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La giusta motivazione e sette insegnamenti per pacificare la mente

20.08.2026
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La giusta motivazione e sette insegnamenti per pacificare la mente

Per cominciare, vorrei dire che nella pratica spirituale sono molto importanti la nostra motivazione e lo stato mentale con cui recepiamo l’insegnamento. Se abbiamo sviluppato la giusta motivazione, anche la nostra pratica avrà successo. Se invece la motivazione è sbagliata, non comprenderemo appieno che cosa vogliamo dall’insegnamento e in quale direzione dobbiamo proseguire.

La giusta motivazione è estremamente importante. Se avete la giusta motivazione, siete sulla strada giusta e, con il tempo, raggiungerete il successo. Se la motivazione è sbagliata, forse otterrete comunque qualcosa, ma il beneficio che ne trarrete sarà discutibile.

Come sviluppare la giusta motivazione? Prima di tutto, occorre riflettere sulla preziosità della nascita umana e sul fatto che proprio ora abbiamo la possibilità di realizzarne il potenziale. Per esempio, voi siete nati come esseri umani, mentre altri esseri sono nati come animali; se foste animali, non avreste la possibilità di comprendere il Dharma e di praticare l’insegnamento. Siete nati in un Paese in cui il Dharma, pur non essendo particolarmente fiorente, esiste; se invece foste nati in qualche regione dell’Africa centrale, difficilmente avreste avuto la possibilità di ricevere un’istruzione o ascoltare l’insegnamento. Avete la possibilità di incontrare un maestro spirituale, il vostro corpo è sano, la mente è lucida e potete comprendere ciò di cui si parla. Se non aveste ottenuto una preziosa nascita umana, sareste tra coloro che non seguono il Dharma e non lo comprendono. Se si parlasse del Dharma a una persona del genere, direbbe: «Ma di che cosa stai parlando?» Nella sua visione il Dharma non esiste, mentre per voi esiste.

Si può anche riflettere sulle vite future. Se abbiamo buon senso e sufficiente intelligenza, riflettiamo sulle vite future, comprendendo che questa vita non è infinita. Poiché esiste la legge del karma, ossia di causa ed effetto, esistono anche le vite future. Se siamo poco intelligenti o la nostra coscienza è infantile, non pensiamo alle vite future: possiamo pianificare la nostra vita al massimo per i prossimi cinque o dieci anni, mentre ciò che viene dopo ci è ignoto. In altre parole, il nostro orizzonte degli eventi è limitato a pochi anni. Questo, naturalmente, è sciocco. Se invece possediamo sufficiente lucidità e siamo capaci di pensare oltre i prossimi dieci o vent’anni, comprendiamo che occorre pensare e agire strategicamente, e non come i ragazzini in cortile, per i quali giocare a calcio oggi è fantastico e ciò che accadrà domani non ha importanza.

Quando riflettiamo sulla preziosa nascita umana, sulla legge del karma o sulle sofferenze che essa comporta e desideriamo superarle, sviluppiamo la giusta motivazione per addestrare la mente e lavorare correttamente con la consapevolezza. Se abbiamo una motivazione diversa, per esempio vogliamo che il maestro ci mostri dei miracoli oppure che appaia una divinità e ci dia qualcosa, allora si tratta di una motivazione sbagliata. Se abbiamo addestrato ed educato la mente, otterremo tutto ciò che desideriamo. Se invece non addestriamo né educhiamo la mente e abbiamo una motivazione sbagliata, non riusciremo a ottenere nulla: continueremo a vivere nelle nostre illusioni e tutta la vita trascorrerà inutilmente.

La mente può essere addestrata ed educata proprio come un atleta allena il corpo fisico. Se un atleta si prende cura del proprio fisico, frequenta ogni giorno la palestra e allena i muscoli del corpo, uno yogin si reca nella sala per i ritiri e si dedica all’addestramento della mente.

La giusta motivazione e l’allenamento quotidiano della mente

Lo scopo della pratica spirituale è la trasformazione

Quando abbiamo sviluppato la giusta motivazione per educare la mente, traiamo un grande beneficio dall’insegnamento. Quando sappiamo che educhiamo la mente per realizzare l’opportunità offerta da questa preziosa nascita umana e raggiungere lo stato di divinità, per esempio scoprire Dattatreya dentro di noi, trascendere la condizione limitata dell’essere umano, entrare nello stato divino e liberarci dalla nascita e dalla morte, allora questa è la giusta motivazione. Praticare significa passare a uno stato qualitativamente nuovo, cioè cambiare, procedere verso una nuova vita. Se invece non procediamo verso una nuova vita e pensiamo: «Questa vita mi soddisfa già. Perché dovrei procedere verso una nuova vita?», allora questa è una motivazione sbagliata. Il significato della pratica spirituale è la trasformazione. In altre parole, come risultato della pratica spirituale deve necessariamente avvenire una trasformazione; altrimenti non ha senso intraprendere la pratica spirituale. Il cammino spirituale è un insegnamento sulla trasformazione, sulla trasfigurazione da essere mortale e limitato in qualcosa di più libero, per esempio in una divinità.

Esistono diversi metodi. La via del tantra è un’autentica trasformazione, in cui da una cosa se ne crea un’altra. Per esempio, da esseri dotati di una visione condizionata e impura ci trasformiamo in una divinità. La via dell’anuttara-tantra e del laya yoga non consiste nella creazione di qualcosa né nella trasformazione, bensì nel riconoscimento; il principio, cioè, è lo stesso, ma viene utilizzato un altro metodo: il riconoscimento naturale. È come un problema che dobbiamo risolvere. Dati: noi, dotati di cinque corpi sottili e di un corpo fisico, una durata di vita di circa 100 anni, samskara, vasana e karma. Obiettivo: trasformarci in una divinità al di là della nascita e della morte, dotata del corpo di saggezza (jnana-deha), del corpo illusorio (pranava-deha) e del corpo puro manifestato (siddha-deha). E questo è il problema che dobbiamo risolvere. Se comprendiamo questo compito, allora abbiamo la giusta motivazione; se invece non lo comprendiamo e al suo posto abbiamo fantasie e illusioni, allora si tratta, naturalmente, di una motivazione sbagliata.

Il giusto stato d’animo per recepire l’insegnamento

Quando è sorta la giusta motivazione, la comprensione successiva che occorre far sorgere è il giusto stato d’animo con cui pratichiamo e recepiamo l’insegnamento. L’insegnamento è prezioso, ma se cade su un terreno impreparato, cioè in una mente impreparata, non può dare il risultato desiderato.

Si ritiene che la liberazione avvenga quando si combinano determinati fattori: un maestro competente, un insegnamento liberatorio e un discepolo devoto e capace di comprendere. Se questi tre fattori principali convergono, la liberazione è possibile. Non è detto che sia garantita, ma vi è una certa probabilità, se pratichiamo. È come nell’alchimia: se siete bravi alchimisti e mescolate determinati ingredienti nelle giuste proporzioni, forse otterrete la pietra filosofale. Ma se siete alchimisti incompetenti e avete sbagliato le proporzioni degli ingredienti, potete anche trascorrere tutta la vita davanti al crogiolo, sperimentando con varie sostanze, ma non otterrete comunque nulla.

È molto importante recepire l’insegnamento nel giusto stato, quello del discepolo.

Le fasi del comportamento tantrico: dall’ape al discepolo

Prima di prendere Rifugio vi è lo stato dell’«ape», mentre poi vi è lo stato del discepolo, e occorre comprenderli bene. «Ape» significa che recepite molti insegnamenti diversi e non avete ancora deciso definitivamente quale insegnamento volete praticare. Nello stato dell’ape bisogna visitare diversi maestri spirituali e leggere vari testi spirituali. E quanto più lo farete, tanto meglio sarà per voi, perché amplierete i vostri orizzonti spirituali. Bisogna esaminare i simboli dei diversi insegnamenti e confrontare tra loro gli insegnamenti. Bisogna frequentare seminari di varie tradizioni spirituali e assorbirle, come un’ape raccoglie il nettare da fiori diversi. Bisogna analizzare e valutare i maestri, esaminare differenti tipi di insegnamento e così via. Bisogna fare offerte a differenti tipi di visione. Bisogna bussare a porte diverse e trarne qualcosa per sé. In altre parole, in questa fase non procediamo in profondità, ma in ampiezza. Tuttavia, giunge un momento in cui lo stato dell’ape si esaurisce. A un certo punto comprendete da soli di aver ormai volato abbastanza e bevuto il nettare di fiori diversi, e che ora vi occorre qualcosa di più; non volete più essere un’ape, bensì diventare qualcos’altro, per esempio una colomba o una rondine.

