Commento al testo «Yoga Vasistha», capitolo 6.1
La natura dell’auto-riconoscimento
«Quando l’oro non viene riconosciuto, viene calpestato nel fango. Allo stesso modo, quando Brahman non viene riconosciuto, sorge il fango dell’incomprensione. Colui che conosce Brahman dichiara che egli stesso è Dio e Brahman, mentre l’ignorante non riconosce questa verità; questo non riconoscimento è chiamato ignoranza».
Il Laya Yoga è chiamato anche scuola dell’auto-riconoscimento. Nel processo dell’auto-riconoscimento scopriamo il fatto della nostra assoluta natura divina. Non creiamo nulla di nuovo che non possedessimo originariamente. Eppure quanta fatica ci costa scoprire questa originaria Natura divina!
Il fatto che possediamo originariamente una natura divina e la riconosciamo, e non la costruiamo, non significa affatto che non abbiamo bisogno della sadhana. L’auto-riconoscimento significa che scopriamo ciò che ci è già proprio, ciò che è sempre stato con noi, ma a cui non abbiamo prestato attenzione. Per chiarire questo, si cita spesso come esempio una persona che ha una banconota da un miliardo di dollari cucita nella fodera del cappotto; nonostante possieda realmente una grande ricchezza, non può servirsene e vive come un povero, sperimentando bisogno, fame e sofferenze.
Il maestro spirituale è colui che dice alla persona che essa possiede una tale ricchezza e indica la possibilità di tastare e tirare fuori questa banconota. Il fatto che una persona simile possieda una ricchezza non significa ancora che possa usarla.
Nel processo dell’auto-riconoscimento dobbiamo ristrutturare qualcosa in noi, attivare la coscienza sottile. Se possedete le qualità necessarie di un discepolo (fede, fiducia, comprensione, attenzione, collaborazione e così via), allora questa coscienza intuitiva col tempo verrà attivata, il flusso della coscienza buddhi sarà aperto. È proprio il flusso aperto e attivato della coscienza buddhi che dà allo yogin la saggezza discriminante, con l’aiuto della quale si possono separare il corpo e i prana dalla Coscienza suprema, come il latte dall’acqua.
Le qualità di un buon discepolo

Per aprire questo canale della buddhi, bisogna semplicemente essere un buon discepolo. Inoltre, bisogna essere un buon discepolo non perché nella comunità ti considerino buono, o per piacere al maestro spirituale, o perché non ci si debba vergognare. Tutto questo è troppo meschino, troppo umano. Essere un buon discepolo è un concetto molto più serio, perché solo i buoni discepoli saranno ammessi nel Regno dei Cieli, se per Regno dei Cieli si intende la liberazione, ed è proprio questo lo scopo che ci poniamo. In altre parole, se vogliamo entrarvi, semplicemente non abbiamo altra via d’uscita. Non possiamo permetterci di essere un discepolo medio, debole o cattivo, poiché in tal caso il nostro scopo non sarà realizzato.
Che cosa significa essere un buon discepolo? Significa cogliere correttamente l’onda dell’apprendimento spirituale, della collaborazione spirituale, della disposizione spirituale, della compartecipazione spirituale, cogliere l’onda della sadhana e del samaya, essere sempre su quest’onda, senza uscirne.
Non direi che il concetto di «essere un buon discepolo» si riduca soltanto all’esecuzione obbediente delle istruzioni del maestro. Tutto è molto più complesso. Essere un buon discepolo significa manifestare fede, comprensione, volontà propria e saper assumere su di sé la responsabilità del discepolato.
Assumersi la responsabilità della propria sadhana

Non incoraggio molto quando un discepolo cerca di trasferire la responsabilità su qualcun altro (sia sul guru, sia su Dio), poiché la pratica spirituale presuppone l’assunzione di responsabilità per la propria liberazione, la manifestazione di una certa forza della personalità, dell’individualità, la manifestazione della propria libertà di volontà.
La devozione e la fede non significano affatto trasferire ciecamente la responsabilità su chiunque. Non si può trasferire a Dio la responsabilità della sadhana personale. Perché? Perché Dio ti ha dato la ragione e il corpo, ti ha inviato i testi e il maestro, ma almeno qualcosa devi pur fare, perché se non lo fai, come svilupperai la libertà di volontà, coltiverai le qualità di un mandaleshvar, diventerai tu stesso Dio?
C’è un racconto su come, durante un’inondazione, un uomo pregasse Dio per salvarsi. Intorno galleggiavano alberi abbattuti, la gente annegava, tutto veniva sommerso dall’acqua. Ma quest’uomo credeva fermamente in Dio e disse: «Dio mi aiuterà». Tutti venivano trascinati via dalla corrente, ma alcune persone riuscirono ad aggrapparsi a un tronco. Chiamarono quest’uomo che si dibatteva, dicendogli: «Aggrappati al tronco». Egli rispose: «Prego Dio, lui mi aiuterà». E quelle persone si allontanarono sul tronco. L’uomo, continuando a lottare per la vita e a dibattersi nell’acqua, vide una barca avvicinarsi a lui. Quelli che vi sedevano dissero: «Salta nella barca», ma egli rispose loro: «Dio deve salvarmi». Poi arrivò un elicottero di soccorso, dal quale tentarono di calargli una scala, ma egli disse: «Deve accadere qualche miracolo, perché io prego così tanto Dio». I piloti dell’elicottero alzarono le spalle e se ne andarono. Infine, quest’uomo vide che non accadeva alcun miracolo e implorò intensamente Dio: «Perché non mi salvi?» E allora davanti a lui apparve Dio circondato dagli angeli e disse: «Sei semplicemente uno sciocco! E chi ti ha mandato il tronco, la barca, l’elicottero? Tu stesso devi prendere almeno una decisione, fare almeno qualcosa».
Dunque, essere un buon discepolo significa assumersi la responsabilità della propria pratica spirituale e della propria trasformazione, e poi manifestare attivamente la volontà in questa direzione.
Vasistha dice che né Dio né il maestro spirituale possono aiutare quella persona che non è pronta ad assumersi la responsabilità della propria trasformazione spirituale. Che cosa significa? Assumersi la responsabilità della propria trasformazione spirituale significa che voi stessi siete il mandaleshvara per voi stessi.
Il ruolo del maestro e i limiti del suo intervento

