Commento al testo «Tripura Rahasya», capitolo 10.
Come Hemachuda, grazie alle ulteriori istruzioni di sua moglie, raggiunse il samadhi e, nonostante il protrarsi dell’attività esteriore, dimorò nella liberazione già durante la vita.
«Perciò ti dico che il tuo giudizio “perderò questo aprendo gli occhi” oppure “conosco questo” è un nodo che deve essere reciso, e allora non vi sarà più bisogno di alcun conseguimento, poiché ricorda che non può essere perfetto uno stato che può essere raggiunto, se in caso di insuccesso può anche non esserlo, perché il samadhi è il risultato della cessazione di ogni sforzo, e non dell’applicazione di questo o quello sforzo.
Hemalekha gli insegna che bisogna abbandonare l’idea di poter perdere lo stato originario aprendo gli occhi, percependo il mondo esterno e integrandosi in esso.
Prima di ricevere tali insegnamenti, il discepolo deve maturare per essi. In realtà, il sahaja samadhi, il lasciar andare se stessi e così via sono estremamente difficili: lo yogin non vi giunge subito. Prima bisogna imparare a essere un discepolo, a essere un monaco normale, un novizio, semplicemente diventare un recipiente vuoto e studiare l’insegnamento, perché senza aver sviluppato in sé determinate qualità, senza aver formato il cosiddetto ego spirituale yogico, è impossibile aspirare a stadi più elevati della realizzazione, all’illuminazione e così via.
Se una persona vuole elevarsi fino alle massime vette della pratica spirituale, deve sempre cominciare dall’inizio, sviluppando in sé le qualità che le mancano: concentrazione, forza di volontà, distacco, capacità di abnegazione.
Un maestro sufi metteva alla prova i suoi discepoli in questo modo; diceva:
– Vai al mercato e compra delle verdure per un certo numero di rupie.

Il discepolo faceva ciò che gli era stato detto, tornava felice e diceva:
– Ho contrattato e le ho comprate a un prezzo più basso! Ho trovato un posto dove vendono le stesse verdure a minor prezzo.
Il maestro diceva:
– Ebbene, sei uno sciocco. Ti avevo forse detto di contrattare e di cercare un prezzo più basso? Ti ho detto di comprare le verdure per un certo numero di rupie. Pensi che io abbia bisogno delle tue verdure? Ho bisogno che tu sia capace di eseguire esattamente ciò che ti viene chiesto. Ho bisogno della tua comprensione. Come puoi eseguire i miei incarichi riguardanti la vita spirituale, se non sei capace nemmeno di comprare le verdure al prezzo che ti ho indicato?
La posizione di chi apprende nel monastero
Quando arriviamo in monastero, non comprendiamo appieno tutto questo e spesso ci immergiamo nelle attività abituali, senza considerare che siamo lì per apprendere e credendo invece di stare facendo qualcosa. In realtà, si tratta di un grande errore. Nel monastero sono pochissime le persone che fanno effettivamente qualcosa: il guru, il custode del Dharma, l’amministratore e il suo assistente. Tutti gli altri apprendono. Ma quando dimentichiamo che apprendiamo attraverso l’attività e altre cose, anche noi pensiamo di stare facendo qualcosa. Allora sorgono in noi il desiderio di agire, l’attaccamento a ciò che facciamo e la confusione perché le cose non vanno come vorremmo; cominciamo a formulare giudizi e pensiamo: «Quello non lo sta facendo nel modo giusto. Si potrebbe fare meglio. E quell’altro non sa nulla, non capisce nulla». Ma era forse questo l’incarico? Non ti riguarda affatto, non è il tuo mandala.
Per esempio, nel monastero vi sono dei responsabili, si potrebbe dire le divinità locali del mandala: che se ne occupino loro. Se il guru ritiene che se ne stiano occupando bene, tutti sono soddisfatti, e anche lui lo è. Non rientra affatto nel vostro ambito di responsabilità. Se invece vi è stato affidato il compito di imparare a sviluppare in voi determinate qualità (vacuità, abnegazione, umiltà), si tratta di un incarico completamente diverso. Non dovete fare confusione. Dovete sentirvi proprio come quel discepolo che il maestro sufi mandò a comprare delle verdure per quaranta rupie, non per cinquanta né per trenta.
Quando riuscite a sviluppare simili qualità, cominciate a comprendere un poco che cosa sia la vacuità del cuore. Naturalmente, se durante il servizio vi dicono: «Pensa a come si potrebbe fare. Manifesta la tua volontà, creatività e iniziativa», allora è un’altra cosa. Ma se l’incarico è opposto, dovete essere molto vigili al riguardo, perché forse riuscirete anche a comprare le carote a un prezzo più basso, ma perderete Dio, poiché non imparerete a mettere da parte voi stessi e il processo di apprendimento sarà stato vano.
Vivendo in un monastero, dovete sempre sentire di essere prima di tutto discepoli e solo dopo persone che fanno qualcosa. Perché il processo di apprendimento è diverso dalla normale vita mondana. Si distingue per un particolare atteggiamento, una particolare disposizione: quando siete discepoli, siete ricettivi, aperti, vi sintonizzate su qualcosa e, attraverso questa sintonia, cercate di sviluppare in voi determinate qualità.
Quando uno yogin sviluppa in sé determinate qualità e il processo di apprendimento giunge al termine, allora può assumere un’altra posizione, per esempio: trasmettere, irradiare, insegnare agli altri, trasmettere la propria saggezza, condividere la propria esperienza o esprimersi creativamente in qualche modo. Questo è il livello successivo. Ma l’espressione creativa può scaturire soltanto dal vuoto, da uno stato di dedizione. Se tale vuoto non è stato realizzato, l’espressione creativa sarà del tutto immatura e non porterà grande beneficio, poiché scaturirà da una visione egoistica del mondo.

