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Rifugio, bhava e pratica dell’orgoglio divino

10.07.2026
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Rifugio, bhava e pratica dell’orgoglio divino

Il Dharma inizia dal Rifugio. Ogni giorno ripetiamo il mantra del Rifugio.

Rifugio significa che ricorriamo alla protezione o all’aiuto dei Tre Gioielli. Il Rifugio è la base della successiva pratica del Dharma, così come la base della costruzione di una casa è l’acquisto di un terreno o la posa delle fondamenta. Se una persona non ha Rifugio, tutte le sue costruzioni sono in discussione.

Per esempio, una persona pone una domanda: «Ho avuto queste e quelle visioni. Che cosa ne dice, Swami Vishnu Dev?» Posso rispondergli qualcosa, ma non si può chiamare una pratica autentica, perché ora gli ho risposto, lui l’ha accettato, e il giorno dopo sono apparse altre visioni, che egli ha considerato qualcosa di importante. Cioè non c’è un vettore della pratica spirituale.

Rifugio significa che in qualcosa troviamo un grande valore e vi dedichiamo la pienezza della nostra attenzione.

Un discepolo una volta chiese al maestro spirituale:
– E che cosa devo offrirti come pagamento per l’insegnamento?

Il maestro disse:
– La tua attenzione indivisa e il tuo tempo.

Come pagamento per l’insegnamento, una persona offre il suo “io” inferiore, la sua attenzione indivisa e il suo tempo. Proprio la misura in cui il discepolo è capace di offrire la sua attenzione indivisa e il suo tempo al processo di apprendimento lo caratterizza come discepolo.

Spesso, volendo verificare la capacità del discepolo di offrire attenzione e tempo, i maestri davano compiti che non avevano un rapporto diretto con il Dharma.

Per esempio, il sufi Junayd aveva un discepolo che gli chiese:
– Come posso servirti?

Junayd rispose:
– Vai al mercato e per un anno dedicati al commercio dello zolfo.

Il discepolo offre al maestro attenzione e tempo come pagamento per l’insegnamento

Sembrerebbe: che c’entra qui la pratica spirituale? In realtà, questo discepolo, tanto più appartenente a una casta elevata, dovette compiere in sé molti cambiamenti: cambiare stile di vita, cambiare cerchia di frequentazioni e tutto il resto, svuotarsi, diventare un altro – questa per lui fu una vera pratica. Durante quell’anno subì una radicale trasformazione spirituale.

Potete eseguire istruzioni del maestro spirituale di tale ordine e diventate discepoli nel pieno Rifugio solo quando raggiungete questo livello, quando per voi il vostro status sociale, la posizione, i legami, gli affari e le preoccupazioni, il luogo di residenza cessano di essere importanti, quando tutto questo può auto-liberarsi, se vi è una causa di apprendimento. Proprio allora il discepolo diventa completamente vuoto, completamente libero da attaccamenti e fissazioni, come status, legami, posizione, luogo di residenza. È così vuoto da diventare simile a una piuma portata dal vento. Allora si dice: «È pronto a entrare nell’insegnamento».

In passato, quando predicavo il Dharma in modo un po’ più diretto, mi piaceva spesso mettere alla prova i discepoli laici. Avete preso Rifugio – bene. Ecco il biglietto del treno, potete partire, vedremo quanto siete fedeli al vostro Rifugio. Alcuni riuscivano a farlo, altri no. Poi smisi di mettere alla prova in questo modo i discepoli laici, ritenendo che lasciassero che fossero loro stessi a mettersi alla prova.

Ma questo dice moltissimo. Questo è il principio del Rifugio.

Rifugio significa che siamo devoti con la nostra anima. Che non esistono circostanze karmiche che possano inserirsi in questo principio e in qualche modo infrangerlo; e se esistono, ciò significa che il Rifugio non è ancora stato acquisito, che siamo ancora soltanto sulla via dell’acquisizione di tale livello di Rifugio.

Il principio dell’unità nell’apprendimento

Quando pratichiamo, è molto importante comprendere questo principio: un solo karma, una sola sangha, un solo guru radice. Questo principio è legato proprio all’apprendimento.

Un solo guru radice significa che ci formiamo in una tale mandala in cui possiamo avere diversi shiksha-guru, cioè maestri spirituali, e un solo guru radice. Perché è importante?

Un discepolo laico si avvicinò a me e disse:
– In una comunità ho ricevuto in qualche modo la trasmissione nella pratica delle divinità irate. Mi ci hanno semplicemente trascinato, così l’ho presa, l’ho ricevuta. Ora recito i mantra, senza sapere io stesso perché.

Allora dissi:
– Ma perché, in realtà, vi serve questo? Io vi ho dato compiti concreti con cui lavorare. Se lavorate con essi, non avrete nemmeno tempo per queste divinità. Cioè, viene fuori che avete messo da parte i miei compiti e avete iniziato a recitare i mantra delle divinità irate, che avete ricevuto per caso da qualche parte. E che senso ha questo?

Egli ci pensò. Poi gli dissi quanto segue:
– Bisogna capire: anche in quella comunità la pratica è buona, perché è una tradizione profonda e autorevole, e anche in questa è buona, ma bisogna decidere per sé alcuni momenti importanti, bisogna scegliere. Per esempio, il melone va bene, il latte va bene, ma il latte con il melone – ci saranno problemi, perciò è meglio non mescolarli.

Il praticante sceglie un unico sentiero e non mescola metodi incompatibili

È proprio per questo che parliamo di come si debba praticare. Se praticate contemporaneamente con più maestri, le loro istruzioni possono entrare in contraddizione. Supponiamo che un maestro dica: «Dedicati al servizio per un anno». Un altro dice: «No, in questo periodo entra in ritiro». E allora che cosa dovrebbe fare una persona? Oppure un maestro dice: «Pratica una rigorosa brahmacharya, evita qualsiasi relazione con il sesso opposto». E un altro dice: «Non importa, si può praticare anche nel mondo, vivi normalmente con tua moglie, l’importante è non perdere energia». E allora il discepolo penserà: «Che cosa devo fare, alla fine?»

Proprio per questo dobbiamo definire chiaramente i principi che seguiamo e, una volta scelti, seguirli in modo inequivocabile, per trarne un autentico beneficio.