È molto forte la tentazione di trasferire la responsabilità della trasformazione spirituale al maestro. E allora un tale discepolo mi chiede: «Che cosa devo fare?» Io ho risposte e soluzioni pronte, in generale tutto mi appare molto semplice: «Ecco, tu sei un laico. Bene. Dunque, domani vieni come novizio. Tutto qui, la questione è risolta. Supera le prove e i ritiri, studia per dodici anni. Percorri tutta la struttura, e io qui non devo nemmeno pensarci. Ho già pronta per te la risposta fin da ora: semplicemente fallo». Ma so che, se darò una risposta del genere, invaderò il karma personale di questa persona, quei suoi strati così profondi a cui egli si aggrappa e che, forse, non ha affatto intenzione di cedere.
Allora sorge la domanda: perché dovrei invadere il karma personale di una persona e prendere al suo posto quelle decisioni che deve prendere da sé, anche se per questo gli occorreranno anni di sofferenze, tentativi ed errori? Non gli renderei forse un «cattivo servizio» prendendo per lui una simile decisione? Forse questo influenzerà fortemente la sua crescita spirituale, se egli mi è devoto. D’altra parte, crescerà come yogin se io interverrò con la mia forza spirituale e la mia autorità, liberandolo da quegli errori e da quelle decisioni che deve prendere da sé? È una grande domanda. E poiché rispetto la sua libertà di volontà, non glielo dirò in modo così diretto. Dirò: «Questa è una questione della tua responsabilità. Sei tu che devi deciderlo. Io, naturalmente, so qual è la cosa giusta. Ma il mio desiderio personale non ti aiuterà. Non ti dirò la risposta giusta, perché devi cercarla tu stesso, armato delle conoscenze che ti vengono date». È simile a quando fate un compito in classe di algebra; l’insegnante non vi dirà la risposta giusta, poiché le risposte giuste date gratuitamente non aumentano l’intelligenza.
Responsabilità significa che le risposte giuste al livello delle decisioni non vi vengono consegnate, ma vi viene dato il metodo, e le risposte giuste dovete trovarle proprio voi stessi. Questo non significa che il dharma o qualcosa del genere vi venga nascosto. Si intende che il discepolo deve elaborare da sé le decisioni, assumendosi la responsabilità della propria sadhana. Deve comprendere da sé che cosa significhi essere un buon discepolo, che cosa significhi praticare correttamente.
La manifestazione della responsabilità nella pratica

Per esempio, esistono gradi di apprendimento. Se un buon discepolo penserà: «Interessante, ma perché esistono questi gradi? Come potrei salire più in alto?» Non passerà oltre, cioè aspirerà a padroneggiarli. Oppure esiste una regola di ritiro. Se il discepolo è maturo e sensibile, se ne interesserà certamente e proverà ad applicarla a sé. Se il discepolo è immaturo, la dimenticherà, non la seguirà. Questi sono appunto i modi in cui si manifestano, o non si manifestano, la responsabilità e il libero arbitrio.
Il libero arbitrio si realizza negli atti di scelta. Gli atti di scelta sono determinati punti di biforcazione, cioè di ramificazione delle situazioni, quando si può agire in un modo o in un altro. Dalla vostra scelta in tali momenti dipendono la vostra vita futura, il destino e i risultati. Ed essere un discepolo corretto significa manifestare sempre, in questi punti di biforcazione, di ramificazione delle situazioni, la giusta libertà di scelta.
La libertà di scelta è la manifestazione del vostro libero arbitrio, che vi sposta in un tunnel alternativo della realtà, dove c’è la liberazione. E una tale scelta vi è richiesta costantemente: seguire il cammino della meditazione o distrarvi, seguire il cammino del desiderio o reciderlo, cadere nell’incoscienza o essere consapevoli, aspirare a rendere la pratica più complessa o a semplificarla, fare un ritiro e meditare ogni volta, sfidando i limiti, oppure assecondare i limiti.

La responsabilità si manifesta come risultato delle decisioni prese ogni secondo. È proprio nel processo della responsabilità e dell’assunzione di tali decisioni che comprendiamo che il dharma è un’opportunità, ma non qualcosa che possediamo già. Il dharma è un grande privilegio, ma non un obbligo. La più profonda maturità spirituale arriva quando iniziamo consapevolmente a manifestare tale responsabilità.
Abbiamo la nostra vita, il corpo, i prana, la mente, e c’è un determinato tratto di tempo che ci è assegnato per la purificazione e il raggiungimento della realizzazione. E dobbiamo imparare a prendere sempre le decisioni giuste, affinché il tempo che ci è assegnato sia vissuto in modo che la realizzazione avvenga nella nostra vita.
Quando mi chiedevano: «Devo sposarmi o non sposarmi?», nei primi anni ero addirittura scioccato e confuso. A me, un monaco, chiedono di cose alle quali, in realtà, non penso nemmeno. Come posso rispondere? Il mio sanghati di monaco mi conferisce l’autorità di rispondere a tali domande? Che cosa può rispondere un monaco in caso di simili domande? È una domanda rivolta alla persona sbagliata. È come chiedere a un musicista del kickboxing. Perciò, quando mi chiedono: «Sposarsi o non sposarsi?», io dico: «Sposati, poi si vedrà. Vedrai tutto da solo».
Il punto è proprio che il maestro spirituale non vi darà direttamente risposte pronte. Egli, per sé, ha un proprio credo di vita, che ha elaborato nel processo della sua sadhana, e inoltre esso è per lui piuttosto univoco e molto saldo. Ma voi stessi dovete elaborare per voi il vostro credo nelle vostre condizioni e circostanze, usando l’insegnamento come strumento.
È una tentazione molto grande dire: «Tu devi fare questo, e tu invece questo. Bada bene, fai tutto esattamente come ho detto, e subito. Rinuncia, testa rasata...». Ma tutte le mie decisioni prese al posto dei discepoli saranno soltanto le mie decisioni. In questo caso il discepolo sarà irresponsabile, non avverrà in lui alcuna crescita spirituale e allora, in teoria, dovrò continuare a fare anche i pranayama al suo posto.
Principi dell’advaita e della maturità spirituale

