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Pancha Kosha Viveka: la natura dell'illusione

08.09.2026
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Pancha Kosha Viveka: la natura dell'illusione

Commento al testo «Yoga Vasistha. Capitolo 6. Sulla liberazione»

«Tutto questo non è altro che un'illusione istantanea sorta nella coscienza del vagabondo, sebbene apparisse indipendente dalla sua coscienza. Allo stesso modo, la nascita e la morte di innumerevoli esseri sembrano avvenire in un'unica coscienza infinita. Essi immaginano la molteplicità in questo mondo apparente e poi cercano l'unità nella coscienza infinita. Al momento della morte immaginano dentro di sé un altro stato di esistenza, che sembra trovarsi al di fuori di loro! Prima di conseguire la consapevolezza della liberazione, l'essere incarnato attraversa sofferenze innumerevoli».

La nascita e la morte sono lo stato di manifestazione della coscienza nel corpo grossolano, lo stato di manifestazione della coscienza nel corpo sottile e la manifestazione della coscienza nel corpo causale. In tutti questi stati vi è un'unica coscienza, ma questa, lasciando il corpo causale, si avvolge nella materia astrale, si riveste di sottile materia astrale, di aria sottile, di spazio sottile, di acqua sottile e di altri elementi sottili; allora sorge la sensazione di vivere in un corpo astrale.

Per esempio, nel mondo degli dèi, gli dèi appaiono istantaneamente, già adulti, con tutte le parti del corpo pienamente formate, emergendo dai fiori di loto. I fiori di loto simboleggiano l'energia da cui nasce l'energia divina, una sorta di portali; per questo tale nascita è chiamata miracolosa. Allo stesso modo, nel mondo infernale esiste una nascita miracolosa: il corpo infernale appare istantaneamente; l'individuo si sente semplicemente in uno strano corpo pesante, avviluppato da catene, oppure gli mancano degli arti, oppure è circondato da tonalità scarlatte, da un mondo cupo, o gli si avvicinano esseri oscuri. In un istante si ritrova lì, e tutto questo è chiamato nascita miracolosa.

Nascita miracolosa nei mondi luminosi e oscuri

Negli altri mondi, come il mondo degli animali, il mondo degli asura e il mondo degli esseri umani, la nascita avviene in modo leggermente diverso. Per esempio, nel mondo umano e in quello animale avviene attraverso il grembo materno, attraverso un uovo o attraverso la generazione dall'umidità, dalla combinazione dell'elemento acqua. In realtà, ciò significa che il corpo sottile si è avvolto in una materia ancora più densa; allora si dice che è nato, ma la coscienza originaria non nasce e non muore: si avvolge in forme più dense di materia o se ne libera nuovamente, si avvolge e si dischiude.

Si avvolge e si dischiude nelle diverse forme di materia rigorosamente secondo la legge del karma, mentre la legge del karma è determinata in base al nostro pensiero: così avviene l'avvolgimento in questo o quel tipo di corpo. In ogni corpo viene rispettata una determinata proporzione di tamas, rajas e sattva. Per esempio, nei corpi degli dèi santi la proporzione contiene moltissimo sattva, pochissimo rajas e poco tamas; nel mondo umano vi sono molto rajas, una quantità considerevole di tamas e un po' di sattva; nel mondo degli esseri infernali vi sono moltissimo tamas, moltissimo rajas e il sattva è del tutto assente; nel mondo degli asura vi sono moltissimo rajas, un po' di tamas e un po' di sattva. Sono proprio le proporzioni dei tre guna a determinare la configurazione degli elementi di cui sono composti i corpi e i corpi stessi.

Ma la coscienza è separata dai tre guna e dai corpi, dagli involucri; proprio per questo, sul sentiero dell'advaita dobbiamo coltivare il discernimento, la capacità di distinguere gli involucri, i guna e la coscienza stessa. Il corpo può agire; per ora non cambieremo né il corpo né le tendenze, ma possiamo trovare la coscienza che è separata dagli involucri e dai guna, e possiamo smettere di identificarci con il corpo e con le tendenze, affermandoci invece nella convinzione di essere la coscienza infinita: questa è la pancha-kosha-viveka. Possiamo sviluppare il distacco dagli involucri, dai guna, dal corpo e dalle sue manifestazioni; possiamo trattarli con indifferenza o con umorismo, sapendo che non hanno nulla a che vedere con noi. Sì, per ora il corpo si manifesta così, che farci: non creo galassie, non mi sposto da un Universo all'altro, devo lavarmi i denti.

Gli dèi, invece, non hanno stuzzicadenti: i loro denti sono sempre puliti; anzi, non hanno nemmeno i denti. Il loro corpo si rinnova sempre da sé, è sempre giovane, sempre sedicenne, sempre colmo di luce; non hanno bisogno di curarsi i denti né di mettere protesi, vale a dire che i tattva non decadono mai. Il corpo è composto da una materia sattvica talmente pura che non vi è alcuna necessità di prendersene cura come fanno gli esseri umani.

Ma se si scopre una coscienza indipendente dagli involucri e dal corpo, allora tu non sei più questo corpo: sei la coscienza temporaneamente avvolta in questo corpo, mentre tu stesso sei separato da questi involucri. Allora non invidi gli dèi e non ti umili a causa del tuo corpo fisico; lo accetti con umorismo: va bene, nessun problema. Non aspiri al paradiso e non temi l’inferno, perché soltanto una tigre vera può divorarti, mentre una tigre dipinta non può farlo. Solo le cose reali possono causare sofferenza; quelle irreali non possono causarla, al massimo possono infastidire un po’. Perciò chi possiede viveka (la saggezza discriminante) cessa di soffrire e considera con infinito umorismo il proprio corpo, i corpi altrui e il mondo circostante, stabilendosi sempre più saldamente nella pura coscienza.

Lo stabilirsi nella pura coscienza conduce a una convinzione incrollabile e indistruttibile nello spirito dell’Advaita Vedanta: io sono Shiva, i guna non mi toccano, il mondo è un’illusione, il mondo è Shiva, i guna sono il gioco delle pure energie di Shiva. Da qui nasce la visione pura; perciò colui che ha padroneggiato viveka si stabilisce non soltanto nella consapevolezza, ma anche nella visione pura: non è difficile.

«Ti ho raccontato questa storia per illustrare questa verità. Tale è il destino non soltanto di questo vagabondo, ma di tutti gli esseri. Un essere che ha dimenticato la propria inseparabilità dall’Essenza suprema immagina che i propri concetti siano separati, assolutamente reali e materiali. Da un sogno simile passa a un altro, finché non abbandona il concetto “io sono il corpo”.

