L’intenzione in sanscrito si chiama «sankalpa». La sezione dell’insegnamento dedicata all’intenzione si chiama «sankalpa-vidya». È una sezione molto importante, poiché è proprio con l’aiuto della volontà, con l’aiuto della nostra intenzione, che siamo capaci di ottenere qualcosa. Se non padroneggiamo la forza del nostro pensiero, della nostra ragione, se non abbiamo aspirazione, slancio interiore, allora non possiamo conseguire il successo nella nostra pratica spirituale.
Il rishi Vasishtha a questo proposito dà a Rama tali istruzioni:
«Quali sono gli sforzi, tali sono anche i risultati, o Rama: questo è il significato degli sforzi personali, e questo viene anche chiamato destino. Quando accade una disgrazia, le persone esclamano: “Ahimè, che tragedia!” oppure “Ahimè, questo è il mio destino”. Entrambe le cose significano in sostanza una sola e medesima cosa. Ciò che viene chiamato destino o volontà divina è semplicemente il risultato delle azioni passate, degli sforzi personali nel passato. Il presente è infinitamente più potente del passato. Solo gli stolti completi sono soddisfatti dei risultati dei loro sforzi passati, che chiamano volontà divina, e non compiono alcuno sforzo nel presente».
Le illusioni sulla volontà divina
Spesso si possono sentire vari ragionamenti delle persone sul tema della volontà divina. Quando si parla con le persone dell’immortalità, di solito dicono: «Ma la volontà divina è che l’uomo muoia». Io chiedo loro: «E dove avete visto questa volontà divina? O forse siete stati degni di un’udienza con Dio, ed egli vi ha spiegato personalmente la sua volontà? E quale Dio precisamente intendete? I buddhisti non hanno un dio, hanno il nirvana. Gli advaitin hanno il Brahman, che concede all’uomo piena libertà di volontà. Chi intendete: il castigatore Yahweh, Geova, Dio Padre nella tradizione cristiana? Non si può operare con concetti semantici così colossali in modo tanto superficiale. Questo non è affatto il livello adatto quando discutiamo di cose che riguardano il nostro proprio destino».
Quando cominciamo ad analizzare dal punto di vista dell’insegnamento vedantico, risulta che Dio non ha una volontà in quanto tale, univoca, formulata, del tipo: «Ecco la mia volontà. Ecco dove dovete andare tutti». Questa è una percezione troppo primitiva.
L’Assoluto manifesta costantemente le proprie energie. Esse si dispiegano in conformità al piano cosmico (rita), ma l’Assoluto stesso non prende alcuna parte nel loro dispiegarsi. È simile al sole, che splende, e grazie alla sua luce possiamo scaldarci, sebbene il sole stesso non partecipi direttamente al fatto che noi ci scaldiamo.
La vera volontà dell’Assoluto
Nel mondo si dispiegano diverse energie che ci offrono delle possibilità. Ma il modo in cui usiamo queste possibilità dipende dalla nostra chiarezza e dalla nostra ragionevolezza. E se proprio si vuole parlare in questo linguaggio, la volontà di Dio consiste nel fatto che l’uomo acquisisca la propria volontà. Perché a una determinata tappa dello sviluppo evolutivo bisogna dare una certa libertà di creatività, di comprensione, di scelta. L’ulteriore evoluzione è impossibile senza scelta, senza la formazione di un vettore che generi significato, senza un vettore di valori e priorità, parlando nel linguaggio della scienza, senza la fase di formulazione delle ipotesi.

Ed è proprio qui che l’uomo ha diritto alla libertà di volontà. Cioè la volontà di Dio consiste nel fatto che l’uomo stesso acquisisca la libertà di volontà, poiché l’ulteriore sviluppo e la realizzazione di Dio sono direttamente legati all’acquisizione di questa libertà di volontà. E la libertà di volontà presuppone scelta, responsabilità. È impossibile diventare un uomo-Dio, compiere un salto radicale, se non hai acquisito la capacità di prendere decisioni, fare una scelta consapevole e assumerne la responsabilità. Dio non lo farà al posto nostro. Egli ci dà la possibilità, dà la libertà, ma dobbiamo essere noi stessi a prendere tale decisione. E questo riguarda qualsiasi aspetto.
Allora l’uomo si spaventa, poiché vede che tutto poggia su di lui, che egli risponde di tutto, che deve prendere decisioni, che non è più possibile trasferire la responsabilità del proprio destino su qualcuno seduto nei cieli, ma bisogna cercare le risposte in sé stessi, elaborare nuovi significati e una nuova strategia. Tuttavia, finché non impareremo a farlo, resteremo nell’età infantile, nella culla della civiltà umana.
Il cammino verso lo stato divino, verso l’acquisizione della trasformazione spirituale passa proprio attraverso l’acquisizione di tale responsabilità, attraverso la scoperta in sé della libertà di volontà.
Vasishtha dice la stessa cosa a Rama:
«Se vedi che i tuoi sforzi nel presente a volte non portano risultati (destino o volontà divina), devi comprendere che i tuoi sforzi ora sono semplicemente deboli e insufficienti. Una persona debole e poco intelligente vede la mano della provvidenza nel fatto che le si presenti un nemico forte e potente, e gli cede.
A volte accade che qualcosa riesca a qualcuno senza grandi sforzi, per esempio quando un elefante sceglie (secondo un’antica tradizione) come sovrano del Paese, al posto del re defunto, un vagabondo; senza dubbio, ciò non è casuale né volontà divina, ma il risultato degli sforzi personali del vagabondo nelle vite passate».
Nell’antichità in India esisteva una tale tradizione: quando il re moriva, tutti gli abitanti si radunavano nella piazza, e l’elefante del tempio, investito di particolari poteri, sceglieva ritualmente, cioè toccava arbitrariamente una persona qualsiasi, e questa persona diventava re, sovrano. Vasiṣṭha dice che in ciò si può scorgere un certo influsso di forze esterne, ma in realtà è il risultato del merito di quella persona. Anche se veniva scelto un vagabondo, ciò era il risultato del suo merito, il risultato dei suoi sforzi passati.

