Quando eseguite la sadhana con il mantra Om, ascoltate attentamente la vibrazione sonora. Questa vibrazione sonora è triplice. La sillaba iniziale «A» indica la creazione, la sillaba «U» il mantenimento, «M» la dissoluzione, la distruzione. Il silenzio e l’assenza di pensieri dopo la «M» indicano invece il non manifestato. Queste tre sillabe rappresentano i tre stati della coscienza: la veglia, il subconscio e la supercoscienza. L’assenza di pensieri dopo la «M» indica invece turiya.
Quando recitiamo il mantra Om nello stile del laya yoga, dell’anuttara tantra, impariamo a non separare questi tre suoni, ascoltando attentamente l’unità di tutti i suoni. Ascoltiamo il suono e cerchiamo non soltanto di concentrarci su di esso, come avviene nella pratica ordinaria del raja yoga, ma di integrarci, cioè di unire la contemplazione al suono. Il processo di recitazione del mantra nella contemplazione è mille volte più efficace della semplice recitazione del mantra in concentrazione, poiché la vera essenza del mantra si manifesta quando, recitandolo, dimoriamo nella presenza. In questo modo, la pratica della recitazione del mantra diventa un mezzo per approfondire la contemplazione.
La differenza tra l’anuttara tantra e i sentieri inferiori
Lo stile di pratica dell’anuttara tantra si distingue sempre dai sentieri inferiori o dalle pratiche preliminari. Si distingue perché integriamo, riuniamo e fondiamo ogni cosa. Se nelle sadhana relative è possibile praticare con successo il kundalini yoga o recitare un mantra, dedicarsi alla pratica della camminata, eseguire la pratica rituale di una divinità nella speranza di ottenere siddhi o un’esperienza mistica, nell’anuttara tantra a tutte queste pratiche si aggiunge una dimensione completamente nuova: la presenza della consapevolezza non duale, la comprensione che soggetto e oggetto sono inseparabili.

Se nel bhakti yoga dualistico il bhakta adora un santo o una divinità nella speranza di riceverne la benedizione o la grazia e, attraverso tale adorazione, di abbandonare e dissolvere il proprio ego, nel laya yoga qualsiasi sadhana è accompagnata dalla comprensione della non dualità e dalla presenza della contemplazione. In altre parole, alla vostra pratica si aggiunge sempre una nuova dimensione che, pur invisibile, è presente e mette a nudo l’essenza stessa della vostra pratica, rivelandone il vero spirito.
In altre parole, eseguite ogni cosa consapevolmente, e allora la vostra pratica rituale e le pratiche tecniche e fondamentali acquisiscono un significato del tutto diverso rispetto alle forme ordinarie di tantra. Esse mettono in risalto e approfondiscono il vostro stato naturale. Si può dire che non desideriate ottenere da esse qualcosa di concreto o fine a sé stesso, ma che desideriate soltanto il Supremo, perché la vostra coscienza è profondamente immersa nello stato naturale. Allora avviene la fusione del metodo e della saggezza. Smettete di essere limitati dal vostro ego, dal senso di essere colui che pratica e dai desideri. Fin dall’inizio entrate nella perfezione, nello stato assoluto, mentre le pratiche sono metodi che mettono in risalto e approfondiscono questa perfezione. Questo è l’unico modo per superare davvero la dualità durante la pratica e intraprendere il sentiero del veicolo supremo.
C’è un racconto a questo proposito. Due monaci si incontrano. Uno cammina gioioso e ispirato, mentre l’altro è triste e teso. Quello gioioso chiede al secondo: «A che cosa pensi continuamente?» «Come, a che cosa? Giorno e notte penso all’illuminazione e soffro perché non l’ho ancora raggiunta». Poi questi chiede al primo monaco: «E tu, a che cosa pensi?» Egli risponde: «Io penso a Dio». Questo è un esempio di pratica corretta e scorretta.