Rama disse:

Che storia meravigliosa! O santo, hai detto che tutti gli oggetti che si considerano reali diventano reali e vengono percepiti come tali. Ti prego, dimmi: questo vagabondo esiste da qualche parte?»

Dunque, gli esseri viventi sono coloro che hanno dimenticato la propria unità con l’Essenza suprema. Nel momento in cui dimenticano questa unità, si interrompe il flusso della grazia, il flusso di Anugraha proveniente da questa unica Essenza suprema; allora gli esseri viventi sono costretti a cercare una fonte di energia nel mondo materiale esterno, nei grossolani desideri mondani. Ciò conduce inevitabilmente alla confusione e alla dipendenza; raga, dvesha e abhinivesha acquistano forza. Vale a dire, il primo processo, in cui l’essere vivente dimentica il proprio legame con la Coscienza unica e di essere parte della Coscienza unica, è chiamato avidya (ignoranza) e asmita; la seconda parte — raga, dvesha, abhinivesha — indica la comparsa dei desideri, la dualità derivante dai desideri e la persistente sete di esistenza mondana. Di conseguenza, l’essere vivente sperimenta la sofferenza, comincia a riflettere, a interrogarsi, ad analizzare il mondo circostante e giunge alla conclusione di voler ottenere la libertà e la liberazione; allora inizia la pratica.

Mantra yoga

Mantra yoga e rivelazione del significato interiore

Per molti, all’inizio la pratica viene eseguita a livello della mente. Per esempio, recitate un mantra e ne percepite soltanto la vibrazione sonora, che non vi ispira in alcun modo; tuttavia allenate la mente, sapendo che bisogna recitare il mantra, allenare la mente e praticare la concentrazione sul mantra. Per mezzo del mantra sviluppate l’attenzione, pratyahara, la capacità di distaccare la mente dagli organi di senso, e la concentrazione; il mantra risuona, la mente si concentra e voi ne siete soddisfatti: questo è il primo stadio della recitazione del mantra.

In seguito cominciate a penetrare nell’essenza del mantra, a comprendere che il mantra è il corpo sonoro della divinità. All’improvviso vi giunge un’intuizione: il mantra significa infatti un legame con Dattatreya; nel mantra devo cercare Dattatreya, egli vi è racchiuso, vi è nascosto all’interno, e lì è presente anche la forza ispiratrice del rishi (il profeta di questo mantra), mentre la divinità di questo mantra è Dattatreya. Ciò significa che attraverso il mantra mi rivolgo a Dattatreya. E in voi nasce un interesse: si scopre che non è soltanto un suono, non è soltanto il suono meccanico della ripetizione di un nome, altrimenti non si distinguerebbe in nulla dalla ripetizione di una parola qualsiasi.

Un tempo Prabhupada diceva così agli hippy occidentali in America: «Guardate come agisce il maha-mantra “Hare Krishna”; provate a ripetere il mantra “Coca-Cola”». Si sedevano, lo ripetevano per cinque minuti e tutti si stancavano. «Ora ripetete “Hare Krishna”». Lo ripetevano e lo ripetevano: «Oh sì, qui c’è qualcosa di diverso», e nessuno voleva più ripetere “Coca-Cola”: era troppo meccanico.

Quando ripetiamo il mantra «Om Namah Shivaya», in esso è celato Shiva; nel mantra «Om Dram Dattatreyaya Namaha» è celato Dattatreya; nel mantra «Om Satchidekam Brahma» è celato lo stesso Parameshvara (l’Assoluto). Non appena ce ne rendiamo conto, ci sentiamo profondamente ispirati: «Incredibile, sono arrivato fino a Lui in persona». Sapete come si dice in politica: «È arrivato fino al capo in persona»; lo si dice del presidente o del dirigente di una grande azienda, mentre noi arriviamo fino al sovrano stesso dell’Universo, davanti al quale tutti i re non sono nulla. Questa consapevolezza costituisce il secondo livello del mantra, quando nel mantra, nella japa, iniziamo la vichara (indagine): ci interessa sapere che cosa risuona in queste sillabe, quale sia la vibrazione, come si rivelino le divinità, come l’intonazione riveli la divinità, a che cosa corrisponda ogni sillaba. Si scopre che in un solo mantra, «Om Namah Shivaya», oppure nel mantra «Om Dram Dattatreyaya Namaha», o nel Brahma-mantra, sono celati moltissimi misteri, e allora recitiamo il mantra già con entusiasmo.

Infine, al terzo livello entra in gioco la nostra associazione visiva: il mantra evoca l’immagine della divinità e la sua bhava. Quando recitiamo il Datta-gayatri o qualsiasi altro mantra nel puro spazio vuoto, per quanto indistintamente, appare Bhagavan Dattatreya nello splendore della sua gloria, su un petalo di loto e con tutti i suoi attributi, emanando una bhava straordinaria, e noi pensiamo: «Incredibile, Dattatreya». All’inizio ciò avviene in modo molto sottile. Non si deve pensare che accada visivamente: non lo vedete con gli occhi, non lo vedete neppure con gli occhi astrali; percepite soltanto come se Dattatreya vi avesse fatto un lieve cenno d’intesa, ma dapprima pensate: «Me lo sono immaginato». Poi, però, questa ispirazione cresce sempre di più, e cominciate a sentirla realmente; dopo l’ispirazione può apparire un’immagine, ma questa immagine è vuota. La cosa più importante è la profondità della bhava, e allora recitate il mantra e sentite che sì, Shiva appare al richiamo di questo mantra; anzi, sarebbe sorprendente se non apparisse, perché è proprio lui a essere celato in questo mantra. Egli ne rivela semplicemente l’essenza: è sempre stato presente in esso, eravamo solo noi a essere sordi e a non comprenderlo.

Shiva è sempre stato nel mantra «Om Namah Shivaya», Dattatreya è sempre stato nel suo mantra di otto sillabe, Brahman è sempre stato in «Satchidekam Brahma», ma noi, per qualche ragione, non riuscivamo a sentirlo, non lo comprendevamo bene; ora invece recitiamo il mantra ed egli appare, si rivela. I quattro quarti di Brahman sono sempre stati nel mantra «Om», permeando tutte e tre le dimensioni, e quando lo recitiamo, la divinità dei mantra comincia ad apparire e a benedirci, e noi percepiamo questa benedizione. Basta recitare il mantra anche una sola volta e cominciamo a pensare: «Ah, dunque gli acharya avevano ragione».