Ma in realtà la vita spirituale si sviluppa diversamente. Nel processo della vita spirituale, il nostro libero arbitrio, la nostra responsabilità devono crescere sempre di più. Ciò significa che, usando l’insegnamento come strumento, noi stessi valutiamo la situazione in cui ci troviamo ed elaboriamo il giusto vettore d’azione. È molto importante comprendere questo principio di responsabilità.
In realtà l’uomo ha sempre cercato di scaricare la responsabilità su qualcosa o su qualcuno. Ma l’insegnamento dell’advaita non lo accetta. L’advaita ci toglie tutte le nostre illusioni spirituali e simili aspirazioni. Non ci dà un Dio proiettato nei cieli. Ci rivolge al nostro stesso «Io». Non ci dà visioni e concetti eternalisti. Ci riporta sempre al nostro proprio «Io» e dice che bisogna cercare la verità assoluta nelle profondità della consapevolezza «Io sono». Assumersi la responsabilità significa che per noi è sempre importante essere consapevoli e prendere decisioni a partire da questa consapevolezza.
Naturalmente esistono un insegnamento, una linea di trasmissione, un sistema di pratica e un addestramento. E qui vi sono istruzioni univoche e chiare: come applicare il metodo, come eseguire la meditazione, ecc. In relazione a tutto questo non vi sono ambiguità, ma come vivere, come rapportarsi alla pratica, quali qualità manifestare, con quale zelo meditare: tutto ciò dipende da quanto agiamo dallo stato di buddhi, di consapevolezza. Proprio per questo le qualità importanti di un discepolo sono la fiducia, la fede, la devozione, lo zelo, la comprensione, l’attenzione, la disponibilità alla collaborazione. Se tutte queste qualità sono presenti, allora tutte le scelte saranno corrette.
La radicalità della pratica spirituale e il ruolo del sangha

La pratica spirituale è sempre qualcosa di molto radicale. È ciò che non è mondano, ciò che ci conduce in un altro mondo. E sorge la domanda: siamo pronti ad assumerci la responsabilità di andare verso quest’altra visione, verso quest’altro mondo?
La pratica spirituale è la costruzione di una nuova vita, l’ingresso in questa vita e poi il completo passaggio ad essa. È la creazione del mandala di una dimensione pura. Ma per compiere un tale passaggio e creare una tale vita, è necessario lavorare con grande zelo. Superconcentrazione, supersforzo, superchiarezza, coscienza supercreativa: ecco ciò che può renderlo possibile. Ma se cediamo alla debolezza (debole concentrazione, debole chiarezza, ecc.), allora tutto ciò diventa impossibile, rimane sospeso a metà strada.
In relazione a questo diventa molto importante il terzo gioiello: l’Arya-sangha (il mandala dei praticanti). Il terzo gioiello non è semplicemente un gruppo di persone, discepoli di un unico maestro, fratelli e sorelle di samaya. È una metamente integrale che si manifesta attraverso i nostri corpi e le nostre menti grazie alla collaborazione, al servizio e all’interazione. E quanto più forte sarà il terzo gioiello, tanto più favorevoli saranno le condizioni per il conseguimento della liberazione. Allora il terzo gioiello si trasforma in buddha-kshetra: il campo degli illuminati, in un mandala, una dimensione pura delle divinità.
Ma quando il sangha diventa davvero il terzo gioiello? Quando i discepoli, dopo essersi dispersi al termine del ritiro, continuano a essere discepoli, quando rivolgono la propria mente al servizio, al dharma, alla pratica, indipendentemente dal fatto che siano monaci o laici. Quando il maestro spirituale, i monaci, i novizi e tutti gli altri discepoli vivono con gli stessi obiettivi, valori, piani e compiti.
«Colui che conosce Brahman sa anche che l’ignoranza dell’uomo ignorante è anch’essa Brahman. Quando l’oro viene riconosciuto come oro, esso istantaneamente “diventa” oro; quando Brahman viene riconosciuto come Brahman, egli istantaneamente diventa Brahman.
Essendo onnipotente, Brahman diventa tutto ciò che desidera, senza alcuna motivazione per farlo».
Il processo di autoriconoscimento e il rivolgersi della mente verso l’interno