Una persona che pensa all’illuminazione partendo dalle proprie concezioni limitate e dall’ego non andrà mai oltre i confini della personalità. Anche se il suo desiderio fosse così forte da permettergli comunque, in qualche modo incredibile, di superarli, dovrebbe ugualmente pensare alla Fonte suprema e non alla propria piccola illuminazione. Quando invece dirigiamo la mente verso la Fonte suprema e lo facciamo correttamente, l’illuminazione si consegue spontaneamente. Dirigere la mente verso la Fonte suprema è il tratto distintivo dell’anuttara tantra. Qui non c’è posto per il desiderio egoistico di liberazione.

La liberazione come obiettivo intermedio
I santi affermano che la liberazione non è il fine ultimo della pratica spirituale. È un obiettivo intermedio, vale a dire autentico, ma non definitivo. In altre parole, la liberazione è un certo livello che si raggiunge a una determinata fase della contemplazione naturale, ma dopo la liberazione la pratica continua. Gli dèi, i santi e i mahasiddha continuano a ricongiungersi con l’Assoluto. Solo che ciò cessa ormai di essere una pratica e diventa qualcosa di immensamente più globale, sottile e sublime. Tuttavia, questo movimento non si arresta neppure dopo la liberazione, dopo il conseguimento dell’immortalità. I santi, gli dèi, i mahasiddha, i grandi dèi creatori degli universi: tutti meditano sulla verità assoluta secondo le proprie concezioni.
Una volta fu chiesto a Neem Karoli Baba dello yoga e del conseguimento della liberazione. Egli rispose così: «Sì, ho praticato le asana, i pranayama e altro ancora. Ma poi ho compreso che l’amore per Dio è la cosa più importante». Le asana e i pranayama rappresentano il metodo, mentre l’amore per Dio è la via della contemplazione e dell’ingresso nello stato naturale, è meditazione sull’Assoluto e completa dedizione di sé, è saggezza. Il metodo deve essere sempre subordinato alla saggezza. Quando possediamo tale saggezza, possiamo eseguire le asana unendole alla contemplazione oppure svolgere qualsiasi lavoro. In definitiva, dobbiamo raggiungere un livello in cui la pratica e la non-pratica hanno lo stesso «sapore», in cui ogni azione si ricongiunge allo stato naturale.
Le tre regole d’oro dell’insegnamento
«Questo è il Brahman, privo di parti, immutabile, incontaminato. Sapendo: “Io sono questo Brahman”, l’uomo raggiunge senza dubbio il Brahman».
L’insegnamento racchiude tre regole d’oro. La prima indica la familiarizzazione con la visione, o introduzione diretta; la seconda, l’eliminazione dei dubbi e il chiarimento; la terza, la permanenza ininterrotta. In effetti, comprendere le tre regole d’oro significa cogliere il cuore stesso dell’insegnamento.
La familiarizzazione con la visione significa entrare nella non dualità, riconoscere la propria natura non duale, ricevere un lampo capace di mostrare chiaramente l’inesistenza dell’«io» e la completa unità con l’Assoluto. Significa risvegliare l’orgoglio divino. In sanscrito ciò è chiamato «brahma-aham-bhava», ossia la percezione del mondo secondo cui «Io sono l’Assoluto». Non appena avete sperimentato anche solo per un secondo un lampo di tale percezione, quando la vostra mente ha ricevuto la trasmissione durante la meditazione, durante il darshan del guru o nello studio dell’insegnamento, si può dire che la prima regola d’oro sia stata adempiuta.
In seguito dovete eliminare ogni dubbio, accertarvi che questo sia lo stato corretto, riceverne conferma dai testi sacri o da un maestro spirituale e continuare a lavorare con esso. È poi necessario mantenersi ininterrottamente in questo stato, affinché acquisisca una forza autentica e diventi molto profondo e luminoso. Quando questo stato ha acquisito forza, occorre renderlo flessibile, consolidarlo in condizioni di forte pressione, metterlo alla prova nella visione pura, in situazioni destabilizzanti o sconvolgenti, in condizioni difficili o nei piaceri, vale a dire nell’intera varietà delle energie, liberando tutto ciò istantaneamente. Questa è la fase conclusiva dell’addestramento, che distingue uno yogi comune da un siddha.

