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La consapevolezza primaria e i quattro māra sul cammino spirituale

24.05.2026
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La consapevolezza primaria e i quattro māra sul cammino spirituale

Commento al testo di Garab Dorje «Le lettere d’oro»

Questo stato naturale unico e irripetibile può essere scoperto solo in se stesso, o, letteralmente, in relazione con se stesso.

Lo stato naturale si scopre dopo le nostre abilità di concentrazione e mediante un’osservazione vigile. Naturalmente, i suoi lampi possono sorgere da sé grazie al Guru-yoga. Ma di solito il monaco deve riuscire nell’osservazione, realizzare almeno il secondo o persino il terzo dhyana nella pratica della concentrazione e padroneggiare il metodo denso della consapevolezza.

Quando la consapevolezza densa è raggiunta, essa si rivolge al nostro mondo interiore, e nulla le sfuggirà più. Ciò che prima potevamo non notare, ora lo notiamo. Allora questa consapevolezza, semplicemente con la forza di se stessa, comincia a purificare il nostro mondo interiore da tutti gli attaccamenti residui.

La consapevolezza primordiale e l’unità di tutto ciò che esiste

Così, se conosci la tua propria essenza, tutto è unito in un unico momento in virtù della presenza della consapevolezza primordiale, che non supera la conoscenza dell’unica essenza. L’essenza è shunya o vacuità, la capacità riflettente dello specchio. Per colui che conosce o ha riconosciuto la propria essenza, cioè ha compreso la natura simile a uno specchio del proprio essere interiore, tutto il mondo si trasforma istantaneamente in unità. Questo momento è al di là dei concetti temporali, poiché anche il tempo è creato dal processo mentale, esistendo solo nei concetti, che sono essi stessi un riflesso e non la superficie dello specchio. Questo stato atemporale rappresenta il quarto tempo, diverso dal presente, dal passato e dal futuro a noi noti, il grande tempo che contiene in sé gli altri tre, come pure l’unico istante. In questo essere dello specchio, e non dei riflessi, dimora ininterrottamente colui che percepisce la consapevolezza primordiale, che è pienamente consapevole di questa unica essenza, senza aver bisogno di uscire oltre i limiti di tale consapevolezza. Colui che ha fatto esperienza dell’unità in questo stato di autentica consapevolezza ha così conosciuto tutto il mondo.

Quando facciamo esperienza della consapevolezza primordiale, non c’è bisogno di conoscere qualcos’altro, poiché ogni conoscenza scaturisce dall’esperienza della consapevolezza primordiale. C’è un detto: «Senza uscire di casa, si può conoscere il Tao; senza affacciarsi alla finestra, si può vedere tutto il mondo».

Un discepolo laico mi proponeva di andare in India o in Egitto. Io dissi che ciò che troverei in India lo possiedo anche qui, perciò non ne vedo il senso. Non troverò qualcosa di nuovo in India o dall’altra parte del mondo. Ha senso andarci solo per qualche forma di servizio. Quando conosciamo la nostra mente, smettiamo di cercare qualcosa al di fuori della nostra mente. E finché non l’abbiamo conosciuta, continuiamo in tali peregrinazioni, senza comprendere che tutto procede da questa unica radice.

Un praticante alla finestra sperimenta la pienezza della consapevolezza primordiale

Le trappole della creatività samsarica

Per esempio, nel processo della pratica si manifestano in noi capacità creative, una maggiore chiarezza, siddhi, e nasce una grande tentazione di appoggiarsi a tutto questo, di farne una nuova base della propria vita. Diventiamo più saggi, più puri, più intellettuali e capaci di percepire la pienezza della vita in tutti i suoi colori e sfumature, e la mente desidera in qualche modo appoggiarsi a questo, rallegrarsene, congratularsi con se stessa per un simile conseguimento.

Tuttavia il vero yogin vede tutto questo come un’ennesima trappola, non se lo permetterà, poiché sa che, in confronto alla coscienza primordiale, tutto ciò non è nulla. Se lo yogin indulge nella creatività samsarica, è simile agli dèi mondani. Esistono due tipi di creatività: quella samsarica e quella della vacuità, e due tipi di siddhi: le siddhi mondane e quelle originarie, provenienti dallo stato naturale. Nel caso delle siddhi mondane o della creatività samsarica, vengono create energie sottili, tuttavia esse non sono connesse alla coscienza primordiale. È come quando le divinità mondane procedono dal corpo. Perciò, parlando in termini cristiani, tali manifestazioni sono manifestazioni del diavolo, sono Mara, il figlio di un essere celeste.