L’autoriconoscimento significa il processo di penetrazione nella visione pura, il processo di rivelazione dell’orgoglio divino. Nell’autoriconoscimento apriamo la natura, lo specchio della nostra Mente, e scopriamo che la natura della Mente, a quanto pare, è sempre stata pura, perfetta, immacolata, ma a causa della disattenzione l’abbiamo sempre mancata e abbiamo creato circostanze tali in cui essa, per così dire, quasi non esiste affatto. Poiché l’abbiamo mancata, la nostra coscienza grossolana attribuiva importanza ai rapporti corporei, al corpo, al mondo fisico. Lo stato della nostra mente era più o meno questo: 3% – consapevolezza interiore, 97% – mondo esterno.
L’autoriconoscimento significa rivolgere la mente verso l’interno, attivare i circuiti sottili della coscienza grazie a tale rivolgimento, attivare il canale intuitivo della buddhi e ricongiungersi con la Fonte suprema attraverso questo canale.
Il canale intuitivo della buddhi si attiva grazie all’autoindagine (vichara) e alla pratica contemplativa. Allora la coscienza dello yogin si ristruttura, si ricompone: verso l’esterno è rivolto ormai circa il 30-40%, mentre la consapevolezza interiore occupa il 60-70%, ma è essa a dominare. Avviene un costante radicamento nell’interiore, e grazie a ciò si verifica l’integrazione con l’esteriore.
In altre parole, il processo di autoriconoscimento significa che, rivolgendo la mente verso l’interno, rivelate sempre di più la vostra mente come uno spazio colmo di orgoglio divino. Lo stato dello jnani è tale che il 70% della sua coscienza è rivolto verso l’interno, mentre il 30% gli basta per vivere e comunicare. Cioè questo 30% deve bastare per funzionare adeguatamente nella società, mentre al 70% si svolgono la contemplazione e il lavoro spirituale. E quando siamo rivolti per il 60-70% verso l’interno, avvengono cambiamenti molto profondi nella nostra percezione della realtà; persino con il 50% della mente rivolto verso l’interno avvengono cambiamenti profondi.
Il 70% è lo stato di un santo, il 50% è lo stato di colui che si dedica alla gestazione. Se la vostra mente è rivolta verso l’interno, trovandosi per il 70% nella contemplazione, allora nello stato di veglia dimorate come nello stato di sonno senza sogni; è come se dormiste in un sonno senza sogni, ma al tempo stesso agiste. Voi riconoscete la realtà interiore e attingete forza dallo stato naturale.
All’inizio, finché le abilità della contemplazione non sono realizzate, la nostra mente può essere diretta per il 20% verso l’interno e per l’80% verso l’esterno. A causa di una così forte estroversione, gli oggetti esterni catturano la nostra coscienza, si instaurano rapporti di simpatia o di avversione. Viviamo pienamente la catena avidya-asmita-raga-dvesha-abhinivesha.
L’uscita psicologica dai legami sociali

L’autoriconoscimento significa che abbiamo ristrutturato la nostra coscienza e cominciamo gradualmente a uscire dai legami sociali, dai legami personali. Vale a dire che non iniziamo a uscirne esteriormente, ma innanzitutto cominciamo a uscirne psicologicamente. Se provassimo subito, fin dall’inizio, a uscirne, ciò potrebbe creare molta disarmonia. Si tratta prima di tutto di un’uscita psicologica. In altre parole, entriamo gradualmente nel monachesimo interiore. Cioè parlo innanzitutto del livello psicologico, non di quello esteriore. Senza essere usciti psicologicamente dalla dipendenza e dai legami, è impossibile impegnarsi davvero nel cammino della liberazione. Tutte queste sono cose che si contraddicono a vicenda.
Nel processo di tale ristrutturazione della coscienza, lasciamo psicologicamente i legami sociali e personali, il flusso del tempo e degli eventi, gli attaccamenti alle nostre preferenze. Avviene una liberazione continua della coscienza da tutto ciò con cui ci identificavamo. Lasciamo i falsi legami con il corpo, quando ciecamente ci consideravamo “io sono questo corpo”. Gradualmente scopriamo che quanto più profondamente e intensamente la nostra mente si volge verso l’interno, tanto meno dipendenti diventiamo dagli oggetti e dai legami del mondo esterno.
Uscita dal flusso del tempo e della causalità

È come se uscissimo dal flusso della situazione, dalle serie causali, dagli eventi, dallo stesso continuum temporale, perché tutto questo è all’esterno. Il tempo, le serie causali: tutto questo agisce all’esterno. Il mondo esterno grossolano agisce secondo queste leggi, ma il processo stesso della contemplazione, del trasferimento della mente verso l’interno, ci porta su un piano in cui operano altre leggi.
Per esempio, la coscienza non è vincolata dal vettore del tempo: non è obbligata a scorrere solo in una direzione, dal passato al futuro, ma può liberamente tornare indietro, fissarsi in un unico punto oppure contemplare tutti e tre i tempi da un solo punto, nello stato di un unico “sapore”.
Per la coscienza non esistono limitazioni temporali. Infatti ciascuno di voi può facilmente ricordare il passato e, se lo desidera, entrare nell’esperienza del passato, concentrandosi bene, e rivivere tutto questo di nuovo con la stessa vividezza. Allora il passato, se vi ritorniamo mentalmente, si attiva con nuova forza.
Per la coscienza non esistono nemmeno legami causali. Essa può modificarli liberamente. Cioè quanto più profondamente conduciamo la mente verso l’interno e quanto più ci fissiamo lì, tanto più gradi di libertà sorgono per noi.
Per la coscienza non esiste, in quanto tale, una storia collettiva, poiché per storia collettiva si intende appunto una catena di rinascite, il karma. La storia collettiva è propria del mondo esterno e degli oggetti grossolani, quando esistono causa ed effetto. E a tutti è chiaro che, se in primavera piantate piselli, in autunno spunteranno piselli, non spunteranno mai avena o grano. Questa è la rigida dipendenza di causa ed effetto: qui non decidete assolutamente nulla. Ma se conducete la mente all’interno, allora a volte può apparire del grano, anche se piantate piselli. Perché? Perché quanto più profondamente la coscienza viene introdotta all’interno, tanto più comincia a influire sulla realtà, e all’interno, per la coscienza in quanto tale, non esistono connessioni causali rigidamente condizionate. La coscienza possiede probabilisticità, meravigliosità: lì l’effetto può cambiare la causa, cioè agisce la legge della causalità circolare.
Di solito, nel nostro mondo, la causa genera l’effetto, e l’effetto non può cambiare la causa. Ma nel mondo della coscienza profonda agisce un’altra legge, vale a dire la legge della causalità circolare, quando l’effetto può facilmente influire sulla causa; non solo il presente, ma anche il passato può influire sul futuro. Tornando nel passato e cambiando lì qualcosa nella propria coscienza, per esempio un certo atteggiamento psicologico o una malattia somatica, potete cambiare istantaneamente qualcosa nel vostro presente. Cioè la coscienza in quanto tale possiede molti più gradi di libertà.
Dalla storia collettiva a quella personale

