La differenza tra Prajñā-yantra e Nidrā-yantra
Dal 2002 al 2007 ho tenuto molte lezioni sulla contemplazione, sul Prajñā-yantra, mentre nel 2008 e 2009 soprattutto sul Nidrā-yantra. Il Nidrā-yantra è legato al subconscio, al corpo illusorio; conduce all’ottenimento dei siddhi, al rafforzamento del corpo sottile, alla consapevolezza nei sogni e produce diversi effetti. Il Prajñā-yantra è legato alla saggezza. Se siete maestri del Prajñā-yantra, potreste non possedere alcun siddhi, e potreste persino non avere la motivazione a possederli. Il Nidrā-yantra dà la motivazione a possedere i siddhi, cioè il vostro avanzamento si manifesta sotto forma di siddhi. Ma il Prajñā-yantra non dà alcuna motivazione, se non il Prajñā-yantra stesso; cioè il Prajñā-yantra stesso è la motivazione, è l’essenza della visione al di là della dualità e dell’ego.
Il Prajñā-yantra è la base, la madre di tutti gli altri yantra dell’insegnamento del Laya-yoga. Anche se siete entrati come novizi nel 2007 e non nel 2002, potete studiare autonomamente il Prajñā-yantra, e spero che lo facciate, poiché è un insegnamento molto prezioso. È talmente trascendente ed elevato che saranno necessari anni per interpretarlo, comprenderlo e assimilarlo adeguatamente.
Se comprendete le tre linee del Prajñā-yantra, allora ottenete uno strumento prezioso che vi guida per tutta la vita sul cammino spirituale senza errori. Perciò, se siete uno yogin che rispetta se stesso, comprendete gli stadi dei sedici kalā, i tre stadi: śravaṇa, manana, nididhyāsana, la formula quintuplice, i nove saṅkalpa, le nove auto-liberazioni, tutti gli aspetti dello Śāmbhavī-mudrā e i principi dell’orgoglio divino.
L’importanza della corretta applicazione della visione dell’Advaita
Senza l’insegnamento del Prajñā-yantra ci sarà difficile applicare la visione dell’Advaita. La visione dell’Advaita è conosciuta da molti maestri e persino da cercatori, ma tutto sta nell’applicazione. A volte, quando ci si confronta con seguaci della Neo-Advaita o con coloro che praticano senza un maestro, si parla come con dei bambini. Si commettono errori che un praticante esperto conosce sempre e non commette. Per esempio, si confonde la visione con il comportamento, si confondono gli stadi in relazione a se stessi, si sopravvaluta il proprio livello, si desidera manifestare la visione nel comportamento, non si comprendono i diversi stadi dei praticanti tantrici, si commettono errori nella deviazione nella contemplazione.
L’insegnamento è prezioso proprio perché vi dà i punti chiave, grazie ai quali non commettete errori né nella visione né nel comportamento, e sapete che cosa sono la Base, il Sentiero e il Frutto.

Il principio della Base, del Sentiero e del Frutto
Se non comprendiamo il principio della Base, del Sentiero e del Frutto, possiamo cadere in errori molto gravi nella pratica. Per esempio, una mataji mi faceva domande sul cammino spirituale perché lei stessa si era confusa. Io dico: «Il vostro obiettivo finale è diventare risvegliata, un buddha, non è vero?», e lei dice: «Io sono già un buddha, così dice la visione dell’Advaita». Allora le chiedo: «E perché mi fate questa domanda? Perché non insegnate agli altri, perché non vi liberate dei vostri problemi? Siete un buddha un po’ strano. Avete problemi e fate domande a me. È concepibile che un buddha abbia problemi interiori e chieda a me? Sono io che posso chiedere».
Questo è un esempio di come si confondano la Base, il Sentiero e il Frutto. Nella base siamo tutti buddha, anche il cane Seva è buddha, anche il contadino del villaggio vicino è buddha. Ma noi seguiamo il sentiero del Risveglio, pratichiamo anche il sentiero. Il cane Seva, invece, non pratica il sentiero. Per ora pratica il sentiero dell’accumulazione dei meriti, ma non quello della contemplazione. C’è una differenza? Certo che c’è. Nella base siamo tutti non-duali, siamo tutti Brahman, ma sul Sentiero siamo tutti diversi: il sentiero di Seva è uno, il sentiero del monaco è un altro, il sentiero del laico è un terzo. Chi non comprende la differenza, significa che non possiede la saggezza discriminante.