Naturalmente, queste istruzioni non sono per le api. Per l’ape è del tutto accettabile visitare diverse organizzazioni, scuole, teorie e nutrirsene, come l’ape raccoglie il nettare. In questa fase è utile. Ma poiché non si rimane nello stadio dell’ape per tutta la vita, allo stadio del cervo la pratica assume una sfumatura fondamentalmente diversa: dobbiamo concentrarci su qualcosa e approfondire, invece di svolazzare da un fiore all’altro. Lo stesso vale per il Dharma.

In realtà ci sono moltissimi dharma simili a un prezioso diamante, e il laya-yoga è uno di questi dharma. Inoltre, anche le ramificazioni all’interno dello stesso laya-yoga sono numerosissime. Si dice che in vari universi esistano 300.000 insegnamenti di laya-yoga. Ma poiché non siamo dèi, bensì esseri limitati, non siamo in grado nemmeno di leggere questi 300.000 insegnamenti di laya-yoga in una sola vita, per non parlare di praticarli. Perciò di solito si studia una determinata sezione dell’insegnamento, e poi alcuni metodi dell’insegnamento vengono resi centrali, come una sorta di “cavallo di battaglia” preferito, e ad essi bisogna dedicare un’attenzione particolare. Cioè bisogna diventare un maestro-siddha in qualche ambito e raggiungere la perfezione.

Naturalmente, questo non significa che non possiamo applicare altri metodi; in realtà il laya-yoga non ha alcuna limitazione. Dimorando nel metodo fondamentale principale della presenza contemplativa, possiamo applicare qualsiasi metodo senza limitazioni, a seconda delle circostanze. È simile al fatto che possiamo scegliere i vestiti a seconda del tempo.

Tuttavia il metodo fondamentale di base è uno solo: l’approfondimento della presenza contemplativa nello stato naturale.

Tra i molti preziosi insegnamenti, il praticante approfondisce un unico metodo di base

Il Sangha come terzo gioiello

Infine, il sangha – il terzo gioiello – è la comunità. Per comunità si possono intendere sia i fratelli e le sorelle samaya nel vostro Dharma, sia, in senso più ampio, i siddha, i rishi e le divinità che vi rientrano. Direi che il sangha è il siddha-deham, l’analogo della nirmanakaya, lo spirito, la suprema Sorgente nella dimensione manifestata.

Quando diciamo che il Sangha è il terzo gioiello, anche questo va accolto molto profondamente, nel senso che anche a livello relativo organizziamo e costruiamo la nostra vita in una determinata mandala, in un determinato tunnel di realtà. Vale la pena essere devoti a questa mandala, a questa realtà, e fare tutto affinché diventi più profonda, più forte, affinché cresca. È simile a una grande famiglia che, riunitasi, costruisce una casa nella quale poi vivrà per migliaia di anni.

Allo stesso modo, il sangha monastico è una grande famiglia che costruisce una tale casa anche a livello relativo, e questa costruzione, forse, non avrà fine. Passeranno decine, centinaia di anni, e il sangha continuerà a costruirsi. Forse ora si costruisce come mandala materiale o informazionale, poi si costruirà come virtuale, energetica o sottile-informazionale, e tra cinquecento anni diventerà una qualche vimana che fluttua nello spazio. Ora non possiamo immaginare come si svilupperanno le circostanze; tuttavia questo è un determinato tunnel di realtà, nel quale investiamo una colossale sankalpa-shakti, forza di volontà e intenzione. Comprendendo che non abbiamo un altro tunnel di realtà nel mondo esterno, e che nessuno potrà crearlo per noi, che siamo proprio noi stessi a doverlo creare. È come il riflesso del nostro “io” interiore nella dimensione esterna.

Dunque, quando esistono questi tre oggetti del Rifugio, si dice che prendiamo Rifugio nei Tre Gioielli.

I metodi principali del laya-yoga

Dopo il rifugio nei Tre Gioielli, ci esercitiamo in una delle sezioni dell’insegnamento. E in quel momento bisogna comprenderne i punti chiave e praticare per quanto possibile.

Oltre alle cinque yantra, nello yoga laya non c’è nulla da praticare. Sono precisamente cinque e non di più, se parliamo dei metodi fondamentali. Quanto ai metodi supplementari, invece, ce n’è un’infinità. E la prajna-yantra è la più importante delle cinque. Nella prajna-yantra, oltre alle tre linee della contemplazione, non c’è nulla da praticare, e colui che conosce a fondo tutte e tre le linee della contemplazione ha successo e diventa maestro della pratica.

Nella linea della contemplazione, l’insegnamento sui nove auto-liberamenti e sulla presenza contemplativa è il più importante. Per chi lo comprende, gli altri metodi sono come sul palmo della mano. Sono le nove sankalpa.

Nella linea dell’orgoglio divino, la meditazione sul mahavakya «Aham Brahmasmi» e il mantenimento della bhava sono l’unica pratica. Chi la padroneggia comprende l’essenza degli insegnamenti.

Nella linea dello spazio, le quattro disposizioni nella shambhavi-mudra sono le più importanti; i quattro modi di continuare nella presenza sono l’essenza dello spazio. Colui che li assimila comprende il nucleo stesso dell’insegnamento.

I cinque metodi principali dello yoga laya convergono nella prajna-yantra e nelle tre linee della contemplazione

Orgoglio divino (meditazione niralambha)

Parliamo spesso delle tre regole d’oro nell’insegnamento. Possiamo parlarne un po’ da un altro punto di vista.

Quando riceviamo l’introduzione diretta, otteniamo grazie alla chiarezza una certa comprensione: questo è il principio della shravana.

Il principio della manana viene solitamente chiamato recisione dell’incertezza e dei dubbi. Da un altro punto di vista, può essere descritto come l’acquisizione della fede. Prima della manana non avete ancora acquisito la fede. Dovete ricevere un certo “sapore” della fede. Proprio per questo, mediante la shravana, ricevete numerose istruzioni. Questa fede non è esteriore, non è legata a dogmi religiosi o alla descrizione di una divinità in un aspetto che abbia nome e forma. È una fede interiore, come la vostra stessa consapevolezza “Io sono”. Tuttavia, la fede esiste comunque. Che sia esteriore o interiore, un giorno bisogna acquisirla. Finché una persona non ha acquisito la fede, è molto insicura. Non sa su che cosa concentrare la propria coscienza e come costruire la propria pratica; la sua pratica ha un carattere concettuale. E nello stadio della manana bisogna acquisire proprio questa fede. Quando, grazie alla comprensione, alla chiarezza o alla contemplazione, si acquisisce la fede, si comincia a vedere che il guru-yoga e il proprio stato non sono cose diverse, ma sono, in essenza, una cosa sola. E quando la fede è stata acquisita, ciò significa che lo stadio della manana (la seconda regola d’oro) è completato.

