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La responsabilità del guerriero spirituale e l'autoliberazione della coscienza

15.07.2026
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La responsabilità del guerriero spirituale e l'autoliberazione della coscienza

Commento al testo «Yoga Vasishtha», capitolo 6

«Il mondo non è materiale, il vuoto non può essere visto. La mente diventa nulla. Ciò che rimane è la verità, indescrivibile, ma esistente. L’intelletto si confonde completamente in affermazioni contraddittorie, ma quando la verità viene indagata con i metodi giusti, essa viene realizzata. Colui il cui intelletto è risvegliato è chiamato conoscitore della verità. Si è stabilito nello stato di coscienza non duale e non percepisce il mondo come mondo».

L’intelletto risvegliato, la mente risvegliata significano che, come risultato della pratica, vi è viveka-vidya, è stata acquisita la saggezza discriminante. Così come una lanterna può illuminare tutta l’oscurità in una stanza, indipendentemente da quanto tempo l’oscurità sia stata nella stanza (cento anni, mille anni o persino miliardi di anni), nel momento in cui viene accesa tutta l’oscurità scompare. Allo stesso modo la saggezza discriminante (viveka) illumina la nostra oscurità interiore. Indipendentemente da quanto tempo essa vi sia rimasta (dieci vite, mille vite o un miliardo di vite), questa oscurità comincia immediatamente ad andarsene.

«Il mondo apparente sorge solo quando la Coscienza infinita vede se stessa come oggetto — e sarebbe meglio che ciò non accadesse! Ma non appena il mondo sorge, si manifesta come visibile all’esterno e si materializza. La consapevolezza della materia è la mente, ed essa si attacca al corpo. Ma tutto questo è soltanto concetti e descrizioni verbali, queste delimitazioni sono immaginarie. La Coscienza non diventa mai un oggetto o materia. Quando una persona si stabilisce nell’autoconsapevolezza, perfino “coscienza” e “non coscienza” diventano parole prive di significato. Il corpo materiale sorge dal sottile corpo mentale a causa di pensieri ripetuti, perciò la materia è irreale».

La Coscienza vede se stessa come oggetto, e il mondo apparente si manifesta da questa visione

Educazione spirituale e responsabilità

Ognuno di voi è simile a un principe o a una principessa destinati a diventare re o regina. Lo diventerete certamente, se farete tutto correttamente. E il guru è, in un certo senso, l’educatore del giovane principe. E sebbene questo principe per stirpe, sangue e diritto ereditario abbia tutti i fondamenti legali per ereditare il trono del re, tuttavia persino lui ha bisogno di istruzione ed educazione.

Ho letto di come veniva educato il Karmapa — un tulku nel buddhismo tibetano, un reincarnato, cioè colui che si è reincarnato consapevolmente, indicando il luogo della propria rinascita. Suo padre era un funzionario influente in Tibet. Come si conviene, questo reincarnato fu trovato e affidato all’educazione di un lama severo, un maestro. Egli educava il Karmapa, gli insegnava a leggere e a scrivere, a volte gli dava degli scappellotti, e a volte persino lo puniva. Il padre si indignò: «Come sarebbe? Mio figlio è il gioiello che esaudisce i desideri, il Karmapa, quindi non c’è bisogno di dargli scappellotti, non è nemmeno necessario istruirlo». Ma altri dicevano: «Grazie a questo ha imparato rapidamente a leggere, e se non fosse stato trattato così e non gli fosse stato insegnato, non avrebbe imparato a leggere». Ma il padre era comunque contrario, allontanò quel maestro e trovò un altro precettore. Poi accadde che comparve un terzo precettore. Anche questo precettore era severo, insegnava filosofia al Karmapa e anche lui periodicamente gli dava scappellotti, persino di più. Questo indignava moltissimo il padre. Pensava: «Come sarebbe? Il gioiello che esaudisce i desideri, mio figlio, il Karmapa, e i suoi reggenti gli danno scappellotti! Sono semplici monaci, di status molto inferiore». Essi dicevano: «Persino un reincarnato come il Karmapa, un tulku, ha bisogno che gli si insegni a leggere e a scrivere, che gli si insegnino l’etichetta e la filosofia. Ha questo potenziale, ma questo potenziale deve pur essere rivelato e dispiegato; se non si creano le condizioni appropriate, non si rivelerà».

Il giovane Karmapa rivela il proprio potenziale attraverso l’istruzione, la disciplina e la guida spirituale

Allo stesso modo, ognuno di noi possiede un tale potenziale. Questo non significa che esso appartenga solo agli eletti; forse nei reincarnati, negli avatar, esso è espresso molto più intensamente, ma qualitativamente non differisce in nulla. Dobbiamo semplicemente coltivarlo in noi stessi.