C’è anche il Frutto. Il Frutto della pratica è la realizzazione del corpo risvegliato, dei tre corpi illuminati. Il Frutto della vita di altri, invece, è per esempio il corpo di un demone nell’inferno, il corpo di un asura o il corpo di un dio nei cieli di Indra. I Frutti del Risvegliato che segue la visione dell’insegnamento dell’Advaita e i frutti di una persona comune o di colui che accumula meriti differiscono? Certo, differiscono. Allo stesso tempo la loro Base non cambia: nessuno nega che la Base dell’uomo, del dio Indra, del buddha e del cane sia una sola: il Brahman non-duale. Ma poiché il loro Sentiero è diverso, anche i Frutti che hanno sono diversi. I siddhi hanno come Frutto i tre corpi risvegliati; una persona oscurata ha come Frutto un corpo nelle dimensioni inferiori nella vita successiva; una persona che accumula meriti ha come Frutto un corpo nei cieli di Indra, che godrà dei meriti accumulati. Tutti questi sono Frutti diversi. Quando comprendiamo che la Base, il Sentiero e il Frutto differiscono, di conseguenza non commettiamo errori spirituali.
Quando abbiamo distinto la Base, il Sentiero e il Frutto, abbiamo accettato che, nonostante esista la visione dell’Advaita, sia necessario per noi percorrere un certo sentiero. Per quale motivo percorrere un certo sentiero? Per ottenere il Frutto — i tre corpi risvegliati. I tre corpi risvegliati non esistono di per sé, esprimono l’unità della realizzazione; più precisamente: i tre corpi risvegliati sono tre sfaccettature del frutto della realizzazione. Allora nasce in noi la motivazione non solo ad aderire alla visione dell’Advaita, ma anche a percorrere il sentiero. E se una persona non comprende questo, ha assorbito la visione dell’Advaita, ma non ha motivazione per muoversi oltre, per continuare a percorrere il sentiero.
Ci fu un caso: una persona voleva venire al monastero e decise di prendere Rifugio. Cominciò a leggere libri per rispondere alle sedici domande. In lui nacque chiarezza, iniziò a esprimere tutto poeticamente, ad auto-liberare tutto, tutto si disgregava, tutti i concetti e così via. Ritenne di essersi risvegliato e disse: «Non vedo più la necessità di rispondere alle sedici domande, perché tutto si auto-libera. Voglio rispondere — ma chi sono io? Non c’è nessuno che risponderà». Avrei voluto chiedergli: «E chi verrà a Divya-loka, chi prenderà Rifugio, chi riceverà il prasad? Allora bisogna proprio lasciare tutto questo e non ci saranno problemi di alcun tipo. Però voi avete determinati desideri, karma e vasana». Un praticante esperto comprende tutto in modo molto sottile: sa dove nella sua anima c’è la visione, dove c’è il comportamento, dove bisogna applicare la mente relativa. Non sorge alcun problema. La visione è nascosta nel cuore, in superficie c’è la mente che opera con i concetti, quando serve affinata e chiara, e questo non interferisce l’uno con l’altro.

Analisi delle istruzioni sulla meditazione
Non applicare la mente a nulla e non meditare, non modificare il tuo corpo, la tua parola o la tua mente, ma lascia loro libertà. Senza badare ai pianeti, alle costellazioni, ai giorni lunari o al tempo, non occupare la tua mente e sii libero da mantra e mudra.
Qui si parla della Base o del Sentiero? Della Base? Ma allora a chi viene detto questo? Nella Base c’è forse qualcuno a cui bisogna dare consigli? Di che cosa si parla? Del Frutto? Ma qui si parla forse dei corpi del risvegliato, delle terre pure e delle emanazioni creative di Brahma? Della visione? La visione è più vicina a Shankara, non duale, indivisibile. Del Sentiero. È molto importante, dopo aver letto e analizzato un sutra, determinare senza errore: questa è un’upadesha della Base, questa è un’upadesha del Frutto, questa è un’upadesha del Sentiero. Ora stiamo considerando proprio il Sentiero. Il Sentiero, a sua volta, si divide in tre categorie: visione, meditazione e comportamento. È stato detto in modo abbastanza vicino che questa è la visione, cioè che si riferisce al Sentiero. Ma in realtà non sono istruzioni sulla visione, bensì sulla meditazione. Se le istruzioni fossero sulla visione, il testo suonerebbe più o meno così: la tua natura non è immaginata né fabbricata in alcun modo, è al di là dei concetti, né dentro né fuori. Queste sono istruzioni sulla visione. Ma quando si parla all’imperativo: non meditare, spalanca la mente, allora sono istruzioni sulla meditazione. E quando si parla in generale, senza riferimento a una persona: Brahman è privo di qualità, uno senza secondo, senza attributi, al di là del nome e della forma, allora questa è la Base. Dovete allenare la vostra intuizione in modo tale da poter vedere impeccabilmente nel testo quali istruzioni si riferiscono a che cosa. Leggi lo «Yoga Vasishtha» — a cosa appartengono queste istruzioni, queste upadesha concrete.