E passiamo alla nididhyasana: alla contemplazione ininterrotta dell’oggetto della nostra fede. E allora la fede si trasforma in devozione. Quando la fede diventa forte, diventa necessariamente devozione. È come un assorbimento nell’oggetto della propria fede.

Per esempio, ho ricevuto l’introduzione diretta, ho studiato le scritture e ho avuto l’esperienza di una certa chiarezza che ha spalancato la mia coscienza. Ho acquisito fede in essa. Si può dire che Dio si sia risvegliato nel mio cuore. Questa fede la coltivo e la nutro continuamente. E la coltivo a tal punto da acquisire una devozione ininterrotta. E quando tale devozione raggiunge il culmine, diventa abbandono di sé. Mi dissolvo in questa bhava di devozione in modo tale che il mio piccolo “io” si scioglie in questa bhava. Tutto questo è la pratica della nididhyasana. Infine, quando dimentico me stesso in questa devozione al punto da non poter distinguere il mio “io” da Dio, quando mi dissolvo in questo abbandono di sé, questo viene chiamato auto-riconoscimento. Riconosco che non c’è un “io” separato da Dio: io stesso sono manifestazione di Dio.

La chiarezza si dischiude in fede, devozione, abbandono di sé e auto-riconoscimento

Storie istruttive

Prima di iniziare a discutere la pratica dell’orgoglio divino, racconterò due storie.

Una volta Bhima (uno dei principi Pandava) vagava nella giungla, perché Draupadi (la sposa dei cinque fratelli) aveva desiderato che le portassero un fiore mai visto. Perché Draupadi era la sposa contemporaneamente dei cinque fratelli Pandava? Evidentemente, a quel tempo tali matrimoni erano ammessi. In generale, Arjuna aveva ottenuto la vittoria in una competizione tra kshatriya, quando Draupadi sceglieva lo sposo in un rito chiamato “svayamvara”. Arjuna uscì travestito da brahmano, poiché non era possibile che qualcuno lo riconoscesse. Aveva i capelli arruffati ed era avvolto in abiti rozzi. E quando uscì, sconfisse tutti gli kshatriya nella gara; i brahmani gridavano di gioia perché un brahmano della loro casta aveva ottenuto la vittoria sugli kshatriya, guerrieri professionisti. E quando Draupadi scelse Arjuna come vincitore, egli poi andò dalla madre per ricevere la benedizione e disse:

– Madre, oggi ho ottenuto qualcosa di molto prezioso.

E la madre disse:
– Come al solito, condividilo con i tuoi fratelli.

E poiché una tale benedizione era stata data, Arjuna non si oppose alla volontà della madre. Così Draupadi divenne la moglie dei cinque fratelli Pandava.

Dopo che Yudhishthira ebbe perso il suo regno ai dadi, ai Pandava fu posta la condizione di vivere per dodici anni in esilio nella giungla. E un giorno a Draupadi venne il desiderio di ottenere un fiore mai visto prima. Allora Bhima, vagando nella foresta, vide una scimmia che giaceva di traverso sulla strada. Le disse di togliersi dal suo cammino, ma essa chiese:

– E tu chi sei?

E Bhima, pieno di compiacimento di sé, cominciò a esaltare i meriti della sua stirpe, la stirpe dei Pandava, e la propria grandezza come principe. Allora la scimmia disse:

– Se sei così grandioso, perché vivi nella giungla? Non sei stato neppure in grado di proteggere Draupadi quando Duryodhana volle esporla al pubblico ludibrio, spogliandola davanti a tutta l’assemblea, dopo che Yudhishthira l’aveva persa ai dadi.

Bhima incontra una scimmia sulla strada nella foresta come prova dell’orgoglio

Yudhishthira, durante il gioco, perse il senno. Dopo aver perso il regno, mise in gioco se stesso, i suoi fratelli e poi sua moglie Draupadi, e perse tutto. È una storia molto nota, descritta nel «Mahabharata».

Bhima non trovò cosa rispondere alla scimmia e, adirato, disse:

– Scimmia, se non ti alzi dalla strada, potrei anche scavalcarti. Ma non voglio farlo, perché ho un fratellastro, Hanuman, il capo dell’esercito delle scimmie. Non l’ho visto, ne ho soltanto sentito parlare. Ma per rispetto verso di lui sto ancora parlando con te.

La scimmia disse: «Va bene, prova a girarmi intorno». E Bhima cominciò a girarle intorno dal lato della coda. Ma, quando iniziò a farlo, in qualche modo la coda si allungava, perciò non riusciva in alcun modo ad arrivare alla sua estremità. E quando cercò di aggirare la scimmia dall’altro lato, essa di nuovo aumentava di dimensioni, e di nuovo non riusciva ad aggirarla.

E allora Bhima comprese che la scimmia non era altri che Hanuman stesso, il suo fratellastro per parte divina. Si scusò, rendendogli omaggio. Poiché Hanuman era una personalità molto istruita, gli narrò molte antiche storie: di come aveva servito Rama prima che questi lasciasse questo mondo, di come avevano sconfitto Ravana. Poi gli insegnò la saggezza vedica. E quindi Bhima chiese a Hanuman di mostrargli la sua forma gigantesca, che aveva assunto nella battaglia contro Ravana. Hanuman cominciò ad assumere quella forma, crescendo, e aumentò fino a dimensioni enormi, ma ciò sconvolse e spaventò Bhima a tal punto che impallidì e perse conoscenza.

C’è la storia di Dhruva. Un re aveva un figlio e due mogli. Una era la più giovane. E questa moglie più giovane, con astuzia e intrighi, temendo che il figlio della moglie maggiore salisse al trono, costrinse il re a esiliare il figlio e la moglie maggiore nella foresta, facendone degli eremiti. La moglie maggiore si chiamava Niyati, e il figlio Dhruva. E un giorno Dhruva chiese a Niyati:

– E chi è dunque mio padre?

Niyati disse tra le lacrime:
– Tuo padre è un grande re che vive nel palazzo.

Allora Dhruva decise di andare a fargli visita. E quando arrivò al palazzo, il re lo riconobbe, benché fosse un bambino piccolo. Il re lo accolse con grande cordialità, facendolo sedere sulle proprie ginocchia. Tuttavia, quando entrò la seconda moglie, andò su tutte le furie vedendo che il re accoglieva con tanta gioia il suo figlio esiliato, e ordinò che fosse subito cacciato di nuovo. Il re, essendo sotto il tallone della moglie, non poté fare nulla. Il ragazzo, profondamente turbato, fu costretto a tornare nella foresta, nutrendo un fortissimo rancore per il modo in cui era stato trattato.

