Commento al testo di Sri Ramana Maharshi «Sii ciò che sei», capitolo «Indagine e abbandono di sé»
Domanda: Desiderando costantemente abbandonarmi, spero di ricevere una grande grazia.
Maharshi: Abbandonatevi una volta per tutte e ponete fine al desiderio. Esso persiste soltanto finché esiste il senso dell’agente, cioè la personalità. Se esso se ne va, allora si rivela l’Atman, che risplende di purezza. La limitazione è il senso dell’agente, non le azioni stesse.
Fermatevi e conoscete che «Io sono Dio». Qui l’immobilità significa il completo abbandono di sé senza una goccia di individualità. Trionferà il silenzio e non ci sarà agitazione della mente, che è la causa del desiderio, del senso dell’agente e della personalità. Se essa viene fermata, allora è presente la pace. Qui la conoscenza significa l’essere.
Quando sviluppiamo la nostra attenzione, essa può arrivare a un livello profondo. Possiamo essere consapevoli ininterrottamente, e possiamo perfino stupirci noi stessi: «Accidenti, sono diventato una persona completamente diversa! Prima facevo tutto inconsciamente, mentre ora è come se in me fosse apparso un altro “Io”, un nuovo modo di vedere il mondo. Faccio tutto consapevolmente: muovermi, mangiare, aprire o chiudere una porta, conversare. Tutto è continuamente accompagnato dalla pratica attenta, nulla sfugge al mio controllo: non c’è una sola azione incontrollata, non una sola parola pronunciata inconsciamente, non un solo boccone portato alla bocca in modo caotico». È come se tutti i dettagli del disegno della vostra vita diventassero visibili.
Si dice che quando un giorno il Buddha conversava con Ananda, agitò la mano scacciando una zanzara, poi sollevò la mano una seconda volta e fece la stessa cosa. Quando Ananda gli chiese perché l’avesse fatto, il Buddha disse: «La prima volta l’ho fatto inconsciamente, perciò l’ho ripetuto una seconda volta».
Quando pratichiamo l’attenzione applicando uno sforzo, tale attenzione diventa costante, sentiamo di aver ottenuto dalla pratica un certo risultato autentico. E vediamo che le menti di coloro che non hanno sviluppato questa attenzione sono disordinate e caotiche. Quando sorgono pensieri di qualsiasi tipo, applicando a essi l’attenzione possiamo disperderli; lo stesso vale per le emozioni e i desideri. Prima eravamo persone comuni, le emozioni ci travolgevano fino all’eccesso, la nostra mente correva furiosamente oppure i desideri ci colmavano, li soddisfacevamo e semplicemente sprecavamo invano il nostro prezioso prana, la forza vitale. Oppure la nostra mente si riempiva di pensieri, di progetti, e in questo ci perdevamo sempre. Ora invece non è così: c’è un’osservazione uniforme, come il corso di un fiume, e tutto è incluso in questa osservazione. Diventiamo sereni, concentrati, immersi in noi stessi. Persino i pensieri, sorti alla periferia, dopo un po’ vengono assorbiti da questa attenzione. Tuttavia sentiamo che l’attenzione è proprio noi stessi, sentiamo che questo non è la fine né un qualche punto supremo della nostra realizzazione. È qualcosa che abbiamo realizzato dentro il nostro corpo e la nostra mente. Può essere uno stato eccellente, tuttavia per noi non è chiaro che cosa accadrà in seguito, se la approfondiremo e la svilupperemo, quando diventerà molto profonda e ininterrotta. Siamo ancora nella confusione, nell’ignoranza riguardo alla natura della coscienza stessa, anche quando applichiamo l’attenzione alle azioni del corpo o manteniamo una certa consapevolezza.

Autotrascendenza
L’autotrascendenza è la fase successiva, quando la nostra attenzione è come se rompesse la brocca o lacerasse il bozzolo della nostra percezione ordinaria. Autotrascendenza significa che compiamo un salto: ora la nostra attenzione non è più legata al corpo, non richiede sforzo, non è né dentro né fuori, e in generale non si basa sulla nostra azione individualistica.