«A volte accade che la grandine distrugga il raccolto del contadino: senza dubbio, la forza della grandine è stata maggiore degli sforzi del contadino, e ora il contadino deve impegnarsi di più. Non deve rattristarsi per l’inevitabile. Se in questo caso la tristezza fosse giustificata, dovremmo piangere intere giornate per l’inevitabilità della morte. Il saggio, naturalmente, deve distinguere ciò che è possibile ottenere con gli sforzi personali e ciò che è impossibile. Tuttavia sarebbe una stoltezza attribuire ciò a qualcosa di esterno e dire che “Dio mi manda in paradiso o all’inferno” oppure “il destino (o qualcosa che non dipende da me) mi costringe a fare questo o quello”: tali sciocchi dovrebbero essere evitati.
L’uomo deve liberarsi dai sentimenti di desiderabilità e avversione, dedicarsi a retti sforzi personali e raggiungere la verità suprema, sapendo che gli sforzi personali sono semplicemente un altro nome della volontà divina».
Icchā-śakti — la volontà dell’Assoluto
Qui passiamo a una comprensione paradossale: ciò che prima consideravamo sforzi personali, qualcosa di nostro, di egoistico, in realtà si rivela essere una forza divina universale. E questa forza divina è chiamata icchā-śakti. Icchā-śakti è la volontà dello stesso Brahman, la volontà dell’Assoluto. Cioè la volontà non è un processo personale, non è una nostra qualità individuale che opera in noi. La volontà è una forza universale che si manifesta e agisce attraverso la nostra mente e il nostro corpo. Noi siamo conduttori di questa forza nella misura in cui siamo aperti ad essa, nella misura in cui siamo consapevoli e ci troviamo nella presenza.
In altre parole, il paradosso dell’advaita consiste nel fatto che la volontà dell’Assoluto agisce attraverso ciascuno di noi, e noi siamo conduttori della volontà dell’Assoluto.
Per esempio, quando il guru parla con voi, questo è il gioco dell’Assoluto e la volontà dell’Assoluto, connessa ad Anugraha-śakti, la forza illuminante. Quando incontrate elementi di creatività, di creazione, si manifesta anch’essa la volontà dell’Assoluto, connessa al desiderio di creazione. Tutte queste sono volontà molteplici, che talvolta entrano in conflitto tra loro, si contraddicono a vicenda, e sembra che dietro a tutto ciò non vi sia alcuna integrità. Ma in realtà tutto questo è manifestazione di un’unica volontà assoluta. Queste volontà giocano, si intrecciano tra loro, a volte confliggono, ma, in ultima analisi, sono la manifestazione di un’unica volontà universale globale.

Lo sviluppo procede proprio attraverso la concessione di piena libertà alle diverse volontà, e ciascuno comprende questa volontà a seconda del livello della propria liberazione. Cioè non esiste una sola volontà uguale per tutti. Per gli dèi, la volontà dell’Assoluto si manifesta nel seguire il dharma degli dèi; per gli asura, si manifesta sotto forma di guerra; per gli esseri umani, si manifesta nel liberarsi dalla sofferenza, nel seguire il cammino della liberazione. A ogni livello si manifesta una moltitudine di volontà diverse, e tutte sono assolute.
Cioè, parlando in linguaggio moderno, il Brahman dell’advaita è un sistema multilivello, multidimensionale, probabilistico, stocastico di energie diverse, prive di univocità e algoritmicità. È un sistema super-auto-organizzato, super-non-algoritmico. E il tentativo di valutare questo sistema con una mente lineare è destinato in anticipo al fallimento, perché si tratta di uno stato di paradosso, di assurdo, di trascendenza. E solo se ci troviamo in questo stato trascendente e paradossale siamo capaci di comprendere il principio della volontà dell’Assoluto.
E se cerchiamo di valutare categorie come l’Assoluto, il libero arbitrio, la predestinazione, lo sforzo personale e così via, con la mente ordinaria, lineare, algoritmica, umana, che pensa in categorie dualistiche soggetto-oggetto, è come se un uomo stesse seduto su un cavallo e leggesse ad alta voce la poesia di Shakespeare, e il cavallo, non essendo umano, cercasse di valutare Shakespeare. È sbagliato fin dall’inizio, è destinato al fallimento. In altre parole, il principio dell’Assoluto può essere compreso non con la mente logica, ma solo con la supermente, solo attraverso un’esperienza intuitiva divina.
La triplice base degli sforzi personali
«Possiamo solo ridere del fatalista. Gli sforzi personali sorgono dalla retta comprensione, che nasce nel cuore purificato dall’insegnamento delle scritture e dagli esempi dei santi».
Vasiṣṭha continuò:
«O Rama, con un corpo sano e una mente calma, l’uomo deve aspirare alla realizzazione del Sé, per non rinascere di nuovo qui. Tali sforzi personali hanno una triplice fonte e dunque triplici risultati: il risveglio interiore dell’intelletto, una decisione ragionevole e l’azione fisica vera e propria.
Gli sforzi personali hanno una triplice base: la conoscenza delle scritture, le istruzioni del maestro e gli sforzi stessi. Il destino e la provvidenza divina qui non figurano. Perciò chi desidera la salvezza deve volgere la mente impura verso fini puri mediante esercizi costanti — e in questo consiste l’essenza di tutte le scritture. I santi sottolineano: con perseveranza percorri il cammino che conduce al vero bene. E il saggio cercatore sa: i risultati dei suoi sforzi saranno proporzionati all’intensità dei propri sforzi, e né il destino né Dio possono cambiarlo. Senza dubbio, solo i propri sforzi sono responsabili di ciò che l’uomo ottiene come risultato. Se egli affonda nei dolori, coloro che lo circondano, per consolarlo, dicono che questo è il suo destino. È evidente che una persona arriva da qualche parte o soddisfa la propria fame in seguito al viaggio intrapreso o al cibo mangiato, e non perché tale sia il suo destino. Nessuno ha visto né il destino né Dio, ma tutti hanno osservato direttamente come le azioni buone o cattive conducano a risultati buoni o cattivi. Perciò fin dall’infanzia bisogna sforzarsi di favorire la propria salvezza attraverso lo studio delle scritture, stando in compagnia dei saggi e con sforzi corretti.
Il destino o l’intervento divino è soltanto una convenzione che, a causa della ripetizione frequente, viene da alcuni considerata verità. Se Dio o il destino predeterminassero tutto nell’universo, le azioni, anche quelle rette, avrebbero allora un qualche significato, e si potrebbe insegnare qualcosa a qualcuno? In questo mondo tutti agiscono, tranne i cadaveri, e questa attività conduce ai risultati corrispondenti».
Proprio ieri ho letto un decreto di Pietro I. Questo decreto riguardava il servo Krekutnyj, che nel XVI secolo fece delle ali e, salito sulla cappella dello zar, saltò giù da essa e volò per un certo numero di metri. Ciò provocò grande indignazione tra il popolo. Il decreto di Pietro I recitava: «L’uomo non è un uccello, perciò non gli è consentito avere ali. Questo servo sia punito in modo esemplare, le ali siano spezzate e distrutte, affinché in futuro non si osi più ricorrere alla forza demoniaca e impura e volare nel cielo».