Il riconoscimento dell’immutabile e dell’infinito
«Avendo riconosciuto l’immutabile, l’infinito, privo di causa e di somiglianza, incommensurabile e senza principio, egli conosce anche il bene supremo».
Che cosa significa scoprire lo stato naturale, risvegliare l’orgoglio divino, riconoscere in sé l’immutabile? L’immutabile è ciò che non cambia con il tempo, con le metamorfosi, con tutto ciò che è esterno. Alcuni affermano che sia il centro interiore, l’osservatore. Io non mi affretterei ad affermarlo. Naturalmente, è sia il centro interiore sia l’osservatore, ma questo è soltanto l’inizio.
Il centro interiore si sviluppa attraverso la comune satipatthana, la comune atma-vichara superficiale. Ma questo è soltanto l’inizio. Il centro interiore indica semplicemente una certa chiarezza centrata, una certa attenzione raccolta in un unico fascio, che permette di notare i klesha e i desideri e di autoliberare i pensieri. Ma ciò è del tutto insufficiente: è soltanto l’inizio.
Poi questo centro interiore viene scoperto non propriamente come un centro, bensì come una sorta di spazio. È al tempo stesso centro e periferia, non può essere definito in alcun modo, non è né interno né esterno. Non è soltanto l’osservatore insito in te, ma una sorta di coscienza globale, propria di tutti gli esseri viventi. Non è qualcosa di personale che porti all’interno della tua scatola cranica. In altre parole, il centro interiore si espande ulteriormente fino a diventare uno spazio globale. Perciò qui si dice inoltre: «Riconoscendo l’immutabile e l’infinito, scoprite in questo centro una profondità infinita, inconcepibilmente diversa e priva di limiti».

Questa profondità trascende la ragione umana. La scoprite come qualcosa che vi è intrinseco e che non avete mai perduto. Cominciate a riconoscerla come la vostra vera essenza. Quando tale profondità viene riconosciuta, gradualmente sorge una visione altrettanto profonda dell’intero mondo. Vedete che nel mondo non vi è nulla di finito, nulla di superficiale: tutto è trascendentale, sacro e assoluto. Allora il velo cade dai vostri occhi e il mondo esterno, i pensieri e i sentimenti non vi traggono più in inganno.
Per esempio, se percepite il guru come una persona o percepite il suo insegnamento soltanto con la mente, anche questa è un’illusione sottile. La natura del guru è l’infinito che semplicemente si manifesta in una forma finita. Se percepite il monaco seduto accanto a voi come una persona comune, anche questo è un errore. È l’Assoluto che gioca con voi, assumendo tale aspetto in conformità al vostro karma.
Approfondimento della contemplazione e orgoglio divino
«Riconoscendo l’immutabile, l’infinito, ciò che è privo di causa e di similitudine, incommensurabile e senza principio, egli conosce anche il sommo bene».
L’approfondimento della contemplazione consiste nel riconoscere sempre di più tutte queste qualità in noi stessi. All’inizio, naturalmente, riceviamo una certa esperienza che può essere esteriore. Poi riconosciamo gradualmente queste qualità in noi stessi. Tuttavia, anche dire che le riconosciamo in noi stessi, da qualche parte all’interno, è un errore. Direi che non le riconosciamo dentro di noi, bensì come inseparabili dalla nostra coscienza. Ma ciò non è né interno né esterno. Un grave errore dei contemplativi principianti è immergersi troppo profondamente all’interno, ignorare l’esterno e attribuire importanza all’interiorità. In realtà non esistono né interno né esterno. Lo stato naturale trascende la chiarezza soggettiva.
Quando cerchiamo di riconoscere tutto ciò, la nostra conoscenza e il nostro ricordo di noi stessi come esseri limitati riemergono periodicamente, soprattutto nei momenti in cui perdiamo la consapevolezza. La vigilanza consiste nel mantenere costantemente tale riconoscimento e nel credere in esso. Questa contemplazione è lo stato naturale, è il Guru Yoga. La si può chiamare vera fede. La nostra vecchia memoria cerca continuamente di impossessarsi di noi e di convincerci che siamo piccoli esseri limitati, ma dobbiamo liberarci da tale influenza e tornare a riconoscere in noi stessi l’immutabile e l’infinito.