Tre aspetti del Sentiero: visione, meditazione e comportamento
Nel Sentiero ci sono visione, meditazione e comportamento. Quando si parla della visione, significa che ci viene trasmessa la visione della non-dualità, applicata alla nostra mente. Quando si parla della meditazione, ci viene indicato come mantenere esattamente questa visione, come aprirla, come entrarvi. Quando si parla del comportamento, ci vengono date istruzioni su come unire la visione e la meditazione alla vita, come essere nella nididhyasana in mezzo alle persone, agli oggetti, alle relazioni, come intrecciarla alla dimensione relativa, all’etica e così via. Quando vi dicono che esiste il comportamento dell’«ape», della «colomba», del «cervo», del «muto», queste sono istruzioni sul comportamento. L’etica monastica del vinaya e i voti tantrici del samaya, le istruzioni Guru-discepolo: tutto questo si riferisce al comportamento. Quando vengono date istruzioni su come eseguire la visualizzazione nella Guru-yoga, queste sono già istruzioni sulla meditazione o sulla consapevolezza. Quando si dice che la mente del discepolo e la mente del Guru, nella loro essenza, sono Brahman e sono una cosa sola, queste sono già istruzioni sulla visione. Naturalmente, non bisogna confondere tutto questo. Anche dal punto di vista pratico, se conducete una disputa, potete dire: «Prabhu, qui state confondendo la visione e il comportamento, oppure la visione e la meditazione. Questo non si può fare». Si possono trovare moltissimi difetti nella logica di coloro che discutono, quando questi concetti vengono mescolati o quando la Base viene mescolata con il Sentiero.
Dunque, le istruzioni sulla meditazione. Il cammino può essere definito così, in termini sanscriti: jñāna, dhyāna, kriyā. Jñāna è la visione, la visione della non-dualità, la saggezza non-duale. Dhyāna è meditazione, contemplazione, consapevolezza. Kriyā è azione.
La pratica dell’auto-liberazione dei pensieri
Dopo una meditazione così stabile, è importante non perdere la direzione. Dopo la meditazione, pratica senza smarrire la sensazione della meditazione. In particolare, quali che siano i pensieri che sorgono, ogni volta permetti loro di apparire e di liberarsi. Ogni pensiero si dissolve nello stato della liberazione naturale. In questo stato di non-attaccamento, lascia andare serenamente ciascuno di essi. Infatti, è una proprietà naturale del pensiero dimorare originariamente nella libertà naturale.

Lascia andare serenamente ciascuno dei pensieri. Se prendiamo una persona comune, essa non lascia affatto andare ciascuno dei pensieri, e i suoi pensieri sono simili a incisioni sulla pietra. I pensieri la avvolgono, essa pensa e poi crede a ciò che pensa. Questa fede, rafforzando i pensieri, crea una realtà psicologica, e la realtà psicologica forma la realtà esterna. È in questo che nasce la dipendenza. Poi l’uomo somiglia a qualcuno che si è impigliato nelle proprie catene, che egli stesso ha creato. Queste catene hanno cominciato a crearsi nel momento in cui, invece di auto-liberare il pensiero, egli vi ha creduto e lo ha seguito. Invece di farla finita con esso, dimorando in una consapevolezza simile al cielo, o almeno di dire mentalmente: «Questo pensiero non è quello giusto, tutto questo è il gioco del Brahman non-duale», egli lo ha accettato come qualcosa di reale, si è identificato con esso, e la sua coscienza ha cominciato a scivolare lungo catene ramificate di pensieri verso un universo sempre più complesso.
