Anugraha come in risposta alla sincera apertura dell’anima
1º aprile 2014
Anugraha giunge in risposta alla sincera apertura dell’anima e la trasforma. Sattva come capacità di ascoltare l’universo. Commento al testo di Ramalinga Swamigal «Canto della grazia divina».
«O voi, uomini e donne, che vi osteggiate nelle vostre dispute, ascoltate una sola parola prima che il sole della vostra vita tramonti. Pensate a Dio, pregate Lui, il Signore che danza nel cuore dell’universo della grazia. Non nascondete alcuna azione malvagia né alcuna parola malvagia e, in verità, il Signore vi salverà. Potrei forse mentire?»
La struttura della coscienza e l’influenza del karma sulla memoria
In noi esiste la mente, manas: manas analizza le impressioni e le seleziona, prende decisioni immediate. Vi è l’intelletto, buddhi, che valuta, soppesa le impressioni, elabora valori e priorità, prende decisioni strategiche. Vi è chitta, la memoria, che conserva tutte le impressioni accumulate in precedenza. Si ritiene che il collegamento tra la memoria e la mente sia assicurato dal pianeta Mercurio, che è quindi responsabile del funzionamento di questa memoria, dell’analisi delle informazioni, della formulazione di conclusioni, del pensiero logico e della creazione di collegamenti.
Per esempio, se una persona pecca molto e compie molte cattive azioni, ciò può portarla a perdere la memoria. Perché? Perché le azioni negative le causano sofferenza quando le ricorda. Sorge allora in lei la tendenza a dimenticarle, a non ricordarle. Ordina alla propria coscienza di non accedere alla memoria, di non accedere a chitta. In questo caso dimentica le proprie vite passate e, quando si incarna, subisce uno shock, perché è lei stessa a non volerle ricordare.
Al contrario, se una persona agisce in modo sattvico, in unità con il divino, possiede una grande viveka, una grande chiarezza; è consapevole di tutto ciò che si trova nel flusso della coscienza, in chitta, e può ricordare o rievocare le vite passate.

Man mano che ci purifichiamo, man mano che cominciamo a purificarci e ad agire nel sattva, tutto ciò che abbiamo accumulato in precedenza diventa accessibile. È come se venissero decompressi i file della memoria: le incarnazioni passate, le diverse informazioni accumulate, tutto ciò che appartiene a questa vita. Ma la condizione, dice Ramalinga, è che non dobbiate nascondere nulla al divino. Dovete affidarvi completamente al divino dentro di voi, aprirvi a esso e presentargli tutti i pensieri, gli atti e le azioni accumulati in precedenza, affinché vengano illuminati dalla luce divina e tutto ciò sia trasposto in un altro stato.
Le paure dell’ego di fronte alla luce divina
Ma in realtà l’ego ne ha paura, l’ego ha la propria posizione e teme di esporre tutto questo alla luce divina. Si sente troppo insignificante, troppo meschino, troppo sporco di fronte al divino. E il ragionamento dell’ego è più o meno questo: «Se la luce divina mi tocca, che cosa rimarrà di me? Non sono degno di stare al suo cospetto e me ne vergogno, perché davanti alla luce divina tutto verrà immediatamente scoperto». Questo accade perché nell’ego vi è una forte separazione: da una parte la luce divina e dall’altra io. Io sono io, e il divino è il divino. L’ego non comprende l’advaita, non capisce di essere anch’esso una parte del Brahman. È come quando, durante la vita, separiamo noi stessi dagli altri e pensiamo bene di noi, mentre degli altri pensiamo: «È una persona cattiva; io sono una persona giusta, mentre lui è nel torto». Anche questa è dvaita, anche questa è separazione.