Piuttosto, la nostra mente si spalanca e si rivolge a qualcosa di incomprensibilmente immenso, che la supera in modo incomprensibile sotto ogni aspetto, incomprensibilmente incomprensibile, trascendente. Essa è anche attenta, profonda e concentrata, tuttavia ora per essa non c’è alcuna fissazione, alcun limite, non c’è sforzo e non c’è il senso dell’«io» che applica questa attenzione. Molti pensano che la conoscenza dell’illuminazione sia legata alla personalità, all’ego, e dicono: «Oh, raggiungerò l’illuminazione» oppure «Ho ottenuto una certa illuminazione». Oppure comprendono alla lettera il senso della mahavakya «Aham Brahmasmi», pensando: «Io sono Brahman». A volte possono persino speculare con una comprensione vedantica, giustificando un comportamento sregolato. Questo è un grande errore. Chi si realizza veramente un giorno lo comprende. «Aham Brahmasmi» non ha nulla a che fare con aham. La realizzazione non avviene nella coscienza individualizzata. L’illuminazione non avviene nell’«io». Ciò significa che l’illuminazione giunge soltanto quando aham scompare completamente.
Perciò l’autotrascendenza è un processo in cui spalanchiamo la nostra mente a tal punto che il nostro ego possa aprirsi completamente a essa. È una continua auto-dedizione, un’auto-dedizione fino in fondo, fino alla massima pienezza, finché dell’«io» non resti nulla, neppure una goccia di percezione individuale, finché esso non venga assorbito da questa grande Fonte universale. Perciò i santi ridono quando sentono la parola «io»; dicono che, in senso assoluto, non esiste alcun «io». Certo, esistono il corpo, i pensieri e così via, perciò si può dire «io». Ma l’«io» esiste per coloro che dimorano nell’ignoranza. Per l’«io» non c’è illuminazione, per l’«io» non c’è libertà, per l’«io» non c’è liberazione. Per l’«io» sono preparati il samsara, le sofferenze, la vecchiaia, le malattie e la morte, i vincoli del karma, nuovi corpi. La liberazione, invece, esiste per il «non-io». All’inizio non lo comprendiamo del tutto. Quando però lo comprendiamo pienamente, vediamo che il nostro «io» non ha alcun valore, se non quello per cui, se lo togliamo di mezzo da qualche parte, aiuteremo noi stessi; cioè esso ha un valore negativo. Se lo respingiamo e riusciamo ad aprirci alla grande Fonte, esso scomparirà come qualcosa di non reale.
Dopo che abbiamo padroneggiato l’attenzione consapevole, arriva il cammino dell’autotrascendenza o dell’autoapertura, dell’uscita oltre i limiti del bozzolo della percezione individualistica limitata. L’autotrascendenza, sul piano della pratica spirituale, è molto più gioiosa o molto più interessante della semplice attenzione consapevole, perché anche quando pratichiamo l’attenzione consapevole siamo comunque fissati su noi stessi; la chiarezza si sviluppa, tuttavia siamo nel corpo e in questo mondo. L’autotrascendenza è quando ci apriamo alle grandi forze dell’Universo, comprendendo che queste grandi forze dell’Universo non sono altro che la nostra mente; quando spalanchiamo la nostra mente fino all’infinito, includendovi stelle, pianeti e galassie; quando sentiamo di camminare lungo la Via Lattea e di inghiottire il sole e la luna. L’autotrascendenza è quando ristabiliamo l’unità perduta con tutto l’Essere, quando lo spazio esterno, che prima ignoravamo e che ci sembrava del tutto irrilevante o un’illusione, diventa improvvisamente identico a quello interno, cioè l’interno e l’esterno cominciano a fondersi. All’improvviso sentiamo che la stella più lontana è letteralmente sulla punta delle nostre dita: tutto dipende dal nostro livello di consapevolezza.