Per noi oggi questo è ridicolo, poiché sappiamo che non esiste alcuna volontà divina che proibisca di volare nel cielo. Per noi è diventato qualcosa di ordinario. In ciò non vi è alcun retroscena religioso. Sono azioni di determinate forze, guidate dalla nostra stessa volontà. Allo stesso modo, fra qualche tempo, alla gente farà ridere guardare noi di oggi; ciò che noi consideravamo limitato, impossibile e così via, per loro potrà diventare possibile.
Vasiṣṭha prosegue:
«Le persone usano espressioni come “il destino mi spinge a fare qualcosa” solo per rassicurarsi, perché non è vero. Per esempio, se un astrologo predice che un giovane diventerà un grande scienziato, diventerà forse uno scienziato senza istruzione e senza leggere libri? No. Perché allora crediamo nella volontà di Dio?»
Rama chiese: «Tu senza dubbio conosci la verità, o saggio. Ti prego, raccontami che cosa gli uomini chiamano dio o destino».
Vasiṣṭha rispose:
«I frutti dei propri sforzi, percepiti dall’uomo come risultati buoni e cattivi delle azioni passate, sono chiamati dagli uomini destino».
Il destino è il risultato delle proprie azioni passate.

All’inizio stesso di questo libro, Vasishtha dà proprio tali istruzioni per ispirare Rama alla pratica spirituale, al tapas, al percorso di trasformazione spirituale. Rama aveva dubbi spirituali, studiava vari insegnamenti e, alla fine, si era confuso. Di conseguenza, non aveva una grande fede in se stesso né inclinazione alla pratica spirituale.