Il cammino del saṃsāra e il cammino del Nirvāṇa iniziano dal fatto che il pensiero in noi si auto-liberi oppure no. Di solito si ritiene che il cammino della Liberazione sia rinuncia, ascetismo, assunzione di voti severi, yoga e così via. Ma così pensano le persone semplici. Queste cose, naturalmente, sono buone, ma un vero jñānī dirà che il cammino del Nirvāṇa inizia proprio dal momento dell’auto-liberazione, dal momento della mente vuota. Il termine «auto-liberazione» (pratimoksha) indica che i pensieri devono auto-liberarsi da soli. In virtù di che cosa devono liberarsi? In virtù del fatto che li mostriamo direttamente alla natura naturale della consapevolezza. Questo può essere fatto solo quando abbiamo già preso sufficiente familiarità con la consapevolezza naturale. Se non la conosciamo, anche ascoltando molte volte questi termini, resteremo perplessi su che cosa sia oppure penseremo in modo errato. Ancora e ancora bisogna convincersi di aver conosciuto almeno un poco la consapevolezza naturale. Per esempio, una persona può pensare: «Io, naturalmente, conosco la consapevolezza naturale». Poi arrivano a lui certi pensieri, egli si aggancia a essi, ed essi lo turbano. Come può conoscere la consapevolezza naturale? Se conosci la consapevolezza naturale, non ti identificherai mai con i pensieri. I pensieri saranno simili a fiocchi di neve che cadono nell’acqua e si dissolvono. Sebbene vi sia un’altra possibilità: forse la persona conosce la consapevolezza naturale, ma fugacemente, da lontano, e il ricordo di essa si perde sotto la pressione dei pensieri o delle circostanze. Questo indica che non dobbiamo conoscere lo stato naturale una sola volta, ma instaurare con esso una stretta familiarità, avvicinarci a esso il più spesso possibile.
La natura delle emozioni e la loro auto-liberazione
Quando il pensiero precedente sorge come odio, e quello successivo come compassione, l’odio precedente non è andato da nessuna parte. Esso trova la libertà nella liberazione naturale, nessuno lo libera. L’odio non rimane mai immobile. Inoltre, la nascita dell’odio è un auto-sorgere, cioè una manifestazione naturale dell’energia creativa della saggezza primordiale.
Il Dharma supremo e sottile non deve essere dato a persone prive di comprensione, a persone prive di samaya, perché lo adatteranno a sé e alle proprie impostazioni egoistiche, oppure lo distorceranno. Per esempio, diranno: «Io sono già da tempo spontaneamente e naturalmente liberato. In me si manifesta una klesha, essa è naturale. Questo si manifesta spontaneamente. Si manifesta attaccamento, rabbia, anche questo si manifesta spontaneamente». Ma quando le persone parlano così, significa che non hanno un maestro, non hanno una trasmissione, e praticano un insegnamento non autentico, ma soltanto simile al vero insegnamento. Perché il vero insegnamento non affermerà questo, è molto più sottile. L’auto-liberazione presuppone un punto chiave. Questo punto chiave consiste nel fatto che non c’è attaccamento. Il secondo punto chiave consiste nel fatto che qualsiasi energia si auto-libera fino alla visione pura. La differenza tra l’Advaita essoterica e quella esoterica passa da qui. Coloro che non lo comprendono seguono tutti l’Advaita essoterica. Questa differenza sta nel fatto se la liberazione dei pensieri avvenga a livello mentale oppure a un livello superiore al mentale: al livello del corpo causale e ancora più in alto. Se l’auto-liberazione avviene al livello mentale grossolano, allora questa auto-liberazione non è autentica, è meccanica. Una tale persona non è capace di dissolvere i karma profondi. Forse può opporsi soltanto a piccoli karma, non molto forti, di questo mondo. Il karma sottile del mondo degli dèi e i karma dei mondi inferiori l’auto-liberazione mentale non è in grado di liberarli; egli non è libero dalla nascita e dalla morte. Al contrario, colui che si auto-libera dal livello della turiya è un vero santo, è capace di dissolvere gli strati più forti e più sottili della mente dualistica.
Il gioco dell’energia della consapevolezza
Così, poiché non si può dire: «Essa nasce da questo o da quello», la natura dell’odio è non nata. Inoltre l’odio non ha alcuna collocazione. Se ne avesse una, e se si raccogliesse e misurasse tutto l’odio sorto dai kalpa senza inizio fino ai nostri giorni, esso non potrebbe essere contenuto in un universo con migliaia di galassie. L’odio è non nato e non ha una collocazione. Perciò, in qualunque modo sorga, esso non è mai radicato nella realtà. Dunque, dove è andato oggi quell’odio che era sorto fino al giorno di ieri? Dove, a partire da oggi, andrà quell’odio che sorgerà domani? E dove esisterà? Dove si trova ora quell’odio che sorge oggi? Dove va l’odio quando sorge l’amore? Tutto questo si manifesta dall’energia creativa della Saggezza primordiale autonata, e perciò non è qualcosa di aggiuntivo e non viene eliminato, anche se lo si respinge.