Quattro tipi di mara

Come sapete, esistono quattro tipi di mara:

  • il mara delle klesha, derivante dalle contaminazioni e dai desideri
  • il mara degli skandha, derivante dall’aggrapparsi agli involucri sottili
  • il mara della morte, cioè dell’impermanenza
  • il mara, figlio di un essere celeste

Si ritiene che il mara, figlio di un essere celeste, sia come una divinità del sesto cielo; è l’incarnazione della nostra mente sottile, che ci tenta con siddhi, capacità, creatività, quando vi è l’impulso a costruire su questo un sostegno per il falso ego, invece di offrire tutto ciò alla presenza originaria.

I quattro māra come sottili ostacoli attorno al cammino dello yogin

La vigilanza dello yogin e la voce interiore

Lo yogin è sempre molto sensibile e vigile per non cadere nell’esca di questo māra. Quando in lui sorgono vari stati, può dire: «Ascolto la mia voce interiore. È proprio così, lo so!» Quando dicono così, penso: «Sì, poveretto, lui ormai lo sa con certezza. Io invece non lo so con certezza, perciò mi rapporto criticamente a ogni tipo di voce interiore, sia alla mia sia a quella altrui».

Spesso si dice: «Non credete a voi stessi, credete ai santi e agli insegnamenti» oppure «Dovete ascoltare la voce interiore, poiché senza questo non siete praticanti; tuttavia, bisogna ascoltarla nel modo giusto». Quando la vostra voce interiore vi dirà o vi propinerà qualcosa, dovete mostrarlo allo specchio della consapevolezza denudante, dovete verificarlo con l’indicatore dello stato naturale, della coscienza primaria, della vacuità, e auto-liberarlo. Allora questa sarà vera fede.

Se invece si apre semplicemente uno strato interiore della nostra consapevolezza, e voi vi fidate ciecamente di esso, vi affidate a esso assumendo un qualche punto di vista fisso, allora è soltanto un altro strato che vi si è rivelato grazie alla pratica spirituale, ma che, per la vostra inesperienza spirituale, scambiate per una sorta di rivelazione. Per esempio: «Dio mi dice questo» oppure «Dio mi dice quello». Ma chi è colui al quale egli parla? A chi lo dice? Ci avete pensato? E in generale, Dio vi dice davvero qualcosa, oppure è la vostra stessa mente che vi rivela nuove illusioni, più sottili?

In realtà, la coscienza superficiale comunica con gli strati più profondi della coscienza, e questo processo di travaso delle energie sottili è un’ulteriore forma di dualità. Perciò lo yogin è molto sensibile e segue sempre per tempo le intenzioni interiori, la voce interiore, e sa che la voce interiore è silenzio. Egli osserva in ogni modo tutti i tentativi del falso ego e li recide oppure li rimette al loro posto, denudandone la natura vuota.

In caso contrario, può cadere nella creatività samsarica e generare da sé energie divine mondane. Molti yogin erano noti per questo: ricevevano certe esperienze spirituali e poi la loro anima si spalancava, ed essi si lasciavano trascinare da tale creatività samsarica a discapito della coscienza, a discapito dello sviluppo. In tal caso i Maestri indicavano senza cerimonie e con durezza al discepolo la sua completa illusione, soprattutto nelle tradizioni del buddhismo zen mahayana. Dicevano pressappoco così: «Che bello, che commovente! Ti sei addormentato e sei scomparso nel sogno!»

La creatività samsarica si dissolve come un sogno

La vera lila e l’auto-liberazione

Quando invece analizziamo le energie della creatività, cioè queste sottili intenzioni, e invece di accettarle in modo univoco assumiamo nei loro confronti la posizione dell’auto-liberazione e ne seguiamo la fonte primaria nella coscienza, cercandone la radice, il fondamento, allora all’improvviso ci liberiamo dalla loro influenza attrattiva, dal desiderio di manifestarle ed esprimerle. Le riassoggettiamo all’auto-consapevolezza vuota.