L’ape è il primo tipo di comportamento tantrico ed è normale a un determinato stadio, come, per esempio, la scuola materna. Dopotutto, nessuno dice: «La scuola materna, che orrore! È un livello così basso!». Chi lo dice è semplicemente sciocco. La scuola materna è necessaria ai bambini. E anche la scuola primaria è necessaria. Ma poi comprendiamo di aver attraversato un certo periodo, la scuola materna e quella primaria, e che dobbiamo crescere. A questo punto il comportamento dell’ape non è più adatto. Il livello successivo del comportamento tantrico è chiamato «rondine» o «colomba». Come una rondine raccoglie fili, ramoscelli e foglie e costruisce il proprio nido per stabilirvisi, così il praticante, in questa fase, raccoglie ogni cosa intorno a un unico centro e crea le basi per la propria futura crescita spirituale. In questa fase, il candidato novizio comincia a studiare l’insegnamento; il laico che ha preso Rifugio comincia a costruire una cella per i ritiri; il discepolo praticante cuce una cintura per sedersi in meditazione. In altre parole, l’ape non può continuare a volare oltre, perciò bisogna costruire una sorta di nido. Questa è la fase in cui cominciamo a prepararci seriamente alla pratica spirituale. La fase del volo è ormai trascorsa, avete svolazzato abbastanza. È stato tutto meraviglioso, ma non può continuare all’infinito, perché la vita non si ferma e il tempo passa. Comprendete di aver bisogno di una vera trasformazione, perché altrimenti finirà come per la libellula: «Ah, cantavi? Bene davvero. Adesso, dunque, balla!».

Dall’ape alla rondine: dalla ricerca alla creazione delle basi della pratica

Comprendiamo che ora dobbiamo prepararci a una sadhana seria, allo stadio del cervo. Il cervo è colui che, in solitudine, coltiva in sé l’insegnamento. Ma non è possibile passare immediatamente allo stadio del cervo. Bisogna prepararsi, accumulare determinate risorse. Per esempio, se qualcuno intende andare su Marte, non può farlo subito: deve prepararsi seriamente per questa spedizione.

Lo stadio della colomba è proprio lo stadio in cui accumuliamo meriti, attraiamo la shakti e impariamo a eseguire le pratiche fondamentali. In altre parole, ci prepariamo, compiamo i preparativi e gli accumuli necessari per diventare, dopo un certo tempo, un cervo a tutti gli effetti. Se non si fanno questi preparativi, naturalmente non si otterrà nulla. Se volete raggiungere il Polo Nord, dovete procurarvi una buona slitta, dei cani, fare scorta di viveri, munirvi di una mappa, di un navigatore GPS e di molte altre cose. Se non fate questi preparativi, arriverete soltanto fino alla penisola di Kola; lì terminerà il vostro viaggio verso il Polo Nord e non raggiungerete la meta.

Lo stesso accade nella vita spirituale: se volete raggiungere la meta, allo stadio della colomba vi preparate con grande serietà e accuratezza. Avete scelto il sentiero, l’insegnamento, il maestro e il sangha, e ora procedete in profondità, non volate più in lungo e in largo. Questo è già lo stadio del discepolo nel Rifugio, ossia del discepolo legato dal samaya. A questo stadio non si dovrebbero frequentare altri maestri, leggere letteratura estranea oltre il necessario né indossare i simboli di altri insegnamenti. In realtà non c’è nulla di male in questo, ma è importante non disperdersi.

Non si dovrebbero frequentare ritiri e seminari di altre tradizioni, perché in tal caso bisognerebbe ricominciare dall’inizio. Allo stadio dell’ape si può e si deve farlo, ma allo stadio della colomba (del discepolo) sarebbe sbagliato. Se lo fate, nessuno vi giudicherà, ma dovete sapere che allora vi trovate allo stadio dell’ape e non avete il diritto morale di definirvi colomba, tanto meno cervo.

A questo stadio non si dovrebbero neppure analizzare le qualità dei diversi maestri. Finché non avete scelto un maestro, potete analizzarli criticamente, valutarli e pensare: «Questo è adatto a me, mentre questo non lo è. Questo possiede tali qualità, mentre quest’altro ha tali difetti». Ma quando avete già scelto il maestro e preso Rifugio, dovete considerarlo nella visione pura, nel samaya e nel guru yoga, eliminando tutto il resto. I dubbi sono utili allo stadio dell’ape, ma dopo aver preso Rifugio non sono più accettabili: sarebbe peggio per voi stessi.

In quale altro modo si possono confrontare questi due tipi di comportamento? È come un giovane prima e dopo il matrimonio. Se prima del matrimonio va in discoteca e conosce diverse ragazze, gli diranno: «È giusto. Bravo! Hai bisogno di fare esperienza!» Il giovane valuta le ragazze e pensa: «Questa è bella, ma un po’ sciocca. Questa è intelligente, ma non ha un gran fisico. Questa è bella e intelligente, ma non sa cucinare. Quest’altra non possiede nessuna di queste qualità, però ha genitori ricchi. Chi dovrei scegliere?» Lo stadio dell’ape è più o meno la stessa cosa: è il comportamento prima del matrimonio. Il comportamento prima e dopo il matrimonio sono due cose diverse e non vanno confuse. Se dopo il matrimonio un uomo va in discoteca e pensa: «Questa è bella, quest’altra è così e così», sua moglie gli dirà: «Ma come ti comporti?!» Oppure i genitori gli diranno: «Dovevi pensarci e scegliere prima». Dopo il matrimonio è ormai troppo tardi per scegliere: bisogna accettare la propria moglie così com’è e meditare su di lei nella visione pura, altrimenti la vita si trasformerà in un incubo. Analogamente, se scegliete un’automobile, dovete valutare e confrontare le varie automobili prima dell’acquisto. Ma una volta che l’avete comprata, dovete semplicemente salirci e partire.

Dopo aver scelto il sentiero, bisogna accettarlo e andare avanti

Questo non è fanatismo, è un principio di saggezza. La vita è una sola, mentre gli insegnamenti e i maestri sono molti, ma lo scopo della pratica spirituale non è navigare su barche diverse, bensì arrivare a destinazione; non è galleggiare con diversi salvagenti, bensì salvarsi. In altre parole, allo stadio del discepolo non procediamo più in ampiezza, ma in profondità: penetriamo nell’aspetto divino dell’insegnamento.

Gli aspetti manifesto e divino dell’insegnamento

Nell’insegnamento vi sono molti aspetti diversi. C’è l’aspetto manifesto dell’insegnamento, che è visibile. Per esempio, vedete le murti, il maestro, i monaci, i praticanti e ascoltate il Dharma sonoro. Ma c’è anche l’aspetto divino dell’insegnamento, che è non manifesto e invisibile. Ora è difficile vederlo, ma vi assicuro con assoluta certezza che esiste. Per penetrare nell’aspetto divino, nella profondità dell’insegnamento, occorre praticare in modo diverso: non nello stile dell’ape, bensì in quello della colomba, del cervo, del muto, del folle e così via. Nell’aspetto divino dell’insegnamento tutto è un po’ diverso. Per esempio, dal punto di vista dell’aspetto manifesto dell’insegnamento, il maestro siede davanti a voi come un essere umano, mentre dal punto di vista dell’aspetto divino dell’insegnamento, forse il maestro non è un essere umano, ma una divinità seduta su un trono in un palazzo celeste. Anche i monaci non sono esseri umani, bensì divinità che dimorano in una terra pura. Voi stessi siete una divinità in potenza che ancora non è consapevole di sé. Dal punto di vista dell’aspetto divino dell’insegnamento, il Dharma concettuale non è così importante; ciò che conta è la comprensione pura. Per penetrare in questo aspetto divino dell’insegnamento bisogna praticare molto più profondamente. Qui l’approccio dell’ape non funzionerà affatto.

Quando abbiamo già stabilito chi siamo per noi stessi, se siamo api oppure abbiamo già oltrepassato lo stato dell’ape, ciò è molto importante: è una determinata pietra miliare. Ma coloro che non lo sanno rimangono api per tutta la vita. Volano da un fiore all’altro, e poi da quello a un terzo. Alla fine comprendono di essere ormai sazi del nettare superficiale, ma non sanno che cosa fare dopo. E la vita non è infinita. Se vivessimo 10.000 anni, oppure 80.000 anni, o 2.000.000.000 di anni, potremmo svolazzare a nostro piacimento per il primo milione di anni, studiare tutte le tradizioni e formulare un determinato punto di vista. Ma il fatto è che non abbiamo tutto questo tempo. Dobbiamo risolvere per noi stessi tutte queste questioni con maggiore urgenza. Il samsara non è un luogo in cui si possa vivere come gli dèi per 10.000 anni. Il samsara è un luogo simile a una giungla in cui si spara molto tutt’intorno e, quando scende un elicottero, bisogna prendere lo stretto necessario, salirvi rapidamente e volare via; altrimenti un proiettile vagante ci colpirà e allora tutto finirà. Nel samsara non ci si può rilassare. Il samsara sembra interessante e avvincente a chi possiede una coscienza infantile, ma se la vostra coscienza non è più infantile, bensì adulta, allora conoscete bene la sua vera natura. È come la giungla durante la guerra del Vietnam. Quando lo comprendete, vi si rivela la preziosità della nascita umana e, pertanto, in voi si forma facilmente la giusta motivazione.