Allo stesso modo, anche dentro di sé l’ego ama dividere: secondo la sua concezione, il divino e certi condizionamenti, klesha e percezioni non possono essere uniti, sono incompatibili. Ma Ramalinga afferma che questa incompatibilità deve essere eliminata, che non bisogna avere paura e occorre consegnare tutto al divino, affidarsi al divino in ogni cosa, essere assolutamente sinceri dinanzi al divino, non nascondere né trattenere nulla, fidarsi completamente del divino. Perché l’abbandono al divino, una simile disposizione, comincia immediatamente a trasformarci. Non appena assumiamo questa disposizione, iniziano i processi di trasformazione. Ma l’ego teme questa trasformazione. In esso sorge subito la domanda: «E che cosa ne sarà di me?»
E qui è molto importante lasciarsi guidare dalle sacre scritture. «Non accadrà nulla di male, accadrà soltanto il bene, perché da Dio può provenire soltanto il bene, poiché Dio, Brahman, l’Assoluto, è il bene più profondo: sat, chit, ananda, l’esistenza perfetta e purissima, la pura coscienza che conosce se stessa e la beatitudine onnipervadente». E inoltre shivam, satyam, sundaram: il bene assoluto, la verità assoluta, la bellezza assoluta.
Anugraha come risposta alla sincerità

Quando non abbiamo paura di presentarci davanti a Dio, davanti al Divino, con totale sincerità e non temiamo il flusso di risposta, questo flusso è garantito: è sempre presente, è una proprietà del Divino, e noi lo chiamiamo Anugraha. Una simile sincerità diventa già di per sé una trasformazione. Accade che una persona non abbia vissuto alcuna trasformazione per decine di anni, ma quando comprende questo principio e diventa sincera davanti a Dio nella propria anima, tale trasformazione comincia ad avvenire. E all’improvviso vede che le paure del suo ego erano false, infondate; semplicemente, l’ego si era profondamente radicato nella propria posizione e non sa nemmeno perché vi si sia radicato: ha adottato un determinato punto di vista, e quel punto di vista era limitato ed erroneo.
Proprio per questo, quando una persona è vincolata dal proprio ego, non ha accesso al suo vero «io». Ciò significa che non ha accesso al proprio potenziale, alle proprie risorse, né al grande universo. È come qualcosa di angusto, di incapsulato.
L’incapsulamento dell’ego e la perdita del contatto con la realtà

Quando una persona vive nello stato dell’ego, è come se vivesse dietro una cortina di ferro, nella propria realtà immaginaria; non percepisce l’universo, non percepisce le connessioni universali, non percepisce gli altri, è troppo concentrata su se stessa. È radicata in se stessa, ma non conosce nient’altro; non comprende le sottigliezze del tempo, non vede il mondo degli dèi; anzi, quali dèi, se non riesce nemmeno a comprendere la persona che le sta accanto, né a trovare un accordo con lei. Accanto a lei c’è una persona, in piedi o seduta, ma per lei è un alieno: non comprende secondo quali principi viva quella persona, non comprende che cosa la animi, né come si possano costruire rapporti con lei. Prova a costruire un rapporto ed ecco che scoppia un conflitto; ci riprova, e di nuovo nasce un conflitto. Allora pensa: «Ma che succede? È una cattiva persona; io sono buono, mentre questa è una persona in qualche modo anormale». Ma la causa non è questa: la causa risiede proprio nell’incapsulamento della coscienza. E l’altro pensa esattamente allo stesso modo, si trova esattamente nella stessa posizione: anche lui è incapsulato dentro di sé e pensa: «Io ho ragione, io sono buono. È lui a essere in qualche modo diverso, non riesco a trovare un linguaggio comune con lui».
Ma la causa è sempre proprio questo ego che ha perso il contatto con la realtà. E non appena la luce della misericordia divina tocca l’ego, quando esso si presenta con totale sincerità, all’improvviso i confini dell’ego cominciano a spezzarsi e ad ampliarsi. È un processo complesso, simile alla nascita di un bambino. Bisogna essere molto attenti e aiutare questo bambino. Ma è un processo positivo, perché ristabilisce la giustizia originaria, quando l’anima instaura legami con l’infinito. I valori cambiano, i punti di riferimento mutano, come se un velo cadesse dagli occhi.