Queste sono parole molto importanti. L’energia creativa della Saggezza primordiale autonata. Qui si parla del gioco dell’energia della consapevolezza. Gioco significa vilasa, e l’energia della consapevolezza è chiti-shakti. Questo gioco dell’energia della consapevolezza si chiama chiti-shakti-vilasa. Un altro suo nome è sahaja-spanda (più vicino all’insegnamento del Laya Yoga). Cioè spanda significa vibrazione, che emana dalla consapevolezza naturale.
Alla base della nostra Mente — il Parabrahman — è propria la capacità di manifestarsi (manifestazioni creative); questa capacità è spanda. Essa di solito si manifesta sotto forma di tre forze universali: la forza della conoscenza, della volontà e dell’azione. Sahaja-spanda si manifesta in dipendenza dalle nostre inclinazioni karmiche e in dipendenza dai meriti sotto forma di rabbia, amore, compassione e così via. Tutto questo in realtà è una sola e medesima sahaja-spanda, ma le diverse impronte nelle nostre menti ci costringono a percepirla in modi differenti. Per questo esistono pensieri puri e impuri.

Impronte karmiche e percezione della realtà
Per esempio, se una persona con il karma degli dèi sente che qualcuno si è elevato, proverà gioia per l’altro e comincerà a lodarlo. Una persona con il karma degli asura, sentendo che qualcuno si è elevato, proverà invidia, comincerà a tessere complotti e intrighi per farlo cadere. Una persona con il karma del mondo animale, sentendo che qualcuno si è elevato, si spaventerà, poiché agli animali è proprio temere tutto ciò che è al di sopra di loro. E una persona con il karma del mondo infernale andrà su tutte le furie e vorrà compiere qualcosa di disarmonico.
La spanda è una e la stessa, ma le impronte karmiche costringono a interpretare in modi diversi lo stesso fenomeno. Forse una persona con il karma dei preta, sentendo che qualcuno si è elevato, penserà: «Sarebbe bene andare a chiedergli qualcosa». E una persona con il karma degli esseri umani si attaccherà e penserà: «Sarebbe bello che diventasse una persona a me vicina, che noi facessimo nascere una relazione», lo ammirerà, provando proprio sentimenti umani.
Uno stesso fatto viene percepito dalle persone in modo diverso a causa delle impronte passate. Proprio per questo esiste una molteplicità di pensieri. Coloro che non comprendono questo principio si lasciano affascinare dalla molteplicità dei pensieri e agiscono in conformità ai karma. I santi saggi che hanno realizzato l’unico «sapore» riconoscono, dietro il gioco dei pensieri pacifici e irati, dietro il gioco dell’amore, dell’attaccamento, dell’invidia, dell’odio e dell’entusiasmo, una stessa spanda; perciò si dice che essi possiedono un unico «sapore». Essi vedono: questo è il gioco dell’energia della consapevolezza (chiti-shakti-vilasa).
Il principio dell’auto-liberazione
Tutto è presente nella liberazione naturale della propria qualità, e perciò non viene distrutto né liberato da altri antidoti. L’odio, visto senza veli, è originariamente presente come auto-liberazione e senza sforzo si libera nel proprio stato. Ora non vi è alcuna base aggiuntiva per la liberazione. Se nell’odio si riconosce la Saggezza originaria auto-generata e l’odio stesso viene trasformato nel sentiero della meditazione autentica, tutte le apparenze si manifestano come meditazione.
Qui si dice che per l’auto-liberazione non esiste alcun metodo aggiuntivo oltre alla stessa auto-liberazione, e non esiste alcun’altra base se non quella base che è il fondamento del sorgere dell’odio stesso, cioè la base della natura della nostra Mente. Si chiama appunto auto-liberazione perché i pensieri, le emozioni, le klesha, il karma e, in generale, l’intero processo della liberazione avvengono da sé in virtù della propria natura interiore, se soltanto contempliamo correttamente. Naturalmente, se contempliamo in modo scorretto, l’auto-liberazione non avviene.
I pensieri, una volta sorti, ritornano alla loro base; i karma, una volta sorti, ritornano anch’essi alla loro base; anche le azioni si liberano nella loro base. Quando non abbandoniamo la base primordiale del corpo, della parola e della mente, tutte le nostre azioni, per così dire, cominciano a ritornare alla loro base, verso l’interno. Cessa il legame con gli oggetti esterni, con tutta l’ignoranza samsarica, si recide il legame con le vite future. Procediamo con sicurezza sul cammino della Liberazione, come disse un santo: «In nessun luogo vi è neppure l’ombra del samsara», se riconosciamo veramente la nostra base.