Quando ci immergiamo nella consapevolezza, usciamo gradualmente dal processo storico lineare e ci liberiamo dalla ruota della storia, dalla ruota delle nascite e delle morti. Usciamo dalla storia collettiva e cominciamo gradualmente a comprendere che cos’è la storia personale.
La storia collettiva è quando siete inseriti in alcuni processi comuni: nel processo delle leggi della natura, nei processi storici e sociali. Cioè siete soltanto una parte, siete come una scheggia di legno che scorre insieme al fiume del tempo e non può andare da nessun’altra parte.
La storia personale significa che uscite dai processi storici e la vostra storia diventa soggettiva. Si può dire che la vostra vita diventi un grande diario psicologico, o un grande quadro, o una melodia. La vostra volontà, intervenendo, può determinare il disegno di questo quadro, l’umore di questa melodia o ciò che sarà scritto in questo diario. E tutto ciò dura ininterrottamente. Ora il quadro e il mondo sono composti dalle vostre realtà spirituali, e non da oggetti esterni.
E quanto più esperto è lo yogin come contemplatore, quanto più ricca è la sua anima, tanto maggiori sono le sue realtà psicologiche. È simile a ciò che accade quando un bravo scrittore comincia a vivere nel mondo dei propri libri e dei propri personaggi. Per lui la realtà comincia a essere costituita dal mondo dei suoi personaggi. Più o meno la stessa cosa accade quando usciamo dalla storia collettiva per entrare nello stato di storia personale. Cominciamo a vivere nel mondo della nostra profonda consapevolezza. Questo non significa che qui si debba fantasticare o inventare qualche illusione. Piuttosto, significa che scivoliamo attraverso diversi livelli di chiarezza della nostra coscienza, e tale riconoscimento dei diversi tipi di chiarezza diventa la parte principale della nostra vita, mentre gli eventi esterni non ci catturano più.
Per esempio, se mi chiedessero, in quanto yogin: «Quali eventi sono accaduti nella vostra vita negli ultimi sette anni? Come state?», io direi: «La mia vita procede molto bene, nella mia vita ci sono moltissimi eventi. Quest’anno ho praticato il sankalpa “Visione pura”, e l’anno scorso il sankalpa “Forza discendente”. Da ormai tre anni pratico il sankalpa “Orgoglio divino” in integrazione con l’elemento terra. Questi sono eventi meravigliosi nella mia vita, sono gli eventi più importanti».
Se vivete così per anni, la vostra vita diventa un’esperienza di realtà interiori, e tutto ciò che è esterno smette completamente di svolgere qualsiasi ruolo. Si muove lungo il proprio solco consueto, ma non è affatto questo il punto. Vivete per lo più nella realtà interiore, che non dipende da nessuno tranne che da voi stessi, cioè siete voi stessi a determinare quale debba essere la vostra realtà interiore. Se siete un buon contemplatore, la vostra realtà interiore è sempre molto ricca; se invece siete un contemplatore debole, la vostra realtà è povera, avete bisogno di attingere energia dal mondo esterno e di agitare la vostra realtà interiore. La pratica corretta conduce sempre a tali rapporti per cui la vostra realtà interiore e quella esterna interagiscono armoniosamente.
Scoperte nel processo di autoriconoscimento

L’autoconoscenza significa crescere costantemente nella realtà interiore grazie alla padronanza dei metodi di contemplazione. Allo stesso tempo, crescere nella realtà interiore non significa nichilismo nei confronti della realtà esteriore, poiché se rivolgessimo troppo la mente verso l’interno e cominciassimo a ignorare la realtà esteriore, ciò sarebbe scorretto. Come ho già detto, il 30-40% della coscienza dovrebbe bastare per il servizio, l’azione, l’autosostentamento, la comunicazione, il mantenimento di relazioni armoniose, la valutazione e l’analisi di questa realtà. Ciò significa che questo 30% in voi è molto sviluppato e, con le vostre capacità straordinarie, riuscite pienamente a gestire la realtà esteriore.
In definitiva, l’autoconoscenza conduce al fatto che le barriere tra la realtà interiore e quella esteriore scompaiono completamente, quando la realtà esteriore e quella interiore cominciano a mescolarsi.
Nel processo di tale autoconoscenza scopriamo diverse cose:
Ci convinciamo che la Mente è onnipervadente e possiede una natura simile allo spazio.
Scopriamo che l’essenza della natura della Mente, bhava, è una grande esperienza di orgoglio divino, propria degli esseri divini.
Scopriamo che questa spazialità è vacuità, ma questa vacuità non è negativa, nichilistica; è invece piena della potenzialità di creare, di manifestarsi sotto forma di gioco, di manifestazioni.
Scopriamo che una coscienza sviluppata può manifestare diverse forze:
la forza della conoscenza (jnana-shakti);
la forza della libertà (svatantrya-shakti) – come possibilità di avere un numero illimitato di scelte e di libertà;
la forza della volontà (iccha-shakti);
la forza del dominio sugli elementi, sui fenomeni della natura, sugli eventi (aishvarya-shakti);
la forza dell’azione, della manifestazione (kriya-shakti).
Le cinque saggezze e le loro manifestazioni
Man mano che procede la pratica, quando dimoriamo in una contemplazione così profonda, comincia gradualmente a rivelarsi la padronanza delle cinque forze e delle cinque saggezze. Scopriamo che, a seconda dell’elemento con cui la nostra contemplazione può unirsi, agisce l’una o l’altra saggezza. La saggezza è come la colorazione dello stato naturale.
A volte lo stato naturale può manifestarsi come saggezza dell’uguaglianza, quando percepiamo tutto senza valutazioni, in un unico “sapore”; per noi il mondo diventa simile a un’unica massa, nella quale non cerchiamo di distinguere nulla, ma percepiamo tutto in modo equanime, quando meriti e peccati, dolore e piacere, destra e sinistra, gustoso e sgradevole, puro e impuro sono percepiti come un’unica sfera della coscienza.
A volte lo stato naturale è percepito come saggezza simile a uno specchio (pratibimba-vidya), quando siamo capaci di integrarci flessibilmente con qualsiasi situazione.
A volte essa si manifesta come saggezza del discernimento (viveka-vidya), la capacità di distinguere con grande chiarezza tutte le sfumature e le sottigliezze di qualsiasi fenomeno nell’universo.
A volte si manifesta come saggezza che tutto compie, cioè la saggezza delle azioni illuminate.
A volte si manifesta come saggezza sintetizzante, onnicomprensiva, capace di unire oggetti separati in uno solo.