Sapete, alcuni testi parlano della grandezza del mantra «Om Namah Shivaya», della grandezza del mantra «Om», della grandezza del Guru-mantra, affermando che persino chi lo recita una sola volta conseguirà la liberazione. Pensavamo che fosse un’esagerazione, che probabilmente lo dicessero per ispirarci; ma quando recitate in questo modo, anche se lo avete pronunciato una sola volta, Shiva è apparso al vostro mantra, Dattatreya è apparso al vostro mantra. Sentite che quell’istante, anche un solo secondo di manifestazione, è una fonte colossale dell’energia della grazia, come se vi avessero rovesciato addosso un’intera secchiata di grazia, e sentite che il vostro corpo sottile si è purificato in un solo secondo, in un unico istante: tutti i vostri problemi sono svaniti, tutte le vostre illusioni sono svanite, tutta l’ignoranza.

L’immagine della divinità che sorge nelle profondità del mantra

Eccola di nuovo, la grazia: avete recitato il mantra una sola volta in uno stato di devozione e apertura. È così che si rivela il segreto della forza benedicente del mantra, della benedizione, del mantra-yoga e della japa; quando recitate costantemente, dimorate costantemente nella luce, dimorate nella grazia. Allora i canali interiori cominciano a vibrare e a rispondere, e le divinità semplicemente dischiudono i canali e irrompono all’esterno, dicendo: «Anche noi vogliamo ricevere questa grazia e partecipare a questo mistero». Tutte le divinità celate dentro di noi, le dakini, i rishi, il Brahma interiore, Savitri, Sarasvati, la Durga interiore, anch’essi sono presenti in noi; semplicemente non comprendiamo dove si trovino, perché sono sigillati nelle profondità dei canali del corpo sottile. Non comprendiamo molto bene la nostra fisiologia sottile, mentre il mantra, iniziando la divinità dall’esterno e attivando il flusso della grazia, dischiude le divinità. Allora queste divinità irrompono dai canali, emergono, entrano in risonanza, prendono contatto con il corpo del mantra, con il corpo della divinità del mantra, e avvengono la loro unione e fusione. Allora diciamo: «Ecco, la saggezza si è rivelata, il chakra si è aperto, la grazia è giunta, incredibile!». In quel momento si risvegliano svariate forze e svariate forme di saggezza.

Evoluzione spirituale

«Vasishtha rispose:

Ci penserò e risponderò più tardi. (In quel momento l'assemblea si alzò per le preghiere diurne).

Vasishtha continuò:

O re, o Rama! Con l'aiuto del mio occhio della saggezza cercai di trovare il vagabondo. Entrai in uno stato di profonda meditazione per vederlo. Lo cercai in questo Universo, ma non riuscii a trovarlo. Come può l'immaginazione di qualcuno manifestarsi all'esterno e apparire reale?

Poi mi diressi a nord, verso la terra dei jinn. Sulla sommità di un formicaio sorge un castello abitato da persone. Lì, nella propria casetta, si trovava il vagabondo chiamato Dirghadrisha, dalla testa gialla. Era immerso in una profonda meditazione; persino i suoi servitori non entravano in casa per paura di interromperla: era il ventunesimo giorno di meditazione. Il destino vuole che questo sia il suo ultimo giorno. Sebbene, da un certo punto di vista, fosse rimasto in meditazione soltanto ventuno giorni, da un altro erano trascorsi migliaia di anni, poiché tale era la concezione sorta nella sua mente. So che un vagabondo identico visse in un'altra epoca e che, persino in quell'epoca, era già il secondo vagabondo di questo genere. Con tutta la mia saggezza e le mie capacità, penetrai nel cuore stesso di questa creatura, alla ricerca del terzo vagabondo».

Il sankalpa originario di Brahma genera gli esseri viventi; in conformità con questo sankalpa, tali esseri viventi ricevono un destino e un ambiente e, con una certa periodicità, questo sankalpa si ripete, riproducendo ancora e ancora gli stessi esseri. In India c'è un ashram in cui vivono dei brahmani che fanno una predizione esatta a chiunque. Per farlo devono conoscerne il nome; possiedono un libro e basta conoscere il nome, l'anno di nascita e inserire alcuni dati. Questo libro è scritto su papiri, su antiche foglie, e quando una persona arriva, essi la individuano e lì è già registrato tutto il suo destino: vi è scritto come si chiama, che cosa farà, quando nascerà, quali eventi le accadranno, quali persone saranno legate a lei. Essi si limitano a estrarre il testo: è già tutto scritto, glielo leggono e questo si chiama predizione.

Predizione del destino e disegno cosmico

Tutte queste matrici dell'universo sono calcolate sulla base di questo principio. Brahma crea con una certa periodicità diversi esseri viventi e i loro destini si ripetono. Allo stesso modo, i personaggi del «Mahabharata» nascono periodicamente e i loro destini si riproducono ancora e ancora, poiché tale è il sankalpa di Brahma. Talvolta persino sulla Terra si incontrano persone con gli stessi nomi e lo stesso destino e, quando si incontrano, rimangono semplicemente sconvolte. Oggi esiste persino una tendenza alla moda: fotografare allo stesso modo persone incontratesi in qualche modo per caso, che hanno un aspetto identico, del tutto uguale.

Un uomo aveva una famiglia e un lavoro, aveva un nome e un cognome; visse quarant'anni e scoprì che nella città vicina abitava un uomo esattamente uguale a lui, che si chiamava allo stesso modo, la cui moglie aveva lo stesso nome, i cui figli avevano gli stessi nomi, che svolgeva lo stesso lavoro, aveva la stessa età ed era nato nello stesso giorno. Rimase semplicemente sbalordito e i due si conobbero: ciò significa che erano nati da un'unica matrice-sankalpa di Brahma. Brahma a volte scherza in questo modo: che difficoltà avrebbe a generare una decina o un quintilione di esseri simili e popolare con essi l'Universo? Talvolta accadono cose del genere.

Domanda: Anch'io ho studiato con un prabhu che somiglia al nostro discepolo: ha lo stesso nome e lo stesso cognome, e un aspetto tale da sembrare suo fratello gemello.

Perché ciò che viene impresso nel mondo sottile può essere proiettato più volte nel mondo fisico, può essere duplicato. Per esempio, se un maestro crea una forma, disegna qualcosa o realizza uno stampo, può poi riprodurre quella forma molte, moltissime volte. Allo stesso modo viene creata la matrice di una persona, il sankalpa di Brahma a livello del corpo causale, e poi viene riprodotta molte volte; ma, affinché non vi siano complicazioni e troppe perturbazioni, essa viene riprodotta con una certa periodicità, mediante il metodo della dispersione statistica. Tutto questo si mescola, poi le anime si manifestano e si incarnano: lo stesso accade con questo vagabondo.

