Commento al testo «Le centomila canzoni di Milarepa»
Si dice che Milarepa, obbedendo alle istruzioni del Guru, si recò sul pendio innevato del monte Yolma, dove visse nella grotta della tigre. Da lui vennero cinque giovani monache, che gli chiesero istruzioni sulla meditazione. Dissero: «Si dice che questo luogo sia colmo di paura, e che tu pratichi la pacificazione e la presenza irata per progredire rapidamente. È così oppure no?»
«Oh, quanta felicità nelle miriadi di manifestazioni! E le ascese e le cadute, tutto mi dà gioia! Beato il corpo, se non c’è cattivo karma. E che cos’è davvero, se non felicità? Tutto questo è confusione senza inizio né fine. E quanto più forte è la paura, tanto più sono felice. Che felicità la morte delle passioni e dei sentimenti! Quanto più forti sono le passioni e più dolorose le sofferenze, tanto più gioiosi e allegri si può essere. Che felicità non avere malattie! Che felicità, con tutto il proprio essere, la capacità di riconoscere sofferenza e gioia come una cosa sola. Che gioia giocare con tutto il corpo, con ogni gesto e movimento, con quella forza alla cui manifestazione contribuisce lo yoga».
Il principio dell’unico «sapore»
Qui Milarepa parla del fatto che, nello stato di un unico «sapore», per lo yogin tutto è gioia: le ascese e le cadute spirituali, il cattivo karma e quello buono. Esiste un’espressione: «Stare come una montagna e scorrere come un fiume». Questo è un principio fondamentale dell’anuttara-tantra.
Stare come una montagna significa che la mente dimora incrollabilmente nello stato di equanimità, è salda nella non-dualità, quando, per esempio, vi sedete e vi unite all’elemento terra oppure meditate sul vuoto. Questa è l’incrollabilità adamantina della mente.
Scorrere come un fiume significa che, quando usciamo da questo stato di non-dualità, manifestiamo flessibilità nelle situazioni relative, sentendo ovunque gioia, perché possediamo l’unico «sapore». L’unico «sapore» lo otteniamo dallo stato di non-dualità, quando la mente dimora nel vuoto. Quando invece usciamo dalla non-dualità, scorriamo come un fiume tra la molteplicità delle situazioni. Questo scorrere è appunto una varietà del sahaja-samadhi. Nel tantra esiste l’espressione «samadhi del fiume che scorre», che indica proprio questo. Milarepa amava praticarlo. Ciò significa che il samadhi continua in qualsiasi situazione, la nostra mente è incrollabile in qualsiasi situazione, perciò lo yogin sperimenta sempre una gioia trascendente.
Le tre qualità della mente
In una delle sue canzoni Milarepa dice che la mente è inseparabile dalla Fonte e possiede tre qualità:
- La sua prima qualità è l’auto-consapevolezza, cioè le è originariamente propria la qualità dell’assolutezza
- La seconda qualità è l’auto-radianza, l’auto-illuminazione, cioè le è originariamente propria la qualità della luce
- La terza qualità è l’auto-gioia, cioè le è originariamente propria la qualità della gioiosità
Tutto consiste nel fatto se, secondo dopo secondo, scrutiamo la natura della Mente oppure vaghiamo nei labirinti delle nostre illusioni e dei nostri stati grossolani. Colui che scruta continuamente la natura della Mente si trova in uno stato vicino allo stato del fiume che scorre. E anche se non è ancora un grande maestro del samadhi, sente l’auto-consapevolezza e l’auto-radianza di questa Fonte, è sempre auto-gioioso, cioè la sua gioia non è condizionata da qualcosa di esterno. E allora anche tutte le sue azioni sono colme di bellezza, gioia e armonia, perché egli sente la grande forza e l’energia della Fonte auto-gioiosa.

«Dopo di ciò Milarepa diede iniziazioni e istruzioni orali a queste cinque giovani monache neoconvertite. Dopo aver praticato i suoi insegnamenti per un certo periodo, in loro nacque la luce della comprensione interiore. La gioia di Milarepa non ebbe limiti, ed egli cantò del nettare dell’istruzione: «Oh, mio Guru!»
La canzone della gioia dello yogin
Questa canzone si intitola proprio «La canzone della gioia dello yogin», perché indica una qualità della mente originaria quale l’auto-gioia. Quando non abbiamo fiducia, non scrutiamo la natura profonda dell’«Io», la nostra auto-gioia viene oscurata dai sentimenti, dalle emozioni e dalle nuvole dei pensieri. Possiamo sperimentarla solo in alcuni momenti, quando i pianeti si sono allineati e hanno prodotto qualche aspetto astrologico favorevole, quando i venti si trovano nello stato migliore, quando i canali e il bindu si sono disposti in modo tale che nel canale centrale entri più prana, quando nella meditazione la mente scorre in modo unidirezionale. E allora, per alcuni istanti, cogliamo questo bagliore di gioia. Per la nostra inesperienza lo colleghiamo a determinate situazioni o azioni.