La preziosità della nascita e l’urgenza di uscire dal samsara

Chi intende divertirsi nel samsara e possiede una mente infantile non tiene conto del fatto che, con il tempo, la sua forza vitale diminuirà e gli organi di senso si indeboliranno, soprattutto se non praticherà. Persino i piaceri che provava a vent’anni non saranno più piaceri a quarant’anni, mentre a sessanta o ottant’anni diventeranno sofferenze. Tutto cambierà. E questa mutevolezza è il fattore fondamentale del samsara. I progetti che una persona aveva in gioventù, vent’anni dopo, cesseranno di essere significativi per lei. Gli obiettivi che si era prefissata in gioventù possono cambiare, se sono obiettivi samsarici, perché in questo mondo tutto è impermanente. Il samsara stesso è un luogo sfavorevole ai piaceri.

I cieli degli dèi e la nascita umana

Se desiderate ottenere piaceri mondani, è meglio recarsi nei cieli di Indra. Sono più adatti a questo scopo. Lì la vita dura più a lungo. Si può vivere, per esempio, 10.000 anni e godere dei piaceri in modo più raffinato. Ma nel corpo umano non si riesce granché a godere neppure dei piaceri mondani.

La preziosa nascita umana e il mondo del samsara, invece, sono propizi alla pratica spirituale e al conseguimento della liberazione, perché qui vi è una certa dose di grossolanità e sofferenza, e la mente si distacca dagli attaccamenti e dai piaceri più facilmente che nel mondo degli dèi. Si ritiene che nel mondo degli dèi sia difficile distaccarsi dagli attaccamenti: sono molto sottili e dilettano i sensi. Il mondo degli dèi assomiglia maggiormente a una realtà virtuale infinita, in cui tutto vi obbedisce, e ne siete talmente assorbiti da non avere tempo per la pratica spirituale.

Ma quando il gioco finisce, il dio Brahma dice: «Ora devi tornare nel mondo degli esseri umani. I tuoi meriti si sono esauriti, perciò devi rinascere di nuovo». Da sette a dieci giorni celesti prima, gli dèi vedono il luogo della loro futura rinascita e, poiché si tratta di un mondo inferiore, ciò li deprime profondamente.

Lo scopo della pratica spirituale è domare la mente

Dopo aver sviluppato la giusta motivazione, possiamo proseguire nella pratica. Lo scopo della pratica spirituale è disciplinare la mente. Non bisogna porsi altri obiettivi finché non si è raggiunta un’autentica padronanza della mente. Per esempio, possiamo pensare: «Voglio ottenere le siddhi», oppure «Voglio conseguire l’immortalità», oppure «Voglio diventare come Brahma, il dio creatore» (nell’insegnamento esiste uno stadio simile). Sono tutti obiettivi molto elevati, ma non possono essere raggiunti finché la mente e l’ego non sono stati domati. Al contrario, quando impariamo a disciplinare la mente, questi obiettivi vengono raggiunti naturalmente.

Esistono cinque qualità favorevoli della mente e cinque sfavorevoli.

Qualità favorevoli della mente:

  • serena

  • forte

  • pura

  • chiara

  • devota

Con tali qualità siamo molto vicini al conseguimento delle esperienze spirituali, per esempio alla realizzazione del corpo illusorio (pranava-deha) e del corpo di saggezza (jnana-deha).

Le cinque qualità favorevoli della mente

Qualità sfavorevoli della mente:

  • inquieta: una mente simile è insoddisfatta o agitata

  • debole e non allenata: quando la volontà è debole, non si riesce a concentrarsi a lungo su qualcosa

  • impura: quando vi sono pochi meriti, sono state create poche impressioni pure e vi è la tendenza a vedere ogni cosa attraverso i klesha (stati oscurati)

  • poco chiara: una mente simile è ottusa, confusa e possiede visioni errate

  • egoista, egocentrica

Se ci mancano le qualità favorevoli della mente, ciò indica che possediamo qualità mentali sfavorevoli; dobbiamo quindi lavorare su di esse, disciplinando e purificando la mente. Se non domiamo la mente e non acquisiamo le sue qualità favorevoli, non potremo raggiungere l’obiettivo: per esempio, non potremo realizzare il corpo illusorio o il corpo immortale di saggezza.

L’importanza di una corretta comprensione

In che modo pratichiamo per raggiungere gli obiettivi prefissati? C’è un proverbio indiano: «Lo sterco secco brucia, mentre quello fresco ride e dice: brucia, brucia! Io non temo il fuoco». Tale comportamento è caratteristico di chi possiede qualità mentali sfavorevoli e non riconosce la realtà dell’impermanenza. Tutti gli esseri viventi sanno che il mondo è impermanente, che prima o poi tutti dovranno morire e che poi vi sarà una vita successiva; tuttavia, per qualche ragione, alcuni cercano di lavorare sulla mente, controllare i desideri e liberarsi dai klesha, mentre altri non lo fanno. Anche quando si parla loro del Dharma, sono simili a quello sterco fresco che dice: «Brucia, brucia! Io non temo il fuoco», ossia immaginano che la cosa non li riguardi. Ma questo è proprio un comportamento immaturo e infantile.

L’allenamento della mente comincia tornando ancora una volta alle quattro consapevolezze, alla comprensione della preziosità del Dharma e dell’importanza della propria scelta. Se tale comprensione è presente, la nostra pratica di allenamento mentale sarà propizia. Esiste l’espressione «maanda bhagyah», che significa «gli sfortunati vivono nell’epoca del Kali Yuga». Noi viviamo ora nell’epoca del Kali Yuga. Si ritiene che nel Kali Yuga nascano gli sfortunati, mentre nel Satya Yuga o nel Dvapara Yuga nascano esseri più fortunati. Perché? Per loro era più facile conseguire le siddhi e raggiungere il samadhi. D’altra parte, per noi è più facile comprendere la preziosità della nascita umana, perché nel Kali Yuga vi sono più limitazioni e sofferenze.

Il Dharma come priorità assoluta: la vittoria sulla nascita e sulla morte

Un giorno Vishvamitra si recò dal re Dasharatha. Il re lo salutò così: «Ebbene, come va? Hai successo nei tuoi sforzi per ottenere la vittoria sulla nascita e sulla morte, o saggio?». Dasharatha, dunque, non gli chiese: «Come sta tua moglie? Come sta tuo suocero? Hai ricevuto molte offerte?». E non gli chiese nemmeno: «Che tempo fa nell’India settentrionale?». Gli domandò ciò che era più importante: «Hai successo nel conseguire la vittoria sulla nascita e sulla morte?».

Quando acquisiamo una tale comprensione, il Dharma diventa per noi la cosa più importante, mentre tutto il resto passa in secondo piano. Quando il Dharma è diventato per voi la cosa più importante, ciò indica che le qualità sfavorevoli della mente cominciano gradualmente a scomparire e quelle favorevoli a nascere.

La pratica spirituale come attività imprenditoriale

La pratica spirituale è simile a un’attività imprenditoriale. Negli affari bisogna investire abilmente il capitale per ottenere un profitto; se invece gestite male la vostra attività, vi attendono la rovina, il fallimento e la crisi. Ma nella vita spirituale è molto importante non andare in bancarotta. Molti pensano che, avendo intrapreso il cammino spirituale, abbiano già risolto un grande compito della propria vita. Da un lato è così. Dall’altro, non basta iniziare a dedicarsi alla pratica spirituale: è importante ottenere risultati. I risultati possono esserci se gestiamo abilmente la nostra attività spirituale. Bisogna cioè investire il proprio capitale spirituale in modo da diventare oligarchi spirituali, miliardari spirituali, spiritualmente ricchi. Ciò significa ottenere i segni della realizzazione spirituale, diventare una divinità, conseguire la realizzazione del corpo illusorio, la realizzazione del corpo di saggezza e la realizzazione dei siddhi.