Allora scompare in noi sia la tendenza ad attaccarci a esse sia la tendenza a respingerle; semplicemente esistono e si manifestano, ma non è più il nostro ego che cerca in qualche modo di identificarsi. Esse sono un gioco puro, una manifestazione della fonte; ne abbiamo scoperto le radici, perciò non ci attaccheremo a esse. Ora sappiamo di chi sono emanazione, a chi sono subordinate. Tale stato è il livello di un santo o di un mahasiddha che manifesta liberamente le proprie energie. Questo differisce dai siddhi samsarici o dalla creatività mondana. Questa è la vera lila, il gioco spontaneo dell’«Io» primordiale. Qui non si può nemmeno parlare di un qualche egoismo o ignoranza; tutte le azioni sono fin dall’origine completamente liberate.

Avevamo una novizia che, dopo ritiri settimanali di anapanasati, iniziò a ricevere molte esperienze diverse: le venne voglia di abbracciare il mondo intero, servire i poveri, andare in India per guarire i lebbrosi, parlare a tutti delle sue capacità. Diceva: «Lo so con certezza!» Io risi di lei: «Quando sento parole del genere, so che tra sei mesi tutto cambierà». Dopo sei mesi venne e disse: «Swami, avevate ragione».

L’unico specchio della coscienza

Chi ha conosciuto una cosa, ha conosciuto tutto. I fenomeni sono infinitamente molteplici, ma la consapevolezza immediata è una. È l’unico specchio che riflette tutte le cose. Non vi è altra percezione autentica oltre alla conoscenza della consapevolezza immediata. Ed è simile all’incontro di due amanti appartatisi in un luogo segreto. Non vi è altra percezione autentica oltre alla conoscenza della consapevolezza immediata.

Si dice che non esista altra vera visione se non la conoscenza di questa coscienza primaria. Qualsiasi conoscenza, per quanto possa essere affascinante, se non è integrata e unificata con la primaria consapevolezza vuota, è un’illusione, motivi che sorgono nella coscienza.

Lo specchio unico della coscienza riflette la molteplicità dei fenomeni

Questo stato unico in sé si trova soltanto in se stesso. Questo stato irripetibile e unico è la conoscenza dello stato di consapevolezza immediata.

Quando ascoltate, si presuppone che, aprendovi gradualmente a questa comprensione, ve ne saturiate: questa è la vostra pratica. Se invece ascoltate e pensate: «Oh, ascolto questo, ma non ho realizzato nulla. Quando lo realizzerò?», allora avete una posizione radicalmente errata durante l’ascolto. Invece di nutrirvi gradualmente dei dati in questo momento, pensate alla realizzazione futura e non vi trovate nello stato del qui e ora.

Quando semplicemente ascoltate, la vostra coscienza aperta si sintonizza su questa coscienza primaria. Gradualmente essa fluisce in voi come una forma molto sottile di Chiara Luce. All’inizio non comprendiamo come ciò avvenga, ma dopo un certo tempo possiamo percepirlo, per esempio, come un’energia molto raffinata. Possiamo persino sentirlo con il corpo o con i chakra.

L’unica radice della molteplicità

Sebbene i fenomeni del mondo siano molteplici, tutte le loro differenze vengono liberate da questa stessa molteplicità grazie alla presenza della consapevolezza primaria fondamentale, così come il taglio del nodo principale di una corda libera le centinaia di fili di cui essa è composta.

Lo yogin, osservando la varietà di tutto ciò che si manifesta, cerca costantemente di scoprire l’unica radice di tutta questa varietà. Per esempio, quando praticate la visione pura, vedete il mondo esterno e avete diversi modi di vedere la realtà.

Il primo, modo ordinario: la realtà vi afferra, e voi in essa siete un essere samsarico, cioè siete disattenti e non contemplate, ma semplicemente vedete alberi, case, automobili, ritenendo però che le cose stiano proprio così e che voi siate parte di questa realtà; perciò la vostra coscienza vi rimane impigliata.

Il secondo modo: la pratica della visione pura o della contemplazione attenta, quando iniziate a vedere la realtà come manifestazione dell’Assoluto; la vostra coscienza è molto equanime, perciò non valuta nessuno degli oggetti come autoesistente. E allora la realtà si presenta come una certa massa, un conglomerato di un’unica energia, e voi ricevete dalla situazione o dall’ambiente esterno un darshan, come se un grande impulso universale emanasse da tutto e penetrasse in voi.