I santi sono coloro che riconoscono incessantemente la propria natura immutabile e infinita. Non vi è neppure un secondo in cui non la riconoscano. Non concepiscono se stessi come individui separati. Si considerano sempre, e a buon diritto, infiniti, assoluti, eterni e inconcepibili. Vi sono tuttavia santi che perdono questo stato sotto determinate influenze. Se la loro mente viene disturbata anche solo un poco, lo perdono rapidamente. Vi sono santi che non perdono questa percezione del mondo: le loro menti sono molto flessibili. Vi sono santi che non la perdono neppure sotto le pressioni più intense, poiché il loro livello è ancora più elevato.

Quando riconosciamo invariabilmente questo stato, si dice che in noi nasce l’orgoglio divino. È erroneo considerare l’orgoglio divino come una qualità dell’«io» personale o della coscienza personale. L’orgoglio divino è appunto divino perché non è personale. È l’orgoglio dell’Altissimo; tuttavia, si manifesta nel nostro corpo come una sensazione di coscienza elevata, grandezza ed espansione, come esperienza di globalità, ampiezza interiore, vastità e complessità, come esperienza dell’insondabilità e della profondità interiori, come esperienza del più grande amore, dell’ispirazione e della compassione onnicomprensiva. Quando riconosciamo l’orgoglio divino che ci è proprio, la visione egoistica di noi stessi svanisce, l’autostima cambia gradualmente e allora la pratica spirituale acquista davvero profondità.
Contemplazione senza sostegno
«Qui non vi è né distruzione né origine, né ciò che merita lode né punizione, né aspirazione alla liberazione né liberazione: tale è questa Essenza suprema».
Quando cerchiamo di seguire la fonte di questo orgoglio divino, vediamo che non è definibile secondo alcun parametro, è sfuggente e tuttavia viene vissuto. Stabilire la propria coscienza continua sull’invisibile, sull’indefinibile, sull’infinito, su ciò che non ha un centro, rendere la coscienza priva di sostegno (nirālamba): questo è il cammino della vera contemplazione. Nella «Shiva Samhita» si trova questa espressione: «Esiste un solo Dio: Nirālamba».
Per noi Dio non è legato a un nome, a una forma o a dogmi dottrinali, ma è questo stato di contemplazione privo di sostegno. L’idea stessa di una simile contemplazione priva di sostegno toglie il sostegno al piccolo ego. E finché l’ego non ha acquisito fede in questa coscienza priva di sostegno, può sperimentare una grande confusione, la sensazione di avvicinarsi a un oceano che potrebbe inghiottirlo. Per questo esiste il detto: «Avanti, nelle fauci del leone». Questa coscienza priva di sostegno è proprio un simile oceano, mentre la nostra pratica è un avvicinamento graduale a esso.
Dobbiamo avvicinarci a esso con tutta la cautela, l’attenzione e la conoscenza necessarie, senza perderci in esso. Lo scopo della pratica non è diventare degli psicopatici danzanti. Lo scopo della pratica è che l’ego si ristrutturi e comprenda la propria natura subordinata, il legame costante e indissolubile con questa Fonte. Inoltre, deve imparare ad attingere forza da questa Fonte, perché l’ego del praticante è lo strumento che abbiamo a disposizione per la sādhanā.

L’unità dei tre stati di coscienza
«Si dovrebbe concepire l’Ātman come unico nello stato di veglia, nel sogno con immagini oniriche e nel sonno profondo. Chi ha superato questi tre stati non rinasce più nel mondo».