Così, nel processo della contemplazione, tutto consiste nel comprendere correttamente il principio di “ricondurre tutto alla mente” (alla consapevolezza).
«Coloro che conoscono Brahman affermano che Brahman è Dio, il grande essere immobile, privo di movimento, azione e strumento dell’azione, privo di motivazione causale e immutabile.
Quando questa verità non viene compresa, essa si manifesta come ignoranza nell’ignorante, ma quando viene compresa, l’ignoranza termina».
Nella vecchia traduzione dello «Yoga Vasistha» ci sono definizioni dure: «stupidità» e altre. Le abbiamo un po’ ammorbidite, perciò al posto della parola «stupidità» usiamo la parola «ignoranza». Se dite a una persona: «Non possiedi jnana, hai molta stupidità», difficilmente ne sarà felice e vorrà continuare a comunicare con voi. Ma se dite: «Dimoriamo nell’ignoranza», allora potrebbe chiedere: «E nell’ignoranza rispetto a che cosa?» Rispetto a quell’essenza che ci costituisce.
Tuttavia il termine «stupidità» di per sé esprime l’essenza in modo molto capiente, perché davvero commettiamo sciocchezze quando agiamo inconsapevolmente. Per smettere di commettere sciocchezze, bisogna diventare consapevoli. Non c’è altra via d’uscita se non sviluppare questa consapevolezza, poiché altrimenti ciò è gravido di sofferenze sia nel presente sia nel futuro.
La natura dell’ignoranza e le sue manifestazioni
Quando commettiamo sciocchezze? Quando il nostro livello di chiarezza è basso, quando la nostra coscienza non è profonda, e perciò valutiamo la situazione in modo errato. Per esempio, una persona spera nella felicità nel mondo materiale. Questo è un errore, una valutazione errata della situazione, perché non tiene conto dell’impermanenza. Aspira a diventare felice e ricco, ma invece alla fine muore, e tutte le sue speranze non si realizzano. Tutto questo, senza abbellimenti, può davvero essere chiamato stupidità.
La stupidità è propria degli esseri del mondo animale, del mondo degli spiriti, delle dimensioni infernali, quando un essere vivente è immerso in un certo tipo di visione karmica, condizionata da un forte rajas o tamas. Tamas rallenta molto fortemente il movimento della coscienza, mentre rajas disturba la consapevolezza come un prana potente e destabilizzante. Di conseguenza, la situazione viene valutata in modo errato. Con una valutazione errata della situazione si prendono decisioni errate e si commettono errori.
La vanità mondana e il cammino yogico

Gli esseri viventi sono immersi nella vanità mondana, tutte le loro azioni avvengono nel mondo delle illusioni, nel mondo della mortalità. Gli yogi, invece, sono coloro che cercano di liberarsi dalla vanità mondana. Notate che non dico «liberarsi dall’azione», poiché le azioni e la vanità mondana non sono concetti del tutto equivalenti. Tuttavia gli yogi cercano di evitare la vanità mondana come qualcosa di molto sfavorevole alla loro vita spirituale.
Poiché gli esseri viventi sono immersi nella vanità mondana, tutta la loro energia e la loro vita sono afferrate da questa vanità e vengono spese per sostenerla. Per questo è impossibile pensare in modo globale, su vasta scala, è impossibile pensare all’Infinito. La vita viene dissipata in piccoli scopi e compiti, e perciò gli obiettivi strategici globali non vengono risolti.
Quando gli obiettivi strategici globali non vengono risolti, in realtà non viene risolto nulla, perché la vita è, prima di tutto, un compito strategico. Ignorare i compiti strategici a favore della vanità e dei piccoli significati significa in realtà subire un fallimento. E nel samsara tutti gli esseri viventi che non praticano la sadhana subiscono un simile fallimento, che a sua volta conduce alla sofferenza.
La civiltà umana e la civiltà degli dei

Si può dire che il mondo degli uomini in quanto tale, come un determinato tipo di esseri o come razza, non sia particolarmente fortunato. Di più, è pienamente una civiltà di perdenti, una civiltà inadeguata. Spero che anche voi lo comprendiate.
Perché dico così? Perché, in confronto agli dei, non si può vivere così. Perché le persone muoiono, si ammalano, non controllano le emozioni, non controllano i sentimenti, non controllano gli elementi della natura (le tattva esterne). Non controllano nemmeno se stesse, chiarendo continuamente i rapporti, uccidendosi a vicenda, facendo guerre. Si può chiamare una tale civiltà felice, fortunata, riuscita, prospera? Certamente no. È una civiltà di basso livello, non molto avanzata sul cammino della propria evoluzione. È ancora l’infanzia della ragione, se si considera che gli dei sono immortali, controllano gli elementi e i propri sentimenti, possiedono tunnel personali di realtà, governano lo spazio e il tempo, possono creare interi mondi, simili a universi.
E una civiltà come quella degli dèi può essere chiamata prospera, riuscita, armoniosa. Ma la civiltà umana è una civiltà dalla mortalità al cento per cento. In altre parole, nell’arco di ottant’anni, con il ricambio generazionale, scompaiono cinque miliardi di membri di questa civiltà. Tutto il suo potenziale e la sua esperienza accumulati vengono cancellati insieme ai loro portatori. E tutto questo è il risultato di uno stato chiamato ignoranza (avidya, ajnana).
Perché le civiltà degli dèi hanno più successo? Perché gli dèi (se parliamo di anime illuminate) possiedono jnana, la saggezza. Essi si trovano costantemente in uno stato di meditazione, di auto-riconoscimento. La loro chiarezza è così profonda da permettere loro di controllare gli elementi, vivere senza corpi fisici, trovarsi in tunnel personali di realtà, in dimensioni pure, mandala, governare lo spazio e il tempo, creare una moltitudine di corpi illusori (emanazioni). Tutto questo è il segno dell’armonia, del successo e della prosperità, del dominio sulle forze universali che vengono suscitate dalla conoscenza della realtà (jnana).
Liberazione dal tempo attraverso la pratica