«Alla fine lo trovai, ma non in questo Universo. Si trovava in un altro universo che, tuttavia, è assai simile a questo, sebbene sia stato creato da un altro Brahma».

Universi alternativi e viaggi tra i mondi

Passaggio tra universi alternativi

Oltre al nostro Universo, nelle vicinanze ne esiste un altro, e questi Universi sono stati creati ciascuno dal proprio creatore. Viviamo in un ventaglio di universi: basta modificare lo spettro e la frequenza della percezione per poter passare in un Universo alternativo. Questo Universo alternativo è stato creato da un altro dio creatore, ma persino il nostro dio creatore non ha un solo Universo, bensì un intero ventaglio di Universi. In un altro Universo il tempo scorre secondo un’altra angolazione. Modificando le frequenze della percezione, è possibile passare da un Universo all’altro, persino entro i confini del mondo materiale; uscire invece dallo spettro del ventaglio dei mondi, dall’Universo del nostro Brahma, è già molto più difficile, ma è comunque possibile.

Gli yogi deboli non possono viaggiare né nel proprio spettro di frequenze all’interno dell’Universo del proprio Brahma, né tantomeno nell’Universo estraneo di un altro Brahma. È come una persona che ha pochi soldi: può vivere nel proprio villaggio e talvolta recarsi nel capoluogo distrettuale, ma in generale non viaggia. Chi ha più denaro può viaggiare per tutto il Paese; chi ne ha ancora di più viaggia per il mondo intero, vola alle Maldive, a Bali, alle Seychelles, fa immersioni subacquee in Egitto, soggiorna in alberghi a sei stelle in Turchia: tra le persone mondane questo si chiama vacanza. Qui è la stessa cosa: se un sadhu è più potente, può viaggiare in altri mondi e in altri Universi entro i confini del sankalpa di Brahma, semplicemente spostando di poco le frequenze della propria percezione. Per farlo occorre più energia, bisogna risvegliare la kundalini, saturare i chakra superiori, e a partire dal manipura chakra tutte le uscite possono offrire l’esperienza di altri Universi.

In questi altri Universi egli può incontrare esseri di ogni genere; alcuni Universi saranno simili al nostro, altri saranno differenti e altri ancora saranno semplicemente mondi diversi. Esistono cioè altri mondi, per esempio il mondo degli spiriti affamati, il mondo dei pitri, il mondo degli dèi, il mondo degli dèi del corpo causale; ed esiste uno spettro di Universi collegati al nostro mondo, nei quali vivono persone simili a noi: è lo stesso tipo di mondo materiale, ma questi Universi sono leggermente sfalsati, come una realtà alternativa, come una storia alternativa.

Una realtà alternativa con un diverso corso della civiltà

Per esempio, una volta mi sedetti in meditazione e, quando entrai nel corpo sottile, mi sembrò di trovarmi nel mondo quotidiano e nel corpo fisico. Entrai in casa mia, che allora si trovava a Divya Loka e si chiamava «Loto fiorito», ma vi era steso un tappeto diverso. Pensai: «Guarda un po’, Ananda Lila ha comprato un tappeto a Nižnij Novgorod senza di me; è rosso, un colore così insolito, e lo ha steso qui». Poi mi avvicinai, vidi una specie di iPhone nuovo e pensai: «È una specie di nuovo iPhone». Al posto del display — era il 2007 o forse il 2006 — aveva soltanto un altoparlante e una radio, che trasmetteva anche le notizie; soprattutto, nelle notizie la Cina dominava ovunque. Il quadro geopolitico del mondo era diverso. Pensai: «Qui ormai tutto è completamente diverso dal nostro mondo». Eppure la mia casetta c’era e l’intero mondo era umano: era dunque una realtà alternativa di un altro Universo, nel quale la Cina era il centro dell’universo e occupava l’attenzione geopolitica più o meno come gli Stati Uniti; gli iPhone avevano una struttura diversa e nella mia stanza c’era un tappeto rosso.

Possono esistere molti mondi del genere, e voi potete fare conoscenza con persone diverse provenienti da questi mondi; talvolta potete persino incontrare il vostro doppio, una copia quantistica in quel mondo. E, cosa ancora più interessante, in quel mondo può giungervi persino un’altra memoria, un altro karma corrispondente a voi in quel mondo; questa memoria verrà caricata così rapidamente nella vostra coscienza che, se non siete consapevoli, non farete nemmeno in tempo a pronunciare il mantra «Om» e avrete già un’altra memoria. Naturalmente ricorderete tutte le persone di quel mondo, tutti i legami e le relazioni; avrete già dietro di voi una scia di storia e vorrete agire in conformità a quella memoria e a quelle tendenze. Ma se siete consapevoli, direte: «Fermi, questo non sono affatto io, è qualcosa di completamente nuovo». Sarete molto cauti e conserverete la consapevolezza; la nuova memoria sarà caricata, ma rimarranno tracce di quella precedente. Agirete con grande vigilanza e cautela: «Dove sono finito? Devo fare attenzione a non rimanere qui in questo stato di identificazione».

Livelli di potere yogico e liberazione

Un tale yogi, praticando il samyama e il samadhi, può viaggiare all’interno di questo Universo attraverso mondi diversi, ma esistono Universi completamente differenti, creati da altri Brahma, ed è difficile sottrarsi al sankalpa del proprio Brahma, perché il mondo intero è il suo sogno, il suo sankalpa; per farlo occorre realizzare un samadhi potentissimo, un samyama potentissimo. Perciò la maggior parte degli yogi sceglie una via più semplice: ascende al mondo di Brahma-loka e rimane là, aspettando insieme a Brahma, vicino a Brahma, finché Brahma non invecchia, fino alla fine di questo Universo. Trascorrono cento anni di Brahma, poi avviene il mahapralaya (la grande dissoluzione), ed essi si liberano da questo Universo. Perché? Perché non possiedono una propria shakti sufficiente a superare la forza dell’intenzione dell’essere primordiale: essa è potentissima.

La città illusoria di Narada e il potere di maya

Il tempo, lo spazio, la causalità e le divinità del tempo sono generati, così come le divinità dei significati; è molto difficile superare queste divinità, queste shakti, perciò essi attendono il mahapralaya. Ma durante il mahapralaya rimangono consapevoli e ne emergono già come nitya-siddha; alcuni di loro diventano nuovi creatori, mentre altri entrano nuovamente nell’Universo di qualche Brahma per divertirsi là: così vivono i nitya-siddha. Quelli dotati di grande potere possono diventare nuovi creatori e creare autonomamente un Universo; quelli che non possiedono un grande potere entrano nell’Universo di un altro Brahma e vi vivono come anime libere, liberate.