Un giorno si avvicinò a sua madre Niyati e chiese:
– Esiste al mondo qualcuno più potente dei re?

La madre gli rispose:
– Sì, esiste: è Narayana.

Dhruva chiese:
– E dove vive Narayana?

Ella disse:

– Deve trovarsi da qualche parte molto lontano nella giungla, dove vivono gli eremiti. Ma a che servono questi discorsi?

Ma Dhruva decise a ogni costo di ristabilire la giustizia, perciò si mise in cammino per trovare Narayana. Nella foresta incontrò sette saggi (rishi) e chiese loro:

– Sapete dove si trovi qui Narayana?

I saggi risero di lui e dissero che la via verso Narayana era lunga e difficile, e che per lui, un bambino piccolo, sarebbe stato meglio andarsene al più presto dalla giungla. Dhruva non li ascoltò e proseguì, decidendo: «Se i saggi non vogliono indicarmi il luogo in cui vive Narayana, lo troverò da solo».

Poi vide una tigre e pensò: «Dev’essere Narayana». E senza alcun secondo fine si precipitò dietro alla tigre. Ma la tigre, non reggendo a tale impeto, fuggì. Allo stesso modo incontrò un orso e si lanciò dietro all’orso, ma anche l’orso fuggì. Tuttavia Dhruva continuò a cercare Narayana nella foresta con una caparbietà così furiosa.

Allora gli apparve incontro Narada, attratto dall’orientamento della sua coscienza. E quando Dhruva disse che cercava Narayana, Narada disse:

– Narayana non è da qualche parte lontano, ma proprio nel luogo in cui ti trovi ora. Siediti e rivolgi la tua mente a Dio.

Dhruva cominciò a meditare così intensamente, dirigendo la mente su Narayana, che Narayana stesso lo benedisse con il suo darshan e poi lo trasferì su Dhruva-loka, la regione della Stella Polare.

Dhruva medita nella foresta e ottiene la benedizione della Stella Polare

Si ritiene che la stessa Stella Polare sia il grande corpo scintillante del maharishi Dhruva. Si ritiene che la maggior parte delle stelle che appaiono siano corpi giganteschi di santi o saggi, che un tempo potevano essere stati anche esseri umani. Questi santi e saggi sono anche le divinità di queste stelle e pianeti giganteschi, e questi pianeti sono il loro enorme corpo manifestato. Si ritiene che quando un santo o un maestro lascia questo mondo, raggiungendo la piena realizzazione, ciò sia accompagnato dall’esplosione di una supernova; il suo corpo si manifesta come una tale stella.

L’essenza dell’orgoglio divino

Dunque, bhava è orgoglio divino.

Quando lo stato naturale si manifesta sotto forma di sensazione, questo è bhava: orgoglio divino.

Nell’introduzione diretta allo stato naturale, ciò che viene trasmesso è proprio il bhava, la percezione del mondo. Il bhava è quell’aspetto dello stato naturale che esprime la sensazione di sé come una divinità maestosa, dotata di potere e gloria. Allo stesso tempo, il bhava non è legato al nostro ego, all’ahamkara.

Il bhava è la manifestazione della grandezza, della santità, della purezza dell’Assoluto, e non del nostro piccolo “io”. E grazie alla pratica risvegliamo il bhava. Quando il bhava si risveglia, la nostra autostima, la nostra percezione del mondo cambiano. Se invece il bhava non si è risvegliato, la nostra percezione del mondo rimane quella di prima, e la pratica della contemplazione resta ancora al livello della coscienza osservante.

Quando il bhava si risveglia, è come se foste entrati in una collina e aveste visto al suo interno un universo immenso, proprio come viene descritto nella “Tripura Rahasya”. Avete cominciato a concentrarvi sul senso dell’“io” e a praticare la contemplazione, ma lì avete scoperto una fonte colossale di forza ed energia spirituale.

La trasformazione attraverso il bhava

Quando scoprite questa fonte colossale di forza ed energia spirituale, la vostra vita si trasforma. Prima di acquisire il bhava, la vostra mente era limitata, e perfino la pratica si basava comunque su una visione egoistica; vi trovavate pressappoco in questa posizione: “Datemi qualcosa! Aiutatemi in qualche modo! Amatemi!” Perché? Perché il legame con la fonte, il bhava, era chiuso, e l’unica cosa con cui potevate percepire la realtà era l’ahamkara, l’ego. E poiché l’ego è molto ristretto, non può essere integro; perciò anche la vita, vista dalla prospettiva dell’ego, appare in toni così limitati e cupi.

E una persona fissata al livello dell’ahamkara, del falso ego, sperimenta sempre una mancanza di energia, una carenza di autostima; ha sempre un’insicurezza subconscia o paura per sé e, come suo opposto, il desiderio di affermarsi. Ma quando si acquisisce il bhava, tutto cambia radicalmente. Cambia la vostra autostima come praticanti; comprendete ormai: “Io non sono un essere umano limitato. Sono un essere divino infinito, dotato di un potenziale sconfinato”. E non importa che questo potenziale non sia ancora completamente rivelato. Questo potenziale si rivela, e non ha più alcun limite. E la fede significa una tale costante sintonizzazione sul bhava.

Proprio grazie a questa costante sintonizzazione il piccolo asceta Dhruva divenne la divinità della Stella Polare: egli fuse completamente il proprio bhava con il bhava di Narayana, la divinità suprema, il Creatore.

Il bhava dissolve l’ahamkara e rivela il potenziale divino

Si ritiene che la pratica spirituale della contemplazione senza la nascita del bhava sia simile al tentativo di scaldarsi presso un mucchio di rami quando il fuoco non arde, oppure di nuotare in un fiume prosciugato, dove non c’è acqua.

L’esperienza del bhava

Come si sperimenta il bhava? Immaginate di sperimentare una saggezza divina e una santità illimitate, raffinatezza, grandezza, bellezza, armonia, elevatezza, sacralità, trascendenza, gioco, paradossalità, espansione, infinità e un’enorme globalità, che si manifesta come fioritura, come modi illimitati di manifestazione. Se si unisce tutto questo, si può dire che proprio questa è la manifestazione del bhava dell’orgoglio divino. All’inizio riceviamo un “sapore” di breve durata, che deve essere distinto come un segnale utile, e poi dobbiamo sintonizzarci su di esso costantemente, finché non diventi continuo, finché non acquisiamo fede in esso. Tale acquisizione di continuità e fede è appunto il bhava, mentre finché non vi sono fede e continuità, si tratta di rasa.

