Commento al testo «Chaturashiti-siddha-pravritti». Champaka
Il paese di Champaka ricevette il suo nome da un fiore. Il principe che vi viveva non mancava né di mezzi né di piaceri. Era così attaccato ai piaceri e così prigioniero del proprio orgoglio da non pensare affatto alle conseguenze. Nel suo giardino c’era una casa costruita, o meglio abilmente fatta crescere, con fiori viventi di champaka. Ed era lì che viveva.
Un giorno nel giardino comparve uno yogin. Vedendo un ospite così inatteso, il principe lo invitò cortesemente in casa, gli lavò personalmente i piedi e lo fece accomodare comodamente. E dopo cena, quando questi, come d’abitudine, cominciò a predicare, il principe radunò un gran numero di persone del seguito per rendergli omaggio. Poi il principe disse:
– Yogin, avete attraversato molti paesi. Avete mai visto da qualche parte fiori come questi?
Lo yogin guardò la parete di fiori davanti a sé e scosse la testa:
– Sì, questi fiori sono più belli dell’uomo. E hanno un profumo migliore. Forse colui che ha creato questa casa è un genio, e il vostro regno è più bello di tutto ciò che lo circonda. Ma quando morite, dovete andare senza tutto questo.
Qualcosa in queste parole sconvolse il principe, ed egli chiese istruzioni. Lo yogin gli parlò del karma, della causa e dell’effetto, spiegò le pratiche di sviluppo e di completamento. Ma i pensieri di Champaka erano già tornati ai fiori, e le meditazioni non lo affascinavano. Allora lo yogin scelse istruzioni adatte a ciò che occupava il principe:
– Tutto ciò che appare è straordinariamente vuoto. Questo è il mio fiore per te. Nei tuoi sensi e nella tua coscienza è stato creato il terreno. Concentrati sull’unica natura dei tre fiumi di puro nettare, e verrà la grande beatitudine. Queste sono le parole di Vajradhara per te, custodiscile.
Il principe meditò per dodici anni e, comprendendo che la percezione, l’esperienza e la vera natura della Mente sono una cosa sola, raggiunse il siddhi. Divenne molto famoso con il nome di Champaka. Spiegò il Dharma alla sua compagna e a molte persone che si radunavano intorno a loro. Nel suo corpo Champaka se ne andò nella Chiara Luce.
Grazie alla pratica delle istruzioni corrette potete fare di tutta la vostra vita una sadhana ininterrotta. Il Laya yoga non consiste soltanto nella concentrazione o nella meditazione seduta, sebbene ciò sia necessario. Nel cammino della contemplazione deve essere integrato tutto: il modo in cui camminiamo, mangiamo, laviamo i piatti, ci vestiamo, andiamo in bagno, apriamo e chiudiamo la porta, ci inchiniamo, cantiamo davanti all’altare, svolgiamo il lavoro: tutto questo è pratica del più alto ordine. Per un maestro esperto della contemplazione tutte queste cose sono inseparabili, perciò si dice che egli pratichi lo yoga della non-meditazione, cioè, avendo imparato a meditare, entra nel cammino al di là della meditazione, nel cammino del dimorare nella visione della non-dualità.
Dapprima apriamo tale visione attraverso l’insegnamento e la meditazione, e poi la mescoliamo con la vita quotidiana. Svegliandovi al mattino, dovete ricordare la visione, se l’avete dimenticata durante la notte. Un buon praticante vive in modo tale che di notte non dimentica la visione. Se invece l’avete dimenticata, al mattino la ricordate subito con il primo aprirsi degli occhi. Durante il giorno vi richiamate alla visione, e prima di dormire la approfondite con la pratica dello yoga della Luce. In questo modo, l’intero ciclo del giorno e della notte dello yogin è chiuso, egli si trova in una contemplazione corretta ininterrotta. Se dubitate su dove dirigere la vostra mente, guardate semplicemente le istruzioni o chiedete istruzioni.
Nel vero yogin il cuore canta di gioia, perché se siete contemplativi non potete non gioire. Essere abbattuti è la malattia della separazione dal centro dell’Essere. Il centro dell’Essere in sé, che contempliamo, è la fonte della gioia. Essere confusi, insicuri, dubbiosi, abbattuti, sconvolti, perplessi: tutti questi sono segni di lontananza dal centro e di uscita verso la periferia. Essere pacificati, profondi, spontanei, gioiosi, chiari e leggeri è il segno del contatto con questo centro. Dal modo in cui diventate sempre più leggeri e profondamente consapevoli potete analizzare quanto vi avvicinate al centro universale dell’Essere.

Diventare così leggeri significa non solo meditare e concentrare la mente, sebbene ciò sia necessario; significa anche svuotarsi, lasciare andare, aprirsi alla Sorgente originaria che supera ogni cosa, riconoscere il proprio grande «Io», riconoscere che non sei una micro-creatura, ma una mega-creatura che abbraccia tutto ciò che esiste. Riconoscendo che non sei micro, ma mega, puoi rilassarti. Se sei mega, non hai problemi, abbracci tutto ciò che esiste, semplicemente gioisci della tua grande scoperta e continui a dimorarvi. Tutti quei piccoli problemini terreni, condizionati dal nome e dalla forma, per te ora non sono più che un granello di polvere.