Ma qui deve esserci una condizione: la completa sincerità. Se non siamo sinceri davanti a Dio, non possiamo nemmeno essere aperti e sinceri davanti al mondo, all’universo, al creato e agli altri esseri umani. Continuiamo sempre a separarci e a isolarci. E se ci separiamo dagli altri, non riusciremo mai a comprenderli. Che cosa ci resta allora? Invece di comprenderli, ci resta soltanto creare immagini degli altri: buono-cattivo, intelligente-stupido, bello-brutto. Creiamo almeno qualche punto di riferimento per poterli definire in qualche modo per noi stessi. E costruiamo i rapporti in base a questo. Ma quando tale incapsulamento scompare, comprendiamo che in realtà siamo tutti una cosa sola e che tutti viviamo sulla base del principio divino dentro di noi. Siamo tutti un’unica Coscienza. E questa separazione scompare.
Quando sappiamo di essere tutti una cosa sola, quali gravi contraddizioni possono esserci? Non posso certo essere in collera con me stesso, offendermi con me stesso o avere pensieri impuri su di me: è impossibile. Posso soltanto amare me stesso; poiché siamo tutti una cosa sola, posso soltanto amare tutti, posso soltanto provare compassione per gli altri.
La consapevolezza dell’unità di tutta l’umanità

«Potrei forse mentire? Mai, mai dirò il falso, perché voi siete i miei parenti e amici, noi abbiamo lo stesso sangue».
Ramalinga visse in India nel XIX secolo, noi viviamo nel XXI secolo, in Russia, e lui dice: «Siamo un’unica famiglia». Perché lo dice? Perché ha realizzato questo livello di unità. Per lui non esiste una simile separazione: persino le persone del futuro sono suoi familiari, così come le persone di un’altra nazione, di altro sangue, cultura o lingua: tutti fanno parte della stessa famiglia. E il principio della realizzazione del divino dentro di sé, il principio dell’illuminazione, conduce sempre alla comprensione che tutta l’umanità è un’unica grande famiglia. Naturalmente, alcune sue parti possono essere in errore, altre possono persino essere ostili. Ma voi comprendete comunque questo fatto. Non esistono persone illuminate o che abbiano realizzato Dio che non siano consapevoli di questo fatto, perché l’illuminazione e la consapevolezza del divino significano vedere il divino dentro ciascuno e rispettarlo.
Ma finché non c’è illuminazione, che cosa accade? Non vediamo il divino; e che cosa vediamo? Vediamo il corpo, l’intelletto, la personalità, il carattere, il modo di camminare, i vestiti, e così ci formiamo una sorta di falsa idea degli altri e formuliamo i nostri giudizi partendo da questo. Perciò i nostri giudizi sono sempre errati, se li fondiamo su simili rappresentazioni.
Il contatto con il divino e l’acquisizione delle qualità della sattva
«Voi e io siamo dello stesso sangue, e perciò tutto ciò che desidero è condividere con voi il vero bene. Ahimè, uomini e donne del mondo, comprendete la vera essenza di ciò che ho vissuto: il sonno, il dolore, la paura e tutti gli ostacoli sono scomparsi per sempre. Il male, la disperazione, l’illusione, l’ignoranza e l’oscurità si sono spaventati e mi hanno abbandonato per sempre. La prosperità divina, la grazia divina, l’intelligenza divina, l’amore divino, il corpo divino immortale, la beatitudine divina e il coraggio divino sono giunti per dimorare in me in tutta la loro pienezza».