L’insegnamento è così prezioso e così grande che otterrete tutto, se fate ogni cosa come si deve. Se volete vivere in un palazzo, vivrete in un palazzo; se volete governare i cieli, governerete i cieli; se aspirate a ottenere una rinascita in una terra pura, otterrete una rinascita in una terra pura; se volete creare un universo, creerete un universo; se volete diventare Brahma, diventerete Brahma. A condizione, naturalmente, che pratichiate realmente e applichiate l’insegnamento. È solo una questione di pratica e di sforzi. Ma per questo bisogna essere pronti ad assumersi la responsabilità della propria vita spirituale. Neppure il maestro spirituale può assumersi la responsabilità della vostra vita spirituale. Così come non può mangiare al posto vostro, allo stesso modo non può assumersi la responsabilità della vostra vita spirituale.

Il guerriero spirituale e la sankalpa interiore

La responsabilità della vita spirituale significa una decisione interiore personale di purificare e trasformare se stessi. Accade che a una persona sembri di essersi assunta la responsabilità. Ma passa il tempo, ed egli vede che la misura di responsabilità che ha assunto è insufficiente, che è necessario un livello completamente nuovo.

Se una persona si adira, si offende, vede in modo impuro, questo è il risultato del fatto che semplicemente non si è assunta la responsabilità. È ancora un samsarin, un uomo comune, molto saldamente legato dai propri karma. Non è ancora nemmeno un guerriero spirituale.

Un guerriero spirituale non lo si può “ingannare con la pula”. Provate a tentare così facilmente un guerriero spirituale, a farlo adirare, sedurlo, turbarlo, rattristarlo, abbassare il suo stato d’animo. Egli ha un asse interiore, una sankalpa interiore. Il guerriero spirituale è un essere completamente diverso. Si può fare qualsiasi cosa con lui, ma il suo spirito, il suo stato d’animo, la sua sankalpa non si possono cambiare. Piuttosto, sarà lui stesso a cambiarli a voi. Se entrate in contatto con un guerriero spirituale, siate pronti a incontrare la vira-bhava, e questa vira-bhava è intransigente, perciò dovrete rispettarla. Direte: «Sì, non puoi essere scosso. Sei un vira». Perché? Perché il guerriero spirituale si è assunto la responsabilità, nel profondo di sé ha preso una decisione. E non è la decisione di qualcun altro, ma è la sua propria decisione, della quale egli si ricorda costantemente.

Il guerriero spirituale conserva l’asse interiore, la sankalpa e una decisione incrollabile

Quando avete preso una tale decisione nel profondo di voi stessi, allora siete voi i padroni di voi stessi. Le altre persone e le circostanze non possono più scuotervi. Siete voi a decidere se adirarvi o no, se soffrire o gioire, se provare qualcosa o non provarla. Gli altri qui non c’entrano affatto.

La soggettività della percezione e la formula in cinque parti

Finché una persona non si è assunta la responsabilità spirituale, per lei sono sempre colpevoli le altre persone, le circostanze esterne e così via. Cioè, cerca sempre la causa all’esterno. Ma in realtà dipendere da tutto questo e vivere in un tale universo significa non essersi ancora assunti una vera responsabilità per la propria vita. E c’è un detto: «Se vuoi criticare qualcuno, critica te stesso».

Nella formula in cinque parti il primo anello è ricondurre tutto alla mente. E a molti sembra che questa sia una qualche formula filosofica astratta. Invece è una formula di vita, che significa che bisogna ricondurre tutto a se stessi, a colui che vede, che valuta, che pensa.

Un tempo c’era un classico del marxismo: Vladimir Lenin. Nei suoi scritti, in uno dei cento volumi delle sue opere, analizzando la situazione politica, dava una tale upadesha: «Quando vedete una certa azione politica, dovete subito porvi la domanda: "Chi c’è dietro? A chi conviene?"»

L’attenzione si rivolge dall’evento esterno alla mente e a colui che vede e valuta

Allo stesso modo anche voi, quando udite il giudizio di qualcuno o il giudizio della vostra mente, dovete subito chiedervi: «Per chi è così? Chi lo dice?» E vedrete immediatamente il soggettivismo di ciò, perché il soggettivismo è presente in generale in tutto. In linea di principio non esistono cose oggettive, esiste solo il soggettivismo. Ciò che sembra oggettivo è semplicemente una grande massa di diversi punti di vista soggettivi, cioè è comunque soggettivismo. Questo si vede molto bene in alcuni grandi processi.