Insegnamenti sullo stato di non-azione
«Ciò che consideri uno stato di felicità raggiunto muovendo le palpebre, per sua natura non può essere perfetto, perché è indubbiamente instabile e non incondizionato. Esiste forse un luogo, mio signore, in cui non divampi il fuoco che arde al momento della dissoluzione dell’universo? Tutto scomparirà in quel fuoco e non rimarrà più nulla. Allo stesso modo, il fuoco della realizzazione brucerà ogni tuo senso del dovere e allora non resterà più nulla che tu debba ancora fare».
Hemalekha impartisce insegnamenti sullo stato di non-azione. All’inizio sembra che, per conseguire la realizzazione, dobbiamo fare parecchio e coltivare in noi diverse qualità: ed è proprio così. Se non avete coltivato in voi determinate qualità, non potete conseguire la realizzazione. Anche se una persona siede nella luce, ciò non significa ancora che quella luce sia sua o che possa unirsi a essa. La vera luce implica l’eliminazione di ogni dualità, di ogni attaccamento nella percezione.

E Hemalekha, sapendolo, impartisce a Hemachuda i seguenti insegnamenti:
«Sii forte, sradica i tuoi pensieri e recidi i nodi profondamente radicati nel tuo cuore, come “io vedrò”, “io non sono questo”, “questo non è l’Essenza Suprema” e altri simili».
«Essere forti» significa acquisire una coscienza, una sankalpa, un atteggiamento orientato al conseguimento. Ciò significa che nessun evento esterno o esperienza spirituale, nessuna emozione può farvi vacillare.
Spesso, quando praticate, guardate troppo gli altri e pensate: «Questo ha detto una cosa, mentre quello è così». Il vostro stato d’animo dipende moltissimo da come si comportano gli altri. Ma in realtà tutto questo non ha importanza. Un vero yogin pensa così: «Anche se viviamo insieme, la questione della liberazione, della realizzazione, riguarda soltanto me. Nessun Buddha potrà conseguire la liberazione al posto mio; quindi non è qualcun altro, ma sono proprio io a dovermi impegnare nella pratica ed essere impeccabile nella pratica».
«Sradica i tuoi pensieri» significa imparare a contemplare, autoliberando qualsiasi pensiero e teoria.
Tre tipi di yogin