Quando la bhava è stata conseguita, la fede si trasforma in devozione, quando la nostra fede nella grandezza divina diventa così profonda, totale e onnipervadente che ora è la sensazione più importante nella vita. E tale devozione è chiamata mahabhava. Quando la devozione si approfondisce ulteriormente, si trasforma in abbandono di sé, prapatti, atma-nivedana. Questo significa che il piccolo falso «io» si dissolve nella grande bhava della grandezza divina.

Come scriveva un santo: «Ogni giorno nasco e muoio».

Infine, quando tale abbandono di sé dissolve completamente le nostre idee su noi stessi come personalità limitata dall’ego, ciò viene chiamato svabhava: la scoperta della vera natura. Viene anche chiamato autoriconoscimento, pratyabhijna.

La fede si approfondisce in mahabhava, abbandono di sé e scoperta della vera natura

La pratica dell’orgoglio divino

La pratica dell’orgoglio divino significa sintonizzarsi continuamente finché non sia acquisita una tale fede nella bhava. Se nella contemplazione eseguiamo l’osservazione con sottile consapevolezza mediante la consapevolezza nuda, essendo come un registratore imparziale, un osservatore o un testimone (sakshi), e lavoriamo con il sankalpa e le nove autoliberazioni, allora nella pratica dell’orgoglio divino gli accenti sono leggermente diversi. Qui non solo contempliamo, rimanendo un osservatore così equanime e imparziale, un testimone. Qui lavoriamo con l’energia, con la sensazione, perciò questa pratica è più tantrica, viene vissuta come un’emozione e una sensazione concrete. Supponiamo che possiate contemplare e semplicemente dedicarvi all’osservazione, e la vostra consapevolezza avverta come un certo livello di chiarezza, e questa chiarezza si espanda continuamente. Ma nella pratica dell’orgoglio divino non sentite soltanto la chiarezza, sentite ispirazione, grandezza, profondità, devozione, immensità. Lo sentite come se il mondo intorno a voi e dentro di voi cambiasse realmente, la vostra autostima cambiasse. È simile a come se vi sentiste un povero, e poi cominciaste a sentirvi un re, un essere molto elevato o una divinità.

Quando tale fede si rafforza, la mente si purifica, vengono soppiantate le bhava impure, che sono condizionate dal karma passato. Cominciamo a sentire la bhava della Fonte suprema, mentre i piccoli stati, le «mini-bhava», gradualmente iniziano a essere soppiantati.

Poiché all’inizio la mente è molto insicura e instabile, essa non comprende come stare nello stato di bhava; per questo la nostra percezione del mondo cambia spesso. Per esempio, se ci troviamo in un ambiente gioioso, in noi domina la gioia; se ci imbattiamo in qualcosa che ci irrita, proviamo irritabilità, talvolta sorge ottusità o insicurezza. Ma lo stato di bhava è un unico stato di tale grandezza espansa ed elevata che non ci abbandona mai. È uno stato in cui mantenete continuamente pressappoco questa sintonizzazione: «Io sono la fonte suprema dell’essere. Sono primordialmente perfetto e puro nella mia essenza».

Gradualmente questa stessa bhava comincia a rivelarvi un’esperienza sconfinata e ispiratrice. Un tale yogin, ovunque si trovi e qualunque cosa faccia, pratica sempre tale contemplazione e adorazione della bhava senza separazione tra colui che adora e colui che viene adorato. Questo può essere chiamato anche auto-adorazione.

Auto-adorazione e tre fasi della pratica

Nell’auto-adorazione è molto importante non cadere in errore, poiché auto-adorazione non significa collocare nella propria cella un altare con un grande striscione «Gloria a me!» e compiervi puja. Auto-adorazione significa che il tuo oggetto di adorazione è dentro di te, ed è il tuo «Io» supremo, che scorgi mediante la contemplazione, ma che percepisci proprio come esperienza spirituale. Tale adorazione è una sintonizzazione sulla bhava e nient’altro. È la contemplazione diretta delle qualità della Fonte suprema, quando le sperimentiamo nel corpo e nella mente come percezione del mondo «Aham Brahmasmi».

E all’inizio, nella meditazione niralambha, poniamo l’accento su «Brahmasmi», non su «Aham». Cerchiamo di percepire la bhava esterna, poiché è molto più facile. Ma poi, quando essa acquista forza, nella meditazione niralambha poniamo l’accento sul legame tra le parole «Aham» e «Brahmasmi». Meditiamo sottilmente sul rapporto tra «Aham» e «Brahmasmi». Non poniamo più l’accento sull’esperienza esterna della bhava. Infine, quando ci siamo consolidati nell’esperienza dell’orgoglio divino, la nostra meditazione niralambha viene eseguita in modo tale che poniamo l’accento su «Aham», cioè tutto, per così dire, ruota attorno al nostro «Io»: proprio il nostro «Io» è la divinità, il creatore, il mandaleshvara. Tuttavia ciò si fa solo a uno stadio elevato della pratica della contemplazione o della pratica dell’orgoglio divino, e non all’inizio.

Perciò la meditazione niralambha, la meditazione dell’orgoglio divino, viene data in tre fasi:

  • Nella prima fase contempliamo la parola «Brahmasmi», considerando la bhava come esterna
  • Nella seconda fase uniamo la bhava esterna di «Brahmasmi» e il nostro senso dell’«Io», meditando sull’unione di «Aham» e «Brahmasmi»
  • Nello stadio più alto meditiamo soltanto su «Aham»

In questo, «Aham» non è ahamkara, ma è «Aham Brahmasmi». «Aham» significa «io».

E uno stato in cui meditiamo sull’esperienza di «Aham Brahmasmi» è chiamato deva-bhavana, o orgoglio della divinità. L’orgoglio della divinità gradualmente soppianta le bhavana impure, i propri limiti, la propria errata autovalutazione.

Le tre fasi della meditazione niralambha come graduale rivelazione dell’Io divino

Superamento dell’errata autovalutazione

Maya non è altro che un’errata autovalutazione del mondo e di se stessi. Per esempio, una persona dice: «Sono limitato dal samsara, aspiro alla liberazione». Ma nelle sue parole è già contenuta un’errata autovalutazione, perché la liberazione è una coscienza tale in cui non esiste quell’«io» che è limitato dal samsara. Nell’affermazione stessa è già insita un’errata autovalutazione. Proprio l’eliminazione di tale valutazione errata dà l’esperienza dell’orgoglio divino. Essa soppianta l’idea stessa di «io sono il corpo» o «io sono una persona limitata».