E qui, proprio come un imprenditore esperto, dovete essere sempre vigili riguardo al processo del vostro Dharma spirituale. Se un imprenditore gestisce male la propria attività, arrivano i predoni aziendali e dicono: «Dai, compriamo noi la tua azienda agricola. E se non vuoi, ti costringeremo con la forza a venderla». Oppure sopraggiunge una crisi, arrivano i creditori e dicono: «Restituisci i prestiti che hai contratto!». L’imprenditore dice: «Non ho profitti. I fornitori mi stanno creando problemi», e loro rispondono: «Non ci interessa. Restituisci ciò che hai preso!». Allora egli vende tutto ciò che aveva e si ritrova pieno di debiti. È un imprenditore incapace, che non percepisce la situazione e non sa lavorare con le persone. È un imprenditore fallito, incapace di prevedere la crisi e di adottare misure aggiuntive per superarla. Nella vita spirituale accade la stessa cosa. Se gestiamo male la nostra vita, invece di conseguire realizzazioni possiamo semplicemente diventare dei falliti spirituali e andare in rovina.

L’egoismo come problema principale

L’egoismo come principale ostacolo della vita spirituale

Che cosa distingue chi gestisce abilmente la propria vita spirituale da chi la gestisce male? Chi possiede una mente allenata e dotata di qualità favorevoli gestisce abilmente la propria vita spirituale e conduce se stesso al raggiungimento della meta. E il problema principale è la mente egocentrica o egoistica. Se altri tipi di mente (per esempio, inquieta, insoddisfatta, agitata, debole, impura o poco chiara) possono essere superati, la qualità più difficile da vincere è l’egocentrismo, l’egoismo.

È molto importante comprendere che la mente egocentrica è fonte di sofferenza. Per esempio, le nostre attuali sofferenze sono la conseguenza degli errori commessi in una vita passata, quando si manifestava la nostra mente egocentrica. Supponiamo che in questa vita siate poveri: ciò significa che nella vita passata, evidentemente, avete rubato o manifestato in qualche altro modo la vostra mente egocentrica, e per questo in questa vita le vostre qualità si manifestano in tal modo. Se in questa vita gli altri vi trattano negativamente o con disprezzo, significa che nelle vite passate vi siete comportati in modo analogo, basandovi su una concezione egoistica, e ora raccogliete le conseguenze di quelle cause. Quando comprendiamo che la mente egocentrica è fonte di sofferenza, ci sforziamo di superare tale egocentrismo.

Allenare le diverse qualità della mente

Naturalmente, esistono diversi tipi di allenamento mentale per coltivare qualità favorevoli. Per esempio, se la vostra mente è debole, anche questo non va bene. Con una mente debole non otterrete nulla. Che cosa significa avere una mente debole? Prendete una decisione e poi la revocate o non riuscite a metterla in pratica; fate una promessa e poi non la mantenete. Se una persona è irresponsabile, dunque, ciò è segno di una mente debole. Può anche essere mossa da buone intenzioni, ma non riesce a portare a termine ciò che ha iniziato. Oppure decidete di praticare, ma al mattino pensate: «Bene, sarebbe meglio dormire ancora un po’». O decidete di restare in ritiro per tre mesi, ma già dopo due settimane pensate: «Beh, forse ho ancora delle cose importanti da fare». Queste sono tutte manifestazioni di diversi tipi di mente debole. Se la vostra mente è forte e la vostra volontà incrollabile, raggiungete i vostri obiettivi sia nella vita materiale sia in quella spirituale. Una mente forte va coltivata mediante la concentrazione, la volontà e il servizio svolto con dedizione. Quando andate contro i vostri sentimenti e il vostro ego, coltivate una mente forte.

La mente impura va educata mediante la pratica della visione pura, esercitandosi nella visione pura. Ogni volta che la mente scivola verso una visione impura, bisogna comprendere che cosa significhi la visione pura e come dimorare in essa. La mente confusa si addestra quando studiamo la filosofia e ci esercitiamo nella contemplazione; allora la falsa visione, la confusione e l'ottusità svaniscono gradualmente. La mente irrequieta viene pacificata mediante la pratica della meditazione e della concentrazione. Ma per lavorare con una mente egocentrica ed egoista bisogna compiere davvero molti sforzi, perché questo è l'aspetto più complesso della mente e il più difficile da educare.

Sette istruzioni per pacificare la mente

La prima qualità favorevole al superamento della mente egocentrica è la seguente: bisogna cercare in sé stessi la causa dei problemi. Per esempio, quando sorgono problemi esterni o determinate difficoltà, molte persone tendono a cercarne la causa negli altri. Cercano dei nemici e affermano che, per qualche motivo, siano proprio questi nemici a ostacolarle. Oppure attribuiscono il problema a una crisi esterna in corso. Ma se volete addestrare la vostra mente ed eliminare l'egocentrismo, dovete comprendere quanto sia importante ricondurre sempre tutto al proprio «io» e cercare sempre in sé stessi la causa dei problemi. Se sapete farlo, siete sulla via che conduce a pacificare il vostro egoismo e a superare l'egocentrismo.

A tal fine esistono sette istruzioni per pacificare la mente:

1. Non criticare gli altri

Se critichiamo gli altri, significa che cerchiamo la causa dei problemi non in noi stessi, ma in qualcosa di esterno.

Non criticare gli altri: cerca la causa in te stesso

2. Servi gli altri più di te stesso

Se provate davvero a seguire alla lettera questa istruzione, vi accorgerete che tutta la vostra concezione della personalità e dell'ego comincia a cambiare. Di solito siamo abituati a servire noi stessi più degli altri, ma questa istruzione dice: «Servi gli altri più di te stesso». All'inizio non capiamo perché dovremmo farlo, dato che non ne ricaviamo alcun vantaggio. Quando serviamo noi stessi, è piacevole e comprensibile. Ma quando serviamo gli altri, non capiamo in che modo ciò possa aiutare noi personalmente. Persino i praticanti pongono spesso questa domanda: «Che cosa ci dà?». Questa stessa domanda contiene già in sé il seme dell'ignoranza.

Il fatto è che, quando abbiamo una mente egoista, siamo noi stessi a limitarci e ci troviamo in una sorta di bozzolo di percezione dualistica. Il bozzolo della percezione dualistica (l'egoismo) non ci permette di procedere verso la liberazione. La liberazione è uno stato completamente al di là dell'ego. È quando non hai la falsa idea «io sono una persona», «io sono il corpo», quando non separi te stesso dagli altri, quando le altre persone diventano parte di te, quando tutta l'umanità diventa parte di te. Se per un santo gli altri e tutta l'umanità diventano parte della sua persona, perché non dovrebbe servire gli altri? Non è così? Può infatti assumersi facilmente la responsabilità per loro. È come assumersi la responsabilità di sé stessi. È come servire sé stessi. Qual è la differenza tra servire questo corpo o un altro, se tu sei sia questo corpo sia gli altri corpi? Quando agiamo in questo modo, superiamo la nostra motivazione egoistica.

Di solito alle persone piace essere servite. Per esempio, la moglie si aspetta che il marito soddisfi i suoi desideri, mentre il marito si aspetta che la moglie soddisfi i suoi desideri e lo serva. Ma quando si incontrano, accade tutto il contrario: ciascuno si aspettava di essere servito dall'altro e di raccogliere i frutti del servizio, ma queste speranze non si realizzano e quindi sorgono sofferenze e conflitti. Ma se fossero motivati a servire l'altro più di sé stessi, tutto ciò non accadrebbe.

E questo accade continuamente. Per esempio, una persona presta servizio in un certo mandala, in una struttura o in un sistema e si aspetta che questa struttura le dia qualcosa, cioè nutre determinate aspettative. Il mandala, invece, si aspetta che la persona gli dia qualcosa e che lo serva. Di conseguenza, la persona è insoddisfatta e il mandala è insoddisfatto. Il dipendente dice: «Mi pagano poco», mentre la dirigenza dell'azienda dice: «È un dipendente incapace! Pretende molto e fa poco». La dirigenza lo licenzia e lui se ne va amareggiato. In altre parole, neppure loro sono riusciti a trovare un accordo, perché ciascuno voleva servire sé stesso.

Servi gli altri più di te stesso

Tuttavia, il principio «servi gli altri più di te stesso» implica l’opposto: non cercate di soddisfare il vostro ego, ma di dare soddisfazione agli altri. Se iniziate ad agire così, tutta la vostra precedente concezione della vita comincerà a cambiare e a crollare, perché tutta la nostra vita passata era orientata a servire soprattutto noi stessi. Vedrete come il vostro vecchio karma inizierà ad abbandonarvi.

Qualcuno potrebbe pensare: «Io servo la mia famiglia e ritengo che in questo modo serva gli altri». Ma anche qui si nasconde un errore, perché l’attaccamento è una forma di egoismo. Quando estendete voi stessi a una o due persone, in realtà questo non vi cambia poi molto. Non vi libera affatto dalla motivazione egoistica.