Quando parliamo di “sforzi personali, forza di volontà”, intendiamo sempre non il nostro sforzo egoistico, ma l’energia dell’Assoluto, che viene trasmessa, manifestata attraverso la nostra mente e il nostro corpo. Questa energia dell’Assoluto è appunto iccha-shakti. Perciò manifestare i propri sforzi e manifestare la propria volontà significa prima di tutto aprirsi a iccha-shakti, a questa energia dell’Assoluto, esserne il conduttore, il medium o il trasmettitore. È proprio allora che la nostra volontà può davvero portare risultati.
Le tre sezioni principali dell’insegnamento
Come sapete, nell’insegnamento vi sono la visione, la meditazione e il comportamento: queste sono le tre sezioni fondamentali. La visione è collegata al nostro modo di vedere, è come un simbolo di fede, è il principio della non-dualità, il modo in cui cerchiamo di guardare il mondo. È il senso della nostra visione del mondo in quanto tale. La meditazione è la nostra pratica, ciò che facciamo, quali metodi eseguiamo, quali esperienze proviamo nella contemplazione; è la pratica della consapevolezza. E infine c’è la sezione del comportamento. Il comportamento è il modo in cui viviamo nella dimensione relativa, il modo in cui l’insegnamento si manifesta nella nostra vita.
Negli ultimi anni ho tenuto principalmente lezioni riguardanti la visione e la meditazione. A questo è stata dedicata un’enorme quantità di lezioni, mentre al comportamento e alla dimensione relativa ho prestato pochissima attenzione. Ma poi, osservando i praticanti, ho cominciato a vedere che hanno una buona visione e meditano con successo, ma non hanno una comprensione profonda di come incarnare l’insegnamento nella vita. Cioè, nella loro vita l’insegnamento si manifesta debolmente, non come si vorrebbe. Perciò ho pensato che sarebbe stato utile discutere come si possa applicare l’insegnamento nella dimensione relativa, nel comportamento, perché questa è la cosa più importante, poiché la dimensione relativa è il luogo in cui trascorriamo la maggior parte della vita. E la dimensione relativa esercita su di noi un’influenza molto maggiore di quanto pensiamo.
Lo scopo del laya-yoga e dell’advaita
Per iniziare, si può porre la domanda: “Perché abbiamo bisogno del laya-yoga? Perché abbiamo bisogno della filosofia dell’advaita, dell’insegnamento, della pratica?” Dobbiamo rispondere a questa domanda in modo molto chiaro. Se partiamo dai testi sacri, la risposta sarà questa: “Per passare a un nuovo livello, entrare nello stato di essere divino, poiché solo diventando un essere divino ci si può liberare dalla sofferenza, dal ciclo di nascite e morti. E se non passiamo allo stato di essere divino e rimaniamo esseri umani limitati, di conseguenza non avviene la liberazione dal ciclo di nascite e morti, dalle sofferenze”.
In altre parole, per passare a un nuovo livello, compiere un salto evolutivo, realizzare una trasformazione reale, non filosofica, non verbale e nemmeno psicologica, ma una trasformazione completa, che includa anche l’energia e la dimensione esterna. Quando abbiamo definito il senso della nostra pratica, possiamo poi determinare in che modo possiamo applicare gli sforzi nella dimensione relativa. Infatti parliamo di cose molto serie, del nostro futuro, del senso della vita, della direzione in cui muoverci, perciò sarebbe imperdonabile se ci avvicinassimo a questo in modo superficiale, non serio o commettessimo un errore.
È simile a quando, scegliendo una direzione di movimento, dobbiamo guardare molto bene la mappa per arrivare al punto finale di cui abbiamo bisogno. Per esempio, se avete intenzione di andare da Mosca al monte Kailasa, dovete sapere con precisione dove si trova il monte Kailasa. Se arrivate all’Elbrus, all’Ayudag o al Chatyr-Dag, il compito non sarà compiuto, anche se avete viaggiato a grandissima velocità. Allo stesso modo anche noi dobbiamo definire la meta finale e il modo di agire per realizzare concretamente il nostro scopo: la trasformazione divina.
Il passaggio a una visione karmica più elevata, a una dimensione più elevata, può essere paragonato a un simile viaggio. È come un trasloco o persino un trasferimento in un altro Paese, un volo verso un altro pianeta, solo a un livello più sottile. E per farlo, dobbiamo comprendere chiaramente di quali risorse abbiamo bisogno, quanto tempo ci servirà, che cosa dobbiamo fare, qual è il nostro ruolo in tutto questo. E se non ne discutiamo, non lo pianifichiamo, non lo calcoliamo, allora certo possiamo semplicemente pensare: «Oh, sarebbe bello farlo», ma questo non accadrà mai. Cioè, dobbiamo applicare un’enorme saggezza e chiarezza a tutti i livelli. Ed è proprio quest’area dell’insegnamento che viene discussa nella sezione del comportamento.
Caratteristiche della sezione del comportamento nella pratica spirituale
Quando parliamo di comportamento, può sembrare che non si tratti propriamente di una sezione dell’insegnamento. A livello di visione e meditazione, l’insegnamento è legato alla filosofia, e lì nulla cambia per migliaia di anni — l’advaita di mille anni fa, di duemila anni fa e di oggi è la stessa identica advaita. I metodi di meditazione, di kundalini yoga, di concentrazione sui chakra sono gli stessi di mille anni fa, di tremila anni fa. Qui nulla è cambiato e non abbiamo intenzione di cambiare nulla, poiché esiste una linea di trasmissione consacrata dalle tradizioni, dai secoli.
Ma quando si pone la questione del comportamento, qui la situazione è completamente diversa. Dobbiamo valutare proprio le nostre circostanze, cioè quelle circostanze in cui noi stessi viviamo, perché non viviamo ai tempi della civiltà vedica nel Satya Yuga, non viviamo ai tempi in cui agivano Dattatreya o Krishna, quando era possibile incontrare dèi che volavano sui vimana. Non viviamo nell’India di duemila anni fa con la sua civiltà vedica, il sistema delle caste, i numerosi ashram. Dobbiamo capire in quali circostanze viviamo e agire proprio sulla base di queste circostanze — questa è la saggezza del comportamento.
La pratica spirituale non è soltanto filosofia, ritiri, interpretazione dei testi sacri; è anche la nostra vita quotidiana, i nostri obiettivi relativi e i piani per il futuro.

Modelli di comportamento del praticante
Comprendendo questo, iniziamo a riflettere sul fatto che esistono diversi modelli di comportamento del praticante. Quali sono questi modelli di comportamento dello yogin?
Monaco — un modello assolutamente chiaro sia di comportamento sociale sia di comportamento spirituale
Asceta eremita — un altro modello di comportamento
Avadhuta — colui che dimora al di fuori di ogni cornice e prescrizione, un pellegrino spirituale, un saggio folle
Capofamiglia (grihastha) — un uomo di famiglia, colui che vive e pratica nel mondo
A livello di comportamento, iniziamo a riflettere su quale modello di comportamento nella dimensione relativa ci sia necessario per realizzare quel passaggio, quel salto evolutivo che desideriamo, di cui parliamo.