Tuttavia, dal punto di vista dello stato naturale, questa gioia esiste fin dall’inizio e non dipende nemmeno in modo particolare da qualche influsso astrologico o dallo stato dei canali energetici. Qui la questione riguarda solo la nostra apertura e la nostra attenzione ininterrotta a questa gioia. E qui Milarepa scrive che viene voglia di saltare ancora più allegramente, correre, danzare e giocare. Cioè, egli dice che questo stato perdura indipendentemente dalla postura seduta o dalle pratiche eseguite, ed è unito a qualunque posizione del corpo.
Così, semplicemente verificando se siete sintonizzati su questa autogioiosità oppure no, potete conoscere il grado del vostro avanzamento nella pratica e valutare quanto siete attenti.
Istruzioni sul servizio e sul samaya
«O mio Guru, che conosci il sentiero infallibile verso la liberazione. Maestro perfetto, grande compassionevole, ti prego, non abbandonarmi mai. Sii sempre sopra di me come il pinnacolo di gemme che corona il tetto della casa. Ascoltate, seguaci del dharma, ehi, contemplativi seduti qui. Sebbene gli insegnamenti del Buddha siano assai numerosi, colui che può praticare questo sentiero profondo è davvero dotato. Se desiderate diventare Buddha nel corso di una sola vita, non dovete accumulare le cose di questo mondo né stuzzicare l’amor proprio. Altrimenti vi confonderete tra bene e male, e così potreste finire nel regno della miseria. Quando servite il vostro Guru, astenetevi dai pensieri: “Io sono colui che lavora, Egli è colui che gode”. E se aveste questo nei pensieri, lite e discordia ne seguirebbero inevitabilmente, e il vostro desiderio non si compirebbe mai».
Qui si parla del principio del samaya. Quando ci dedichiamo al servizio, naturalmente eseguiamo la nostra pratica personale. Se abbiamo pensieri del tipo che lo facciamo per disciplina monastica o su indicazione dell’amministratore, allora questa è una varietà di pensieri impuri e un atteggiamento inappropriato verso il servizio. Qualsiasi servizio va considerato proprio come una pratica eccellente, come qualcosa che fa avanzare in modo analogo alla meditazione e alle tecniche. Se considererete il servizio in questo modo, avanzerete nel migliore dei modi.

Spesso si può vedere che una persona è diligente nello studio o nelle tecniche, ma percepisce il servizio come un male necessario da sopportare, come un’aggiunta non molto gioiosa alla vita spirituale che bisogna fare perché è necessario provvedere a sé stessi. E allora svolge il servizio per forza, semplicemente perché non gli si stia addosso. Quando un praticante coltiva un tale atteggiamento, ciò indica che da qualche parte dentro di lui c’è una fondamentale e profonda incomprensione.
Quando maturiamo, all’improvviso sentiamo che il servizio è simile al cuore nel nostro petto, alla pupilla del nostro occhio, che in realtà è il modo della nostra offerta alla Chiara Luce, è la nostra gratitudine, la nostra ammirazione, la nostra autoapertura e la nostra manifestazione creativa di sé. È, in generale, tutto! Inoltre, si rivela persino come la pratica più importante, più importante delle pratiche tecniche e della rotazione dell’energia nel corpo, poiché nessuna pratica tecnica né rotazione dell’energia ci libererà dall’illusione dell’“io”, dall’ostinato aggrapparsi al sé. Proprio questo demone dell’“io” è il fattore principale che getta nel samsara. Il servizio, invece, non dà all’ego nemmeno una possibilità di sopravvivere: esso separa costantemente la vera coscienza dall’ego. Non è necessario dissolvere e indebolire l’ego, poiché nel vero praticante l’ego deve essere nella norma, la sua personalità deve essere forte. Tuttavia, il servizio separa la coscienza essenziale dall’ego, rivolgendola costantemente al fatto dell’esistenza della Chiara Luce, all’oggetto dell’abbandono di sé.
Visione pura e prescrizioni tantriche
«Quando osservate le prescrizioni tantriche, non permettete l’associazione con ciò che è corrotto, altrimenti sarete contaminati da influenze malvagie e vi troverete davanti al rischio di violare le prescrizioni».