«Servire gli altri più di se stessi» significa estendere la propria percezione a tutti gli esseri viventi. Significa assumersi una responsabilità molto più grande ed essere pronti a rispettarla. Servire una sola persona, soprattutto se è una persona amata, non è poi così difficile: per esempio, una madre serve con piacere il proprio figlio. Ma è molto più difficile assumersi la responsabilità di servire tutti gli esseri viventi o servire coloro che non vi sono vicini, che non amate, che hanno il vostro stesso status. È un colpo radicale all’egocentrismo e richiede una completa ristrutturazione della mentalità egoistica.

Per esempio, siete seduti in ritiro e uno dei praticanti apre la finestra. Se avete una coscienza egoistica, potreste pensare: «Ma io ho freddo! Come ha potuto farlo?!» Se però vi mettete nei panni dell’altra persona, penserete: «Forse ha caldo. E perché dovrei dare la preferenza a me stesso? Perché non adottare il punto di vista secondo cui l’altra persona dovrebbe stare meglio?» Se agirete sempre così, vedrete come cambia la vostra visione egoistica del mondo. Se invece adottiamo il punto di vista dell’«io», si tratta sempre di una visione egoistica del mondo, e più anni passano, più questo falso punto di vista mette radici.

3. Ama tutti allo stesso modo

Ama tutti allo stesso modo

È molto facile amare coloro che ci amano, ai quali siamo legati e che ci stanno accanto. Ma amare tutti allo stesso modo rappresenta una grande sfida per le nostre convinzioni. Tuttavia, se aspiriamo alla liberazione e al dominio dell’ego, dobbiamo farlo. Quando ne saremo capaci, tutti gli esseri viventi, persino quelli che abbiamo rifiutato, cominceranno a entrare nel campo della nostra coscienza e assumeremo la posizione della coscienza del mandaleshvara di tutta l’umanità. Quando amiamo coloro che sono legati a noi o che ci piacciono, si tratta di qualcosa di molto ristretto; amare tutti allo stesso modo significa includere assolutamente tutti gli esseri viventi nel proprio campo visivo, nel campo della propria sollecitudine. E se tutti gli esseri viventi sono inclusi nel campo della vostra sollecitudine, allora non siete più un comune essere umano.

4. Non offenderti mai

Il risentimento è una forma di oscuramento, una forma di ignoranza che si manifesta quando non comprendiamo il funzionamento della vita e non comprendiamo l’essenza del mondo così com’è. È il risultato di aspettative egoistiche eccessive: quando non vengono soddisfatte, accadono cose del genere.

Ci offendiamo quando non comprendiamo ciò che sta realmente accadendo. Per esempio, ci manca la visione pura, perciò non riusciamo a comprendere che le divinità possono agire attraverso altre persone. Un’altra persona ci dice qualcosa e noi pensiamo: «Come ha potuto dire una cosa simile? Come si permette?!» Ma forse, in quel momento, una divinità è entrata nel corpo di quella persona e ci ha comunicato un’informazione importante. Forse è un segnale che ci dice che dobbiamo cambiare, ma noi vediamo soltanto una comune persona limitata, perciò ignoriamo quel segnale e ce lo lasciamo sfuggire. Invece di reagire alla situazione in modo appropriato, cadiamo nel risentimento, in un tipico stato umano chiuso e limitato.

Una persona dalla mente domata è una persona molto leggera. Non soffre mai ed è sempre felice. Non ha mai alcun problema. Se la mente è domata, che sia inverno o estate, che le cose vadano male o bene, che il cibo sia gustoso oppure no, che vi trattino bene o male, siete sempre felici, perché fate affidamento più sulla consapevolezza interiore che sulle cose esteriori. Che abbiate problemi o meno, siete felici; che il corpo soffra o si senta benissimo, siete felici. Se la vostra mente è domata, non vi offendete con nessuno; ma se la mente non è domata e l’egoismo è forte, siete sempre inclini a cercare negli altri la causa dei vostri problemi.

A volte le persone pensano che la colpa delle loro disgrazie sia, per esempio, del governo. Spesso dicono che il governo non ha fatto questo o non ha dato quello. Questa è la coscienza di uno spirito affamato, di una persona a carico abituata a ricevere sempre qualcosa. Questa è una mente indomita. Se invece una persona ha una mente domata, pensa: «Che m'importa del governo, e che cosa importa al governo di me?! Sono padrone di me stesso e sono capace di crearmi da solo una vita felice». Oppure una persona può sentirsi offesa dagli altri, pensando che gli altri debbano darle qualcosa. Ma se siete autosufficienti e avete una mente domata, come potete sentirvi offesi dagli altri? Potete soltanto dare agli altri. Perché dovreste chiedere o pretendere qualcosa dagli altri, se siete capaci di darvi tutto da soli?

Non offenderti: riconosci la lezione e l'opportunità di cambiare

A volte una persona può sentirsi offesa perfino da Dio, pensando che sia Dio a trattarla ingiustamente. Questa è una particolare forma di mente indomita, tipica delle persone religiose e credenti. Pensano: «Perché Dio è così ingiusto con me? Perché mi ferisce così, perché mi tratta tanto male?» Per esempio, un uomo in America intentò persino una causa contro Dio, appellandosi alla violazione della legge sulla tutela dei diritti dei consumatori. Motivò così la sua causa: «In qualità di consumatore ho pagato i servizi facendo un'offerta in chiesa. In cambio mi sono stati promessi la salvezza, il paradiso e la pace dell'anima, ma la pace dell'anima non è mai arrivata. Se la chiesa è un'istituzione che fornisce servizi e io sono il consumatore che paga tali servizi, allora devo ricevere il prodotto, ma il prodotto non c'è». In tribunale gli spiegarono che non potevano accogliere la causa, poiché il luogo di residenza del convenuto era sconosciuto. Questo, naturalmente, è il caso più assurdo dell'intera storia della giurisprudenza, ma è accaduto davvero.

Quando la vostra mente è domata, non cercate né nemici né problemi all'esterno, non vi offendete per nulla, comprendendo che tutto è racchiuso in voi. Se in qualche ambito non vi siete impegnati abbastanza, è proprio questo che si manifesta. E se volete cambiarlo, dovete semplicemente allenare meglio la mente e lavorare meglio su voi stessi. Né le altre persone né qualsiasi altra cosa c'entrano.

5. Dai di più, pretendi di meno

Questo è un principio molto importante. Soltanto seguendo questo principio potete cambiare completamente il vostro destino sul piano fisico, modificare la vostra situazione materiale o il vostro status sociale. Il vostro destino può prendere una direzione completamente diversa se adottate questo punto di vista come principio guida, perché «dai di più, pretendi di meno» è la posizione di una divinità.

Quando un santo o un rishi, stando su una gamba sola e recitando un mantra, invoca una divinità e lo fa a lungo, praticando l'ascesi, la divinità (per esempio Sarasvati, Brahma o Dattatreya) gli appare davanti e domanda: «Che cosa desideri? Come posso ricompensarti per il tuo tapas? Che cosa posso donarti?» La divinità non dice: «Fammi un'offerta. Dammi qualcosa», perché la divinità è autosufficiente. Possiede tutto, perciò non ha bisogno di nulla e non chiede nulla. Si limita a elargire doni e benedizioni. E quando comprendete questo principio («dai di più, pretendi di meno»), anche voi diventate simili a una divinità e le vostre qualità si sviluppano fino a diventare quelle di una divinità.

Dai di più, pretendi di meno

Quando ci avviciniamo per la prima volta al dharma, non comprendiamo subito questo principio. Ci aspettiamo che con il dharma il nostro rapporto debba essere uguale a quello di quell'uomo con la chiesa: «Ho pagato i servizi, quindi devo ottenere un risultato». Tuttavia, quando ci avviciniamo al dharma, ciò presuppone un cambiamento di mentalità. In altre parole, il dharma funzionerà davvero quando accetteremo questo principio e impareremo a dare di più e a pretendere di meno.

Il rapporto con il dharma e con il maestro è molto diverso dai rapporti ordinari. Se pensiamo: «Ho investito tanto nel dharma, quindi devo ricevere un ritorno sotto forma di profitto», oppure «Se do qualcosa, che cosa ne ricaverò?», o ancora «Ho svolto servizio per un certo periodo, quanti ritiri riceverò in cambio?», si tratta in tutti i casi di approcci sbagliati. Se invece orientiamo la nostra mentalità verso la posizione di «dare di più, pretendere di meno», allora il dharma ci dona davvero tutto ciò che possiede, perché questo stato di colui che dona è sempre la posizione di una divinità che si trova nella dimensione pura, e nella dimensione pura tutto è già presente per definizione.