All’inizio, avendo sperimentato la bhava dell’orgoglio divino e acquisito una certa fede in essa, ce ne convinciamo ancora e ancora, le permettiamo di trasformarsi in certezza. Non si tratta di convinzioni ottenute con l’aiuto della mente del tipo: «Io non sono un uomo, io sono Brahman. Io non sono un uomo, io sono Brahman». Una tale certezza non porterà alcun beneficio.

Un giorno Bhagavan Shri Rajneesh incontrò un asceta che borbottava continuamente:

– Aham Brahmasmi, Aham Brahmasmi.

Rajneesh lo invitò una volta a casa sua e disse:

– Puoi tacere almeno per un po’, non recitare questo mantra?

L’asceta tacque. Dopo qualche tempo venne e quasi si avventò su Rajneesh con i pugni. Disse:

– Hai distrutto vent’anni della mia sadhana! Ho smesso di recitare il mantra e sento che tutto il divino se n’è andato. È tutta colpa tua.

Rajneesh disse:

– Non devi avventarti su di me con i pugni, ma dovresti rallegrarti del fatto che ti ho rivelato la verità sulla tua pratica. Hai sprecato vent’anni! Che razza di bhava «Aham Brahmasmi» è questa, che scompare dieci minuti dopo che hai smesso di borbottare la mahavakya?

L’asceta rifletté, poi disse:

– Sì, probabilmente hai ragione. La mia pratica era errata.

E Rajneesh gli consigliò:

– Non ripetere continuamente la mahavakya, ma piuttosto prova a essere proprio quello stato.

L’asceta impara a essere lo stato invece della ripetizione meccanica della mahavakya

È proprio così che ci convinciamo della bhava «Aham Brahmasmi». Ci convinciamo del fatto che noi stessi dimoriamo in questa bhava con l’aiuto di una sottile consapevolezza conoscente. Poniamo la sottile consapevolezza conoscente in questa bhava grazie alla presenza contemplativa, quando, con l’aiuto di viveka (la saggezza discriminante), vediamo che cosa non è questa bhava e il luogo in cui la bhava si manifesta. Quando ci convinciamo, tale certezza cresce fino a diventare un’adorazione di sé ininterrotta. E a questo stadio non è più necessario fare qualcosa appositamente, ma bisogna semplicemente permettere a questa bhava di diventare un entusiasmo illimitato, di diventare grandezza senza sforzo. Semplicemente dirigere dolcemente e sottilmente la propria coscienza, permetterle di cominciare ad assorbirsi. La chiave di ciò è il rilassamento e il lasciarsi andare, l’eliminazione del concetto «io medito» e perfino del concetto stesso di «meditazione».

Bhagavan Shri Rajneesh incontrò un altro santo, che praticava anch’egli il lavoro con la mahavakya «Aham Brahmasmi». E anche lui la ripeteva ininterrottamente, temendo di perdere qualcosa se avesse smesso di ripeterla. E Rajneesh gli chiese:

– Ti senti davvero Brahman o ripeti soltanto «Aham Brahmasmi»?

L’asceta rispose:

– Sai, ormai mi sono confuso anch’io. A volte non capisco io stesso chi sono.

Ma se abbiamo una vera esperienza e fede, allora non abbiamo alcun dubbio, non possiamo confonderci. Non importa se ripetiamo la mahavakya o non la ripetiamo, la bhava non scompare. È come si dice: «Il vero talento non si può perdere né smarrire».

Se avete un’autentica esperienza della bhava, essa non dipende dalla ripetizione della mahavakya.

Manifestazioni dell’orgoglio divino

L’esperienza dell’orgoglio divino può manifestarsi come ammirazione, devozione, venerazione davanti alla Fonte suprema e ai santi, come maestà, elevatezza, come purezza e perfezione, come entusiasmo, gioia ed estasi, oppure come una sottile chiarezza che vi dona la saggezza divina. Può manifestarsi come forza della sovranità e della potenza divine (aishvarya-shakti), come forza creativa della manifestazione, forza della creatività divina, del gioco continuo delle manifestazioni (srishti-shakti), come forza del sostegno (sthiti-shakti). L’orgoglio divino può manifestarsi anche come esperienza dell’infinito (anata), come incomprensibilità che va oltre tutto ciò che è umano (achintya), e come stupore che accompagna la bhava, come gioco della perfezione spontanea (lila), come incrollabilità ed equanimità, come amore e compassione senza limiti. Tutti questi sono diversi aspetti della manifestazione dell’orgoglio divino, a seconda degli stati dei vostri prana e della mente.

Quando acquisiamo fede in una tale bhava, di solito cambia il nostro status interiore, la nostra autostima interiore. È simile a quando una persona studiava male ed era un alunno insufficiente, ma all’improvviso comincia a superare nei propri saperi i migliori studenti, grazie al fatto che in lui si è aperto un certo nuovo canale di conoscenza. Allo stesso modo, la pratica dell’orgoglio divino cambia il nostro status interiore, e gradualmente fioriscono tutte le nostre migliori qualità.

Le manifestazioni dell’orgoglio divino si rivelano come saggezza forza creatività e amore

I frutti della realizzazione della bhava

Come si manifesta la realizzazione della fede nella bhava o la realizzazione della devozione? Aumentano l’amore, la compassione e la coscienza creativa. La persona smette di preoccuparsi della propria piccola personalità. Se prima era fortemente oscurata o ossessionata dalla propria personalità, ora in linea di principio smette di esserne preoccupata, sapendo che la sua personalità è collocata negli stati migliori, che si sviluppa nel modo migliore. Questo non è uno stadio di indifferenza, non è uno stadio di tamas.

Quando una persona è indifferente, neppure si preoccupa della propria crescita spirituale. Semplicemente le è tutto uguale. Vive e basta, mangia prasada e ogni giorno per lei è sempre la stessa cosa. È come collocata nella matrice della propria mente, ma non è affatto questo. Lo stadio del tamas è ancora peggiore. È quando le uniche esperienze sono il desiderio di mangiare, il desiderio di dormire. Ma per un monaco non è lo stato migliore quando siede in meditazione e pensa: «Oh, magari arrivasse presto il prasada». Oppure la sera siede e pensa: «Magari arrivasse già shavasana, almeno mi rilasso».