Vi sono yogin che non conoscono la natura vuota e non concettuale della coscienza. Si può dire che questi yogin siano simili a persone addormentate, anche se eseguono molte asana e pranayama o si applicano con grande zelo nella concentrazione. Devono ancora comprendere chiaramente la natura vuota della coscienza. Si può dire che siano ancora persone comuni.
Vi sono altri yogin: quelli che hanno scoperto la natura vuota della coscienza. Hanno realizzato la propria vacuità e visto che tutto ciò che consideravano se stessi è irreale; anche ciò che consideravano il mondo è irreale. Tutte le vecchie concezioni alle quali si aggrappavano sono anch’esse illusorie. Ma non riescono a mantenere questa visione nello stato ordinario.
Infine, il terzo tipo di yogin è costituito da coloro che sanno che la mente ha una natura vuota, ma che, nondimeno, possono agire nella dimensione relativa senza confondersi. Tali yogin sono i migliori.
La visione dell’unica Essenza Suprema
«Ovunque tu guardi, scorgi dappertutto l’unica, indivisibile ed eternamente beata Essenza Suprema; osserva anche l’intero universo riflesso».
«Ovunque tu guardi, osserva dappertutto l’Essenza Suprema»: in queste parole risiede l’essenza di tutti gli insegnamenti.
Se analizziamo noi stessi, vedremo che quando guardiamo le galline, vediamo galline; quando guardiamo la neve, vediamo neve; quando guardiamo il prasad, vediamo prasad; quando guardiamo una persona, vediamo una persona. Ciò accade perché guardiamo con occhi ordinari. Ma quando un santo guarda le galline, una persona o il prasad, vede Dio ovunque.
Perché il santo vede innanzitutto Dio? Perché non guarda con occhi mondani e ordinari, bensì con gli occhi della consapevolezza, con gli occhi della contemplazione. Si può dire che si trovi sempre nello stato di shambhavi mudra. Questo non significa che, quando guarda le galline, il santo veda divinità che chiocciano. Naturalmente, anche lui vede le galline, ma le vede in modo diverso: le vede come una persona che, osservando diversi ornamenti d’oro, comprende che la loro essenza è l’oro. La forma degli «ornamenti» può essere diversa, eppure tutto è lo stesso «oro»: il prasad, le persone, le galline, le case, la neve, le stelle.
Pertanto, trovarsi nello stato di presenza significa non vedere case o persone, bensì vedere innanzitutto l’Essenza Suprema, e allora si vede ogni cosa. Ma se non vedete innanzitutto l’Essenza Suprema e vedete invece la molteplicità degli oggetti, considerate che non vedete nulla, sebbene i vostri occhi siano spalancati.

Un autentico santo vede l’Essenza Suprema, ma al contempo vede anche il prasad, gli alberi, le persone, le case e le automobili. Li vede inseparabili. Quando è necessario, può adottare la visione relativa e comprendere che una cosa differisce dall’altra; nondimeno, la sua visione dell’Essenza Suprema non viene mai oscurata, perché vede che tutte le cose sono simili a ornamenti d’oro, ma tutto è un unico oro.
Il principio della sacralità onnicomprensiva
Per esempio, se con l’argilla si realizza una statua, le persone si inchineranno davanti a essa, considerandola qualcosa di sacro; se invece se ne ricava una sputacchiera, vi sputeranno dentro. In realtà, l’argilla non è cambiata: sono cambiati soltanto la sua forma e l’atteggiamento delle persone nei suoi confronti; eppure l’argilla è sempre rimasta la stessa. Le persone considerano meravigliosa una statua del Buddha e ripugnante una sputacchiera, ma ciò non ha alcun rapporto con la vera natura delle cose. Sia la statua del Buddha sia la sputacchiera sono sacre, perché la sacralità è una proprietà di ogni cosa nell’universo. Essere sacro è la natura della realtà.
Il santo vede sempre ogni cosa come assolutamente sacra. Quando invece ci troviamo nella dualità, vediamo alcune cose come sacre e altre come non particolarmente sacre, perché siamo abituati a sovrapporre al mondo le nostre interpretazioni. Ma il nostro concetto di sacro deve estendersi all’intero universo, includendo persino i demoni più malvagi.
Di norma, il concetto di sacro delle persone è molto ristretto ed è legato alle cose esteriori. Soltanto un praticante che si trova in contemplazione comprende il principio della Coscienza sacra e onnicomprensiva.
Per esempio, quando i missionari cristiani cercavano di predicare in India raccontando alla gente di Cristo sulla croce, molti lo consideravano assai insolito e blasfemo, pensando: «Come si può venerare un uomo crocifisso? Gli dèi dovrebbero essere gioiosi, allegri e danzanti!» Per molto tempo non riuscirono a comprendere il punto di vista del cristianesimo. Viceversa, quando i missionari cristiani entravano nei templi induisti, vedevano lo shivalingam, per di più collocato in una yoni, a cui venivano offerte puja. Quando fu spiegato loro che si trattava di simboli degli organi sessuali, rimasero del tutto inorriditi. Pensavano: «Come si può mai considerare sacra una cosa simile?» E quando in uno dei templi principali videro la dea Kali, che teneva tra le mani teste mozzate, coltelli ricurvi e una coppa ricavata da un cranio dalla quale gocciolava sangue, pensarono che gli indiani adorassero i demoni e decisero in tutta sincerità di salvarli da una religione demoniaca.