Per esempio, nella vita mondana si dice: «L’America è una superpotenza che impone la propria influenza agli altri Paesi». Si può chiedere: «Per chi è così?» L’America non la pensa così, la pensa diversamente.

Oppure qualcuno dice: «La Russia è un certo tipo di Paese». Si può chiedere: «Per chi è così?» Per i russi è così, mentre per altri esseri non è affatto così. Tutto è molto soggettivo, molto relativo.

La Cina ritiene che il Dalai Lama sia una persona non buona, perciò non vogliono condurre negoziati con lui. In Cina sono molto scontenti quando il Dalai Lama viene riconosciuto in qualche parte del mondo, mentre moltissimi esseri viventi, al contrario, considerano il Dalai Lama un’incarnazione di Avalokiteshvara (una divinità incarnatasi in un corpo).

Un ladro, vedendo il Buddha, lo considera dalla posizione: «Come potrei derubarlo meglio?» E il Buddha, guardando il ladro, vede in lui un potenziale santo, colui che si trova sul cammino del divenire. Cioè tutto dipende dalla visione karmica, dal punto di vista.

Il ladro e il Buddha si guardano attraverso diversi livelli di visione karmica

E quando chiediamo: «Per chi?», tutti questi numerosi punti di vista, pregiudizi secolari, confini nazionali e culturali, cornici, stereotipi, schemi, convenzioni — tutto questo comincia a crollare. Tutto questo non è più importante, perché scopriamo il soggetto, vediamo la radice. E la radice è la vostra stessa coscienza. Per chi? Per me, perché non c’è nessun altro. E se è per me, allora significa che tutto si dispiega verso l’interno, e allora qualsiasi problema esterno si trasforma in una questione di contemplazione, autoindagine, autoliberazione.

Tutte le nostre attività, le difficoltà nel mondo esterno, sono una conseguenza dei nostri samskara. Quando a livello dei samskara non avviene l’autoliberazione, questo passa al livello fisico. Se la vostra autoliberazione è così profonda che tutto ciò si risolve a livello della coscienza, a livello del corpo sottile, allora sul piano fisico non rimane karma da sperimentare, rimangono soltanto giochi.

Il meccanismo dell’autoliberazione

«Pensando costantemente: "Sono confuso, mi sono arrabbiato", l’uomo comincia davvero ad arrabbiarsi. Riconoscendo: "Non sono adirato", ritrova l’equilibrio perduto».

La mente possiede la capacità di proiettare. Tale proiezione avviene continuamente; possiamo vivere senza proiettare. Vivere senza proiettare significa dimorare nella consapevolezza nuda. Ma il problema sta nel fatto che proiettare è una proprietà della mente. I samskara che si trovano nel corpo sottile tendono a incarnarsi, a dispiegarsi. Se non siamo vigili e non li osserviamo, essi inevitabilmente si incarnano. E quando ciò accade, questo viene chiamato attività karmica. Gli esseri viventi non possono non seguire la legge del karma. Arrivano determinati periodi della vita in cui i samskara li spingono semplicemente verso questi o quei pensieri, parole e azioni.

Ma lo yogin che ha rivolto la mente all’interno e si dedica all’indagine vede come tutto questo accade; l’intero meccanismo gli è visibile come sul palmo della mano ed è ben comprensibile. Allora i samskara non lo costringono ad agire e a parlare. Egli impara, con l’aiuto del discernimento (viveka-vidya), a «colpire al volo» questi samskara.

Nel momento in cui il samskara viene notato, la consapevolezza si separa dal samskara, la coscienza non abbandona la pura consapevolezza, e perciò il samskara diventa un «colpo a vuoto»: emerge, ma la consapevolezza non si è identificata con esso, e da esso non deriva più alcun danno. Quando ciò accade, il samskara è notevolmente indebolito. Se il samskara non è indebolito, eccita i vritti (fluttuazioni della mente), che cominciano a muovere i venti lungo i canali, e nel chakra corrispondente inizia una vibrazione. Questa vibrazione modifica la biochimica e la fisiologia del corpo, dando origine a varie vasana (impulsi) e spingendo ad agire. Ma se il samskara viene notato e la pura coscienza se ne è liberata, esso comunque passa, ma in forma notevolmente indebolita. E quando provoca i vritti sulla superficie della mente, questi vritti vengono estinti grazie al fatto che la maggior parte della mente è comunque stabilita nella pura consapevolezza, e la pura consapevolezza possiede una massa maggiore o un maggior peso gravitazionale rispetto al samskara.

