purificano la mente, il karma. Per purificare la mente è buono il mantra. Mantra, mantra, mantra!

Domanda: «Prima di dormire?»

Anche prima di dormire, certo. Se non vi siete ancora stabilizzati nella presenza contemplativa affinché la presenza contemplativa doni grazia e purificazione, allora mantra-yoga. Potete recitare il mantra nello stile dell’ascesa lungo l’Albero del Rifugio, così come l’ho trasmesso: Guru-mantra, mantra del param-guru Brahmananda, mantra seme di Dattatreya, mantra «Om Namah Shivaya», Brahma-mantra (per coloro che hanno ricevuto la trasmissione), mantra «OM». Quando avete recitato in sequenza questi sei mantra, questo è un ciclo. Coloro che hanno la karma-sannyasa diksha possono recitare da uno a tre cicli al giorno.

La spada della conoscenza e l’auto-liberazione

«Io sono la Coscienza Suprema non-duale. Liberati dalle illusioni che il tuo “Io” sia il riflesso di ciò che avviene dentro o fuori. Figlio mio, sei stato a lungo legato dalle catene dell’identificazione con il corpo; recidile con la spada della conoscenza: “Io sono Pura Coscienza”, e sii felice!»

In realtà non si parla soltanto dell’identificazione con il corpo fisico; si intende l’identificazione con tutti i corpi: energetico, astrale, mentale. Tutto questo ha un unico nome: corpo.

Molti pensano che disidentificarsi dal corpo fisico non sia così difficile, ma persino dal corpo fisico non è semplice disidentificarsi. Dal corpo astrale, energetico, mentale è ancora più difficile disidentificarsi. E qual è la via d’uscita? Ashtavakra dice: «Recidile con la spada della conoscenza: “Io sono Pura Coscienza!”» Cioè dobbiamo ottenere questa spada: «Io sono Pura Coscienza!», ottenere una piccola esperienza dell’introduzione diretta o di un samadhi fugace, una piccola esperienza di sushupti o di turiya. L’esperienza di sushupti o l’esperienza di turiya dà questa conoscenza. E quando avete anche solo un piccolo ricordo legato a questa conoscenza, questa è la vostra spada. È la spada di viveka, della saggezza discriminante, con l’aiuto della quale potete recidere queste catene dell’identificazione con il corpo fisico e con gli altri corpi.

Questo recidere è appunto il processo di auto-liberazione. E come recidere? Quando nel campo della vostra percezione o coscienza appare qualcosa e vi condiziona, ricordate il vostro stato supremo, l’esperienza di turiya o l’esperienza di sushupti, e istantaneamente cambiate il fuoco della vostra coscienza, lo collocate di nuovo in questo stato, e già da questo stato guardate direttamente il pensiero, le sensazioni, la percezione, finché la sensazione e la percezione non cessano di agire su di voi. E quando rafforzate tutto questo con il Guru-yoga, questo è il sentiero dell’auto-liberazione.

L’aspirazione all’Illuminazione come volontà divina

«Sei libero dall’attaccamento e dalle azioni, privo di difetti, auto-luminoso. In verità, sei legato soltanto dall’aspirazione all’Illuminazione».

L’aspirazione all’Illuminazione è una sankalpa speciale (sat-sankalpa) che proviene dallo stesso Paramashiva. Ci sembra di essere noi stessi a cercare l’Illuminazione, di essere noi stessi a cercare Dio. In realtà è Shiva dentro di noi che cerca l’Illuminazione e la Liberazione, che cerca Se Stesso mediante le sue shakti. In altre parole, si può dire che è la shakti (si intende la shakti come il nostro corpo mentale, la nostra ahamkara e tutte le nostre tattva più grossolane) che cerca Shiva e desidera ricongiungersi con lui.

Tre livelli della pratica: visione, contemplazione, comportamento

«Per natura sei Pura Coscienza. Questo Universo è pervaso da te. Tutto ciò che esiste è contenuto in te. Trascendi la limitatezza della mente».