Corretta comprensione dei principi spirituali
Quando pratichiamo, dovremmo chiarire per noi stessi alcuni punti importanti:
Essere nella non-azione contemplativa non significa essere nell’ozio a livello relativo. Il principio della non-azione non presuppone affatto che stiamo seduti rilassati, senza fare nulla, pensando: «Mi trovo nella non-azione trascendente». Nella dimensione relativa agiscono determinate leggi, e dovremmo tenere conto dell’importanza di questa dimensione.
Essere distaccati, non attaccati, non significa essere dei falliti, non significa essere incapaci di operare con le energie materiali, di raggiungere obiettivi. Piuttosto, essere distaccati è una scelta determinata, che si realizza o interiormente o esteriormente, ma non significa che pensiamo: «Io sono al di sopra di tutto questo. Non so fare nulla e non posso fare nulla, perché sono un grande yogi completamente distaccato». In realtà, il distacco è una qualità della coscienza, una qualità di non-attaccamento; e come si manifesterà a livello materiale: sotto forma di ascetismo ed eremitaggio, sotto forma di monachesimo oppure sotto forma di servizio completamente non attaccato per fini supremi — questa è una questione della dimensione relativa, è una vostra scelta, il modo in cui sceglierete il vostro stile di pratica.
La pratica è multidimensionale, non univoca, non algoritmica, non lineare. Nella pratica non esistono strade diritte rigidamente prestabilite. Potete sempre scegliere lo stile di pratica verso il quale avete inclinazione. C’è un detto: «Non è la pratica che deve governare voi, ma siete voi che dovete governare la pratica». Tutti noi abbiamo circostanze diverse, perciò ciò che è adatto a uno può non essere adatto a un altro; i karma che si manifestano nella coscienza di uno possono non corrispondere ai karma di un altro. In conformità a ciò, nell’insegnamento esistono molti status, vie, stili di pratica. Abbiamo persino diciassette tipi di ritiri, praticando i quali il discepolo può porre l’accento su determinate pratiche.
Proprio per questo, nella dimensione relativa, dobbiamo costruire la nostra linea, cercare la nostra via nella pratica.
Essere umili non significa essere pieni di complessi, limitati. Tutte le elevate qualità spirituali non devono in alcun modo limitarci come personalità creativa, dotata della propria scelta, della propria libertà di volontà. Al contrario, tutti questi concetti devono solo aprire in noi uno stato di coscienza più elevato.
L’orgoglio divino in azione
La sezione del comportamento è l’orgoglio divino in azione. L’orgoglio divino in azione significa che il nostro comportamento si manifesta nella dimensione relativa come una complessità fiorente, varietà, creatività. In altre parole, se abbiamo accettato lo status di agire, di vivere nel mondo, di non essere monaci o eremiti, allora il nostro orgoglio divino deve manifestarsi sotto forma di operare con le energie materiali mondane. Non è una situazione in cui una persona pensa: «Io sono Brahman! Io sono Brahman!», mentre nella dimensione relativa è completamente incompetente o impotente, e il livello della sua soglia d’azione è persino inferiore a quello di una persona che non pratica. Al contrario, il vostro orgoglio divino si manifesta sempre come chiarezza, come fioritura, come apertura del vostro potenziale creativo.

Generazione dei propri significati
Viviamo in un determinato strato della coscienza collettiva. Questa coscienza collettiva possiede sempre una grande forza. La realtà mondana (maya) genera continuamente vari significati. La nostra coscienza è costantemente esposta a questi significati, che lo vogliamo o no. E qual è la via d’uscita? Se viviamo circondati da maya, l’energia illusoria che genera continuamente vari significati, l’unico modo per non cadere sotto questi significati imposti da maya è generare noi stessi i significati.
Per esempio, se guardate le notizie o un programma televisivo, ciò significa un certo significato generato. Quando vi interessa, rispondete e dimenticate la contemplazione: ciò significa che cadete sotto l’influsso di un qualche significato. Forse questo significato non vi piace e non corrisponde ai vostri valori, alle vostre impostazioni e alla vostra volontà; tuttavia vi ci ritrovate sottoposti, perché interiormente non avete generato un significato vostro. Allo stesso modo ciò avviene anche nel sogno e nel bardo durante la rinascita, quando vengono generate diverse energie che producono significati, diversi tunnel di realtà. Se non abbiamo imparato a dimorare nella presenza e a generare i nostri significati, questi significati cominciano a impossessarsi di noi, e allora li seguiamo. Ma il punto è che seguirli non sempre porta beneficio, anzi. Questo è ciò che viene chiamato samsara.
Il praticante non vuole vivere in realtà e significati altrui, cerca sempre di generare le proprie realtà e i propri significati. Io non voglio che voi viviate nel mio significato. Voglio che generiate i vostri propri significati. Qualcuno può dire: «Ma anche l’insegnamento è una certa realtà, un certo significato?» In realtà, però, l’insegnamento vi insegna come rivelare i vostri significati e generare le vostre realtà. Non desidero essere da solo un uomo-dio; desidero essere un uomo-dio tra altri uomini-dio. Perciò ciascuno di voi, praticando l’insegnamento dello yoga laya, deve imparare a generare i propri significati e le proprie realtà. In questo consiste il senso della pratica dell’insegnamento. Allora questo sarà chiamato liberazione.