A un livello ancora più elevato di auto-liberazione, il samskara è simile a un piccolo asteroide che viene attratto da un grande pianeta. Se un piccolo asteroide nello spazio entra nel campo gravitazionale di un grande pianeta, viene catturato da questo campo e, di conseguenza, cambia la traiettoria del suo movimento. La forza di gravità del grande pianeta attira l’asteroide, e l’asteroide vi cade sopra, sollevando milioni di tonnellate di polvere, e poi si acquieta, cioè non vola più oltre. Allo stesso modo, la coscienza pura attira il samskara, il samskara per così dire “cade” su questa coscienza, si dissolve e non genera più alcun movimento.

La pratica dell’auto-liberazione a livello delle immagini

«Quando il sogno è riconosciuto come sogno, non può più ingannare l’uomo. Come il corpo sottile diventa un corpo materiale denso a causa dei pensieri ripetuti, così anche il processo inverso può essere avviato dalla retta conoscenza».

Un sogno lucido smette di ingannare, e la retta conoscenza conduce dal denso al sottile

Esiste una pratica che aiuta ad approfondire l’auto-liberazione, quando allenate la vostra saggezza discriminante riconoscendo i samskara più sottili che sorgono nella coscienza. L’essenza della pratica consiste nel rilassarvi e nel permettere alla mente di muoversi come vuole, di creare qualsiasi pensiero e valutazione, di vivere qualsiasi esperienza percettiva. Ma nel momento in cui nella mente appare una qualche vibrazione primaria, il vostro compito è fermarvi e analizzarla in profondità.

Per esempio, state camminando e il vostro sguardo cade sulla porta della doccia. Forse nella mente non avete ancora nemmeno formulato, non avete ancora preso coscienza, ma è sorto in voi un desiderio sottile: «Sì, sarebbe bello fare una doccia». Non lasciate che la mente sviluppi ulteriormente questo pensiero, ma cercate di indagarlo più a fondo e di notare come nella coscienza sia sorta l’immagine di un certo desiderio. E nel momento in cui la notate con l’aiuto della saggezza discriminante, separate questa immagine dalla coscienza pura stessa. E allora questa immagine si libera.

Oppure state camminando e qualcosa, a un livello subconscio molto sottile, non vi piace. Ma se lo notate rapidamente e fermate la mente, vedete allora un’immagine già creata. Il vostro compito è notare questa immagine, distinguerla dalla coscienza pura e separarla. E allora questa immagine scompare.

Una tale capacità di profonda auto-liberazione a livello delle immagini è un alto livello di nididhyasana. Si ritiene che possa essere raggiunto solo allo stadio chiamato «catena di ferro», non prima. Lo stadio della «catena di ferro» significa un tale assorbimento nella consapevolezza naturale che potete penetrare a questo livello. Una persona così non è attaccata al proprio stereotipo di pensiero. La sua mente è molto libera, perciò può cambiare il proprio stato con grande facilità.

Trasmutazione del corpo fisico

Vasishtha dice: «Come il corpo sottile diventa un corpo materiale denso a causa dei pensieri ripetuti, così anche il processo inverso può essere avviato dalla retta conoscenza». Sono parole molto importanti, che esprimono l’essenza delle pratiche esoteriche dell’orgoglio divino e del corpo illusorio.

Gli stadi superiori della sadhana dell’orgoglio divino consistono nell’unione della bhava con il prana e il corpo fisico e nella trasmutazione del corpo fisico. Come il corpo sottile, addensandosi, è diventato denso (fisico), allo stesso modo, come risultato della sadhana della linea dell’orgoglio divino, il corpo fisico si rarefa e si trasforma in un corpo sottile, immateriale. Qui si eseguono sei sadhana speciali. Tre di esse si chiamano «vento della bhava», «corda di Narada», «corpo di Datta». Si eseguono inoltre altre tre sadhana, chiamate «bhava», «spanda» e «shakti». Sono metodi speciali di contemplazione avanzata che permettono di unire così profondamente la bhava della presenza contemplativa con il corpo fisico e i prana che il corpo fisico modifica la frequenza della propria vibrazione. Questo è lo stadio per il conseguimento dei siddhi.

La sadhana unisce bhava, prana e corpo, rarefacendo il corpo denso in sottile

Per esempio, modificando la frequenza di vibrazione, un tale corpo fisico passa al livello dell’acqua, poi al livello del fuoco, poi al livello del vento. Al livello del vento è possibile levitare e attraversare i muri. Passando al livello dello spazio è possibile teletrasportarsi, spostarsi, e senza sforzo, semplicemente con la forza dell’intenzione, poiché le qualità della vibrazione del corpo diventano diverse. Queste sono pratiche della sezione dei laya-siddhi.

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