Gli yogi più potenti non dipendono affatto da tutto ciò: possono passare liberamente dall’Universo di un Brahma all’Universo di un altro, e il sankalpa del creatore primordiale di questo cosmo, del signore di questo dominio della realtà, non li condiziona. Essi stessi sono operatori divini e magici, dotati di potere e volontà, giocatori nell’Universo che padroneggiano jnana-shakti, icchha-shakti e kriya-shakti, e possono compiere simili transizioni. Alcuni di loro possiedono una potenza, una forza pari a quella di Brahma, ma non creano i propri Universi, poiché la loro missione è diversa; possono manifestarsi in qualsiasi forma, perfino in un corpo umano.

«Nella coscienza vi sono stati, vi sono e vi saranno in futuro innumerevoli esseri, e nella nostra assemblea vi sono saggi e santi nei quali sorgeranno concezioni di altri esseri, che appariranno come loro conseguenza: tale è la natura di maya. Alcuni di questi esseri saranno simili a coloro che li hanno immaginati. Altri saranno completamente diversi, mentre altri ancora saranno simili soltanto in parte: tale è la grande maya, capace di confondere persino i grandi uomini».

Il potere di maya e dell’illusione

Una volta Narada (è una storia famosa, ne è stato tratto anche un film) udì che il Signore Shiva aveva deciso di sposarsi, e in lui sorse questo pensiero: «Perfino il Signore Shiva è caduto vittima di maya, del desiderio sessuale, del desiderio di sposare una donna, mentre io sono un brahmachari, io sono superiore a Shiva». Condivise questi pensieri con Vishnu, e Vishnu decise di fargli uno scherzo. Alla fine Narada giunse in una città illusoria, dove si innamorò della figlia del re di quella città. Là si stava preparando uno svayamvara, e Narada desiderava moltissimo piacere alla figlia del re affinché lo sposasse; così supplicò Vishnu di dargli abiti appropriati e decorosi, perché era un asceta (sannyasi), mentre là bisognava avere un aspetto presentabile: chi avrebbe mai dato la propria figlia a un sannyasi qualsiasi vestito soltanto con un langoti, con un kaupina?

Vishnu gli diede degli abiti, ma agli occhi degli altri essi apparivano come il costume di Hanuman; perciò, quando giunse allo svayamvara, tutti sorrisero e dissero: «Oh, Hanuman è venuto a farci visita». Narada pensò: «Perché mi chiamano Hanuman?». Ma poi, quando vide il proprio aspetto, assunse completamente le sembianze di Hanuman; allora si adirò moltissimo con Vishnu e andò da lui a lamentarsi, chiedendogli perché avesse mancato di rispetto ai suoi sentimenti, perché lo avesse offeso così tanto, impedendogli di vincere lo svayamvara. Vishnu rise e disse: «La città, la figlia del re e il re stesso: tutto ciò era interamente un’illusione (maya). L’ho creata semplicemente per darti una lezione, affinché tu non pensassi che il potere del tuo brahmacharya fosse superiore a quello di Shiva». Era un’illusione completa nella quale Vishnu aveva immerso per un po’ Narada.

La forza dell’illusione può essere tale che una persona può immaginare di vivere pienamente, di sperimentare la pienezza della realtà, mentre in realtà tutto ciò accade soltanto nella sua mente. Gli dèi, i siddha, possiedono un simile potere e possono esercitarlo sugli altri; questo è chiamato vashikarana-siddhi, il potere siddhi dell’ammaliamento. L’ammaliamento non è ciò che intendiamo quando sorridiamo a qualcuno e lo affasciniamo, inducendolo a farci grandi donazioni o ad ammirare quelle che gli sembrano le nostre qualità illuminate. In questo caso l’ammaliamento ha un altro significato; non è neppure ciò che immaginiamo vedendo nei film un’apsara che si presenta davanti a un asceta e danza per lui, mentre l’asceta medita con un occhio e con l’altro la guarda, finché alla fine si risveglia in lui il desiderio sessuale: anche questa è vashikarana-siddhi, detta anche prabhava-siddhi, ma non si tratta comunque di un livello elevato.

Pura consapevolezza, non toccata dalle illusioni

La vera vashikarana-siddhi, il potere della moha-siddhi (il potere della seduzione, dell’ammaliamento), è la capacità di immergere completamente qualcuno in un’altra realtà, tanto che la persona perde l’orientamento e non riesce più a distinguere la realtà dal sogno e dall’illusione; vive in un mondo sottile generato da un altro essere e, finché l’energia della volontà di quell’essere è sufficiente, le sembra che tutto ciò stia accadendo realmente. I siddha dotati di grande potere possono generare questa realtà simultaneamente per più persone e, nel secolo scorso, in India era diffuso un trucco in cui degli uomini bianchi (sahib) si radunavano per assistere a uno spettacolo di magia: il prestigiatore (fachiro) prendeva una corda, la lanciava in cielo e quella rimaneva sospesa verticalmente; l’assistente del prestigiatore (un ragazzo) afferrava la corda e vi si arrampicava, sebbene essa non avesse alcun sostegno: la corda era sospesa in cielo e lui vi saliva; quando arrivava in cima, salutava con la mano.

Poi il fachiro diceva: «Scendi», ma il ragazzo si rifiutava di scendere; il fachiro lo rimproverava dicendo che era già ora di andare, ma il ragazzo non scendeva e il pubblico cominciava ad agitarsi. Allora il fachiro prendeva una spada, saliva anch’egli lungo quella corda e colpiva il ragazzo con la spada; in basso cadevano braccia e gambe mozzate e il pubblico, sconvolto, era pronto a fare a pezzi il fachiro. Subito dopo la corda cadeva dal cielo e il fachiro rimetteva a posto la sua valigetta. Ma non c’erano né la corda né il ragazzo: il fachiro era semplicemente seduto in padmasana; tutto ciò era maya, egli si limitava a recitare dei mantra, e ogni cosa accadeva nella mente degli spettatori. Non erano mai esistiti né la corda, né il ragazzo, né la spada: questo è il potere di immergere nell’illusione.

«Tale è la grande maya, capace di confondere persino i grandi uomini, ma essa non esiste né agisce qui, perché è soltanto un’illusione che fa apparire e scomparire tutto questo! Che cosa sono ventuno giorni e che cos’è un’intera epoca? Fa persino paura pensare ai giochi della mente. Tutto questo è soltanto un’apparenza che si dispiega come un loto al mattino, rivelando la molteplicità dei petali racchiusi nel suo fiore».