In realtà, si tratta semplicemente di una differenza tra culture riguardo a ciò che tradizionalmente si considera sacro e ciò che non si considera tale. È soltanto un punto di vista che dipende dalla percezione. Un vero santo che abbia realizzato lo stato di advaita dirà: «Sia l'una che l'altra cosa sono sacre». Inoltre, persino ciò che viene definito ordinario, se lo osservate con gli occhi della contemplazione, è anch'esso sacro. Il problema è che non abbiamo abbastanza consapevolezza per vederlo.
La visione pura in azione
Una volta ero seduto in un albergo e conversavo con uno dei discepoli. In quel momento cominciarono a martellare e a perforare il muro, producendo un suono molto sgradevole. Il discepolo fece una smorfia, perché il suono era fastidioso. Cercai di spiegargli: «Prova, nella visione pura, a immaginare questo suono come un mantra benedicente o come un bhajan che una divinità canta per te. Forse è semplicemente un segno che ti viene da una qualche divinità, il re di tutti i suoni. Se si risale all'origine di questo suono, esso proviene dal suono primordiale, e dietro il suono primordiale c'è una divinità che governa tutti i suoni. Essa è legata al nada e possiede manifestazioni pacifiche e irate. La sua manifestazione irata governa tutti i suoni sgradevoli, e allora questo suono è semplicemente la sua manifestazione magica, il suo corpo sonoro. Prova a sintonizzarti in questo modo e a vedere questa divinità. Forse è semplicemente il suo darshan, che ti indica qualcosa». Non appena glielo spiegai e sembrò che per un istante avesse capito, il suono cessò immediatamente.
Allo stesso modo, se assumiamo la posizione della visione pura nei confronti di un qualsiasi problema, ne risaliamo l'origine fino alla visione pura e scopriamo dietro di esso una divinità, cioè qualcosa di sacro, all'improvviso vediamo che il problema ci ha abbandonati, come se avessimo ricevuto e assimilato una certa lezione e quindi non ci fosse più bisogno di tornarvi. Se invece neghiamo il problema, lottiamo contro di esso, non lo comprendiamo o lo odiamo, esso continua, vale a dire che le divinità continuano a istruirci, vedendo che non abbiamo ancora assimilato questa lezione. E siamo costretti a ritornarvi ancora e ancora, questo problema ci viene mostrato ripetutamente, e così sarà finché non comprenderemo qualcosa.

La lezione principale di qualsiasi percezione nel mondo consiste nel fatto che tutto è sacro.
Percepire il mondo intero come sacro significa dimorare nel bhava. Quando possedete il bhava, una percezione del mondo dalla vibrazione molto sottile, vi trovate nella contemplazione, nella non dualità, nella visione pura, nello stato di orgoglio divino, nell'unico «sapore». Senza particolare difficoltà, mettete in pratica tutte le istruzioni dell'insegnamento.