Quando cominciamo a dedicarci alla pratica della contemplazione, usciamo gradualmente dallo stato di ignoranza. È impossibile rimanere a lungo in tale stato, poiché il tempo lancia continuamente sfide, e se non ci troviamo in uno stato di jnana e saggezza, non saremo in grado di rispondere adeguatamente alle sfide del tempo.
Osservando la vita di una persona che non pratica il dharma, si può vedere come il tempo la condizioni, quali cambiamenti avvengano nella sua vita. Ma per quanto riguarda lo yogin, qui tutto è diverso: il tempo non lo condiziona allo stesso modo. Non si può dire che non lo condizioni affatto, per esempio anche il suo corpo può invecchiare, ma la sua mente non viene afferrata dal tempo, egli non accumula debiti karmici, la sua mente e la sua esperienza non esercitano influenza sulla coscienza sottile, tutto si auto-libera: questo è il segno della liberazione dall’andamento e dal fluire del tempo.
Quando una persona matura o invecchia, il suo carico karmico aumenta con gli anni. Si circonda di famiglia, figli, legami, ricchezza e altro. Tutto questo la lega saldamente. Inoltre compaiono complessi, malattie, sofferenze. E quanto più a lungo una persona vive, tanto più le è difficile liberarsi da tutto ciò. Ma un vero praticante e yogin con gli anni diventa sempre più libero, naturale, spontaneo, non attaccato, e la sua mente diventa sempre più giovane e fresca. Il flusso della trasformazione nel tempo non lo tocca allo stesso modo, e in caso di realizzazione non lo tocca affatto. Questo è l’uscire dalla storia collettiva e l’inizio dell’ingresso nella storia personale grazie al dominio di jnana, dell’auto-riconoscimento.
E tutto consiste nel fatto se esista o meno l’auto-riconoscimento del proprio «Io» come spazio e bhava sconfinati, se la realtà esterna si auto-liberi oppure no.
Dunque, per realizzare l’auto-riconoscimento, è necessario assumersi costantemente la responsabilità e fare delle scelte. Da buon discepolo diventare un buon sadhu, uno yogin. Da buon sadhu diventare un buon maestro: colui che ha padroneggiato perfettamente la sadhana e l’insegnamento, che ha saputo intrecciare, integrare nella vita il proprio insegnamento. Da buon maestro-sadhu a buon siddha, perfetto, santo. Da siddha a mahasiddha e divinità.
Così, assumendoci costantemente la responsabilità e facendo delle scelte, ci liberiamo, diventiamo coloro che saranno ammessi nel Regno dei Cieli.
Il Regno dei Cieli e lo stato intermedio

Che cosa si intende per Regno dei Cieli? Al livello più iniziale, sono i paesi puri: mondi intessuti di realtà psicologica. Non sono mondi materiali, ma mondi nei quali si può vivere pienamente come persona, come individualità, avere un’autocoscienza personale, comunicare con il maestro spirituale, con i fratelli e le sorelle nel dharma e continuare la pratica spirituale. In questi mondi le persone hanno un corpo sottile, ma questo corpo sottile non ha bisogno del cibo che assumiamo qui. Tuttavia, nei paesi puri la vita può esistere allo stesso modo, simile alla vita nel mondo fisico, solo che là non ci sono elementi grossolani. Meditando per cinquecento anni nei paesi puri, gli yogin possono raggiungere la liberazione finale. E se voi siete membri di uno stesso mandala, discepoli di uno stesso maestro, ciò significa che anche voi potete rinascere in uno di questi paesi puri e continuare la vostra pratica spirituale, se, naturalmente, non diventate immortali nel corpo fisico qui, sulla Terra.
I paesi puri sono molto più belli di quelli fisici. In questi paesi l’elemento della coscienza è molto importante; lì si può creare la realtà con la forza della coscienza. In una certa misura, i paesi puri ricordano un po’ un mondo virtuale. Nel mondo virtuale agiscono altre leggi, vi sono corpi virtuali, tutto dipende dalla vostra logica, dal pensiero e dall’informazione. Voi stessi potete partecipare un poco e creare una tale realtà con la forza della vostra coscienza. Sebbene sia un mondo completamente diverso, nondimeno la vostra individualità vi si manifesta attraverso la forza della mente.
I paesi puri sono mondi intessuti della dimensione sottile della vostra coscienza, nei quali lo yogin rinasce come essere spirituale. Anche in tali dimensioni esistono le proprie leggi. Ma nei paesi puri possono giungere solo coloro che si sono liberati dai desideri e dagli attaccamenti mondani. Se la coscienza è orientata verso i paesi puri, allora nel momento della morte lo yogin non attraversa lo stato intermedio.