Proteggersi dalla maya attraverso la consapevolezza

Come evitare di diventare vittime della maya, vittime dei siddha, tanto della maya della propria mente quanto di quella delle menti altrui o di qualsiasi altra cosa, e rimanere in una profonda consapevolezza, nello stato di Shiva, che la maya non può raggiungere? Se avete realizzato l’atma-vichara, e attraverso l’atma-vichara avete realizzato sushupti, o meglio ancora turiya, allora, ovunque vi troviate, ricordate voi stessi. Anche se non siete in grado di controllare la maya, siete comunque in grado di ricordare voi stessi sullo sfondo della maya, di possedere un sottile essere consapevole e di non identificarvi, sapendo che in questo mondo, anche se tutto è illusorio, l’«io sono», la consapevolezza, non può essere illusoria, perché persino quando affermo che lo è, ne confermo l’esistenza; soltanto essa può essere reale. Vale a dire che, se riuscite a mantenere l’atma-vichara nello stato di veglia e nel sogno, non siete soggetti ad alcun incantesimo della maya, perché la pura coscienza non viene contaminata da nessun gioco della mente o dell’energia e non è soggetta alla magia, all’ipnosi o ad alcunché.

Ma se non possedete questa coscienza, se percepite il mondo e vi identificate con gli strati più grossolani della coscienza, allora la vostra coscienza può sempre essere manipolata da esseri magici, demoni, dai vostri stessi samskara, dal mondo esterno e persino, inutile dirlo, dalle ideologie politiche: in qualche modo accade infatti che milioni di persone siedano davanti al televisore e che il televisore, il Guru con un occhio solo, racconti loro qualcosa; questa è ipnosi, così agisce la maya.

Ma quando dimorate nella consapevolezza, questo strato sottilissimo della coscienza è inaccessibile a maya, perché essa stessa è più grossolana di esso; perciò il sadhu osserva l’unico samaya della contemplazione, l’unico samaya della consapevolezza. Sempre e ovunque egli dimora nella consapevolezza. Questa consapevolezza è la fede, è il Rifugio, è il Guru-bhava, è il Sadguru interiore, è l’Atman, è tutto; è sottilissima, scintillante, si perde facilmente, sembra del tutto inafferrabile, perciò nei primi anni il discepolo pensa: forse c’è, forse non c’è; ma gradualmente cominciamo a scoprire sempre più la sua forza, ad affidarci a essa, ad averne fiducia e a riconoscerla come l’essenza del Guru, l’essenza di Dattatreya, l’essenza di Shiva, l’essenza dell’albero del Rifugio e la nostra stessa essenza.

Dissoluzione delle limitazioni nell’unico campo della coscienza

«Tutto questo sorge nella coscienza infinita, che è pura, e tuttavia le sue manifestazioni sembrano contaminate. Ogni oggetto appare come frammentato e, alla fine di questa esistenza frammentaria, attraversa una frammentazione ancora più strana; tutto ciò è relativamente reale e non è completamente irreale. Questo si manifesta in ogni cosa: la causa nella causa!

Dasharatha disse:
O saggio, dimmi dove medita questo vagabondo, e manderò immediatamente là i miei soldati affinché lo risveglino dalla meditazione e lo conducano qui.

Vasishtha rispose:
O re, il corpo di questo vagabondo è già divenuto privo di vita e non può essere riportato in vita. La sua coscienza individuale ha raggiunto l’illuminazione e la liberazione: non lo si può costringere a sperimentare di nuovo questo mondo apparente. I servitori attendono fuori che finisca il mese, per aprire la porta, come egli stesso ha ordinato loro. Scopriranno che a quel punto avrà già abbandonato il proprio corpo. Il mondo apparente, o illusione (maya), ha come essenza ciò che è limitato e le qualità e gli attributi limitanti; non è possibile sconfiggerla con l’incomprensione, ma con la conoscenza della verità la si può attraversare facilmente.

La percezione erronea vede un braccialetto nell’oro. L’aspetto esteriore diventa la causa di questa percezione erronea. L’apparenza irreale (maya) è soltanto una figura retorica; essa ha con la coscienza suprema lo stesso rapporto che un’onda ha con l’oceano. Quando vedi la verità, l’apparenza cessa di essere un’illusione. A causa dell’ignoranza, il lungo sogno del mondo apparente sembra reale e così sorge la coscienza individuale; ma quando si prende coscienza della verità, si vede che tutto questo è coscienza».

Visione pura

Mala (anava-mala, karma-mala, maya-mala)

Tutti noi siamo un’unica coscienza; tutto ciò che ci circonda accade all’interno di questa unica coscienza. Per prima cosa viene cancellata maya-mala (l’illusione della molteplicità degli oggetti); pertanto, quando maya-mala, la limitazione della molteplicità degli oggetti legata alla dicotomia soggetto-oggetto della percezione, viene cancellata e dissolta, cominciamo a percepire ogni cosa, almeno un poco, come un’unica coscienza. Questo viene chiamato lo stadio iniziale dell’unico «gusto»; tali esperienze possono verificarsi persino nello stadio della pienezza dell’attenzione.

Successivamente si dissolve karma-mala. È l’illusione «io agisco», «io sono colui che agisce», «i frutti appartengono a me», «io sono colui che gode». Un altro nome è kartritva-buddhi (mentalità dell’agente). Cominciamo a sentire che, se tutto è un’unica coscienza e noi siamo già nella contemplazione o nella pienezza dell’attenzione, allora sullo sfondo delle nostre azioni vi è quiete nel movimento, vi è quiete. Sullo sfondo dell’azione vi è inazione; sullo sfondo di tutti i nostri sforzi vi sono un certo rilassamento e assenza di sforzo. Si scopre che questa quiete, questa assenza di sforzo, è l’essenza di ogni azione, è l’essenza di tutto.

Allora pensiamo: «Quindi anche i frutti o i risultati non appartengono a questo agente, ma a questa quiete, a questa inazione; e allora non ne ho neppure bisogno. Questa quiete e questa inazione possiedono una forza colossale, donano una completezza colossale, una gioia colossale, una beatitudine colossale: sarà di esse che godrò». Questa è azione nell’abnegazione, vale a dire: io non sono colui che gode degli oggetti, io sono colui che gode della quiete del non-agire contemplativo.