Posso dire per esperienza personale: ovunque tu guardi, non vedi né alberi né case, ma vedi Dio. Sei sintonizzato su questo, contempli e lo vedi costantemente in ogni cosa: in un toro o in un cane, in un’automobile. Da ogni parte Egli, come luce, traspare in te, riempiendoti di un’enorme energia, come uno splendore che penetra in te e satura il tuo spirito con un potente impulso di coscienza universale; questo significa che la situazione ti dà darshan. Se ti sei approfondito nell’attenzione o nella visione pura, ciò accade in modo molto intenso persino mentre cammini, persino quando esci in città. Tutto sta nel fatto che guardi la realtà con occhi diversi.

La visione pura rivela la luce divina nella città ordinaria

Dal ricevere il darshan alla sua trasmissione

Infine, quando contempli molto profondamente, sei così inseparabile dalla situazione che ogni manifestazione ti dà un potente impulso, come se fossi in mezzo a un oceano di luce in tempesta che entra in te. Tu stesso diventi questa luce. Non ci sono più oggetti esterni, c’è soltanto un oceano di luce in tempesta, e gli oggetti esterni semplicemente esprimono questa energia. E allora la tua stessa luce comincia a irradiarsi verso l’esterno. Di tale stato si dice che non è più la situazione a darti darshan, ma sei tu a dare darshan alla situazione. In te appare una bhavana dell’Assoluto molto forte, una grande fierezza divina.

Allora, qualunque cosa tu tocchi, anch’essa si trasforma in visione pura; puoi già cambiare la situazione o influire su di essa. Questo è il livello dei siddhi. Si può fare questo esempio. C’è un monaco che semplicemente va in giro e svolge servizio; c’è un monaco che dimora nella contemplazione, la cui intera vita è pratica di rafforzamento della sua contemplazione; e c’è un monaco che si è talmente consolidato nella non-dualità da poterla trasmettere agli altri. Egli cambia lo spazio intorno a sé: ovunque vada, lì viene eretto un monastero; con chiunque parli, quelli diventano suoi discepoli; qualunque cosa pensi, appaiono murti, santi, sutra, e la spiritualità delle persone aumenta. Semplicemente con la forza della sua mente, egli curva lo spazio.

Una volta, a Nižnij Novgorod, ero seduto in un caffè della stazione, aspettando il treno. Accanto a me si sedettero due persone di circa quarant’anni. Quando iniziammo a parlare, mi presero non si sa se per un taoista o per un cinese. Uno prese rifugio dopo quindici minuti di conversazione e volle diventare discepolo. Il secondo volle diventare discepolo dopo trenta minuti di conversazione. Eppure erano loro a parlare, mentre io per lo più tacevo. Qualcuno potrebbe pensare che una cosa simile non possa accadere, ma è successo davvero, e più di una volta.

Naturalmente non li presi come discepoli, comprendendo che tutto ciò era superficiale, temporaneo: finché io ero seduto lì, prendevano rifugio, ma non appena me ne fossi andato, la loro coscienza sarebbe cambiata. Tuttavia, per venti minuti la loro coscienza cambiò completamente, ed essi manifestarono un grande interesse per la vita spirituale.

Caffè della stazione, dove una presenza silenziosa cambia la coscienza degli interlocutori

Una volta Vasudeva incontrò in sogno qualcuno simile a funzionari del livello dei cieli di Yama, cioè non una divinità, ma qualcuno di simile: un dio mondano. Quando Vasudeva iniziò a comunicare con lui, gli fece una trasmissione, e allora la coscienza di quel funzionario cambiò fortemente. Egli mostrò a Vasudeva qualcosa come un rotolo, del materiale compromettente, un fascicolo personale, con tutti i suoi peccati passati; poi ne strappò una copia, e la seconda la diede a Vasudeva dicendo: «E questa strappala tu stesso». Questo accade quando in sogno cambiate la coscienza di qualcuno con la forza della vostra presenza, perché la vostra presenza è molto forte, e anche gli altri vi entrano.

Si dice che se un santo si trova in una presenza intensa, allora nel raggio di cinque chilometri tutti gli esseri viventi e gli spiriti del luogo entrano gradualmente in samadhi, nello stato naturale, prendendo rifugio nel Dharma. Questo si chiama dare darshan alla situazione.

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