Trasmutazione dei karma nella vita monastica
Per esempio, ognuno di voi possiede determinati karma. Forse questi karma si sarebbero dispiegati in un modo o nell’altro, ma poiché siete in monastero, avete voti e samaya, ciò è come una certa barriera per questi karma. Questi karma non si dispiegheranno più come prima; i voti, il sangha, il Rifugio e i samaya vi proteggono dai karma. Avviene una trasmutazione dei karma; tuttavia i karma non sono scomparsi completamente: piuttosto, esistono certi scudi che vi proteggono dalla loro manifestazione sul piano fisico.

Per esempio, a qualcuno era destinato litigare con la moglie, ma è diventato monaco: non c’è né moglie né litigi, però il karma è rimasto, ed egli sente: «Oggi ho qualcosa che non va, dolore, cattivo umore» — i karma sono giunti dal corpo astrale. A qualcuno era destinato provare sofferenza per i propri figli, ma è diventato monaco: non ci sono figli, non sono nati, eppure i karma ci sono, le impronte, ed egli sente: «Ho un qualche attaccamento, qualche sofferenza interiore». Sono i karma del corpo sottile che si dispiegano, perché i karma del corpo sottile devono ancora essere purificati.
A qualcuno era destinato diventare ricco, un oligarca, ma è diventato monaco e sente: «Ho voglia di comodità, sorgono diversi pensieri sul denaro, su questo, su quello». Tutte le sue fabbriche, società, imprese e banche non si sono manifestate: sono state fermate e sono rimaste soltanto nel corpo astrale, ma dal corpo astrale arrivano e fanno pressione. Se il monaco è forte, troverà la causa e la dissolverà nella vacuità; se invece è debole, esse continueranno a premere e a manifestarsi sotto forma di pensieri, immagini, e come se lo spingessero: «Crea un’azienda, apri una banca, diventa miliardario». Questo può diventare un pensiero forte (specialmente in ritiro), ma poiché egli osserva i voti, dovrà compiere la purificazione (samskara-shuddhi), il pentimento, le prostrazioni e così via.
La purificazione dei sottili pensieri subconsci, che costituiscono l’essenza di questa vita (prarabdha-karma) e che si manifesteranno nella vita successiva, è appunto l’auto-liberazione. Con un praticante esperto questo non accade; e anche se i karma arrivano, egli è così radicato nella saggezza naturale originaria che li riconosce istantaneamente come un lampo scintillante, ed essi se ne vanno all’istante, rimane semplicemente energia.
Universalità del principio dell’auto-liberazione
Allora, poiché non ci sarà bisogno di cercare la meditazione da qualche altra parte, il nodo dell’attaccamento della mente si scioglierà proprio sul posto. Poiché ti sei convinto che l’odio non nasce e si libera da sé, qualunque segno della mente sorga, incluse le ottantaquattromila klesha, tutti essi sono non nati e si liberano da sé. Perciò non ha alcun senso liberarsi dai pensieri e praticare uno stato privo di rappresentazioni. Se un fusto di bambù è cavo, allora tutti i fusti di bambù sono cavi. Se in un nodo del fusto di bambù c’è un diaframma, allora in tutti i nodi ci sono diaframmi. Se sapete che una goccia d’acqua è umida, allora sapete che tutte le gocce d’acqua sono umide.
Queste sono parole molto importanti. Non appena avete compreso il principio dell’auto-liberazione, per voi non esiste più la conoscenza intellettuale, non esistono più metodi particolari per combattere i pensieri. Avete compreso che cosa fare con i pensieri. Per esempio, esistono molti corsi che analizzano in dettaglio la natura della coscienza, della psiche, dell’interazione emotiva, la natura delle fobie e dei complessi, danno consigli su come sviluppare la propria personalità e raggiungere il successo, e tutto ciò in modo molto dettagliato. Ai pensieri viene attribuito un certo significato, tutto questo viene discusso con grande competenza. Ma se avete compreso il principio dell’auto-liberazione, ciò non vi interessa più, vi sembra persino ridicolo, e potete trasformare tutti questi ragionamenti con un solo schiocco di dita. In linea di principio non lavorate affatto sul piano dei pensieri; al suo posto avete la consapevolezza auto-liberata. E se necessario, potete creare giocando dai pensieri qualsiasi mandala, qualsiasi struttura.
