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La zangolatura dell’oceano: l’alchimia dell’ottenimento dell’immortalità nel Mahabharata

30.09.2026
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La zangolatura dell’oceano: l’alchimia dell’ottenimento dell’immortalità nel Mahabharata

Commento al testo «Mahābhārata»

Continuiamo il brano della «Mahābhārata» su come gli dèi ottennero l’amṛta.

Ieri abbiamo parlato di come Durvāsa Muni, visitando l’assemblea dei sovrani, ricevette da loro in dono una ghirlanda. Poi, mentre tornava nel mondo degli dèi, ritenne che Indra fosse il più degno e gli donò quella ghirlanda. Indra la consegnò ai suoi aiutanti e, di conseguenza, la ghirlanda finì su uno degli elefanti da parata. Quando, per una qualche coincidenza, Durvāsa Muni tornò, vide che l’elefante giocava con la ghirlanda. Durvāsa Muni si infuriò, ritenendo che Indra non lo rispettasse affatto in quanto santo saggio, visto il modo in cui aveva trattato il dono. Allora maledisse tutti gli dèi, affinché perdessero tutta la loro forza spirituale.

Qualcuno potrebbe pensare: «Come poteva un saggio perfetto adirarsi?». In realtà, però, la sua ira era un gioco trascendentale. In sostanza, era stato lui stesso a pianificarla per avviare, attraverso gli dèi e gli asura, il processo di cambiamento della dimensionalità dell’universo; si trattava cioè di una sottile līlā che egli aveva provocato con quella maledizione.

Gli dèi, sconvolti dal fatto di essere stati maledetti da un siddha dotato di un’immensa potenza spirituale (e quella era soltanto una delle sue proiezioni illusorie), decisero di ristabilire nuovamente l’equilibrio. A tale scopo si riunirono in consiglio sul monte Meru.

Ora narreremo antiche storie,

Racconteremo come gli dèi ottennero l’amṛta.

Nel mondo c’è il monte Meru dalle ripide pendici,

Né paragone né misura si possono trovare per esso.

Nella bellezza sovramondana, nello spazio inaccessibile,

Risplende adornato d’oro.

Le sue vette ardono del fulgore del sole,

Su di esso vivono gli animali, su di esso fioriscono le erbe.

Là un albero sta accanto a un albero frondoso,

Là gli uccelli risuonano in canti dalle molte melodie.

Ovunque laghi e fiumi luminosi,

Chi è peccatore non raggiungerà mai il monte,

Coloro che hanno disprezzato la coscienza e dimenticato la fede

Neppure nei loro pensieri saliranno sul Meru!

La sua vetta è ornata di perle,

La sua vetta è celata dalle nuvole.

Su questa vetta, in un palazzo di perle,

Un giorno si sedettero gli dèi celesti.

Il monte Meru come asse del mondo

Che cos’è il Meru? Naturalmente non è una montagna fisica; è piuttosto l’asse del mondo del nostro tunnel collettivo karmico della realtà. È identico al canale centrale. Si può dire che il canale centrale nel nostro corpo sia una proiezione di questo asse del mondo, il monte Meru. E, a seconda della loka e della visione karmica, il Meru appare in modi diversi. Nelle dimensioni superiori appare come una colonna di luce, dove la dimensionalità nello spazio e nel tempo collassa. Nelle dimensioni inferiori appare come il centro delle Terre Pure, attorno alle quali si raggruppa la famiglia degli dèi.

Il monte Meru come asse mondiale che unisce i livelli della realtà

Perché studiamo i miti antichi? Qualcuno potrebbe pensare: «Basta semplicemente meditare». Ma questo va considerato precisamente come una pratica di purificazione del proprio passato, custodito nel subconscio, e di riconoscimento di esso, perché passato, presente e futuro in realtà non sono qualcosa di separato. Se cambiamo il nostro passato, cambia anche il nostro presente. Se nella nostra biografia abbiamo un passato comunista, queste identificazioni continueranno a vivere dentro di noi ancora molto a lungo sotto forma di memoria subconscia, persino quando pratichiamo. Ma se ristabiliamo il legame tra le epoche, sapendo di essere discendenti degli dèi, sapendo che il nostro passato è qualcosa di estremamente globale e grandioso, con cui siamo in relazione grazie alla linea di trasmissione, allora, naturalmente, anche nel presente la nostra identificazione si purifica.