Auto-dedizione e concentrazione sulla Fonte Suprema
L’auto-dedizione significa dimorare costantemente nella consapevolezza della Fonte Suprema. In sostanza, tutta la radice delle pratiche spirituali consiste solo nel concentrarsi sull’Essere assoluto e nel mantenere incessantemente la mente in esso.
Domanda: È utile il pensiero «io sono Dio» oppure «io sono l’Essere supremo»?
Maharshi: «Io sono Colui che sono». «Io sono» è Dio, non il pensiero «io sono Dio». Realizzate «Io sono», ma non pensate: «Io sono». È detto: «Sappiate che Io sono Dio», non pensate «Io sono Dio».
Se riflettiamo semplicemente su questi temi con la mente, questo non aiuta; qui aiuta qualcos’altro: l’auto-dedizione e il completo abbandono di sé a questa Fonte suprema. In altre parole, bisogna mantenere costantemente la mente concentrata su Dio. Qualunque cosa tu faccia, se la tua mente è così incessantemente concentrata, ti trovi nella giusta presenza, la tua contemplazione è corretta. Quando sorge la domanda «che cos’è dunque Dio?», proprio allora bisogna ricordare tutti gli insegnamenti sulla presenza. Per il bhakta, a questa domanda esiste una serie pronta di risposte: sono il nome e la forma, legati alla mitologia. Un giorno anche lui andrà oltre il nome e la forma. Ma dal punto di vista dello laya-yoga, Dio è la presenza contemplativa al di là del nome e della forma, che noi riconosciamo. Quando la riconosciamo, occorre fissare incessantemente lì la propria mente, senza permetterle più di distrarsi altrove. Bisogna avere una forte fede in questo stato. Quando si ha un’immagine fatta di nome e forma, sembra che sia più facile avere fede; mentre avere fede in ciò che non possiede né nome né forma è difficile. Tuttavia, senza ragionare troppo su questo, bisogna semplicemente averla, e basta. Se è forte, allora il concetto di Dio, lo stato naturale, si chiarirà da sé. La mente deve esservi immersa, come una pagliuzza che, immergendosi nella fiamma, viene avvolta da quella fiamma. Quando la mente è immersa in esso in questo modo, le klesha, le vasana, le illusioni della percezione dualistica si sciolgono, e si rivela la nostra natura assoluta.
Maharshi: La cosa migliore è dire: «Finora ho erroneamente considerato mio ciò che appartiene a Voi, ma ora ho compreso che tutto questo è Vostro. Non agirò più come se fossero miei» (qui si parla del corpo, dell’anima, dei beni e così via). Tale conoscenza, che non esiste nulla se non Dio, o l’Atman, che l’«io» e il «mio» non esistono, ma esiste solo l’Atman, è jnana. In questo modo, tra bhakti e jnana non c’è differenza. Bhakti è jnana mata, ovvero la madre di jnana.
Perciò, quando la nostra attenzione è sviluppata, quando pratichiamo il cammino dello stato naturale, dove ormai non ci sono sforzi, è molto importante la fede in questo stato come assoluto, come il più elevato. Quando avete una fede così forte, non avete né sofferenze, né sconforto, né tamas, né oscillazioni spirituali, né problemi. Avete un contatto ininterrotto con la grande Sorgente, e nel vostro cuore si stabilisce per sempre una gioia trascendente. Si ha l’impressione che voi siate l’Assoluto, che l’Assoluto viva in voi. La verità dell’advaita comincia ad accendersi dentro di voi in modo tale che voi stessi ne rimanete persino stupiti.

Fede e abbandono alla volontà Divina
Domanda: Siamo persone mondane, siamo perseguitati da qualche dolore e disgrazia, e non sappiamo come liberarcene. Preghiamo Dio, ma non siamo soddisfatti del risultato. Che cosa dobbiamo fare?
Maharshi: Credere in Dio.
Domanda: Ci siamo affidati a Lui, ma finora non c’è stato alcun aiuto.