Nel momento di una simile resa di sé, di una presenza così sincera dinanzi a Dio, avviene il contatto con il divino; e il contatto anche con la più piccola particella del divino comincia a trasformare l’anima, che gradualmente inizia ad acquisire le stesse qualità. Perciò il contatto con il divino, da un lato, è un crollo per l’ego. L’ego entra in contatto con una forza infinita, con l’energia universale, e sente di non essere il re, di non essere la cosa più importante, di non essere il sovrano; comprende che gli spetta, come minimo, il secondo posto, ma mai il primo.
Dall’altro lato, però, ogni anima scopre in sé il potenziale di un altro livello, la possibilità di una visione di un altro livello; comprende che il crollo dell’ego è un fatto molto positivo, molto benefico. È come gettare a terra un pesante zaino, e nell’anima cominciano a fiorire qualità meravigliose: la compassione, la visione pura, la saggezza intuitiva, la flessibilità priva di attaccamento. In altre parole, la meditazione e la contemplazione non vi renderanno mai più stupidi, non dovrebbero mai rendervi meno capaci. La contemplazione e la resa di sé vi rendono sempre più magnanimi, più flessibili, più tolleranti. Se passano gli anni e una persona pratica, ma la sua tolleranza diminuisce, significa che qualcosa non va; oppure, se la visione pura non aumenta, significa ugualmente che si è mancato il bersaglio.
La sattva come capacità di ascoltare l’universo

La compassione, l’amore e la tolleranza sono tutte qualità della sattva. La sattva deve aumentare: il silenzio, la chiarezza, la calma, la serenità. La sattva è il guna della bontà, indipendentemente dall’astrologia e dal karma. Nella sattva una persona è capace di ascoltare gli altri e non si limita ad ascoltarli, ma li sente davvero. Nel rajas, invece, una persona può ascoltare gli altri, ma solo se ciò le conviene, e comunque non a lungo. Quando la cosa si protrae troppo o tocca il suo ego, smette di ascoltare gli altri. Nel tamas una persona non vuole affatto ascoltare gli altri, perché vuole ascoltare soltanto se stessa. E quando una persona si trova nel tamas e ascolta soltanto se stessa, è inadeguata, percepisce il mondo e l’universo in modo inadeguato. Da ciò derivano le sofferenze: non comprendi come è organizzata la vita, come è organizzato il mondo, non comprendi neppure come è organizzato il sangha. Nel rajas si mescola l’egoismo e sono sempre presenti la rivalità e il desiderio di affermarsi. Anche questo è uno stato sfavorevole per vivere nell’universo, è come un velo davanti agli occhi.
Ma nella sattva ti trovi veramente nel silenzio, nella calma, e ascolti. Non vuoi più che siano gli altri ad ascoltare te; ormai, con umiltà, ascolti l’universo, non soltanto le altre persone: ascolti ogni cosa. Per esempio, al mattino volano le cavallette, gli uccelli cantano e tu li ascolti, sei capace di sentirli. Senti la musica durante il bhajan-mandala. E quando senti la musica, i canali vibrano in modo diverso, i prana si muovono diversamente. Un’altra persona parla e tu non la interrompi, non cerchi di imporle la tua opinione. Cerchi di capire che cosa vuole dire, quale sia il suo stato d’animo.
Sattva è la capacità di ascoltare l’universo; per esempio, i pianeti entrano in determinate configurazioni e tu ne ascolti l’influenza planetaria. Quando il sole e la luna irradiano la loro energia, tu ne percepisci i ritmi e comprendi che andare a letto presto e alzarsi presto è un bene, che è bene muoversi in armonia con il sole e la luna. Non ascoltare il sole e la luna e andare contro i ritmi dell’universo e del cosmo non è molto salutare per il corpo. Tu ascolti il corpo, e il corpo ti manda dei segnali. Se percepisci i suoi segnali, modifichi la tua alimentazione, oppure cominci a praticare il pranayama, o cambi stile di vita; ma se il corpo manda segnali e tu non li ascolti, perché sei preso da qualcosa di tuo e non hai tempo per il corpo, esso continua comunque a mandarteli finché quel segnale non si trasforma in un mal di testa. In altre parole, dice: «Prestami attenzione, prenditi cura di me, c’è qualcosa in me che deve essere riequilibrato».
