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Dallo sforzo alla contemplazione senza sforzo: il cammino verso l’Essenza Suprema

20.07.2026
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Dallo sforzo alla contemplazione senza sforzo: il cammino verso l’Essenza Suprema

Commento al testo «Tripura Rahasya», capitolo 9

Come Hemachuda realizzò la propria Essenza Suprema dopo aver analizzato la propria mente.

Gli insegnamenti di Hemalekha

«La forma, il gusto, l'odore, il tatto, il suono, la sofferenza, il piacere, l'atto di ottenere o l'oggetto ottenuto: nulla di tutto ciò trova posto in quella Trascendenza che è il fondamento e il sostegno di tutto ciò che esiste».

Di fatto, la stessa cosa viene affermata nella «Prajñāpāramitā Hṛdaya Sūtra»:

«In questa vacuità non vi è nome, non vi è forma, non vi sono colore, gusto né odore».

Solo quando troviamo questa vacuità al di là del nome, della forma, del colore, del gusto e dell'odore, conosciamo davvero il cuore della realtà.

«Essa è il Signore Supremo, il Creatore, il Conservatore e il Distruttore dell'universo, nonché l'Essere Eterno.

Ora non permettere alla tua mente di volgersi all'esterno; rivolgila all'interno; mantienila sotto controllo con uno sforzo minimo e dimora nella contemplazione».

Qui sono omesse due righe molto importanti:

«Nulla di tutto ciò trova posto in quella Trascendenza che è il fondamento e il sostegno di tutto ciò che esiste e che è l'essenza di ogni cosa; ma essa non si esaurisce soltanto in questo, poiché trascende tutto ciò».

Il trascendimento della vacuità

L'Essenza Suprema trascende e pervade la vacuità e il mondo manifestato

L'Essenza non si esaurisce nella vacuità. Qui si afferma che essa trascende persino la vacuità. Se assumiamo una posizione di negazione e di nichilismo, giungendo alla conclusione che nulla esiste oppure sperimentandolo direttamente, questa sarà una visione estrema.

Si afferma che essa trascende tutto ciò. L'Essenza Suprema trascende sia la vacuità sia la manifestazione e, al contempo, le pervade entrambe allo stesso modo e in egual misura.

All'inizio conosciamo la vacuità attraverso l'esperienza personale della meditazione. Poi rivolgiamo la nostra esperienza verso l'esterno e conosciamo la vacuità che pervade tutti i nomi e tutte le forme. Quando in noi si riuniscono la comprensione della vacuità e quella dei nomi e delle forme manifestati, allora cominciamo a comprendere qualcosa dell'essenza della realizzazione spirituale.

Rivolgere la mente all'interno

Hemalekha dice:

«Ora non permettere alla tua mente di volgersi all'esterno; rivolgila all'interno».

Di solito, quando rivolgiamo la mente all'interno e manteniamo un determinato sankalpa, percependo al contempo gli oggetti esterni, ciò viene chiamato vaishnavi mudra.

L'insegnamento dei nove sankalpa, descritto nel libro «Il sentiero della coscienza divina», e tutte le pratiche che eseguite, come l'atma-vichara mentre camminate in contemplazione, lo spazio infinito, l'orgoglio divino, la luce: tutte queste sono varianti dell'antica tecnica dei siddha chiamata vaishnavi mudra. L'essenza di questa tecnica consiste nel concentrarci interiormente su qualcosa, percependo al contempo il mondo esterno.

Il cuore dell'insegnamento

Dalla lieve presenza mentale al riconoscimento dell'identità con il Parabrahman

«Mantieni la mente sotto controllo con uno sforzo minimo e dimora nella contemplazione, aspirando a contemplare l'Essenza Suprema e ricordando sempre che colui che indaga è egli stesso parte integrante dell'essere e l'Essenza Suprema dell'Essenza Suprema».

Vi consiglio di memorizzare questo shloka (lo shloka 98 del capitolo 9) come essenza dell'insegnamento. Se volete comprendere il cuore stesso dell'insegnamento, è proprio questo ciò che viene descritto in questo shloka. Esso vi dice direttamente che cosa fare in qualsiasi situazione.

  • «Mantieni la mente sotto controllo con uno sforzo minimo» significa dimorare nella consapevolezza facendo affidamento sull'amico segreto, ossia mantenendo attenzione e vigilanza.
  • «Dimorare nella contemplazione, aspirando a contemplare l'Essenza Suprema» significa essere attenti, riconoscendo dietro l'attenzione la coscienza non duale trascendente.
  • «Ricordare che colui che indaga è egli stesso parte integrante dell'essere e l'Essenza Suprema dell'Essenza Suprema» significa non limitarsi a rimanere al livello della consapevolezza testimone (sakshi), ma penetrare all'interno di questa consapevolezza testimone e scoprire la sua identità con il Parabrahman.