Esistono diversi modi per non attraversare lo stato intermedio:
Rinascere subito nelle dimensioni infernali. Questo è un modo per coloro che hanno accumulato molti karma negativi, perciò nascono immediatamente nel mondo degli inferni, invece di sperimentare il dispiegarsi del bardo.
Giungere in un paese puro con la forza dell’intenzione, cioè concentrare la propria coscienza sul paese puro e trasferirvi istantaneamente la propria coscienza.
Entrare in uno stato completamente non duale di chiara luce e, senza uscirne, manifestare corpi illusori.
In tutti gli altri casi si sperimentano i processi dello stato intermedio.
Per Regno dei Cieli, se si parla di una realtà superiore al paese puro (un mondo magico creato dalla coscienza), si possono intendere anche i mondi degli dèi liberati, come Shvetadvipa, Vaikuntha-loka, Kailasa-loka. Sono mondi reali nei quali ci si può reincarnare o nei quali si può trasferire la propria coscienza, possedendo un’essenza composta soltanto di luce. In questi mondi si può anche possedere un corpo illusorio; tuttavia questo corpo illusorio è composto di pura coscienza. E infine, il livello più alto di realizzazione è quando giunge la liberazione completa, la separazione dal mondo del nome e della forma, la dissoluzione nel Brahman.
In tutti questi mondi, a partire dal paese puro, possono essere ammessi solo coloro che hanno raggiunto un’autentica santità. Chi non ha ancora raggiunto un’autentica santità dovrà rinascere di nuovo sulla Terra, per ricominciare la pratica spirituale, entrare in un nuovo ciclo.
L’importanza del fare e la responsabilità per ogni momento

Se dimoriamo continuamente nell’azione interiore (pratichiamo l’antar-tapasya) e allo stesso tempo applichiamo mezzi abili, accumuliamo meriti, allora possiamo creare le cause necessarie per una corretta rinascita. Bisogna comprendere che è molto importante ciò che facciamo sia nel mondo interiore sia in quello esteriore.
È molto importante, nel recepire l’insegnamento dell’advaita, non ignorare la realtà esterna, non ignorare il comportamento, le azioni, il servizio. A volte gli yogin sono troppo inclini a ignorare la realtà relativa e a sopravvalutare la visione dell’advaita, sebbene in realtà non l’abbiano ancora assimilata. Ma da ciò che facciamo e da ciò che pratichiamo in questa vita dipende la nostra prossima rinascita: il luogo in cui arriveremo nella prossima vita. E chi dubita che esista una vita successiva se ne convincerà con la propria esperienza tra qualche decina d’anni.
Se una persona riflettesse su questo, non compirebbe molte delle azioni che ha compiuto o compie nel mondo materiale. Compirebbe altre azioni. Per esempio, dal punto di vista della rinascita, costruire templi è benefico, commerciare alcol non è benefico. Dal punto di vista di una rinascita più elevata, servire il dharma e i santi, fare offerte è benefico, mentre servire le energie mondane non è benefico, poiché il legame con le energie mondane diventerà un problema sia per la realizzazione spirituale sia al momento della rinascita.
Dunque, che cosa ci dà la possibilità di assumerci la responsabilità della nostra scelta e di fare le scelte giuste? La comprensione del fatto che la nostra coscienza crea essa stessa i futuri nessi di causa ed effetto, che dalla nostra scelta dipende, in ogni istante, quale catena di cause ed effetti generiamo nel momento presente.
Ogni momento è una grande responsabilità. Forse non ci pensiamo molto, pensiamo: «Che passi il più in fretta possibile!», oppure «Presto finirà la sessione di meditazione e ci sarà il prasad», oppure «Quando finirà finalmente questo ritiro?» Cioè viviamo entro cornici e categorie ordinarie. Ma il punto è che, a un certo stadio di sviluppo, la nostra coscienza comincia a diventare una forza passionaria (una forza d’influenza), un operatore della realtà dotato di potere e volontà. E quanto prima lo comprendiamo, tanto più ci avviciniamo alla realizzazione. Cominciamo a capire che tutto dipende proprio da noi e dalle nostre decisioni prese correttamente, che “in gioco” c’è moltissimo. È simile a quando giocate a un qualche gioco d’azzardo, in cui si può vincere molto o perdere molto.
Il cammino verso l’assoluta libertà di volontà

Proprio questa consapevolezza ci dà la possibilità di assumerci la responsabilità e di formare il nostro futuro basandoci sulle scelte giuste. Nel corso di questo processo la nostra libera volontà cresce. E il nostro compito è acquisire infine una tale illimitata libertà di volontà da poter governare completamente il tempo e lo spazio, poter realizzare la libertà di volontà negli atti di scelta interagendo con qualsiasi energia del samsara: con gli oggetti esterni, con le cause e gli effetti, il tempo, lo spazio, gli elementi del corpo, gli elementi della natura, le dimensioni sottili.
La liberazione è chiamata così proprio perché in essa si realizza la massima libertà di volontà. Avviene la fioritura della nostra coscienza, e ciò si manifesta come illimitata libertà di volontà. E questo è possibile solo quando passiamo completamente al livello di esistenza dell’«Io» come pura coscienza, poiché la libertà come energia è propria proprio della coscienza, e non della materia inerte, dei tattva grossolani, dei guna. Cioè la libertà assoluta è possibile solo al livello della pura coscienza.
Dunque, l’acquisizione dell’assoluta libertà di volontà e la liberazione avvengono nel momento in cui passiamo completamente alle realtà della pura coscienza.
Il rishi Vasistha diceva:
«Chi ignora l’infinito a favore del finito, entra egli stesso sul cammino delle illusioni e delle sofferenze».
Quando non ignoriamo l’infinito? Nel caso in cui riconosciamo la mente simile allo spazio e colma di bhava. Tale riconoscimento in ogni istante è appunto l’autoliberazione. Cioè l’autoliberazione avviene solo nel caso in cui siamo profondamente immersi in tale riconoscimento. Ma se siamo immersi superficialmente, allora, di conseguenza, l’autoliberazione non avviene.