La riflessione sui Purāṇa e sui miti antichi offre la possibilità di guardare alla realtà in modo completamente diverso, di far nascere una visione pura e un orgoglio divino.

Il consiglio degli dèi e la ricerca dell’amṛta

Su questa vetta, in un palazzo di perle,

Un giorno si sedettero gli dèi celesti.

Discutevano di un’importante questione:

Desideravano ottenere la bevanda dell’immortalità.

Nārāyaṇa disse: «Iniziamo instancabilmente

A frullare l’immensa distesa dell’oceano,

Affinché dèi e demoni, mossi dal bene,

Come panna, frullino le acque dell’oceano».

Quando gli dèi divennero impotenti, si verificò una seconda difficoltà: il re degli asura, Bali, dichiarò guerra agli dèi e marciò sulla loro città divina, Amarāvatī, con un enorme esercito. Poiché gli dèi erano indeboliti e avevano perso i siddhi e l’immortalità in seguito alla maledizione, erano inevitabilmente destinati a essere sconfitti.

In realtà, la benedizione o la maledizione si manifestano spesso nel mondo spirituale. Con la forza della maledizione si può distruggere un intero tunnel della realtà, mentre con la forza della benedizione lo si può aprire, se lo yogin dimora in una presenza profonda, poiché nei mondi non fisici agiscono le leggi dell’informazione e la forza creatrice è precisamente la volontà e l’informazione.

Allora gli dèi si recarono da Shiva e gli raccontarono della disgrazia che era capitata loro. Shiva disse che non poteva annullare la maledizione di Durvasa, perché era stato lui stesso ad attribuirle determinati poteri. Ma in realtà Shiva comprendeva quale lila si stesse svolgendo, semplicemente non voleva interromperla prima del tempo, sebbene avrebbe potuto farlo. Mandò gli dèi da Brahma. Ma anche Brahma rifiutò di partecipare con qualche pretesto. Allora si recarono nella Vaikuntha-loka, dove dimorava Vishnu, poiché era proprio compito di Vishnu mantenere l’equilibrio delle forze nell’universo.

Vishnu era immerso nel samadhi trascendentale, disteso sul serpente dalle mille teste. Gli dèi iniziarono a glorificarlo e a invocarlo con il canto, pronunciando migliaia dei suoi nomi più diversi. Allora Vishnu si manifestò e chiese: «Di che cosa avete bisogno?». Gli dèi gli raccontarono quali problemi erano sorti per loro. Vishnu si immerse nella meditazione e dopo disse che soltanto una determinata quantità del nettare dell’immortalità (l’ambrosia, la panna dell’Oceano Cosmico) avrebbe potuto restituire loro le loro qualità originarie.

Vishnu nella Vaikuntha ristabilisce l’equilibrio e indica la via verso il nettare dell’immortalità

L’amrita, questa bevanda incantata,

La otterremo con l’erba medicata.

Su, dunque, dell’oceano agitiamo l’onda! –

Disse Narayana, la guardia del mondo.

Nel mondo c’è un monte, dei monti la regina.

Nulla è pari alla sua altezza divina.

Su Mandara vivono uccelli e piante,

Su Mandara dimorano fiere ruggenti.

La sua vetta risuona di canti a cento voci,

Le rupi incorona di merli feroci.

E vollero allora, all’inizio dei tempi,

Gli dèi celesti sollevare il gran monte.