Equilibrio tra azione e consapevolezza

Di un tale yogi si dice che abbia preso la grande decisione di dimorare nel grande non-agire: questi sono i segni che karma-mala, l’impurità legata all’illusione dell’agente, ha cominciato a dissolversi. Allora comprendiamo che cosa significhi vivere nella rinuncia ai frutti e ai risultati, dedicare tutte le azioni a Dio, vivere nell’abbandono di sé.

Infine, rimane l’anava-mala, che ci induce a considerarci un ego, un’individualità condizionata, separata da Dio. Quando si dissolve, avviene il riconoscimento della propria vera natura: comprendiamo che non esiste una molteplicità di oggetti, ma un unico Essere; non c’è azione né agente, vi sono pace e non-azione, e da questa pace scaturisce il gioco dell’energia. E io stesso sono uno con questo grande Essere divino; soltanto esso esiste, e sono io stesso: un unico grande Essere divino. Che meraviglia.

È come se aveste sognato di essere un mendicante senza tetto, poi vi foste svegliati scoprendo di essere un santo e grande re, e pensaste: «Che brutto sogno è stato! Per fortuna mi sono svegliato». Allo stesso modo, quando comprendete di essere uno con questo grande Essere divino e, anzi, che al di fuori di esso non esiste nulla, la vostra anava-mala (l’illusione della limitatezza e l’illusione della separatezza) scompare completamente.

La corretta illuminazione

Ma qui è molto importante attraversare questi processi attenendosi scrupolosamente agli shastra e agli insegnamenti del Guru, senza smarrirsi, senza perdersi, senza diventare uno dei masta (come in India vengono chiamati coloro che si sono un po’ smarriti). La forza della visione dell’advaita, la forza delle grandi verità è talmente immensa che può confondere la mente e disorientarla. Perciò dobbiamo imparare a non perdere l’azione nella visione, a non perdere l’azione nella consapevolezza, a non perdere la consapevolezza nella visione e così via. In altre parole, dobbiamo sperimentare la corretta illuminazione, dobbiamo avvicinarci con cura e nel modo giusto all’unità con questo unico Essere divino, conformemente agli shastra. Allora sperimenteremo la corretta meditazione, il corretto samadhi e la corretta illuminazione.

Non abbiamo bisogno di meditazioni errate, samadhi errati o illuminazioni errate, perché non danno felicità né libertà, ma inducono in errore. Per esempio, un samadhi errato, un’illuminazione errata (samadhi pralaya-kala), una meditazione errata o una visione errata (la visione del nichilismo o dell’eternalismo) e così via.

Qualunque siano i concetti, è soltanto la coscienza infinita a manifestarsi sotto forma di tali concetti. L’universo è il risultato dei concetti sostenuti da innumerevoli individui. Il concetto originario di Brahma viene percepito dalle coscienze individuali come una realtà densa. Ma quando raggiungi una purezza della coscienza simile a quella di Brahma, vedi tutto questo come un lungo sogno.

Tutto dipende dalla purezza della coscienza, dalla purezza dei pensieri. Quanto più pura è la vostra coscienza, tanto più siete vicini all’unico «gusto». La mente di Brahma è molto pura, la sua visione è purissima, incredibilmente pura; vale a dire, la frequenza della sua coscienza vibra alla grande frequenza del sattva più puro, e il suo corpo è costituito dal sattva più puro. La materia ci appare densa soltanto perché la nostra mente non è abbastanza pura rispetto alla mente e alla purezza di Brahma, che ha generato questo Universo.

L’unica luce divina della visione pura

Non appena la nostra mente sarà purificata e diventerà sufficientemente pura, potremo farla vibrare alla stessa frequenza di Brahma; allora questo Universo cesserà di essere così denso, e ciò riguarderà non soltanto la materia, ma anche il tempo, lo spazio, i nessi causali e molto altro. In Tibet c’è un Maestro che benedice le persone donando loro delle pietre. Prende pietre piatte, le perfora con un dito, vi pratica dei fori portafortuna e le dona; ciò significa che il suo dito vibra alla stessa frequenza della pietra e può penetrarvi come se fosse burro: per lui la realtà non è così densa.

Esistono esseri per i quali la densità dei cinque elementi è reale, ma che hanno realizzato il kala-tattva: per loro la realtà del tempo non è così densa e possono spostarsi da un tempo all’altro. Esistono altri esseri per i quali la realtà e lo spazio non sono così densi, e che possono spostarsi istantaneamente da un luogo all’altro. Quanto più pura è la vostra mente, quanto più la sua frequenza si avvicina a quella dell’Universo di Brahma, tanto meno dipendete da questo Universo: questo è chiamato lo stadio dell’unico «gusto». Prima viene la visione pura e poi l’unico «gusto»; non può esserci l’unico «gusto» senza la visione pura.

L’unico «gusto» attraverso la visione pura

L'unico «sapore» significa che tutto è ugualmente divino, ed è ugualmente divino grazie alla purezza assoluta della visione pura, simile alla visione pura di Brahma. Perciò non ci stanchiamo di ripetere: «Esercitatevi nella visione pura: se qualcosa vi piace, esercitatevi nella visione pura in quella situazione. Se qualcosa non vi piace, esercitatevi comunque nella visione pura di quella situazione; ciò che non vi piace passerà. Non passerà neppure una settimana e ve ne sarete già dimenticati, mentre i vostri esercizi nella visione pura vi daranno un risultato; allenatevi nella visione pura sempre e ovunque, e giungerete all'unico “sapore”».

L'unico «sapore» consiste nell'avere la stessa purezza di pensiero di Brahma. È proprio la purezza a donare l'illuminazione, è proprio la purezza a conferire le siddhi, è proprio la purezza a dare successo nella meditazione, ad attirare la grazia e a costituire la realizzazione.

Purezza originaria e perfezione spontanea

L'essenza di Dio è la purezza, vale a dire che Dio è assolutamente puro, non è contaminato da nulla, è puro, spontaneamente perfetto; non occorre perfezionarlo, non occorre purificarlo. Qualcuno potrebbe dire: «Be', è Dio a essere puro e spontaneamente perfetto, mentre io sono io», ma se Dio è puro e spontaneamente perfetto, ciò indica che anche il nostro Atman è originariamente puro e spontaneamente perfetto. Nell'anuttara tantra la pratica inizia con il riconoscimento di questa purezza originaria e di questa perfezione spontanea, che sono anch'esse insite in noi, e attraverso la visione e la contemplazione ci radichiamo in esse sempre più profondamente.