Mandala e lila: i giochi degli dèi
Il praticante aspira a vivere proprio nei propri significati, creati dalla mente. Tali significati in sanscrito sono chiamati «mandala»: mondi degli dèi, realtà create dalla coscienza. Le divinità giocano i propri giochi; a volte questi giochi sono collettivi, a volte individuali, ma sono proprio i loro giochi, sono le loro energie creative.
Gli esseri condizionati nei mondi inferiori partecipano sempre a una storia collettiva. Non giocano a dei giochi, ma interpretano diversi stati condizionati: questo si chiama «krida». Per esempio, quando ha luogo una guerra, una rivoluzione o qualsiasi riforma, gli esseri viventi vi vengono coinvolti. Questo è il principio della storia collettiva. Ma coloro che vi partecipano, molto probabilmente, vengono semplicemente coinvolti in determinati eventi; non è ciò a cui in realtà vorrebbero prendere parte. È proprio così che si dispiegano gli eventi nel mondo del samsara.
Ma nel mondo degli dèi ciascuno ha il proprio gioco creativo, ciascuno genera la propria lila: queste sono le qualità della divinità. Questi giochi comuni si dispiegano e creano una determinata mandala collettiva: proprio questo si chiama «deva-loka» (il mondo degli dèi). E allora ogni essere vivente ha la propria storia personale: ciò è chiamato stato di lila (gioco).
Ma per vivere nello stato di lila (gioco), è necessario imparare a generare continuamente da sé nuovi significati e a circondarsene, creando il proprio universo; bisogna ascoltare costantemente la fonte dei significati: lo stato naturale. Perché proprio lo stato naturale è il generatore di tutti i significati, il generatore delle realtà e delle mandala. Se invece non lo ascoltiamo, cadiamo sotto l’influsso di vari altri significati. Il principio della presenza contemplativa consiste proprio nell’ascolto continuo del proprio stato naturale, nella generazione continua di chiarezza e di nuovi significati. Non appena ci distraiamo, cominciano a generarsi altre chiarezze, significati mondani, e noi cadiamo sotto la loro influenza.

La tradizione vivente e la creazione del futuro
In che cosa si distingue una religione vivente da una religione senza vita? Una religione vivente crea sempre il futuro, si sviluppa. Una religione che ha perduto il proprio spirito si irrigidisce, perde flessibilità. Esistono numerosi esempi di tali religioni: i maya, gli inca, gli aztechi, la civiltà egizia, la civiltà degli Ainu, dei Dogon, le religioni pagane e molte altre. Un tempo erano grandissime religioni, mentre ora sono appannaggio degli archeologi. Tutto ciò che ne è rimasto sono informazioni archeologiche, iscrizioni su tavolette d’argilla e righe nelle enciclopedie.
Qualsiasi pratica religiosa ha forza se si manifesta in modo flessibile, se crea costantemente il futuro, se tende continuamente a nuovi significati, tenendo conto del momento presente. Se invece non tiene conto del momento presente nel comportamento, diventa rigida, comincia a limitare.
Lo stesso vale anche per il praticante spirituale. Il praticante spirituale non è rivolto soltanto al passato. È molto importante studiare il passato, studiare la mitologia, i testi sacri, ed è importante praticare nel presente. Tuttavia, se non fissiamo il vettore dell’intenzione verso il futuro, se non costruiamo il nostro futuro, anche noi possiamo irrigidirci e diventare praticanti arcaici. Ciò significa che il vero praticante include sempre il futuro, insieme al presente e al passato, nella propria pratica spirituale. Egli cerca costantemente di dare senso al proprio futuro, di pianificarlo, di stabilire obiettivi, pur trovandosi in uno stato al di là sia del passato sia del futuro. Proprio allora la sua pratica diventa viva, la sua religione diventa autentica.
La tradizione dei siddha non è morta, è viva e si sviluppa sempre attraverso i suoi portatori concreti. Cioè non esiste una tradizione astratta dei siddha. Qualcuno forse pensa che esista una tradizione degli dèi o dei siddha come una certa astrazione impressa nei testi sacri, nelle immagini. In realtà questa non è la tradizione stessa, ma semplicemente la sua attributica. La vera tradizione, invece, è sempre viva, si sviluppa sempre attraverso la trasmissione nella linea di successione discepolare, attraverso i suoi portatori concreti.
Per esempio, se io, come rappresentante della linea di successione e maestro, la trasmetto agli allievi, e voi traete beneficio da tale trasmissione, acquisite diverse capacità, la liberazione, allora posso dire che la tradizione continua attraverso i suoi portatori viventi. E allo stesso modo gli allievi, utilizzando la propria chiarezza, possono poi continuarla. In questo consiste il senso della vitalità della tradizione.
Per noi è molto importante mantenere sempre viva la nostra tradizione; non deve mai irrigidirsi, deve sempre essere flessibile, poiché i siddha furono i più grandi maestri della flessibilità, non solo grandissimi santi, ma anche saggi, geni. Proprio in questo modo anche noi dobbiamo imparare tale flessibilità, affinché la nostra tradizione sia sempre flessibile e viva, affinché si sviluppi e non si fermi mai, non si irrigidisca, non ristagni.