Qui si dice che quando seguite il sentiero del samaya, non dovete avere pensieri impuri. In qualsiasi situazione, capovolgete tutto in modo da vedere nella visione pura. Perché è necessario farlo? Perché la percezione del samsara in quanto tale è già di per sé una visione impura. Ogni volta che giudichiamo qualcosa, questo, in linea di principio, è una manifestazione della nostra visione impura. E qui non si tratta di qualcosa di concreto, ma della visione in generale. Supponiamo di pensare: “Questa è una casa. Questo è un uomo, e questo è un cane. Questo è un uomo buono. Questa è una bella casa”. Formuliamo un certo giudizio, ma esso è già in origine impuro, perché c’è un soggetto che giudica, ed egli è immerso in una determinata visione karmica. In origine c’è già dualità, c’è già separazione. L’abitudine alla visione pura elimina gradualmente tale tendenza.
«Quando siete impegnati nello studio e nell’apprendimento, non attaccatevi con orgoglio alle parole, altrimenti il fuoco assopito delle cinque passioni velenose divamperà, e i vostri pensieri e le vostre azioni virtuose saranno bruciati».
«Non attaccarsi con orgoglio alle parole» significa non fissarsi sulle convinzioni intellettuali. Supponiamo che una persona che non ha scoperto lo stato di consapevolezza al di là dei concetti possa appoggiarsi fortemente alle parole. Può avere opinioni diverse; tuttavia, finché queste opinioni sono mentali, non valgono nulla. Una persona con una realizzazione più elevata penserà semplicemente: «Dio mio, che coscienza misera! Che cosa sta farfugliando mai! È completamente cieco! Non vede nemmeno quella coscienza che sta dietro le parole, e difende qualcosa pensando che il problema sia lì. Ma il problema è nella sua incoscienza».

Non aggrappatevi alla comprensione mentale e, tanto meno, non coltivate l’orgoglio sulla base di questa comprensione. Quando avanzerete anche solo un poco, tutto potrà rivelarsi completamente diverso, persino una tale comprensione mentale e un tale attaccamento.
Avvertimenti per i praticanti
«Quando meditate in un luogo remoto con degli amici, non inseguite troppe cose, altrimenti le vostre buone azioni si arresteranno e la vostra devozione si disperderà. Quando praticate il sentiero con forma, la scuola della trasmissione sussurrata, non scongiurate i demoni, non allontanate da voi gli spiriti, affinché non si sollevino i demoni dentro la vostra mente e non divampi l’aspirazione a scopi terreni».
A volte, quando una persona pratica i metodi del tantra, possono sorgere visioni o sensazioni che le vengano posti degli ostacoli. E allora, immaginandosi un grande tantrika, cerca di domare gli spiriti, di combatterli, di recitare mantra, incantesimi irati e così via. Ma in realtà accade questo: quanto più cerca di domare e di compiere varie azioni magiche, tanto più avverte tali ostacoli, dimenticando gli insegnamenti secondo cui, quando la mente è calma, anche tutto intorno è calmo. Quanto più lo yogin applica mezzi magici, tanto più la sua stessa mente sfugge al controllo. E spesso tali mezzi magici sono un modo di attaccarsi sottilmente all’ego.
Quando invece lo yogin lascia tutto così com’è e pratica l’equanimità della presenza, improvvisamente gli ostacoli cominciano a scomparire da soli, senza bisogno di applicare alcun mezzo magico.
«Quando avete acquisito l’esperienza della comprensione, non mostrate né le vostre capacità segrete né la chiaroveggenza, affinché le parole e i simboli segreti non sfuggano via, affinché i meriti e l’intuizione spirituale non si indeboliscano».
Vivendo una qualunque esperienza, non bisogna subito gridarla ai quattro venti. Gli stati sottili si perdono facilmente, possono essere turbati dai pensieri sottili altrui.
«Conosci queste trappole ed evitale. Non compiere azioni malvagie, non mangiare cibo allettante, non prendere su di te il peso di un morto. Non pronunciare parole dolci per compiacere gli altri».
La frase «non prendere su di te il peso di un morto» si riferisce alla situazione in cui un praticante spirituale accetta donazioni per la commemorazione di un defunto. Ma se gli vengono date proprio in quanto ministro del culto, allora egli prende su di sé il peso della coscienza di quella persona che si trova nel bardo, cioè il suo karma. E una tale responsabilità può assumerla solo un praticante di alto livello. Se invece lo fa un praticante di basso livello, egli semplicemente si carica addosso preoccupazioni superflue.