Maharshi: Sì. Se vi siete abbandonati a Dio, dovete essere capaci di vivere secondo la Sua volontà e non risentirvi delle difficoltà. Tutto può volgere in un altro modo. La sofferenza spesso conduce le persone alla fede in Dio.
Maharshi qui non spiega la presenza alle persone mondane, poiché per loro è un termine difficile; parla semplicemente nei termini della fede. Le persone mondane qui dicono che vorrebbero semplicemente liberarsi dalle sofferenze, che pregano per ottenere risultati. Ma sul cammino del laya-yoga la prospettiva è diversa: semplicemente abbi fiducia in questa presenza, e se la tua fiducia è totale, non occorrono altri risultati. Se consegni il tuo piccolo «io» a questa presenza, che cosa desideri ancora? Quale altro risultato può esserci, se questo risultato è il più elevato?
Domanda: Non possiamo ignorare tutto e sottometterci alla volontà Divina senza trattenere in noi neppure un granello di individualità.
Maharshi: Questo significa che non vi siete abbandonati come professate. Dovete credere soltanto in Dio. Abbandonatevi a Lui e attenetevi saldamente alla Sua volontà, indipendentemente dalla Sua apparizione o scomparsa.
Quando ci spalanchiamo, ci apriamo all’individualità assoluta, non dobbiamo però perdere noi stessi. La nostra integrità come persona deve rimanere, ma allo stesso tempo deve scomparire l’identificazione con la persona. Se spalanchiamo la nostra mente nell’abbandono di sé e ci perdiamo come persona, questo si chiama «perdita dell’azione nella consapevolezza». In India vi erano tali bhakta, che venivano chiamati masta, o folli. Essi si dimenticavano talmente di sé per amore di Dio che si rotolavano nella polvere, ringhiavano, singhiozzavano, piangevano, e nove persone non riuscivano a placarli. In India questo è considerato normale: semplicemente una persona ama Dio molto intensamente, non c’è nulla di strano in questo. Questi bhakta dicevano così: «Voi impazzite per le cose mondane, io invece impazzisco per Dio. Perché la mia follia dovrebbe essere peggiore della vostra?» Ma dal punto di vista dell’insegnamento, noi non perdiamo la nostra integrità come persona quando compiamo un tale abbandono di sé, cioè l’involucro esterno e tutto il resto rimangono, tuttavia scompare l’autoidentificazione, la parte sottile della mente è costantemente assorbita da questa grande Sorgente. È come se guardaste un’immensa voragine e capiste, stando davanti a essa, che tutti i vostri sforzi di mettervi in mostra e pavoneggiarvi sono inutili. È l’Abisso, è l’Eternità. Tutto ciò che potete fare è fondervi con questa Eternità e permetterle di vivere dentro di voi. Allora all’improvviso scoprite che questa Eternità diventa voi stessi. Perciò si dice che Dio può essere sottomesso in un solo modo: arrendendosi a Lui; allora Egli si sottometterà a voi da Sé. Oppure si dice che Krishna diventa schiavo dei suoi devoti. In altre parole, con il nostro abbandono di sé, il nostro spalancarci, la nostra apertura, attiriamo l’Eternità e l’Assoluto, e allora Egli entra in noi. All’improvviso il nostro «io» individuale si unisce all’assoluto, avviene una piena integrazione, un’unità. L’«io» individuale si dissolve nell’assoluto, l’Assoluto diventa inseparabile dall’«io» individuale.
Praticando un tale cammino di auto-offerta, vi liberate per sempre da tutti i vostri problemi. I problemi sorgono dalla mente, dal falso «io», che vuole sempre qualcosa. Quando vuole qualcosa, non è soddisfatto. Quando invece è sopraggiunta l’auto-offerta, esso vuole una sola cosa: l’auto-offerta. E poiché compie l’auto-offerta, non c’è più nulla da desiderare, è sempre sazio, riceve sempre ciò che vuole. Allora sopraggiunge una grande gioia.