Questo è possibile solo nel caso in cui portiamo davvero molto attivamente l’insegnamento nella nostra vita, se portiamo l’insegnamento nel nostro comportamento. Se invece non lo facciamo, la tradizione diventa arcaica. Se non ci sono fonti vive di trasmissione, se non ci sono i suoi portatori viventi, essa degenera semplicemente in filosofia, in scolastica, in qualcosa di astratto e separato dalla vita. Allora diventa interessante solo per gli archeologi e i filosofi che studiano antichi manoscritti. Ma una vera tradizione vivente è sempre nel presente; anzi, è sempre protesa verso il futuro, poiché abbraccia tutti gli aspetti della nostra vita.
Formazione dello scenario del futuro
Ma spesso accade che il praticante spirituale smetta di pensare seriamente al futuro. Pensa solo al passato, studia la mitologia, i testi sacri e le biografie, pratica nel presente, ma il futuro per lui è molto indefinito. Pensa che tutto ciò sia molto complicato, che sia impossibile pianificarlo in modo concreto. Ma in realtà è molto importante prendere in mano il proprio futuro e dirigerlo sulla base della comprensione dell’insegnamento, perché è proprio l’insegnamento a dirci che dobbiamo farlo. In altre parole, servendoci della saggezza e della chiarezza dell’insegnamento, dobbiamo applicare questa chiarezza e proiettarla nel futuro, creare quello scenario e quella variante del futuro che desideriamo proprio noi.
E se non creiamo lo scenario del futuro e non generiamo significati, questo futuro arriverà comunque, che lo vogliamo o no, ma potrebbe arrivare non affatto secondo il nostro scenario. E quanto vi piace un futuro del genere, se arriva non secondo il vostro scenario?
Il futuro è un fattore del tempo, e il tempo è sempre fatto di sfide. Se reagiamo adeguatamente alle sfide, se ci integriamo con esse, allora il tempo ci appare come qualcosa di positivo, favorevole. Ma se reagiamo in modo inadeguato alle sfide, se siamo in ritardo, se il tempo ci lancia delle sfide e noi non riusciamo a stare al passo, agiamo inconsapevolmente, allora il tempo si presenta sotto forma del purusha nero, Mahakala, sotto forma di un’energia rigida che spazza via semplicemente tutti i tuoi piani, obiettivi e significati.
Ma nessuno di noi vuole perdere i propri piani e significati (intendo prima di tutto i piani per la vita spirituale e per la pratica spirituale). E, al contrario, ciascuno di noi desidera che questi piani si incarnino, che tutti i nostri sogni e obiettivi siano realizzati nel modo migliore. Ma possono incarnarsi solo nel caso in cui cerchiamo di dirigere il futuro con la forza della nostra intenzione, se cerchiamo di prevedere in anticipo e di formare uno scenario sulla base della nostra stessa chiarezza.

Futuro individuale e collettivo
Il praticante cerca di formare lo scenario del futuro individuale. Ma quando ci dedichiamo alla pratica spirituale, dobbiamo comprendere che siamo esseri sociali, che non esiste un individuo separato dalla società, almeno se non siete eremiti. In un modo o nell’altro il nostro futuro è inscritto nello scenario del futuro dell’umanità, perciò è importante parlare non solo del nostro futuro individuale, yogico, ma anche del futuro collettivo, poiché siamo sempre inseriti in una determinata società, che ha anch’essa il proprio destino, la propria storia collettiva e il proprio futuro collettivo.
Ciò che sarà il nostro futuro collettivo dipende da quanto intensamente generiamo i nostri pensieri e da quanto possiamo concentrare la forza del nostro pensiero e dirigerla verso il raggiungimento di ciò che abbiamo concepito. Proprio per questo dobbiamo superare la frattura tra l’insegnamento e la vita.
Il fiume del tempo e la contemplazione anticipatrice
L’universo non è una struttura di cemento armato, incrollabile. In realtà non è un qualche edificio fondamentale di cemento armato che poggia su fondamenta immobili. L’universo, piuttosto, può essere paragonato a un fiume che scorre molto rapidamente. Se non scorriamo insieme al fiume e non comprendiamo questo, allora questo fiume ci trascina via. Abbiamo un’unica via d’uscita: imparare a scorrere insieme al fiume, imparare a trasformarci insieme al tempo. Se siamo in grado di farlo, allora il fiume del tempo non ci trascina via, perciò potremo raggiungere a nuoto l’altra riva: la riva della liberazione.

Come non essere trascinati via dal fiume del tempo? Questo è possibile solo se indirizziamo il nostro futuro, se agiamo in uno stato di contemplazione anticipatrice, se nella dimensione relativa, nelle azioni, manifestiamo l’orgoglio divino, se generiamo significati anticipatori più rapidamente del tempo e dei cambiamenti, se la nostra coscienza creativa è capace di agire in modo più saggio, più profondo e più rapido. Allora il passaggio alla liberazione, allo stato di essere divino, è davvero possibile.
La forza della mente collettiva
Come generazione di significato, ho scritto il testo «Avanti, verso il futuro, verso l’Umanità divina». Penso che sia molto importante comprendere che la realtà viene creata dal nostro pensiero. Sono proprio i pensieri che abbiamo a determinare quel mondo o quella realtà in cui possiamo vivere.
È molto importante comprendere che esiste l’effetto della mente collettiva. La forza del pensiero di una sola persona non è grande, ma se siete capaci di unire la vostra coscienza in una mente integrale, allora non sarà più un solo pensiero, ma centinaia o decine di migliaia di pensieri, e queste decine di migliaia di pensieri, unendosi, raggiungeranno necessariamente un risultato, si manifesteranno sotto forma di materializzazione.
Lo scopo della pratica spirituale nella dimensione relativa
Qual è il nostro scopo nella dimensione relativa o nel comportamento? Il nostro scopo è il passaggio alla divinoumanità, allo stato di deva o siddha, se naturalmente prendiamo sul serio gli obiettivi dell’insegnamento del laya-yoga. Questo è il futuro a cui aspiriamo. Cerchiamo di crearlo e costruirlo con la forza del nostro pensiero, con la forza dell’intenzione guidata.
Il divinoumano è ciò che nei testi sacri viene chiamato arya, siddha, divya-manushya. È il risultato naturale della nostra pratica spirituale, se pratichiamo correttamente. È una divinità immortale, che pensa in modo paradossale, possiede molti corpi e vive in molte realtà. Proprio questi esseri divini sono raffigurati nella nostra tradizione nelle immagini iconografiche. Come vedete, sono sempre raffigurati al centro della mandala, una dimensione molto bella creata dalla loro stessa coscienza.
Il nostro futuro è la creazione di un divinoumano immortale del mondo, di un divinoumano dell’universo, di un divinoumano di una complessa realtà multidimensionale fiorente (mandala), che si manifesta, gioca in una molteplicità di corpi-veicoli illusori. Ora espongo in un linguaggio piuttosto semplice termini complessi del Dharma, per esempio: l’insegnamento sull’autoperfezione dei corpi illusori, l’insegnamento sulla mandala e sul mandaleshvara, l’insegnamento su iccha-shakti e così via.
Il divinoumano è una mente integrale che, con la forza della propria coscienza, può governare la realtà. È un genio-giocatore immortale, che crea una storia personale e pensa in modo paradossale, dimorando nella non-dualità. Questo è il nostro scopo. Se ci concentriamo su di esso, applichiamo continuamente l’intenzione, ci istruiamo e sviluppiamo in noi le nuove qualità necessarie, possiamo procedere verso questo scopo abbastanza rapidamente. Se la nostra concentrazione diminuisce, allora questo scopo si allontana. E allora anche la questione del grande salto evolutivo, del passaggio nella mandala della dimensione pura, viene rimandata.