Allo stesso modo, percepisci le realtà sottili, il mondo sottile, e questa sensibilità, questa capacità di ascolto sono segni di sattva. Quando diventi sensibile e capace di ascoltare, puoi anche udire Dio e prenderti cura degli altri. Puoi vedere l’essenza sottile in ogni cosa: nell’essere umano, nell’intero universo, persino nelle cose più comuni; sei capace di desiderare sinceramente la crescita spirituale e il risveglio spirituale di ciascuno.
L’appello al cammino spirituale e la compassione per chi soffre

«O voi, uomini e donne del mondo! Comprendete la vera essenza di ciò che ho vissuto. O voi, uomini e donne del mondo! Seguite questo cammino. La suprema Luce misericordiosa, che non ha né principio, né centro, né fine, ha colmato di grazia la mia mente. E io sono divenuto l’Essere eterno. Vi stabilirò nella luce limpida dell’unico Essere supremo ed eterno. Il Signore trascendente vi libererà da tutto ciò che è artificioso, dalle caste, dai dogmi e dalle sette. La verità è stata detta.
O voi, uomini e donne del mondo! Affrettatevi a seguire questo cammino. Il mio Signore, che danza nella luce dissipando l’ignoranza, le illusioni e i vizi di uomini meschini che perfezionano la dolce sonorità dei loro discorsi e la crudeltà del loro cuore.
Ho temprato il mio cuore come l’acciaio. Dovrò forse offrire cibo e placare per sempre la fame ardente di questi poveri? Ahimè! Eccomi qui, incapace persino di spostare un filo di paglia. Mio Signore! Ti prego, degnati di placare la fame di questi poveri. Non posso più sopportare questa vista straziante e questi suoni. Padre mio! Luce suprema, colma di grazia!
Non posso più sopportare la vista dei volti oppressi, afflitti e sofferenti delle persone che mi circondano».
Le persone nel samsara soffrono sempre per qualcosa, sono limitate in qualcosa, oppresse o disorientate. Perché accade questo? Perché il legame con l’essenza divina è stato in gran parte perduto, perché la separazione è forte e la mente ha acquisito potere sull’anima. Di per sé, la mente è insignificante di fronte all’essenza divina. Ma la sua capacità di ammaliare è grande e, quando grazie a questa capacità acquisisce potere sull’anima, quest’ultima, pur essendo divina, infinita e immortale per sua natura, si trova interamente in balia di questo incantesimo. È come se un Dio grande e potente, o un re dotato di saggezza e forza, fosse caduto sotto l’influsso di un simile sortilegio e avesse paura persino di un topo. Questa è la condizione dell’essere umano condizionato dal samsara.
E le persone soffrono, cercano la felicità in questo mondo, tentano di trovare il senso della vita. Ma anche quando cercano di farlo, si imbattono in muri insormontabili: la mente, la separazione, i concetti, le informazioni, i desideri; tutto ciò impedisce loro di entrare in contatto con la propria essenza divina. L’essere umano trascorre tutta la vita nell’analisi logica, per esempio delle scritture, nell’analisi filosofica, invece di entrare direttamente in contatto con l’essenza divina. Attribuisce importanza a concetti e nozioni che per un altro non sono altro che un gioco. Prende un concetto e comincia a esaminarlo senza vedere la fonte da cui proviene.
Ramalinga dice: quando andrete oltre tutto questo, vedrete l’unità che vi purificherà da questa separazione. Allora vivere diventerà semplicemente facile, semplicemente naturale.
Segni della conoscenza di Dio

Il segno che una persona sta cominciando a conoscere Dio è che l’armonia prende dimora dentro di lei ed essa si stabilisce nel sattva-guna. Vince il proprio tamas e il proprio rajas; vivere diventa facile, costruire relazioni è facile e anche fare a meno delle relazioni è facile. In generale, tutto le risulta facile; è facile compiere il servizio, qualunque esso sia, e non ha preferenze: status elevato, status modesto, servizio semplice, servizio complesso. In altre parole, tutto è facile, perché non vi sono separazioni.