Una mataji, diventata discepola, cominciò subito a pormi delle condizioni:
– Ecco, voglio l’illuminazione. Voglio un ritiro così e uno così.
Le consigliai:
– Mataji, chiaritevi che cosa volete: volete la liberazione o un ritiro?
Lei rispose:
– Certo, la liberazione, perché la liberazione è più importante, ma voglio anche il ritiro.
Le chiesi:
– Ma vi rendete conto di ciò che state dicendo?
Lei ci pensò e disse:
– In realtà, voglio la liberazione.
Dissi:
– Poiché volete la liberazione, se praticherete come si deve, la otterrete. Ma non confondetela più con nient’altro. Smettete di preoccuparvi d’altro; poiché volete la liberazione, affidate tutto questo ai Tre Gioielli: il Guru, il Dharma e il Sangha. Fate soltanto come vi viene raccomandato, ma non interferite in questo processo. Provate piuttosto a praticare l’auto-offerta. Allora tutto sarà più rapido.

Se invece siete troppo impazienti, è come invocare l’eternità e al tempo stesso guardare continuamente l’orologio. Devi calmarti: stai chiamando l’eternità, e intanto continui a guardare l’orologio. Invochi l’eternità, l’infinito, e subito poni loro le condizioni alle quali sei disposto ad accettarli. È impossibile: devi cambiare approccio; ci devono essere apertura, spalancamento, assenza di egoismo, assenza di condizioni. Perciò, senza porre nella mente alcuna condizione né scadenza, bisogna semplicemente dirigere ininterrottamente la propria mente verso la Fonte Suprema. Qualunque cosa facciate, bisogna dirigerla continuamente là e acquisire una grande fiducia in questo. Quando si pratica così, si dice che ci si trova nello stato naturale di presenza.
Il grado di avanzamento del praticante si determina dal fatto che la sua mente sia rivolta a Dio ogni secondo oppure no. Se è rivolta a qualcos’altro, è simile all’ago di una bussola che, invece di indicare il nord, ha cominciato a indicare l’est. Se ciò è accaduto, bisogna riportarlo indietro. In questo consiste il senso del nostro addestramento spirituale. Quando l’ago della bussola è continuamente orientato nella direzione giusta, viene meno la necessità di autoanalisi, di pentimento, di autocontrollo dei desideri, dei sentimenti e così via. Tutto questo si realizza automaticamente.
Coloro che non praticano l’auto-offerta e sono legati allo sforzo personale, comprendendo dopo qualche tempo che i loro sforzi personali non danno risultati rapidi, si trovano nell’insoddisfazione o si rattristano. Coloro che dirigono la propria mente verso la Fonte Assoluta, fin dall’inizio si trovano in una grande gioia, non hanno grandi dubbi o difficoltà.
Durante il bhajan-mandala, la parte inferiore del vostro corpo deve aprirsi come se vi uniste a un immenso oceano. Nella parte inferiore del corpo si trova l’energia, in quella superiore la coscienza. Queste due devono sempre unirsi. Questo principio si chiama mahasukha (grande beatitudine). Anche se non comprendete del tutto come avvenga, è sufficiente che pensiate che esse debbano unirsi. Perciò nel bhajan-mandala, praticando la contemplazione, cerchiamo di sentire l’energia nella zona del coccige e di mescolare la contemplazione con questa energia. Se non siete in contatto con la vostra energia, la vostra mente volteggia nei cieli, mentre l’energia e il corpo restano per conto loro: allora è uno stato di separazione, cioè non siete in armonia con il mondo e con voi stessi. La presenza corretta presuppone che queste due parti si uniscano. Perciò, quando siete seduti, dovete sempre sentire come se la parte inferiore del corpo fosse una cosa sola con tutto l’universo, come se foste immersi in un grande oceano di energie.

Un vero yogin, durante la pratica, si sente a proprio agio nel corpo e nella mente. Possiede un’enorme forza vitale, dimora in armonia con l’universo e con se stesso. Essere in tale armonia ed essere nello stato naturale sono la stessa cosa.