Istruzioni sulla ricerca del sentiero
«Sii rispettoso e moderato, e troverai il tuo sentiero».
Le monache chiesero poi a Milarepa come avrebbero potuto trovare il proprio sentiero e gli chiesero di continuare gli insegnamenti. In risposta Milarepa intonò:
«Rendo omaggio al mio misericordioso Guru, chiedo di essere reso degno delle onde della tua benevolenza. Ti prego, aiuta me, mendicante, a meditare felicemente. Sebbene anche voi, figli della nuova generazione, viviate in città inondate da un karma ingannevole, il legame con il Dharma tuttavia rimane. Poiché avete udito la parola del Buddha, venite ora da me e non smarritevi. Con la pratica costante dell’accumulo di meriti nutrirete l’apertura alla devozione. Allora scenderanno su di voi le onde delle benedizioni, e la corrispondente effettiva realizzazione crescerà. Ma anche se farete tutto questo, l’aiuto sarà solo esiguo se non raggiungerete la piena maestria. Avendo compassione di voi, ora vi do questo insegnamento. Ascoltate attentamente, miei giovani amici. Quando siete soli in ritiro, non dovete pensare ai divertimenti cittadini, altrimenti si solleverà qualcuno di malvagio nel vostro cuore. Rivolgete la vostra mente all’interno, e troverete la vostra via».
Controllo della mente e presenza
Di solito, nel Vinaya-samhita ci si pente delle azioni esteriori. Ma uno yogin esperto nota non solo le azioni esteriori, ma anche i pensieri e le emozioni, cioè nota il samsara dentro di sé. E vigila continuamente affinché i pensieri inconsci non lo conducano in uno stato samsarico. Se lo yogin è inesperto o non ha padroneggiato la presenza, deve semplicemente recidere i pensieri impuri. Di tali pensieri ne emergono molti, ma il monaco si distingue dal comune praticante laico proprio perché può notare i pensieri samsarici, non seguirli, bloccarli, reciderli, sopprimerli come il forte sopprime il debole.
Se non possedete una tale forza di volontà, allora non siete un eroe spirituale, perché il vero eroe spirituale può domare qualsiasi movimento impuro della coscienza. Se invece avete padroneggiato la presenza, allora vi si presenta un’ulteriore possibilità di purificare la vostra mente con l’aiuto della presenza. Non solo potete bloccare i movimenti errati della coscienza, per esempio l’ira, i desideri sessuali, gli attaccamenti sensuali a qualcosa, ma potete liberarli. Cioè ritornate istantaneamente allo stato originario, invece di seguirli abitualmente. E allora tutti questi pensieri si svalutano, diventano simili a increspature sull’acqua e si disperdono in pochi secondi.
Riflessioni sul samsara e determinazione
«Quando meditate con perseveranza e determinazione, dovete pensare alle disavventure nel samsara e all’incertezza della morte. Guardatevi dall’accumulare beni mondani: allora il coraggio e la pazienza cresceranno in voi, e troverete la vostra via».
Quando ieri a Mosca avete tenuto un seminario, c’erano due ex monaci. E a suo tempo essi praticavano con zelo, comprendendo ciò di cui si occupavano, cioè avevano intenzioni serie. Tuttavia avevano limitazioni e attaccamenti, perciò non sono riusciti a darsi completamente alla pratica. Quando una persona che ha scelto la via del monaco poi decade ed entra di nuovo nella vita mondana, questo è karma negativo. A dire il vero, non è solo il suo karma personale, ma è anche un karma collettivo, perché una tale persona, accumulando karma negativo, con il suo comportamento abbassa la coscienza degli altri. Cioè distrugge la fede negli altri e disonora il Dharma.
Perciò, quando indossate l’abito monastico, rispettate sempre la vostra scelta e confermatela tre volte al giorno, per avere una determinazione come il corno del rinoceronte. Pensate più o meno così: «Diventerò certamente risvegliato. Praticherò incessantemente e accumulerò meriti. Qualunque cosa accada, andrò avanti e raggiungerò la liberazione. Con i miei sforzi o per la grazia dei santi, ma certamente mi realizzerò». In realtà, tali parole d’incoraggiamento sono necessarie solo agli yogin della categoria pashu. A uno yogin-eroe (vira) o a un divya-yogin (divino) tali parole non servono, perché nel suo cuore ardono come una fiaccola. Egli stesso può dirle a chiunque. Ma se bisogna incoraggiarvi, allora siete ancora molto lontani dallo stato di vero discepolo del Guru.

Se il discepolo è autentico, allora caricherà chiunque di Dharma in modo tale che costui si ispirerà non meno che dalle parole di Milarepa.