6. Gioisci di ogni cosa come di una grazia di Dio

Ci accadono cose diverse. Ma se non riconosciamo la fonte di queste cose, le valutiamo e le dividiamo secondo le nostre abitudini. Ed è allora che entra in funzione il nostro pensiero dualistico. Alcune cose ci sono favorevoli, altre non molto. Oscilliamo continuamente tra accettazione e rifiuto. Per noi è naturale gioire di ciò che ci è gradito e rattristarci per ciò che non ci è molto gradito. Ma se ci comportiamo così, è segno che la nostra mente non è pacificata.

Nello stato di pacificazione della mente è possibile gioire di ogni cosa come di una benedizione, come di una manifestazione della grazia. Un santo può percepire come benedizione sia ciò che è favorevole sia ciò che è sfavorevole. Per esempio, vede ciò che è sfavorevole come una forma irata della benedizione. È semplicemente una forma più densa di benedizione.

Gioisci di ogni cosa come della grazia di Dio

Una persona comune considera una benedizione soltanto qualcosa di sublime e sottile, mentre non considera benedizioni le altre cose. Per esempio, da noi, a «Divya Loka», si è verificato un episodio che a prima vista non sembrava molto favorevole: una sauna in legno è andata a fuoco. Tutti si sono rattristati, perché per costruirla era stato profuso molto lavoro. Ma io ho deciso che si trattava sicuramente di una qualche benedizione, perché le saune non bruciano senza motivo. Ho pensato: «Evidentemente è giunto il momento di costruire in questo luogo il complesso templare di Vasishtha». E dopo alcuni anni vedo che è stata davvero una benedizione. Le divinità hanno pensato: «Che senso ha che qui ci sia una sauna, se qui deve sorgere un tempio?». Ora vi sorge uno splendido tempio di Vasishtha e accanto si trova il tempio di Dattatreya. Ma se ora lì ci fosse una sauna, come potrebbero sorgervi i templi?

Spesso non comprendiamo la logica delle divinità. Ciò che sembra sfavorevole può in realtà essere favorevole. Per una mente pacificata tutto è sempre favorevole. Anche quando accadono cose che a prima vista sembrano negative, nella visione pura e in uno stato propizio sono anch’esse una forma di benedizione.

Per esempio, sopraggiunge una crisi mondiale. Molte persone pensano: «È un incubo! Gli imprenditori possono perdere intere fortune». Ma se la percepite come una forma di benedizione, forse è un segnale per l’umanità che si è rilassata troppo, che occorre accumulare più meriti e concentrarsi maggiormente. È possibile che questa crisi porti con sé una grande svolta.

7. Non cercare nemici all’esterno

Quando la visione è impura, spesso le persone cercano nemici esterni, e questi nemici esterni le spronano a essere più disciplinate e raccolte. Le persone dividono rigidamente il mondo tra i propri e gli estranei, ma dal punto di vista della non dualità e della visione pura non esistono nemici esterni. Persino i diversi esseri demoniaci sono manifestazioni chiamate semplicemente ad aiutarci a risolvere determinati compiti karmici e a pacificare la nostra mente. Quando lo comprendiamo e smettiamo di cercare nemici all’esterno, la nostra visione cambia e purifichiamo il karma del mondo degli asura: questo karma semplicemente scompare.

La visione karmica degli asura si basa sul fatto che cerchiamo continuamente nemici. Lo stato di un asura è tale che, se lo guardate con ira, pensa: «Questo è il mio nemico». E se lo guardate sorridendo, pensa: «È un tranello. Adesso sorride, ma nasconde qualcosa dietro la schiena». Se dite qualcosa di piacevole a un asura, pensa che siano soltanto lusinghe e aspetta il momento opportuno per colpire a tradimento. Se invece gli dite apertamente qualcosa criticandolo, pensa: «Questo è sicuramente il mio nemico». In altre parole, lo stato dell’asura è uno stato che cerca sempre l’immagine di un nemico o una qualche energia ostile. Se vi pentite e chiedete perdono a un asura, pensa: «È ipocrisia, lo fa apposta». E se gli tendete una mano per aiutarlo, pensa: «Dopo questo bisogna aspettarsi un colpo». In altri termini, la coscienza dell’asura è una vigilanza continua, ma in una forma distorta: cerca cioè un tranello in ogni cosa e si aspetta continuamente un colpo o una punizione. È la massima chiusura. È un mondo completamente degenerato.

Non cercare nemici all’esterno

Se invece la vostra mente è pacificata, siete estremamente sinceri e aperti. Non vi aspettate né cercate nulla del genere. Non cercate secondi fini, e quindi non ce ne sono. Ma se cercate un secondo fine, siate certi che arriverà da voi, e allora la mente dirà: «Ah! Te l’avevo detto». È proprio così che funziona tutto, perché la coscienza proietta ogni cosa da sé. Se una persona è aperta e non cerca nemici all’esterno, non ne ha; ma se è inquieta, chiusa e cerca secondi fini, questi nemici appariranno sicuramente, perché così operano le leggi della coscienza.

I dieci achara dell’insegnamento

Nell’insegnamento esistono 10 achara. Gli achara sono i principi secondo i quali si sviluppa il nostro insegnamento.

  • Advaitachara significa che seguiamo l’Advaita.

  • Sahajachara significa che seguiamo la via dello stato naturale.

  • Sadachara è il principio della venerazione del Guru, del Dharma e del Sangha.

  • Samayachara è il principio del mantenimento del legame di samaya.

  • Tapachara è il principio del tapas interiore. Non appena intraprendete la via dell’insegnamento, dovete dedicarvi al tapas. Non è necessario farlo come gli antichi rishi, ossia stando su una gamba sola nella foresta e nutrendosi di aria e foglie. Parliamo anzitutto del tapas interiore (antar-tapas), connesso alla consapevolezza.

  • Siddha-svecchachara consiste nel seguire la propria volontà interiore o il proprio cammino interiore.

  • Bhrityachara è il principio della compassione, dell’amore per gli altri e del superamento dell’egoismo. Questo principio è strettamente legato alla pacificazione della mente e al superamento dell’amor proprio. Se nella vostra vita vi lasciate guidare dal principio del bhrityachara, avete grandi probabilità di superare l’egocentrismo, la mente egoista quale fonte di sofferenza.

    Gli achara come fondamento unitario del cammino interiore

È molto importante riflettere ripetutamente sul fatto che la vera fonte della sofferenza è la mente egoista. E questa mente egoista non si arrenderà tanto facilmente. È simile a un ministro infido che ha preso il potere nella città della nostra mente e non lo cederà senza opporre resistenza. Il vero re, ossia il «Sé» superiore, dorme, mentre questo ministro infido trae moltissimi falsi vantaggi dall’egoismo. Occorre applicare diversi metodi per superare una simile mente egoista. Ma quando ci esercitiamo secondo il principio del bhrityachara, questa mente egoista si ritira gradualmente, e allora compaiono i segni della realizzazione.

I quattro segni iniziali della pacificazione della mente

Ieri abbiamo parlato dei quattro segni iniziali della pacificazione della mente.

Primo segno: ovunque vi troviate, vi sentite sempre felici.

Se vi trovate a «Divya Loka», vi sentite felici. Se siete in ritiro, vi sentite ugualmente felici. Se vi trovate a Mosca, vi sentite felici. Se vi trovate in Cina, in America o in Africa, anche lì vi sentite felici. Il vostro fattore di consapevolezza interiore vi permette di essere felici in qualsiasi luogo. Non siete legati alla realtà esterna. Se invece non vi sentite felici ovunque vi troviate, ciò indica che la vostra mente non è ancora pacificata.

Felicità in qualsiasi luogo

Secondo segno: quando mangiate qualsiasi tipo di cibo, vi sentite ugualmente felici.

Per esempio, vi sono persone che, in senso mondano, sono molto esigenti riguardo al cibo. Ordinano piatti molto elaborati e raffinati, e se si offrono loro pietanze semplici, lo considerano un’offesa al proprio gusto. Vi sono praticanti che legano molto strettamente la propria vita spirituale alle diete, e ciò diventa per loro qualcosa di estremamente importante. Se non possono seguirle, si sentono infelici. Ma in realtà, se la vostra mente è pacificata, tutto questo non ha per voi un’importanza sostanziale.

Ho letto che c’era un santo cristiano che mescolava il primo, il secondo e la composta in una sola tazza, per poi bere tutto. Quando gli chiedevano perché mangiasse in un modo così strano, rispondeva: «Perché separare? Perché tanta complessità, se nello stomaco si mescolerà tutto?» Quando prendete tutto questo con tale leggerezza, è un segno che la mente è stata domata.

La felicità non dipende dal cibo

Il terzo segno: siete felici qualunque abito indossiate.

Nel mondo le persone attribuiscono un’importanza enorme all’abbigliamento, soprattutto le donne, ma anche questo è un segno di una mente non domata.