Il cammino dall’auto-liberazione al risveglio
Il punto chiave qui è il riconoscimento della natura dello specchio della coscienza, dal quale appaiono i pensieri. Il mancato riconoscimento della natura di questo specchio porta al fatto che i pensieri creano karma. Il riconoscimento porta al fatto che avviene l’auto-liberazione. Quando avviene l’auto-liberazione, ciò significa che non abbandoniamo la natura della consapevolezza, ma ci stabiliamo sempre più in essa. Lo stabilirsi nella natura della consapevolezza porta al fatto che in noi appare l’unidirezionalità.
Quando cerchiamo di stabilirci con sforzo, questa è la fase della gestazione; quando invece abbiamo dissolto molte rappresentazioni dualistiche e ci siamo stabiliti in modo tale che il nostro ego abbia indebolito le proprie posizioni e si sia completamente arreso all’Assoluto, quando siamo riusciti a lasciarlo andare, questo si chiama fase del risveglio. La fase del risveglio è legata all’assorbimento. In questa fase avviene l’assorbimento nella Saggezza auto-nata, il suo mantenimento continuo e unidirezionale. La vera nididhyasana inizia da questo momento.
Un tale assorbimento porta all’unidirezionalità, e l’unidirezionalità è il primo livello delle sette tappe della Liberazione. Quando l’assorbimento nell’unidirezionalità viene mantenuto a lungo, sorge un impulso di risposta, la grazia di Dio, Anugraha. Questo impulso di risposta e la grazia di Dio (Anugraha) eliminano definitivamente tutti gli attaccamenti dell’uomo, e si dice che l’uomo riceve la grazia divina, diventa santo. L’impulso di risposta dell’Assoluto (Anugraha) non può essere ricevuto senza possedere un tale assorbimento nell’unidirezionalità nella nididhyasana.

Il superamento dell’eternalismo e del nichilismo
Allo stesso modo, sapendo che un istante di pensiero è non nato e si libera da sé, sai già che ogni pensiero è non nato e si libera da sé.
Sapere che ogni pensiero è non nato significa che ora non vi ingannate più riguardo ai pensieri. Sapete che il pensiero stesso non ha un fondamento proprio sotto di sé, e che il suo fondamento è la Saggezza auto-nata di Sahajya, e nessun’altra. Cioè, in voi cessa l’eternalismo nei confronti dei pensieri, dei concetti e in generale di qualsiasi cosa. Se prima eravate un eternalista incallito, radicato, cioè credevate nell’essenza reale delle cose, nell’essenza reale dei concetti e ritenevate che tutto ciò fosse separato da voi, insomma, eravate una persona samsarica perduta, allora quando scoprite la Saggezza auto-nata della Base, smettete di essere eternalisti. Sapete da dove provengono i pensieri e che quel luogo da cui provengono è il vuoto al di là del nome e della forma, al di là dei concetti e della dualità. Di conseguenza, i pensieri stessi non possiedono alcuna esistenza intrinseca.
Qui c’è un altro pericolo: diventare nichilisti. L’uomo scopre un terribile segreto della vita: «Tutto questo è irreale, tutti questi pensieri e concetti sono irreali, tutti mi hanno ingannato: la società e il contesto sociale, la mia mente e i libri, gli insegnanti all’università, tutto questo mi ha tratto in errore». In lui nasce il desiderio di gettare via tutti i manuali, gettare via tutti i concetti, persino comportarsi a volte come un folle, cioè esprimere la propria essenza illuminata non duale. Ma questo va evitato. Una persona simile può persino non desiderare pensare, e sente come qualsiasi processo di pensiero consumi moltissima energia. È come se restringesse di nuovo la mente, la precipitasse entro cornici, e talvolta una persona del genere teme il pensiero concettuale, teme le teorie, esse lo spaventano. Ha già compreso la loro mancanza di essenza, ma in lui sorge la paura di identificarsi di nuovo con esse.
La via mediana della presenza contemplativa
Ma la via corretta della consapevolezza sta nel mezzo: non consiste nel non pensare, nel dimorare nell’assenza di pensieri, ma nel dimorare nella Base, che è al di là dei pensieri, permettendo ai pensieri di muoversi liberamente e naturalmente alla periferia, senza identificarsi, ma auto-liberandosi. Questo è un punto fondamentale. Se seguirete la via del «non pensare», seguirete le scuole del Raja-yoga o dell’Hinayana, che oltre a questo non hanno escogitato nient’altro. Allora sarete chiamati praticanti immaturi del sutra, sebbene questo non sia nemmeno sutra, non è una pratica del tutto corretta.