La zangolatura dell’oceano cosmico

Che cosa significa «zangolare l’oceano cosmico»? L’oceano cosmico è, si può dire, l’energia primordiale del caos allo stato non manifestato. I rishi raccontavano e descrivevano questa storia usando i termini degli uomini di diverse migliaia di anni fa. «Zangolare l’oceano di latte per ottenere la panna» era normale a quei tempi. Se scrivessero oggi, direbbero qualcosa di simile: «Tentavano di modificare la dimensionalità di un determinato tunnel della realtà nell’universo, per stabilire nuovi parametri, leggi e costanti». E poiché era necessario agitare quello spazio, per tale scopo presero ciò che qui viene chiamato il monte Mandara. Gli dèi da soli non erano in grado di sollevarlo, perciò Vishnu chiese a Indra di concludere una tregua con gli asura, promettendo loro una parte uguale dell’ambrosia. Indra dubitò che fosse opportuno condividere l’ambrosia con gli asura, perché in tal caso anch’essi avrebbero acquisito una grande forza spirituale e avrebbero potuto sconfiggere gli dèi. Ma Vishnu disse a Indra di non preoccuparsene. Allora gli dèi e gli asura strinsero un accordo, sradicarono Mandara e la calarono nell’oceano cosmico primordiale.

Gli dèi e gli asura zangolano l’oceano cosmico primordiale con il monte Mandara

Per colpire senza sosta con Mandara superba

L’immensa distesa azzurra dell’oceano.

Ma il monte non fu sradicato, per quanto si affannassero.

Da Narayana, dall’eterno Brahma si recarono:

«Sebbene desideriamo la meravigliosa amrita,

Da soli non possiamo affrontare quest’arduo lavoro».

Gli dèi onnipresenti, inclini al bene,

Chiamarono allora Shesha, il possente serpente.

Egli si levò e strappò il monte dal grembo della terra

Con i suoi fiori, gli animali e l’erba verde.

Gli dèi si diressero con il grande monte

E parlarono all’oceano sovrano:

«Zangoleremo la tua acqua con il monte,

Otterremo l’amrita, l’acqua dell’immortalità».

Disse l’oceano: «Non temo il turbamento,

Ma datemi una parte dell’amrita, o dèi!»

E quando iniziarono a unire l’elemento della terra con l’elemento dello spazio, dovettero accordarsi con le divinità che governavano questi elementi, poiché senza il loro sostegno non ci sarebbero riusciti. Gli elementi hanno spiriti elementali reggenti e forze governanti dotati di una grande potenza spirituale.

Si racconta poi che gli dèi afferrarono Vasuki, un enorme serpente che viveva in uno degli inferni. E lo avvolsero attorno alla montagna, usandolo al posto di una corda. Che cosa significa? Significa che attirarono uno spirito potentissimo, un elementale che governava le profondità e che era in grado di esercitare questa forza. Vishnu propose agli dèi di mettersi dalla parte della testa del serpente, ma gli asura, sospettosi per natura, pensarono che li stessero ingannando. Allora gli dèi cedettero loro il posto e si misero all’estremità di questo serpente, mentre gli asura si posizionarono dalla parte della testa. Di conseguenza, il respiro bruciante che usciva dalla bocca di Vasuki indeboliva gli asura.

Fu allora che dal re delle tartarughe, sul quale

Poggia l’universo, vennero a parlare

Sia gli dèi sia i demoni: «Concedici un favore,

Fa’ che questa montagna si regga su di te».

Allora la tartaruga offrì il suo dorso,

Sollevando sia la base della montagna sia la cima.

Si racconta che, nel corso di tale trasformazione dello spazio, la montagna iniziò a sprofondare nel fondale liquido dell’oceano. In altre parole, si verificò una sorta di destabilizzazione dell’elemento della terra e dell’elemento dell’acqua, e divenne impossibile mantenere il processo sotto controllo. Allora Vishnu entrò nelle profondità più remote degli elementi grossolani e introdusse la propria coscienza negli spiriti che governavano le profondità, le zone più dense della materia. Grazie al fatto che iniziò a muoverli con la forza della propria intenzione, questi spiriti densi, che governavano le regioni inferiori della materia, riuscirono a ristabilire il processo. Per questo si parla spesso dell’avatara Kurma, l’incarnazione di Vishnu nella forma della tartaruga cosmica primordiale. Ciò non significa che si tratti realmente di una tartaruga. Va inteso come uno spirito che governa processi della materia estremamente densi.

L’avatara Kurma sostiene il monte Mandara e stabilizza le profondità dell’oceano

Trasmutazione alchemica

I potenti fecero della montagna una zangola,

E di Vasuki, il lungo serpente, una corda.

E presero, desiderando l’acqua vivificante,

A rimestare l’oceano, sconfinato e immenso.