I tre livelli della pratica — visione, contemplazione e comportamento — si uniscono nel cammino del sadhu

Nella visione la mente è simile al cielo, nella contemplazione la mente è vigile e spalancata, nel comportamento teniamo conto della dimensione relativa e agiamo in conformità al tempo, al luogo e alle circostanze. Nella visione non vi sono distinzioni (abheda), nella consapevolezza distinzione-non distinzione esistono simultaneamente (bheda-abheda), nel comportamento la distinzione esiste (bheda). Così pratica il sadhu, evitando le trappole dell’eternalismo e del nichilismo.

Se diciamo: «Solo la visione, solo la non distinzione (abheda)», scivoliamo inevitabilmente nella trappola del nichilismo. Se diciamo: «Solo la distinzione (bheda)», scivoliamo nella trappola dell’eternalismo. Quando abbiamo la comprensione di come si combinano insieme la non distinzione, la distinzione-non distinzione e le distinzioni. Cioè, se tutti questi tre punti di vista si combinano in modo naturale, allora si ritiene che siamo un sadhu-contemplativo esperto.

Per esempio, nella visione posso comprendere che tutto questo, proprio in questo momento, non può essere nient’altro che Brahman, che nulla e in nessun luogo sta accadendo proprio in questo momento. Nella contemplazione osservo il gioco delle energie, vedo che oltre al Brahman c’è il gioco delle energie di Shakti, c’è la non distinzione tra soggetto e oggetto e allo stesso tempo c’è il riconoscimento della distinzione. Nella contemplazione la mente è aperta, osservante, vigile. E nel comportamento so: «L’acqua è acqua, una cinepresa è una cinepresa, un novizio non è un monaco, un monaco non è un karma-sannyasi», cioè nel comportamento distinguo tutto, non confondo. Se nel comportamento comincio a confondere, che cosa accadrà? Accadrà il nichilismo.

Domanda: «E se uno yogin resta bloccato nel vuoto, diventa un pralaya-kala, e un altro lo costringe a incarnarsi, allora diventa il suo Maestro, Guru? È sempre così?»

Può essere anche così. Succede. Gli yogi bloccati nel vuoto, in parole povere, possono essere visti come sfere luminose di luce arcobaleno (a cinque colori), dimoranti nella sfera del mondo causale. E i santi che cercano tali esseri sono presenti sotto forma della Luce onnicomprensiva delle tattva superiori, che rileva tali aure dei corpi mentali o causali dei pralaya-kala bloccati. E in qualche modo trasmettono la forza benedicente, danno una trasmissione e la grazia a tali esseri, e quelli si risvegliano di nuovo dal loro torpore. In questo modo il pralaya-kala riceve una sankalpa e l’istruzione di incarnarsi. Cioè questa Luce (la coscienza di un santo, la coscienza di un dio, di un rishi o di un siddha) svolge per lui il ruolo di Guru, e dice: «Basta stare seduto qui. Hai bisogno di un’incarnazione per progredire ulteriormente. Ti sei fermato in questo stato indistinto. Hai perso il cammino. Incarnati sulla Terra per ristabilire la giusta contemplazione e la giusta visione dell’Advaita». Sì, può accadere.

Domanda: «Lei ha menzionato che esiste la Guru-tattva. Ha parlato di tutte le tattva, ma che cos’è la Guru-tattva?»

La Guru-tattva non rientra nell’elenco delle trentasei tattva dello shivaismo. Guru-tattva è il nome generale del principio del Guru, e può iniziare dalla prima tattva e più in basso. Cioè la Guru-tattva non è una categoria dell’Universo, come nelle trentasei tattva dello shivaismo, è piuttosto un termine che indica l’energia che vi risveglia, vi aiuta, trasmette benedizioni e l’Insegnamento.

«Cioè la Guru-tattva è una coscienza che è più alta secondo la tattva?»

Sì. E non semplicemente più alta, ma quella con cui avete un legame, che vi guida e vi aiuta. Ci sono molti dèi e santi che, secondo le tattva, si trovano più in alto, ma non c’è alcun legame con loro, perciò non sono, nei vostri confronti, la Guru-tattva.

«Cioè è necessaria la sintonizzazione dello studente?»

Sì.

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