Nello stadio dell’orgoglio divino egli smette di avere tali oscuramenti. Non ha una coscienza oscurata, e non ha nemmeno quel desiderio rajasico di prendersi cura della propria personalità, di auto-perfezionamento, non ha quella avidità spirituale in cui è molto preoccupato di sé stesso e pensa soltanto a come migliorare il proprio “io” o “ritoccarlo” in qualche modo. Cioè, non corre più da nessuna parte: ha già trovato qualcosa di prezioso, e perciò semplicemente lo porta con sé e lo custodisce.

Lo sviluppo dell’autentica visione pura

Compare anche un’autentica visione pura dei santi, dei fratelli e delle sorelle nel dharma, del mondo in generale, del guru e di sé stessi. Se prima bastava una piccola cosa per perdere persino i germogli della visione pura, ora questa visione pura è reale, ed è impossibile perderla.

Una volta una discepola mi confessò: «Una volta camminavo e vidi il guru sputare per terra, e subito la mia coscienza si abbassò bruscamente. Pensavo che un guru non potesse sputare per terra». Posso certamente promettere di non farlo più, ma in realtà, finché avete un corpo umano, avete anche tutte le sue funzioni, perciò qui non vedo alcuna limitazione. È semplicemente una questione di atteggiamento. Possiamo vedere qualunque cosa come pura, elevata, oppure possiamo vederla oscurata, nella dualità, proprio perché abbiamo idee fisse sulla divinità, quando pensiamo: «Se c’è bhava divina e visione pura, allora si tratta soltanto di esseri divini che volano in corpi di luce, che non mangiano, non dormono, non bevono. Solo questo può essere visione pura».

La visione pura rivela la santità nella comune realtà umana

Ma una visione pura veramente realizzata comincia a manifestarsi in tutte le esperienze della vita, comincia a unirsi a tutte le manifestazioni. Non dividiamo più in puro e impuro, vediamo che tutto è puro, e che soltanto la nostra mente dualistica non è pura. Consideriamo qualcosa impuro a causa dei karma, dei prana, dei condizionamenti, dell’educazione e della nostra fondamentale ignoranza. Per abitudine, la nostra mente cadeva nella visione impura, per poi elevarsi alla visione pura. E noi, per così dire, ci spostavamo dal puro all’impuro, restando in un punto intermedio medio.

A volte gli insegnanti verificavano appositamente la visione pura degli allievi, dicendo: «Poiché ti fidi di me, vediamo se riuscirai a mantenere la tua coscienza». Per esempio, quando gli allievi andavano da Gurdjieff, egli assumeva un aspetto alquanto sciocco. Gli allievi appartenevano alle classi agiate, e pensavano: «Come si può mai imparare qualcosa da quest’uomo?» E lui, consapevolmente, essendo un attore abile, “si sfogava” su queste persone. A volte, non appena veniva da lui una persona con idee fortemente fissate, faceva per lei smorfie terribili. E se la persona non aveva intenzioni serie o la capacità di eliminare le proprie concezioni, non reggeva e semplicemente se ne andava. Cioè Gurdjieff teneva le lezioni, ma nel frattempo guardava appositamente quella persona, le dedicava la maggior parte dell’attenzione e le faceva facce terribili. E quando si voltava verso gli altri allievi, assumeva un’espressione normale, cioè accadeva che solo quella persona vedeva tutto questo. Immaginate, se le lezioni si tengono così, che cosa può sorgere nell’anima? Ma se c’è una visione pura, allora tutto questo non è importante, perché una tale persona ha già generato un livello di visione pura che non può essere perso o fatto vacillare.

E questa visione pura riguarda non solo le relazioni guru-discepolo o quelle tra fratelli e sorelle nel dharma. Riguarda anche se stessi e il mondo nel suo insieme. Cominciamo a vedere che il mondo è positivo, auto-organizzato, elevato, armonioso, molto complesso, e che possiede un disegno globale sottilissimo. Ed è la manifestazione di sottilissime energie divine. Ciò che consideravamo sbagliato, irragionevole, ingiusto, in realtà è tutto molto profondo, complesso e segreto, tutto è estremamente giusto e armonioso; solo che questa giustizia e questa profondità vanno oltre le nostre concezioni umane. La nostra etica umana semplicemente non è in grado di penetrare nella profondità di questo disegno.

Man mano che ci rafforziamo nella fede nella bhava, diminuiscono i nostri attaccamenti, le speranze, le paure, l’accettazione e il rifiuto; appare l’equanimità, si approfondisce l’unico “sapore”. Ora tutto diventa, per così dire, uguale: puoi mangiare qualsiasi prasada, puoi percepire la calunnia e la lode con equanimità, puoi vivere in un ambiente splendido o meno bello – tutto questo viene percepito in modo puro e positivo.

Domanda: «Per quanto ricordo, all’inizio la bhava si crea con uno sforzo. È così?»

La bhava non si crea. Noi compiamo degli sforzi, ma non possiamo crearla. Questo sforzo è simile allo sforzo che compiamo per girare la manopola di una radio, per sintonizzarci sulla giusta frequenza. Non creiamo la bhava, compiamo uno sforzo per sintonizzare la mente su di essa. Dobbiamo mantenere la nostra mente su una certa onda, e per questo è necessario uno sforzo; tutto il resto avviene senza il nostro sforzo.

La mente si sintonizza sull’onda della bhava come una radio e acquisisce equanimità

Le tre fasi dello sviluppo dell’orgoglio divino

Quando questo livello di bhava è realizzato, arriva la cosiddetta fase di pacificazione.

La fase precedente è la fase di purificazione. Per esempio, se una persona era invidiosa o possedeva collera, oscuramenti, una mente irrequieta, allora in questa fase diventa una sorta di divinità della passione. Almeno, a un certo livello la sua mente è pura, si trova in uno stato di totale accettazione, apertura e armonia. Ma questo è solo l’inizio.

La fase di pacificazione

In seguito, quando pratichiamo l’orgoglio divino, arriva la fase di pacificazione. Ciò significa che, con l’aiuto della bhava, pacifichiamo davvero la nostra mente, l’ego, l’orgoglio e le klesha. Pacificiamo non solo le manifestazioni grossolane, ma anche quelle sottili. Per esempio, se prima c’era una grande eccitazione della mente, ora è sufficiente entrare nello stato di bhava, ed essa dissolve questa eccitazione. Se c’erano sottili concezioni dualistiche impure, ora persino queste concezioni sottili vengono assorbite.