Bhagavan Shri Rajneesh assegnava ai suoi discepoli che avevano ricevuto il neo-sannyasa il compito di indossare ovunque abiti arancioni: al lavoro, in visita, a passeggio, al negozio e così via. E quando alcuni di loro indossavano davvero questi abiti ovunque, la loro vita cambiava completamente. O venivano licenziati, o vivevano esperienze spirituali, oppure il loro egoismo si dissolveva, ma la loro vita cambiava inevitabilmente. C’erano anche persone che non riuscivano a farlo. Dicevano: «Ho ricevuto un messaggio interiore da Bhagavan, nel quale mi ha detto che devo toglierlo» oppure: «Ho avuto la sensazione che sia già ora di toglierlo». Ma in realtà era semplicemente il loro egoismo a opporsi. Per loro era una sfida. Era difficile.

Per esempio, se indossate abiti arancioni e andate in giro per Mosca per due settimane, state certi che la vita di molti di voi cambierà. Ma se fa lo stesso una persona che ha domato la propria mente, non sentirà che la sua vita sia cambiata in qualche modo, perché si è già liberata da tutti questi attaccamenti. Se però aspiriamo a conseguire la liberazione, dobbiamo vedere chiaramente a che cosa siamo attaccati e imparare a esserne liberi. Quando la nostra mente è attaccata alle circostanze esterne, spesso non ce ne accorgiamo, perciò a volte è utile metterci in situazioni in cui questo attaccamento si manifesta.

Libertà e felicità con qualsiasi abito

Il quarto segno: qualunque sia la vostra condizione, siete sempre felici.

Se siete poveri, siete felici; se siete ricchi, siete ugualmente felici. Se siete il capo, siete felici; se siete un subordinato, siete ugualmente felici. Se vi trovate in una situazione favorevole, siete felici; se vi trovate in una situazione sfavorevole, siete ugualmente felici. La vostra felicità non è in alcun modo legata a ciò che è esterno.

Una volta mi proposero di fare un viaggio in un paese esotico. Pensai: «Bene, andrò lì e praticherò la concentrazione sui chakra. Ma vale la pena richiedere il passaporto, il visto e partire per un viaggio, se posso farlo seduto sul mio divano? Sarò felice là e sarò felice qui. Ma ne vale la pena? Allora perché dovrei andarci?»

Felicità in qualsiasi condizione e circostanza

Segni avanzati della realizzazione

Quando ottenete questi segni iniziali della mente domata, ciò significa che state lavorando correttamente con la vostra mente. Ma esistono segni più avanzati: le 24 saggezze discriminanti e i 16 nodi.

Una mente domata permette di superare i 16 nodi dell’ignoranza e di generare 24 tipi di saggezza discriminante. Quando sorgono questi 24 tipi di saggezza discriminante, i 16 nodi dell’ignoranza si sciolgono, e soltanto allora diventiamo una divinità. Se invece questi tipi di ignoranza non vengono sciolti e queste saggezze non vengono generate, rimaniamo in una sorta di stato intermedio. Ne parleremo la prossima volta, perché è un argomento a sé stante.

L’importanza di comprendere l’egoismo come fonte di sofferenza

È importante comprendere che il nostro egoismo è la fonte delle nostre sofferenze. Se continueremo ad attenerci a una motivazione egocentrica e a un punto di vista egocentrico, queste sofferenze torneranno da noi in futuro.

Ora raccogliamo i frutti del nostro karma positivo. Per esempio, possiamo studiare l’insegnamento e disponiamo di condizioni favorevoli. Questo accade perché abbiamo delle impronte lasciate nelle vite passate. Ma se non creeremo nuovamente impronte favorevoli e positive, non si sa quali impronte si manifesteranno.

Quando ci troviamo in uno stato egoistico, creiamo sempre impronte sbagliate, non molto buone. Al contrario, quando ci troviamo in uno stato altruistico, creiamo sempre buone impronte, cause giuste e positive.

L'egoismo crea sofferenza, l'altruismo crea cause benefiche

Se riflettiamo sulle vite future, è molto importante comprendere fin da ora questo principio e accumulare il maggior numero possibile di tali buone impronte. Queste impronte germogliano sotto forma di conseguenze: se c'è una causa, ci sarà anche una conseguenza; se la causa non è stata creata, non ci sarà alcuna conseguenza.

La legge del karma come eco delle nostre azioni

La legge del karma è simile all'eco tra le montagne. In altre parole, il karma è l'eco delle nostre azioni. Se una persona si addentra tra le montagne e grida, per esempio, una parola sgradevole, anche l'eco le restituirà quella stessa parola sgradevole. Non accade che gridiate una brutta parola tra le montagne e in risposta risuoni: «Om Namah Shivaya». Se gridate una brutta parola, in risposta sentite la stessa cosa. Questa è la legge del karma: tale è la causa, tale sarà la conseguenza.

L'accumulazione di meriti consiste nel creare costantemente una lunga catena di buone cause. Bisogna creare moltissime cause di questo genere e farlo ininterrottamente. Se agiamo così, siamo simili alle persone sagge che creano da sé una vita favorevole nel futuro. Se invece non creiamo tali cause, siamo simili ai ragazzini in cortile, per i quali giocare a calcio adesso è bello e poi, dopo di loro, non importa che cosa accada. È molto importante avere un pensiero strategico maturo e creare costantemente soltanto cause positive, poiché grazie a esse costruiamo il tunnel della realtà del nostro futuro.

Il disciplinamento della mente come criterio del progresso spirituale

Un santo dormiva vicino a un tempio. Passò di lì un mendicante ubriaco che, al buio, non vide il santo e gli urinò addosso. Il santo si svegliò, vide ciò che era accaduto, si alzò e disse: «Guarda, ego, che cosa ti meriti!», dopodiché se ne andò come se nulla fosse successo. Questo è l'atteggiamento di una persona che ha disciplinato la propria mente e si è liberata dall'egoismo. Ma provate a mettervi al posto di quest'uomo. Quale sarebbe stata la vostra reazione? Sareste riusciti ad agire come quel santo? Se ne siete capaci, significa che la vostra mente è disciplinata.

Una mente indisciplinata si trova costantemente in stati oscurati e dualistici. A volte si attacca, si adira, prova invidia, odia o brama qualcosa. Quando ci troviamo in simili stati, è segno che la nostra mente è tutt'altro che disciplinata: è come se fosse diventata dipendente dal samsara e si fosse ammalata della malattia della vita samsarica. Se proviamo queste cose, siamo individui dipendenti dal samsara e dobbiamo essere curati. Il guru è simile a un medico, i monaci sono infermieri e assistenti, il monastero è un ospedale, una struttura di degenza, mentre il luogo in cui stiamo tenendo il seminario è un presidio medico itinerante. Bisogna semplicemente assumere le medicine in tempo. Ma non tutto dipende dal guru. Il suo contributo rappresenta soltanto il 50%, mentre l'altro 50% dipende dal discepolo, dalla misura in cui il paziente stesso desidera guarire.

Il disciplinamento della mente si verifica attraverso le reazioni spontanee e l'impegno personale

Se la nostra mente si adira, si attacca, prova invidia, odia e brama, allora sono evidenti tutti i segni di una forte dipendenza samsarica. Per esempio, esiste la dipendenza da Internet. È già stato riconosciuto che esiste una malattia del genere, per cui le persone si immergono nella realtà virtuale dimenticandosi di questo mondo. Le loro famiglie e le loro attività vanno in rovina, mentre loro giocano a qualche gioco, per esempio Over Quest, nel quale sono immersi due milioni di persone in tutto il mondo. Esiste la dipendenza dalle droghe. Ma tutte queste sono dipendenze particolari, mentre esiste una grande maha-dipendenza: la dipendenza dal samsara. In altre parole, dipendiamo fortemente dal samsara.

Comprendere la natura del mondo e della liberazione

Qualcuno potrebbe pensare: «Ma se tutti gli esseri umani si liberassero dal samsara, nessuno vivrebbe più qui né avrebbe figli, e allora la Terra si spopolerebbe». Ma bisogna guardare la questione in modo diverso. L'insegnamento ha un proprio punto di vista. Se pensiamo che la Terra, il mondo degli esseri umani, sia un mondo meraviglioso, ci sbagliamo. Dal punto di vista dei santi, la Terra è simile a un ospedale, a una prigione o a un luogo in cui si patiscono sofferenze. È forse un male se la prigione si svuota? È forse un male se gli ospedali si svuotano e i medici rimangono senza lavoro? Ma anche se tutti gli esseri umani si trasferissero nelle terre pure, nello Svarga-loka, il livello evolutivo dello sviluppo verrebbe raccolto dalle scimmie, dagli orsi, dai lupi e dai delfini.

