Parliamo di alcuni aspetti della Shakti Yantra e di come evitare lo squilibrio dei prana durante una pratica intensa.
Se uno yogin medita intensamente per molto tempo, ma la sua mente non dimora nella quiete a causa dell'agitazione, si ritiene che possa precipitare nella pericolosa gola dei pensieri dualistici. Quando meditate a lungo in ritiro, dovreste studiare attentamente gli insegnamenti sull'ottundimento e sull'agitazione, in parte contenuti nelle pratiche fondamentali del Laya Yoga.
Un vero meditatore è colui che comprende chiaramente che cosa siano l'ottundimento e l'agitazione nella meditazione e sa come interromperli ed evitarli. Se non sappiamo come interromperli, possiamo anche trascorrere dieci anni seduti in ritiro senza ottenere alcun risultato. Ciò che conta per noi è proprio questo attrito, quando nella coscienza la meditazione comincia a produrre scintille, quando in ogni sessione avviene un passaggio a un nuovo livello. E tale passaggio è possibile solo quando ci siamo liberati dagli errori nella meditazione, ossia dall'ottundimento e dall'agitazione.
Superare l'ottundimento e l'agitazione
L'ottundimento è uno stato in cui la vostra mente si ritira all'interno, vi perdete in uno stato di torpore, e durante la meditazione sono presenti sonnolenza e percezione offuscata. In apparenza vi sentite a vostro agio, potete rimanere seduti a lungo, non ci sono pensieri e può persino venir meno la percezione del corpo, ma non è chiaro se stiate sonnecchiando o espandendovi. È uno stato poco lucido, una sorta di sospensione. Lo yogin deve evitare questo torpore.
Se sopraggiunge l'ottundimento, bisogna aprire gli occhi, visualizzare un oggetto luminoso, per esempio il sole o la luna, oppure un oggetto che ispiri, come Dattatreya, il Buddha o un santo. Si può strofinare il viso, scuotersi e, se tutto ciò non aiuta, bisogna fare qualche movimento.
L'agitazione è uno stato in cui siete seduti in meditazione e, invece di concentrarvi sul vuoto o sull'atma-vichara, pensate a come tornerete a casa e lavorerete là, a quando ci sarà il prossimo ritiro e così via. Invece di mantenere il tema della meditazione, vi lasciate trascinare dalle immagini che sorgono. Non fate altro che accorgervi continuamente di questa distrazione. Promettete a voi stessi che non vi immergerete nelle immagini, ma mediterete; tuttavia, tre minuti dopo, vi lasciate trascinare da nuove immagini visive o mentali.

Per non lasciarsi trascinare da tale agitazione, bisogna riflettere sulla nocività delle distrazioni, sulle sofferenze del samsara e sull'impermanenza. Bisogna dirsi: «Che cosa stai facendo!? Se anche durante il ritiro continuerai a dimenticarti in questo modo, sprecherai semplicemente molto tempo prezioso senza realizzare nulla». Bisogna riportarsi a un adeguato stato di vigilanza, come se si dovesse continuamente colpire sulle mani o sulle guance questa mente incline a fantasticare.
Un Maestro molto radicale, durante un eremitaggio, istruiva il proprio discepolo dicendo: «Se non mediterai correttamente, potrai anche trascorrere vent'anni seduto in ritiro, ma dalla tua pratica non verrà fuori alcun risultato, se non un mucchio di escrementi ai piedi della montagna».
Bisogna ricordare molto chiaramente come dobbiamo affrontare le meditazioni in ritiro. Dobbiamo avere la convinzione che questo sia il momento ideale per la pratica, poiché tutte le cause e le condizioni si sono già riunite e, pertanto, tutto dipende soltanto da me.
Di solito si dice che debbano essere presenti due aspetti: vigilanza e attenzione.
L'attenzione è una coscienza operativa che mantiene l'oggetto della meditazione con cui lavoriamo per la maggior parte del tempo; per esempio, nel Mahashanti manteniamo lo stato privo di pensieri, manteniamo l'atma-vichara.
La vigilanza è il potere dietro le quinte che interviene soltanto quando è necessario. La vigilanza è la coscienza strategica, la parte della mente che osserva l'attenzione. Quando l'attenzione non riesce a sostenere la meditazione e si disattiva, entra in azione la vigilanza, che risveglia l'attenzione. La vigilanza è quella funzione della coscienza per cui, mentre siamo seduti, all'incirca ogni quindici o trenta secondi, oppure ogni cinque secondi in caso di forti distrazioni, controlliamo dove si trovi la nostra mente. Controlliamo l'attenzione, l'aham vritti: si tratta cioè di una sorta di coscienza sottile che si risveglia e verifica.
Si può fare questo esempio. Su un treno esiste uno speciale dispositivo di vigilanza che il macchinista deve azionare periodicamente. Se, per esempio, si addormenta e il dispositivo di vigilanza non invia un segnale al controllore del traffico, si attiva una sirena e viene dato un segnale d’allarme. Il macchinista rappresenta la coscienza principale, mentre il dispositivo nella cabina del macchinista rappresenta quella coscienza che verifica l’attenzione, ed è chiamata vigilanza.
Si può fare un altro esempio. L’attenzione è un soldato che presta servizio come sentinella, mentre la vigilanza è l’ufficiale di turno che periodicamente passa in rassegna le sentinelle: avviene quindi un doppio controllo.