Poi lo stadio della pacificazione significa che possiamo pacificare non solo la nostra mente, ma possiamo anche pacificare le menti oscurate degli altri esseri. Pacificare non significa esercitare in qualche modo un’influenza su qualcuno; piuttosto, questo termine significa influire positivamente, trasformare la coscienza in una direzione migliore. Diffondere la bhava, proprio come un fiore, profumando, diffonde il suo aroma. Per esempio, se vi trovate con una persona la cui mente è agitata, irritata, la vostra sola presenza può estinguere questa agitazione o irritazione. E a questo livello lo yogin può anche pacificare esseri non umani, come demoni, spiriti, dèi samsarici, dakini mondane. Può persino indirizzarli sul sentiero del dharma, predicando loro o semplicemente trasmettendo il proprio stato. Poiché questo stato è molto sottile ed elevato, esso viene accolto dagli spiriti, dai demoni e dagli dèi come il proprio cuore, come la propria forza vitale, e tutti ne gioiscono. E perciò tali esseri vengono pacificati senza difficoltà.

La bhava placa dolcemente l'agitazione della mente come il profumo di un fiore

Lo stadio delle offerte

Infine, il terzo stadio è chiamato stadio delle offerte. Ciò significa che la bhava è diventata così forte e profonda da manifestarsi nella dimensione esterna. Le energie esterne, scaturendo dall’esperienza interiore, si manifestano come offerte. Le offerte non significano che vi vengano date offerte; piuttosto, significano che il mondo si presenta nella visione pura.

Che cos’è un’offerta rituale? È la manifestazione della visione pura nei confronti di qualcosa. Una tale persona attira l’attenzione di esseri divini, come Vayu, Indra, Dharmaraja, siddha o rishi, ed essi gli appaiono nei sogni. Da loro riceve lodi, profezie, iniziazioni, benedizioni. Possono essere oggetti sacri, segni o simboli, oppure lodi. Oppure essi dicono: «Otterrai il risveglio in tali e tali circostanze». Oppure comunicano le circostanze della pratica futura. Talvolta può trattarsi della visione in cui si ricevono offerte abbondanti da esseri divini mondani, quando questi esseri esprimono devozione e promettono di servire il dharma. Per esempio, potete vedere un sogno in cui molte persone festeggiano il vostro compleanno, vi offrono canti, danze; tutto questo è molto elevato, e voi vi trovate al centro di questo mandala. Ciò significa che le vostre divinità interiori si sono radunate attorno alla vostra bhava, attorno alla vostra consapevolezza «Io sono».

Lo stadio delle offerte rivela il mondo come un mandala della visione pura

Una volta ebbi un sogno in cui incontrai un mago taoista che praticava le arti marziali orientali, ed egli mi propose di misurare le mie forze con lui. Poiché era un praticante molto abile, per me non fu semplice, ma alla fine riconobbe comunque che, al livello del corpo sottile, combattevo più rapidamente e più sottilmente di lui. Non fu un combattimento; piuttosto, fu una dimostrazione d’arte. E in segno di questo riconoscimento mi donò due palline verdi che contenevano una forza spirituale. All’incirca nello stesso periodo, Vasudeva ebbe un sogno in cui incontrava questo stesso essere. Quando avete sogni del genere, anche questo può essere una manifestazione della visione pura. Nello stadio della visione pura possono esserci molte esperienze di esseri divini, che possono apparire non solo nei sogni, ma persino nella veglia.

Un monaco cristiano pregò per moltissimo tempo in uno stato di tapas. Recitava costantemente una preghiera alla Madre di Dio, che era incisa su una grande pietra. E quando recitava questa preghiera, arrivò un giovane e disse: «La preghiera va recitata così», e modificò sulla pietra alcune parole, poi se ne andò. Il monaco pensò: «Guarda un po’, che giovane interessante». Quando arrivò l’abate, il monaco raccontò l’accaduto. Quando descrisse quel giovane, l’abate pensò: «Incredibile! Il giovane scrive sulla pietra con il dito». Si chiarì che era stato lo stesso arcangelo Gabriele a venire nelle sembianze di un giovane.

Attrarre gli esseri divini

La visione pura attira puri esseri divini. È simile al modo in cui gli intenditori di musica vengono ad ascoltare il concerto di un musicista virtuoso, o al modo in cui gli scienziati sono attratti da un celebre inventore e desiderano ascoltare le sue nuove invenzioni. Divinità, gandharva, apsara, dakini, yaksha, siddha cominciano a essere attratti dalla visione pura del praticante, lodandolo e desiderando ricevere qualche istruzione, oppure semplicemente interessandosi a lui. Spesso un tale praticante è circondato da esperienze spirituali. In realtà questi esseri sono una manifestazione delle energie dell’«Io» originario, ed essi sono sempre esistiti, ma erano semplicemente nascosti al praticante, perché prima il suo stato oscurato o l’assenza di visione pura non permetteva loro di avvicinarsi.

Oggi esistono monaci, santi, ma possono avvicinarsi a loro solo coloro che condividono il samaya. Per esempio, anche se una persona vive nelle vicinanze, non può avvicinarsi a loro, perché non possiede qualità sufficienti, un punto d’accesso. Allo stesso modo i santi, i siddha, le divinità, i gandharva – tutte queste divinità esistono proprio ora, tuttavia è possibile avvicinarsi a loro quando la bhavana della nostra mente è pura ed elevata.

Infine, quando la forza spirituale dello yogin aumenta, egli comincia ad attrarre energie ancora più profonde. Non si tratta più di esseri divini mondani, ma di grandi esseri divini del mondo superiore delle forme, che dimorano in corpi creati dalla luce, emanazioni dei rishi, corpi illusori dei siddha, corpi illusori degli dèi che governano gli elementi, o persino manifestazioni delle grandi divinità del fondamento primordiale dell’essere, per esempio le divinità dei cinque elementi, le divinità delle tre principali forze universali o delle cinque forze dell’azione.

La visione pura attrae sottili energie divine verso il praticante

Come mantenere la bhava con sforzo? Dopo aver ricevuto la trasmissione, bisogna ricordare e mantenere intenzionalmente, con un piccolo sforzo, la sensazione della bhava. E quando compaiono pensieri o emozioni, è necessario unirvi l’esperienza dell’orgoglio divino e permettere alla bhava di dissolverli, continuando a mantenere il focus della coscienza sull’orgoglio divino stesso.

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