Libertà dalla mentalizzazione

«Sii libero anche dal pensiero “io vedo”; rimani sereno e immobile, come lo sguardo di un cieco».

Sii libero anche dai pensieri quando pratichi la contemplazione. Qualsiasi attività mentale, sforzo, imposizione di costruzioni ai pensieri e identificazione con essi non costituiscono una pratica autentica.

La storia del re Janaka e di Ashtavakra

L'insegnamento di Ashtavakra introduce Janaka nell'identità senza sforzo

Un giorno il re Janaka, dopo aver ricevuto la trasmissione da Ashtavakra, praticava la meditazione So-Ham. La mahavakya So-Ham si traduce come «Io sono Lui» oppure «Io sono Quello (Brahman)». Questa mahavakya non è meno nota della mahavakya «Aham Brahmasmi».

Stando seduto nella giungla e mentre era in cammino, il re Janaka, adempiendo ai propri doveri regali, praticava costantemente questa meditazione, identificandosi con l'Essenza Suprema. E un giorno Ashtavakra, il suo maestro spirituale, passando di lì, udì Janaka che camminava cantando tra sé: «So-Ham, So-Ham». Ashtavakra decise di seguirlo. Vide che il re si era addentrato nella giungla, si era seduto in una profonda trance meditativa e intonava: «So-Ham, So-Ham». Allora Ashtavakra gli si avvicinò, si sedette accanto a lui e cominciò a ripetere (aveva una ciotola per le elemosine e un bastone): «Questa è la mia ciotola, questo è il mio bastone. Questa è la mia ciotola, questo è il mio bastone». Janaka era immerso nella trance, perciò per qualche tempo non gli prestò attenzione.

Poi fu costretto a uscire dalla contemplazione e domandò:

— Venerabile Ashtavakra, che cosa stai ripetendo? Che sciocchezze stai dicendo?

Ashtavakra disse:

— Questa è la mia ciotola, questo è il mio bastone. Questa è la mia ciotola, questo è il mio bastone.

Janaka, stupito, domandò ad Ashtavakra:

— Sei forse impazzito? Io sto ripetendo la grande mahavakya «So-Ham, Io sono Lui». E questa che pratica insensata sarebbe?

Ashtavakra ripeté ancora:

— Questa è la mia ciotola, questo è il mio bastone.

Alla fine Janaka non resistette e si adirò. Disse:

— È chiaro a tutti che questa è la tua ciotola e questo è il tuo bastone. Non c'è bisogno di continuare a borbottarlo.

Allora Ashtavakra disse:

— Ma se la tua contemplazione è autentica, è chiaro a tutti che tu sei Lui. Non c'è bisogno di continuare a borbottarlo.

E allora Janaka fu pervaso dall'istantaneo stato del samadhi fugace. Abbandonò improvvisamente lo sforzo, abbandonò la pratica mentale esteriore ed entrò profondamente nello stato di presenza. Da allora non ebbe più bisogno di ripetere So-Ham ad alta voce o mentalmente. Grazie alle sue straordinarie capacità, comprese immediatamente ciò che Ashtavakra gli aveva detto. Entrò all'istante nello stato di identità e la sua contemplazione non fu più legata allo sforzo. Dimorava in una continua assenza di sforzo. La pratica della ripetizione della mahavakya So-Ham si trovava ormai al livello dell'identità interiore, senza aver bisogno di manifestarsi esteriormente sotto forma di ripetizione del mantra.

Questo è un insegnamento molto importante, grazie al quale Janaka raggiunse l'illuminazione.

Molte centinaia di anni dopo, anche Ramana Maharshi disse a questo proposito: «Non pensate di essere Quello: voi siete già Quello. Tutto è soltanto Quello. Essendo Quello, come potete aspirare a Quello? Non meditate, siate semplicemente».

Chi è in grado di penetrare il significato di queste parole può compiere un grande balzo nella propria sadhana, passando dal livello del principiante che contempla con sforzo a quello dello yogin altamente progredito, stabilitosi nella contemplazione e nell'identità senza sforzo. Chi si trova nello stato di contemplazione e identità senza sforzo opera già direttamente con il bhava, con la percezione del mondo. Chi invece si trova nello stato della pratica con sforzo opera con una tecnica.

La realizzazione di Hemachuda

Hemachuda si immerge nell'Essenza Suprema oltre la visione e la non-visione

«Ciò che trascende la visione e la non-visione, quello sei tu. Non indugiare».

«Hemachuda agì di conseguenza e, entrato nello stato di cui gli aveva parlato sua moglie, rimase in pace per lungo tempo, senza essere consapevole di nulla all'infuori dell'Essenza Suprema».

Così termina il nono capitolo sulla realizzazione di Hemachuda.

Nel decimo capitolo Hemalekha gli impartisce ulteriori istruzioni, indicandogli ancora una volta gli errori e insegnandogli come unire la contemplazione naturale allo stato quotidiano.

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