Rimestavano come massaie compagne

Rimestano il burro da ottima panna nella zangola.

E insieme iniziarono a tendere il serpente,

Con la coda i saggi, con il collo i demoni,

Un dio sollevava incessantemente la sua testa

E la calava di nuovo nelle profondità dell’oceano.

Dalla bocca del serpente, rumoreggiando sopra le onde,

Si levavano venti, fumi e fiamme,

E i fumi si trasformavano in un’immensa massa volante,

Una nube vasta, attraversata dai fulmini.

Sui demoni, tormentati dal terribile calore,

Essa si riversava in un torrente bollente,

Dalla cima della montagna, durante la rotazione,

Scendevano fiori e piante come una pioggia battente.

Qui si parla del processo di sublimazione alchemica, della trasmutazione. Dopo aver iniziato a modificare la dimensionalità dello spazio e a unire gli elementi, cominciarono ad apparire segni di realizzazione. Questo viene chiamato chaturdasa-ratnam, ossia quattordici oggetti preziosi. Si può dire che si tratta di diversi oggetti sottili-materiali dotati di una colossale forza spirituale. Simbolicamente, qui vengono chiamati Luna, l’albero Parijata, l’elefante Airavata, la mucca Surabhi, Varuni (la dea del vino con un vaso), le apsara, il cavallo bianco, la dea Lakshmi, la conchiglia marina, la mazza, il tesoro chiamato Kaustubha, nonché Dhanvantari (il dio della scienza medica dell’ayurveda) con un vaso contenente l’ambrosia. Tutti questi segni furono distribuiti tra Indra, Vishnu, Bali e i sette rishi.

Non appena apparve Dhanvantari con il vaso del nettare, l’ambrosia, ossia con il prodotto ricercato della sublimazione alchemica, gli dèi e gli asura smisero di occuparsi della zangolatura dell’oceano e cercarono di impadronirsi di quel nettare. Tra loro iniziò una rivalità su chi avrebbe fatto proprio il nettare. E gli asura riuscirono ad appropriarsene con l’inganno.

Dhanvantari appare con il recipiente dell’ambrosia tra i preziosi doni dell’oceano

Dalla vetta montana, durante la rotazione,

Come pioggia, fluivano fiori e piante,

I fiori si intrecciavano in alto con i petali,

E cadevano in ghirlande sugli splendenti dèi.

La montagna ruotava, e i votati alla morte,

I violenti delle acque affondavano nel vortice,

La terra tremava, così come l’acqua e l’aria,

Gli alberi crollavano con gli uccelli nei nidi,

E albero contro albero, e pietra contro pietra,

Scontrandosi, generavano una fiamma furiosa.

Come una nube azzurra dal calore dei fulmini,

Sprizzava scintille, correva come un incendio.

In quelle fiamme perivano il giusto e l’ingiusto,

Le bestie feroci e le miti erbe.

Ma Indra, giocando con i tuoni, con coraggio

Spense il fuoco con un’acqua scrosciante.

Allora nell’oceano profondo confluirono

I fragranti succhi delle erbe e degli alberi.

L’acqua dapprima si trasformò in latte,

Poi assorbì i succhi benefici

E infine si trasformò in burro sbattuto: –

Per un po’ il lavoro degli dèi si arrestò.

I sapienti implorarono: «Donatore dei doni,

Guarda quanto siamo stanchi, o Brahma creatore!

Abbiamo perso le forze, soffriamo, ci addolora

Non vedere ancora la meravigliosa amrita!»

Il progenitore Brahma disse a Narayana:

«Dona forza a chi compie l’instancabile lavoro».

Il celeste privo d’ira infuse loro la forza,

E sorse la luna, come un amico intimo.

Versò i suoi raggi sull’immensa distesa,

E si accese di una luce fresca e delicata.

Nell’oceano apparve la dea del vino,

Poi, nel suo candido abito,

Apparve la dea dell’amore e della bellezza.

Dopo la meravigliosa dea, possente come una fortezza,

Apparve un destriero divinamente bianco,

Nato dalla schiuma, sfiorava la schiuma.

Apparve il dio guaritore, sollevando

Un recipiente: è l’amrita, l’acqua vivificante!

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