Pertanto, se possediamo vigilanza e attenzione, meditiamo correttamente e possiamo superare una forte torpidità e l’agitazione.
All’inizio dobbiamo compiere uno sforzo sottile. Se siamo soggetti a torpidità o agitazione, ma non compiamo alcuno sforzo e lasciamo che tutto vada per conto proprio, commettiamo un errore chiamato «mancata applicazione dello sforzo nella meditazione». Quando invece siamo riusciti a stabilizzare la mente al punto da rimanere seduti a lungo, concentrati su un unico oggetto e senza alcun problema, ossia senza torpidità né agitazione, allora tale sforzo diventa, al contrario, un ostacolo e deve quindi essere abbandonato.
Squilibrio dei prana: cause e segni
Se durante la meditazione contemplativa lo yogin si aggrappa al vuoto e il suo spirito vi si smarrisce; se lavora assiduamente con i venti e i canali senza le istruzioni del Maestro; se, non sapendo controllare i prana, si concentra a lungo sui chakra superiori, tra le sopracciglia e alla sommità del capo, per entrare rapidamente nel samadhi; se ha una costituzione dominata dal vento, tutte queste cause possono compromettere l’armonia della sua energia, provocando uno squilibrio dei prana. Questo è chiamato disturbo del vento.
Inoltre, se lo yogin è ossessionato dalla fissazione su determinate idee mentali, se è soggetto a una forte tensione mentale, per esempio riguardo al desiderio di ottenere al più presto la liberazione, anche questo è un segno di squilibrio dei prana.
Altri segni di squilibrio dei prana sono:
Al mattino si avvertono un forte tamas, torpore e debolezza, nonché stanchezza o pesantezza nel corpo
Si avverte una pressione espansiva nella testa, mentre nell’addome e negli organi genitali, al contrario, si percepiscono vuoto e mancanza di energia
Il cibo non procura gioia e viene digerito con difficoltà
Lo yogin perde l’entusiasmo e la gioia della beatitudine proveniente dal bindu rosso negli organi genitali, poiché il suo legame con questo bindu si è indebolito
Nelle orecchie può udirsi un rumore sgradevole
Possono comparire visioni che non procurano la stessa gioia delle visioni durante la meditazione
Si avvertono spesso vertigini e il corpo sembra trasportato dal vento
La mente dello yogin è agitata, inquieta o depressa
Lo yogin può provare avversione per la meditazione e non riesce a eseguire la ritenzione del respiro e le asana; la durata del kumbhaka diminuisce, poiché tali pratiche accrescono la debolezza
Tutti questi segni indicano disturbi del vento e mostrano che lo yogin ha perso il legame con i propri elementi della terra e dell’acqua e con il bindu rosso negli organi genitali, e che in lui vi è un eccesso di vento e spazio. Se si continua a ignorarlo, questo diventa un grave ostacolo.