In alcuni testi si dice così: «Come tutto ciò che è visibile nel sogno (animali, case, montagne, uomini e donne) costituisce un unico grande sogno, allo stesso modo questo mondo, il mondo dei sogni e il mondo del sonno senza sogni costituiscono anch’essi un unico grande sogno». Tutti questi fenomeni hanno la stessa natura, ma lo si può comprendere soltanto al risveglio. Una persona che nel sogno ha visto la molteplicità degli oggetti, al risveglio ne vede tutta l’irrilevanza, comprendendo che si tratta soltanto di atti della propria coscienza. Allo stesso modo, al grande risveglio, il santo vede l’irrilevanza di tutti gli oggetti dello stato di veglia e del sogno con immagini oniriche, sapendo che tutti hanno natura di coscienza.
Una nuova nascita nel mondo dei santi
Quando questa visione si è dischiusa, lo yogin deve imparare a vivere con essa nel mondo manifestato. Da un lato, il pieno dischiudersi di questa visione significa una certa illuminazione, ma dall’altro la pratica spirituale comincia proprio da questo momento. Con la scoperta della non-dualità, in un certo senso la pratica spirituale termina; d’altro canto, si può dire che cominci soltanto allora.
Lo yogin che ha aperto la non dualità si sente come un neonato nel mondo dei santi. Deve imparare nuovamente a guardare il mondo, a unirsi all’energia, a manifestare giochi, armonia e visione pura. È come un dio appena nato. È uscito dal mondo degli esseri umani ed è nato nel mondo della non dualità. Pertanto, con la scoperta della non dualità, la pratica non finisce. Si può dire che da questo momento iniziamo soltanto a vedere veramente il mondo e a comprendere cosa significhi interagire con le energie di questo mondo.

E l’ulteriore pratica della contemplazione consiste nel suo approfondimento, in modo da poterla unire all’energia e trasformare tale energia. Questo processo inizia nel corpo umano, ma non ha fine. Prosegue poi nel corpo della divinità, nel corpo del creatore del mandala delle terre pure, nel corpo del grande dio che crea gli universi, come Brahma o Vishnu. L’ulteriore sviluppo della contemplazione è sempre legato all’integrazione con alcune energie (shakti). Si tratta cioè di una contemplazione che acquista forza e può manifestarsi all’esterno. Quando i santi o gli dèi vogliono conoscere il livello di realizzazione della non dualità, manifestano l’uno davanti all’altro una tale shakti. Ed è proprio il grado di padronanza di tale shakti a essere l’indicatore di una contemplazione matura.
Esiste una storia su come Brahma e Vishnu discutessero su quale dei due dèi fosse superiore. Naturalmente, era un gioco. Tali storie devono sempre essere comprese come metafore. Discutevano su chi fosse più forte, chi avesse compreso più profondamente il principio dell’Assoluto. Non appena decisero di mettersi alla prova, videro improvvisamente un’enorme colonna di luce che era discesa su di loro. Decisero allora di misurarla. Vishnu scese verso il basso, fino all’abisso più profondo, nelle materie più dense, giungendo fino ai mondi infernali, mentre Brahma volò verso l’alto, fino agli abissi più vuoti. Ma né in basso né in alto riuscirono a trovare i confini di quella colonna. Poi la colonna si rimpicciolì e assunse la forma di Shiva. Allora Brahma e Vishnu si inchinarono rispettosamente davanti a Shiva, riconoscendo che egli era il più grande tra loro. Shiva dimostrò la profondità della sua contemplazione sotto forma di shakti manifestata.

I livelli di realizzazione dei santi
Si può dire così. C’è un santo che ha realizzato la presenza e l’illuminazione. C’è un santo che può controllare gli elementi. C’è un santo che ha trasformato il proprio corpo in una divinità. C’è un santo che non solo è diventato una divinità, ma ha anche creato con la forza del proprio pensiero un mondo, un mandala con i suoi abitanti. E c’è un santo dai cui pori del corpo divino emergono mondi di questo tipo. Sono tutti diversi livelli di uno stesso stato naturale, e la differenza risiede nella profondità e nella capacità di operare con le shakti universali. Per questo diciamo che con l’illuminazione la pratica spirituale inizia soltanto, ma inizia già a un livello diverso.