Nella dimensione relativa possono verificarsi situazioni diverse, ma nel profondo dobbiamo sempre credere di essere originariamente puri e spontaneamente perfetti. Nella dimensione relativa possono dirvi: «Prabhu, quanto siete maldestro», oppure: «Avete commesso un errore, avete agito male», o possono giudicarvi in qualche altro modo, ma ciò non riguarda la vostra anima, il vostro Atman, non ha nulla a che fare con il vostro Atman. Riguarda il gioco dell'energia del vostro corpo e della vostra parola, ma non tocca la vostra anima. Nei confronti della vostra anima tutti i sadhu esperti osservano il samaya. Osservare il samaya significa vedere sin dall'origine questa purezza nell'anima altrui, senza proiettare su di essa le proprie proiezioni.

Riflesso della coscienza individuale nella coscienza suprema

La teoria del riflesso

Il concetto dell'oggetto diventa mente e così scivola via dalla consapevolezza della coscienza infinita. Poi sperimenta diverse sensazioni, ma questa mente è forse indipendente dalla coscienza suprema, e la coscienza suprema non è forse anche mente? La coscienza individuale, il corpo e tutto il resto sono soltanto riflessi o manifestazioni della coscienza suprema!

Il successivo principio, molto importante, è la celebre teoria di Vasistha e di Dattatreya: la teoria del riflesso (pratibimba-vada). Rileggete ancora una volta questa frase.

La coscienza individuale, il corpo e tutto il resto sono soltanto riflessi o manifestazioni della coscienza suprema!

La nostra coscienza individuale si è riflessa dall'unica Coscienza suprema, agisce come un riflesso, non è autonoma; il nostro corpo si è riflesso da questa coscienza e anch'esso non agisce autonomamente, bensì come un riflesso. Ma come un riflesso contiene in sé l'immagine perfetta dell'oggetto che riflette, così anche il nostro riflesso contiene in sé Ishvara; perciò Dio si riflette persino nelle persone più insignificanti e la saggezza si riflette persino nei klesha più profondi.

La consapevolezza immutabile dietro il flusso degli eventi

La mente risvegliata e la molteplicità

Tutti questi movimenti e così via avvengono nell'unica coscienza infinita, che è sempre infinita e consapevole; il movimento e così via sono soltanto espressioni immaginarie. Non vi è né movimento né immobilità, né unità né molteplicità: vi è ciò che è, così com'è. La molteplicità sorge nello stato non risvegliato e scompare con l'inizio dell'analisi e dell'osservazione.

Quando la mente non è risvegliata, vi è molteplicità; quando la mente è risvegliata, vi è la comprensione dell'unità. Come viene vissuto ciò nella pratica? Mi hanno sempre interessato le questioni pratiche: la filosofia è meravigliosa, ma come si vive con essa?

Per esempio, se la vostra mente è risvegliata, qualcuno vi si avvicina e vi chiede: «Come va, come state?» — intendendo quali eventi stiano accadendo — «che cosa c’è di nuovo?» Nel mondo materiale accadono eventi di ogni genere. Ma se contemplate, se contemplate veramente, e avete contemplato ieri, l’altro ieri e un mese fa, vi domandate persino: «Che cosa c’è di nuovo? Il sankalpa è lo stesso, i trentasei tattva sono al loro posto, Shiva e Shakti giocano: che cosa potrebbe esserci di nuovo?»

Per voi tutti questi eventi materiali non sono affatto eventi; non li considerate più tali. Per voi il mondo degli eventi in quanto tale non esiste; le sequenze degli eventi e i rapporti di causa ed effetto sono secondari. Che cosa è dunque primario? La stabilità nella consapevolezza: sullo sfondo di tutti gli eventi possedete una stabilità nella pura consapevolezza, nella quale nulla appare, nulla scompare, nulla arriva e nulla se ne va. Sì, essa vibra, gioca, non è morta, è estetica, si integra, talvolta pulsa di bhava, ma la sua essenza non cambia.

Quando la vostra mente è risvegliata alla contemplazione, dimorate stabilmente in questa consapevolezza, e allora tutti gli eventi esterni che accadono sono per voi secondari; sono cose prive d’importanza che, se non possono essere trascurate, almeno non devono essere considerate affatto come eventi. In altre parole, non sono eventi: ecco, cadono i fiocchi di neve; è un evento oppure no? Cadono, nessuno li conta, nessuno scrive nei titoli su Google: «Oggi sono caduti tanti fiocchi di neve». Non è un evento, non attribuite loro alcuna importanza.

Allo stesso modo, i fattori dei molteplici mutamenti del mondo esterno cessano di preoccuparvi, perché la vostra mente è risvegliata e, sullo sfondo della molteplicità dei cambiamenti, vedete l’immutabilità; e in questa immutabilità vi sono un radicamento, una profondità e la rivelazione di molteplici forze: questa è la vita. Oggi sono stato nell’immutabilità e mi sono immerso nella purnattva; ieri ero nell’immutabilità e c’era una tale ananda; e forse stasera penetrerò anche nella svatantriya: questa è la vita. Ma chi ha detto cosa, dove e perché, chi è arrivato e chi è partito: questa non è vita, sono fiocchi di neve che cadono. Allo stesso modo, non è né un evento né vita: è un gioco; l’energia ha giocato e se n’è andata. Questa è la vita del sadhu nella contemplazione, la vita di colui la cui mente è un poco risvegliata.

Il silenzio del sonno profondo e la libertà dal movimento del pensiero

Il silenzio del sonno profondo

L’osservatore esiste al di là di ogni dubbio: questo è lo stato supremo. La quiete è chiamata mondo; soltanto la quiete è questo mondo apparente. L’ignoranza è irreale: non vi sono né l’osservatore, né l’osservato, né il processo stesso dell’osservazione! La mente può immaginare un difetto nella luna, ma esso, in quanto tale, non esiste. La coscienza infinita ha soltanto la coscienza come proprio «corpo», manifestazione o forma.

Vasishtha continuò:

O Rama, rimani saldamente in questo stato di completa libertà dal movimento del pensiero, ritirati nel silenzio del sonno profondo.

Il silenzio del sonno profondo è chiamato anche mauna interiore (antar-mauna): ciò significa che nello stato di veglia riconosciamo sushupti, jagrat-sushupti oppure sushupti-jagrat per coloro che sono più avanzati nella contemplazione. In sushupti non vi sono conversazioni, oscillazioni o pensiero; vale a dire che nel profondo dell’anima la mauna non viene infranta: è la mauna eterna, anche se la lingua parla. Questo è chiamato il silenzio del sonno profondo. Un tale yogin dimora con l’anima nel sonno profondo e, dentro di sé, non parla, anche se comunica con le persone: questo è l’insegnamento di Vasishtha a Rama su come dimorare nella mauna interiore, nel silenzio del sonno profondo.

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