In realtà, la Terra non si svuoterà mai, perché ha i propri mandaleshvara, dèi e protettori. Essi vegliano sulla crescita evolutiva degli esseri. Quando alcuni si elevano, altri prendono il loro posto. Verranno ratti intelligenti, insetti intelligenti dotati di una mente collettiva, lupi, orsi, delfini e mammiferi vicini agli esseri umani per lo sviluppo del cervello; raccoglieranno il testimone dell’evoluzione e continueranno a svilupparsi, mentre gli esseri umani passeranno nelle terre pure. Non ci sarà nulla di male in questo. Ma bisogna comprendere che la Terra non è né il paradiso né il mondo della liberazione. La Terra è un terreno di prova per purificare il karma di determinati esseri; è simile a una prigione, a un ospedale o alle classi elementari. Non è un luogo in cui valga la pena stabilirsi seriamente. Anche i santi vengono in questo luogo. È come quando una persona appartenente a un’organizzazione non governativa per i diritti umani visita una prigione per vedere in quali condizioni si trovano i detenuti e difenderne i diritti. Un medico può venire a informarsi sulle condizioni di salute dei malati, ma i medici stessi non vivono negli ospedali. Neppure il direttore della prigione vive nella prigione, perché sa che cos’è una prigione. E chi vive in prigione? Gli stolti che non sono riusciti a rispettare la legge, che non controllano la propria mente. E chi vive in ospedale? Le persone malate, il cui compito è guarire il più rapidamente possibile.

La liberazione non significa che dobbiamo sbarazzarci di questa Terra e volare da qualche parte nei cieli. In definitiva, bisogna comprendere che, nella visione pura, la Terra è già il paradiso, è già lo stesso Brahman Assoluto. Non si tratta tanto di una questione esteriore, quanto della scoperta della natura della Mente, della scoperta dentro di sé della visione pura.

Separazione della coscienza dalla mente

Che cosa accade quando la nostra mente non è pacificata, si adira, si attacca? Confondiamo la nostra coscienza essenziale con la mente. Per esempio, la mente si adira e noi pensiamo di essere noi ad adirarci; e poiché ci adiriamo, sperimentiamo le conseguenze karmiche. Oppure la mente si attacca e noi pensiamo: «Sono io ad essermi attaccato», e allora sperimentiamo le conseguenze karmiche.

La pacificazione della mente comincia quando ci separiamo dalla mente, quando riusciamo a entrare nello stato di testimone (sakshi), di osservatore interiore, e pratichiamo il drashta yoga. La mente si adira, ma noi non ci adiriamo: rimaniamo semplicemente in uno stato privo di giudizio. La mente vuole attaccarsi, ma noi non ci attacchiamo. La mente prova invidia, odia o tenta di farlo, ma noi restiamo in disparte, senza formulare valutazioni né giudizi, dimorando semplicemente nella consapevolezza naturale. Se agiamo in questo modo, tutte le nostre emozioni si liberano naturalmente. Quando ciò accade, è segno che la mente si sta gradualmente pacificando e che voi, come yogin, state progredendo.

La coscienza testimone rimane libera dai movimenti della mente

Il vero criterio del progresso spirituale

Il progresso non consiste nel tempo che riuscite a trascorrere seduti in padmasana, nella durata della ritenzione del respiro o nel dhyana che avete raggiunto. Il progresso nella vita spirituale è determinato anzitutto dal grado in cui avete pacificato o non pacificato la vostra mente. Per esempio, una persona può avere delle visioni, persino di esseri divini, ma ciò non costituisce un progresso. Se la sua mente non è pacificata, queste visioni non hanno grande valore, poiché sotto le sembianze di esseri divini possono presentarsi anche demoni e spiriti. Essi possono assumere qualunque aspetto.

Per esempio, quando Lakshmi praticava il tapas e desiderava ottenere Vishnu come sposo, il dio Indra le apparve sotto le sembianze di Vishnu. Poiché Indra può assumere qualunque aspetto, prese le sembianze di Vishnu con la mazza, il chakra, la corona e gli altri attributi, e disse: «Io sono il tuo Signore. Sono pronto a diventare il tuo sposo». Allora Lakshmi disse: «O Signore Vishnu! Mostrami la tua forma trascendente e infinita». Indra non riuscì a farlo e si ritirò pieno di vergogna. Lakshmi continuò quindi a praticare il tapas, attendendo Vishnu come sposo. Anche molti altri dèi assunsero le sembianze di Vishnu, ma lei li mise tutti alla prova nello stesso modo. Soltanto quando Vishnu stesso venne e le mostrò la propria essenza infinita, ella lo accettò come suo signore.

Allo stesso modo, anche noi possiamo avere diverse esperienze lungo il cammino spirituale, ma tutte queste esperienze potrebbero non essere poi così importanti. La cosa principale è fino a che punto abbiamo pacificato la nostra mente. È come una sorta di pietra di paragone che mostra se avete davvero compiuto progressi oppure se il vostro progresso non è molto grande.

Un uomo rinunciò al mondo, divenne un sannyasi e, dopo dodici anni, era già piuttosto conosciuto e persino impartiva insegnamenti agli altri. Un suo amico, che lo conosceva fin dall’infanzia, decise di metterlo alla prova. Venne da lui e disse:

– Oh! Vedo che sei diventato un grande sannyasin. Sai così tanto del Dharma, mentre io sono solo un semplice laico. E vorrei sapere su cosa impartisci insegnamenti.

Quel sannyasin rispose:

– Impartisco insegnamenti sulla pazienza.

Quell’uomo domandò di nuovo:

– Su cosa impartisci insegnamenti?

Il sannyasin ripeté:

– Sulla pazienza.

L’uomo domandò per la terza volta:

– Non credo di aver capito. Allora, su cosa impartisci insegnamenti?

Il sannyasin ormai ruggì letteralmente:

– Idiota! Impartisco insegnamenti sulla pazienza! Non hai capito?

Allora quell’uomo disse:

– Sì, sì, ora ho capito quali insegnamenti impartisci.

La vera pazienza si rivela nel momento della prova

Consapevolezza naturale e mente domata

Il nostro ego può spesso ingannarci e indurci nell’illusione. Possiamo pensare di aver raggiunto l’illuminazione, di essere grandi sadhu o grandi yogi. Abbiamo trascorso sei mesi in ritiro oppure abbiamo visto uno spirito affamato nel mondo astrale e abbiamo pensato: «Sono un grande yogi». Come verificare se si tratta di un’illusione oppure no? Bisogna verificare se la propria mente è domata; tutto il resto non ha alcuna importanza. Potete vedere chiunque, le vostre energie possono muoversi, ma il vero criterio del vostro progresso spirituale è il dominio della mente. Lo si può comprendere veramente quando, in una situazione quotidiana, agite senza attaccamento, quando siete felici sempre e ovunque, quando siete leggeri e non perdete mai la consapevolezza naturale.

È impossibile essere infelici se si possiede la consapevolezza naturale. Se mantenete lo stato naturale, la felicità vi segue sempre, in qualunque situazione vi troviate. Una mente domata e la permanenza nel sahaja-sthiti (la consapevolezza naturale stabile) sono la stessa cosa. Questo è il criterio più importante.

Spesso, per molti, la consapevolezza naturale è ancora un concetto vago e inafferrabile. Possono pensare: «È difficile dire se mi trovo o meno nella consapevolezza naturale. Chi può capirlo?» oppure: «Naturalmente mi trovo nella consapevolezza naturale. Non ne sono mai uscito». Se hanno ricevuto abbastanza a lungo gli insegnamenti dei maestri sulla consapevolezza naturale, ascoltato lezioni e letto libri, può sorgere in loro l’illusione: «Dimoro nella consapevolezza naturale. Mi trovo nella coscienza non concettuale, nella non-dualità. Dimoro nel rilassamento e nel lasciar andare». Ma poi la loro ragazza dice: «Ti lascio». Si indignano: «Come? Dove vai?» E, per qualche motivo, tutta la loro consapevolezza naturale svanisce. Questo, naturalmente, non può essere definito dominio della mente, perché nella consapevolezza naturale la mente è sempre immersa nella Sorgente, è completamente consacrata alla Sorgente e non ha più bisogno di nulla di esterno. Questo è il segno del trovarsi nel corretto stato naturale.

La consapevolezza naturale rimane stabile quando vengono meno i sostegni esterni

Oggi molti praticanti amano dire di trovarsi nella consapevolezza naturale. Poiché la consapevolezza naturale non può essere né definita né verificata in alcun modo, è molto facile smarrirsi e scambiare un’esperienza non autentica per una vera. Ma una mente domata è un criterio infallibile che vi mostrerà con certezza in quale consapevolezza vi trovate.

Visione pura
Consapevolezza
Ego
Legge del karma
Pacificazione della mente
Comportamento dell'ape
Giusta motivazione
Comportamento del cervo
Stadio della “colomba”
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