Metodi per ristabilire l’equilibrio dei prana
Se compaiono i segni di tale disturbo, lo yogin deve praticare assiduamente per riequilibrare i prana, ristabilire il legame con il proprio bindu rosso, l’essenza rossa negli organi genitali, e rafforzare gli elementi della terra e dell’acqua.
A questo scopo occorre:
Mantenere la mente rilassata, abbandonando la rincorsa ai risultati e tutto ciò che la costringe a lavorare febbrilmente
Imparare a rilassarsi e a mantenere la mente nel suo stato naturale
È persino possibile sostituire la meditazione seduta con la camminata
Interrompere le pratiche spirituali che coinvolgono il corpo, se provocano disagio: asana, pranayama e mudra
Impegnare il corpo nel servizio e nel lavoro fisico
Stare vicino a specchi d’acqua e lavorare la terra per modificare il flusso dei prana, ossia integrarsi con gli elementi inferiori
Poi dovrebbe iniziare a eliminare lo squilibrio dei prana mediante la meditazione dell’olio morbido; sarà inoltre necessario praticare la camminata per rafforzare il legame con la terra ed eseguire, da seduti, la concentrazione sui due chakra inferiori, il muladhara chakra e lo svadhisthana chakra, nonché sulla zona sotto l’ombelico, lo yonisthana. Si dovrebbe praticare l’integrazione con l’elemento acqua, stando seduti presso uno specchio d’acqua oppure camminando, e anche con l’elemento terra, da seduti o camminando. È inoltre utile trascorrere più tempo immergendosi nell’acqua o lavorando la terra, in modo che il corpo fisico si affatichi, farsi massaggiare e dedicarsi ad attività piacevoli.
Quando i prana si saranno ristabiliti, si dovrebbe continuare la concentrazione sui due chakra inferiori, aggiungendo anche la concentrazione sull’anahata chakra per riequilibrare definitivamente il vento. Dopo aver applicato questi metodi, l’equilibrio dei prana si ristabilirà certamente, il corpo percepirà forza nella zona del muladhara e dello svadhisthana, anche la meditazione si ristabilirà e lo yogin potrà nuovamente eseguire pratiche elevate.
Forse questo non è rilevante per voi, ma di norma tali problemi sorgono nei meditanti che praticano molto a lungo e intensamente in ritiro, ma presentano deviazioni nella meditazione. Tuttavia, non bisogna aspettare che ciò diventi rilevante. Se sapete come prevenire lo squilibrio del prana, comprendete sempre il principio del radicamento e dell’ancoraggio nella parte inferiore del corpo mediante la concentrazione sui chakra inferiori e la regolazione del vento.
Percezione degli elementi nella meditazione
Quando meditate, nel corpo sorgono diverse sensazioni. Si tratta principalmente della percezione dei cinque prana oppure dei cinque elementi e dei tanmatra, le componenti sottili degli elementi. Se lo yogin ha purificato le nadi, aperto un chakra e attivato uno degli elementi, si verifica un cambiamento nella respirazione e nella percezione dei colori e delle forme.
Nel momento in cui si attiva l’elemento terra, nel corpo si avverte un piacevole sapore dolce, con la visione spirituale si vede una luce gialla o un quadrato giallo e il respiro scorre uniformemente al centro delle narici.
Quando nel corpo predomina l’elemento acqua, si avverte un sapore leggermente amaro che procura un sottile piacere nel corpo. Con la visione spirituale si vede una luce bianca che dona gioia e chiarezza. Tra le sopracciglia si vede una mezzaluna.
Se nel corpo predomina l’elemento fuoco, si avverte un sapore amaro più intenso che procura piacere. Con la visione spirituale si vede il colore rosso o un triangolo rosso, e il respiro scorre attraverso la parte superiore delle narici.
Quando nel corpo predomina l’elemento vento, l’aria, si avverte un sottile sapore aspro e, con la visione spirituale, tra le sopracciglia si vedono tonalità di blu o una sfera blu. Il respiro scorre lungo i bordi delle narici.
Quando predomina l’elemento spazio, si avverte un forte sapore amaro, si vede del fumo, tra le sopracciglia si vede un colore grigio fumo con punti luminosi, mentre il respiro diventa appena percettibile e scorre leggero.
Le diverse esperienze che sorgono si spiegano con la percezione delle componenti sottili dei vari elementi.

Visione pura e impura
Quando meditate, ciò dovrebbe condurvi alla percezione di un diverso modo di vivere, a una visione più pura. In altre parole, procedere verso la liberazione significa aspirare a uscire dalla visione karmica impura almeno a livello della coscienza. Finché non avrete l’intenzione di uscire con la coscienza dal mondo karmico impuro, ossia di rompere con la civiltà alla quale siete legati, sarà impossibile raggiungere la liberazione.
Si tratta di rompere con la civiltà almeno dentro di sé, almeno mentalmente, finché non saranno recise tutte le speranze, i progetti, gli attaccamenti e gli aggrappamenti al mondo materiale, ai legami sociali e a qualsiasi altra cosa che non sia il cammino spirituale, poiché il mondo in cui viviamo, dal punto di vista dei santi, è considerato non risvegliato e impuro. In questo caso la parola «impuro» non è una categoria morale con una connotazione dispregiativa, bensì una categoria legata agli elementi e alla coscienza.
Esistono una visione pura e una visione impura. La visione impura è il condizionamento dovuto alla dualità. Il mondo puro o la visione pura è il dimorare nella non-dualità. Entrare nella visione pura significa rompere con il samsara, rompere con la visione dualistica. Perciò si dice che è impossibile conseguire la liberazione senza abbandonare il samsara.
Il samsara non è un concetto geografico. Abbandonare il samsara significa rompere con la visione dualistica. E finché non si comprende che bisogna rompere dentro di sé con il samsara, con la visione dualistica del mondo, è impossibile liberarsene. Perciò, ovunque vi troviate, dovete avere l’intento di abbandonare il samsara.
È impossibile abbandonare il samsara semplicemente indossando la kurta di un monaco o facendo qualcos’altro. L’abbandono del samsara è uno stato più sottile.

Un uomo serviva il Maestro. Era analfabeta e non praticava particolarmente, ma a volte, insieme agli altri discepoli, ascoltava le lezioni del Maestro, durante le quali egli ripeteva continuamente: «Bisogna abbandonare il samsara». Vedeva i monaci con le vesti arancioni e pensava che fosse necessario indossare vesti uguali, radersi il capo e che ciò avrebbe significato aver abbandonato il samsara.