Ma lo stato naturale è proprio quel momento in cui la vostra mente è paralizzata, per esempio dopo un grido, e si trova in uno stato al di là del pensiero, e poi il primo istante in cui i pensieri hanno iniziato a muoversi, è iniziata la vibrazione, ma voi non avete ancora abbandonato la consapevolezza. Sullo sfondo del movimento dei pensieri c’è un sottile stato di assenza di pensieri, e quando i pensieri sorgono, comunque essi ritornano nello stato sottile di assenza di pensieri. Questo possiamo chiamarlo presenza contemplativa. Se invece semplicemente non ci sono pensieri e la mente si è inceppata, bloccata, allora questo è unmani o lo stato di dhyana; esso non conduce alla Liberazione, conduce al divenire dèi samsarici.
Se i pensieri vengono negati, gli oggetti vengono negati, questo è nichilismo; se i pensieri vengono riconosciuti, gli oggetti vengono riconosciuti, questo è eternalismo. Un eternalista lo si può vedere: reagisce seriamente a tutto — questo è un eternalista. Per esempio, gli direte: «Sei uno sciocco», e subito si offende, dunque è un eternalista. Lo si può sempre turbare, sorprendere, spaventare con qualcosa, crede a tutto. Una persona ingenua: se le si dice una notizia, la assorbe subito, non ha auto-liberazione. Crede nei pensieri e se vede uno spirito che viene da lui e gli dice: «Ho preso la tua forza. Obbediscimi», sarà molto agitato e penserà a quale mantra recitare, questo lo impressionerà fortemente. Se una persona è auto-liberata, guarderà semplicemente questo spirito direttamente e tutto scomparirà, e non ci penserà nemmeno.
Il nichilista ha la tendenza a negare tutto in generale, a non reagire. Pensa: «Anche questo è tutta illusione, e anche questo è tutta illusione, è meglio che io non pensi, tanto dietro a questo non c’è alcuna base, e anche questo è irreale». Non sa come interagire con questo mondo e con l’energia, e non riesce a farlo. Se vedete una persona la cui mente non è molto flessibile o che non riesce a manifestarsi in qualche modo, ma al tempo stesso è immersa nella contemplazione, non è molto socievole, questo è un nichilista. La verità consiste nel superare queste due trappole e nel trovarsi nel mezzo. Il nichilista viene trascinato nel non manifestato, nell’assenza di pensieri, nel vuoto e nella negazione della forma, dell’energia. L’eternalista viene trascinato nella forma, nell’energia, nel nome e in tutto ciò che è esteriore. Noi invece dobbiamo trovarci nel mezzo, allora questa sarà la vera contemplazione secondo l’Insegnamento.
La convinzione di un solo istante
La convinzione che l’istante di consapevolezza della mente non sia nato e si liberi da sé è chiamata convinzione sulla base di un solo istante. Se, rifiutando questo istante di coscienza, cerchi qualcos’altro, allora comprendi che non c’è nulla da riconoscere.
La convinzione sulla base di un solo istante significa che vi basta un solo istante perché i pensieri si auto-liberino, per ritornare alla propria natura originaria. E se in questo istante non avete convinzione in ciò, cercate qualche metodo, pensate o persino applicate la via mentale della liberazione, tutto questo significa ancora assenza di convinzione nell’auto-liberazione. Un autentico praticante che ha raggiunto il successo nella consapevolezza possiede la convinzione di un solo istante. Gli basta un solo istante perché i cerchi sull’acqua si disperdano. Non ha bisogno né di argomenti, né di analisi logica, né di metodi speciali; gli basta lo stato più naturale perché il problema si risolva in un secondo.

A volte accade che i pensieri siano sorti, le emozioni siano sorte, siano passati tre minuti e non ci sia liberazione, siano passati cinque minuti e non ci sia liberazione, siano passati quindici minuti e alla persona siano già cresciute, come a un ariete di montagna, corna rotonde, e allora ricorda: «Oh, devo autoliberare». Poi dice: «Non riesco ad autoliberare». Non ci riesce perché il tempo è già stato perduto, i pensieri hanno acquisito una grande forza. Questo bisognava farlo entro il primo schiocco di dita.
La certezza nell’unico istante di autoliberazione è un grande conseguimento. Di norma, una persona del genere si trova nello stadio stabile della “gestazione”. Se non è ancora risvegliata, se non ha raggiunto lo stadio della “nascita”, allora, quantomeno, ha certamente raggiunto questo stadio.
Poiché si scopre che la sua caratteristica distintiva è l’autoliberazione, essa viene chiamata acquisizione della fiducia sulla base della liberazione. Nell’acquisizione della fiducia sulla base della liberazione vi sono quattro grandi modi della Liberazione.