Se vi sono divisioni e agisci a partire dall’ego, pensi sempre: «Un servizio prestigioso eleverà il mio status, mentre uno non prestigioso... mi farà perdere considerazione agli occhi degli altri e anche ai miei stessi occhi». E allora diventa difficile. Bisogna superare se stessi. «Una posizione elevata mi ispira subito, mentre una posizione modesta e semplice mi fa sentire in qualche modo umiliato, come se non fossi nessuno, non servissi a nessuno e nessuno mi considerasse importante».
Ma quando in voi si risveglia la coscienza pura, allora una posizione elevata o modesta, un servizio complesso o semplice: traete ispirazione da tutto, gioite di tutto, comprendete che sono soltanto invenzioni, illusioni della mente condizionata. La realtà è infinita e, cosa più importante, voi siete consapevoli di questa infinità. Allora comprendete che esistono semplicemente la natura e il karma, che ogni corpo e ogni mente hanno le proprie inclinazioni, ma né l’una cosa è cattiva né l’altra è buona: tutto è ugualmente divino.
E in voi nasce il rispetto per ogni essere vivente, persino per lo spazzino che sgombera la neve con una pala. Sapete che esteriormente è uno spazzino, ma chi sa che cosa vi sia dentro di lui? Potrebbe essere un Buddha che semplicemente non vuole manifestarsi. Perciò si dice: «I santi considerano allo stesso modo i re e la gente comune, considerano allo stesso modo l’oro e i ciottoli». Questa divisione scompare.
Ma finché in noi permane la divisione, ci è difficile vivere: ci troviamo costantemente nella rivalità, nei giudizi, nell’auto-opposizione, nella riflessione, e tutto ciò divora tutta la nostra energia. La semplicità della vita nasce dal dimorare nello stato naturale, dal contatto con il divino; allora tutto diventa facile. Non valutiamo con la mente l’intera realtà, ma la cogliamo semplicemente in modo intuitivo, la comprendiamo semplicemente per intuizione. E quando una persona legge qualcosa o pone una domanda, io dico: «Prova a comprenderlo al di là della mente, non a livello della mente, ma al di là di essa: capirai subito, è facile da capire. Non lasciarti incantare dal significato superficiale, leggi tra le righe e capirai subito ogni cosa».
La preghiera di Ramalinga
«Nel santo nome della tua grazia, ti prego. Non posso più ascoltare le parole rozze che le persone senza cuore lanciano con leggerezza intorno a me. O Padre mio!
Nel tuo nome radioso ti prego: non posso più sopportare questa vista tormentosa e questi suoni. Mio Maestro! Da te ho appreso che la vera conoscenza è la conoscenza dell’immortalità. Perciò ho deciso di diventare un devoto del tuo meraviglioso Universo risplendente. Mio Maestro! Qualunque sia la tua volontà nei miei confronti, ti prego, compila.
Mio amorevole Maestro! Da te ho appreso che il vero Rifugio sono i tuoi piedi radiosi, e perciò non cerco altra salvezza».

Il Maestro di Ramalinga, del quale egli parla, è il sadguru: il suo rifugio, i suoi piedi amorevoli. Dentro ciascuno di noi vi è il sadguru, ed è proprio questa l’essenza tanto del guru radice quanto del paramguru e del guru-acharya. Vale a dire che, nella dualità del mondo relativo, sembra che siano personalità diverse e che in epoche diverse agiscano persone completamente differenti. Ma ciò appare così soltanto nella visione dualistica del mondo; nella visione assoluta del mondo scopriamo che tutto questo è la medesima essenza. Alla fine, dobbiamo scoprire dentro di noi questo maestro, il sadguru.