Ulteriori istruzioni sulla pratica
«Quando siete alla ricerca dell’insegnamento profondo della pratica, non aspirate con passione alla ricerca o a diventare studiosi, altrimenti le azioni e i desideri mondani prevarranno, e allora questa stessa vita sarà gettata nella discarica. Siate rispettosi e modesti, e troverete la vostra via. Quando vi giungono diversi tipi di esperienze nella meditazione, non insuperbitevi e non affrettatevi a raccontarlo alla gente, altrimenti disturberete le protettrici e le madri. Meditate senza distrarvi, e troverete la vostra via».
Naturalmente, questo va condiviso con il Guru o con i mentori spirituali quando sorgono domande riguardo alle esperienze o alla meditazione.
L’atteggiamento verso il Maestro
«Quando accompagnate il vostro Maestro, non guardate ai suoi pregi e difetti, altrimenti troverete montagne di errori. Solo con fiducia e grazia troverete la vostra via».
Se la vostra mente ha una coscienza impura, potete trovare difetti anche là dove non ce ne sono. Per esempio, una monaca pensò di un monaco: «Quanto ha sbagliato! Come può comportarsi così?!» E poi nella sua mente balenò un pensiero: «Com’è il discepolo, così è il Guru». Si portò subito la mano alla bocca e si pentì.
Quando accettate il principio del samaya, prendete una volta per tutte la decisione della visione pura e non tornate più su questo punto.
Le relazioni nella comunità spirituale
«Quando partecipate alle sacre assemblee con i fratelli e le sorelle nel Dharma, non pensate a un ruolo dominante, altrimenti susciterete odio e desiderio passionale. Questo andrà contro le prescrizioni. Correggete voi stessi, comprendetevi a vicenda, e troverete la vostra via».
Milarepa parla di qualcosa di molto importante: «Correggete voi stessi e comprendetevi a vicenda». Quando siete troppo fissati su voi stessi, non vi comprendete a vicenda, ma volete comprendere solo voi stessi, cioè pensare a come starete meglio o a come, in questa situazione, mettervi in una posizione più vantaggiosa. Ma immaginate che un’altra persona si trovi nello stesso stato e voglia tirare la situazione dalla sua parte, perché anche lei comprende solo se stessa e non vi vede affatto. Cioè le siete assolutamente indifferenti, perché ha già un altro oggetto di comprensione: il proprio prezioso «io». E quando due di questi «io», che vogliono comprendere solo se stessi, si scontrano, naturalmente non possono in alcun modo mettersi d’accordo.

Quando siete aperti e vi mettete al posto dell’altro, potete comprendere non solo voi stessi, ma anche l’altro, potete vedere la situazione con gli occhi dell’altro. Allora diventate molto flessibili e vedete la situazione da diversi punti di vista. Il vostro ego non è più così ostinato, perciò potete scendere a compromessi, destreggiarvi, trovare accordi. Potete essere sempre armoniosi, non avete spigoli vivi nella comunicazione.
Si può dire che questa sia una varietà della flessibilità del «samadhi del fiume che scorre», la flessibilità dello stato naturale, quando esso risponde e si manifesta in diverse situazioni. Quando invece una persona è troppo attaccata a se stessa, non possiede tale flessibilità, perché essa è direttamente collegata alla capacità di dedizione e di lasciar andare se stessi.
Più avanti qui si dice: «correggete voi stessi». La pratica del monachesimo è una pratica in cui correggete costantemente voi stessi, se la mente o il comportamento sfuggono. Per quanto lontano possano sfuggire, possiamo sempre correggerci: in questo non c’è alcun problema. Cioè il problema non è che la mente o le emozioni sfuggano, ma che noi dimentichiamo di correggerci.
L’onestà nella pratica spirituale
«Quando raccogliete elemosine, non usate il Dharma per ingannare e trarne profitto, altrimenti vi trascinerete su un sentiero inferiore. Siate onesti e sinceri, e troverete la vostra via. E oltre a tutto il resto, ricordate sempre e ovunque: non siate mai presuntuosi e orgogliosi di voi stessi, altrimenti la presunzione vi farà assumere troppo su di voi, e sarete sovraccarichi di finzione. Se rinuncerete all’inganno e alle pretese, troverete la vostra via».
Si dice che i discepoli furono ispirati dalla determinazione a praticare diligentemente, a lavorare e a rifiutare il mondano. Vollero offrire a Milarepa un mandala d’oro, ma Milarepa rifiutò l’oro e, al suo posto, diede loro degli insegnamenti.