L’importanza della scelta e della definizione delle priorità
Penso che definirsi nella dimensione relativa rispetto ai modelli di comportamento, ai modelli di azione e alle priorità dei significati e degli scopi sia la cosa più importante. Le metodiche concrete dell’insegnamento sono importanti, ma funzionano solo quando in noi si è prodotta questa chiara determinazione, quando abbiamo deciso: «Sì! È in questa direzione che devo andare! Accetto questi scopi, decido di generare proprio questi significati, e nessun altro».
Esiste un’infinità di scopi e significati, e dobbiamo sempre fare una scelta; non possiamo stare senza scelta, non possiamo stare senza responsabilità. Se non facciamo questa scelta, seguiremo comunque qualche significato e qualche scopo, seguiremo scelte più piccole e più basse. Ma quando ci siamo determinati riguardo al significato e allo scopo, allora tutto diventa comprensibile, allora si può parlare degli aspetti complessi dell’insegnamento, del lavoro con la sankalpa, del lavoro con i chakra e così via.
Ma anche se riceviamo trasmissioni in pratiche complesse (invocazione di esseri divini, pratiche sottilissime di contemplazione, diversi tipi di lavoro con l’energia, con la luce e il suono), ma non abbiamo una priorità degli obiettivi, non è avvenuta una scelta profonda, non c’è Rifugio, il samaya non è stato acquisito (cioè non abbiamo scelto determinati significati e obiettivi, non ci siamo assunti la responsabilità, non abbiamo stabilito un legame con il Rifugio), allora tutte queste pratiche saranno garantitamente solo colpi a vuoto. Questo vi svilupperà sul piano intellettuale e su quello energetico, ma sul piano essenziale saranno comunque colpi a vuoto, perché un insegnamento vivo viene sempre trasmesso attraverso il samaya, attraverso la trasmissione.
Ci si può avvicinare al Rifugio, al samaya, alla trasmissione solo attraverso una scelta, attraverso la definizione delle priorità di significato e di determinati valori. E quando questa scelta è stata fatta, qualsiasi pratica diventa operante e attuale; allora siete simili a quella persona che è come un rinoceronte che avanza, e potrete certamente realizzare tutto ciò che vi ponete nella vostra pratica.
La necessità della trasformazione psicologica
Per realizzare lo scopo del dio-uomo, divya-manushya, non è necessario soltanto dedicarsi alla pratica spirituale, ma occorre compiere una rivoluzione psicologica interiore, una trasformazione psicologica, educare una nuova coscienza, formare da sé un uomo nuovo. È inoltre necessario cambiare anche l’ambiente esterno (cambiarlo, naturalmente, in meglio e non in peggio). Ciò significa che bisogna generare nuovi significati e nuovi obiettivi, per costruire sulla loro base un proprio ambiente più elevato.
Lo scopo della nostra pratica nella dimensione relativa è creare un mondo come realtà complessa, fiorente, governabile, una mandala, come un universo sovraintelligente della dimensione pura, dove ognuno è simile a un giocatore, a un creatore divino, dove ognuno è simile a un universo personale. Questo è appunto il nostro futuro, verso cui dobbiamo dirigere il nostro pensiero se vogliamo creare tale futuro. E creare un mondo simile, un tale universo sovraintelligente, manifestare la mandala, il campo puro dell’illuminazione, la dimensione pura: questo è, propriamente, lo scopo della nostra pratica nella dimensione relativa.

Cioè dobbiamo comprendere che pratichiamo l’atma-vichara, sosteniamo il sankalpa, lavoriamo con la presenza contemplativa proprio per cambiare qualcosa, trasformare qualcosa. E quando lavoriamo con il sankalpa, si apre in noi la presenza contemplativa sotto forma di spazio, sotto forma di chiarezza. E questa chiarezza genera una determinata comprensione, determinati significati e obiettivi. Ma la questione è che non avvenga soltanto la generazione di una nuova chiarezza e di nuovi significati, bensì anche la loro incarnazione nella dimensione reale.
Il superamento delle catene della mente
Il dio-uomo, il santo o il siddha, cioè l’uomo che vogliamo diventare in futuro, non può essere fatto crescere nelle vecchie condizioni, tra relazioni obsolete, idee cristallizzate, stereotipi millenari. È impossibile, perché nel mondo delle illusioni e delle limitazioni le catene della sua mente tengono gli uomini molto più saldamente di qualsiasi catena. Anche anime molto sagge e forti non sono libere da tali catene. Se la mente è in catene e dorme, allora, anche se sei molto talentuoso e geniale, resti comunque nelle catene della tua mente.
Ma quando parliamo del passaggio allo stato divino, all’essere divino, si intende una trasformazione radicale. E a noi è costantemente richiesto di fare delle scelte. La scelta e l’assunzione di responsabilità, la definizione di nuovi significati non sono un atto unico, compiuto una volta sola quando abbiamo preso Rifugio o abbiamo deciso: «Sì, osserverò il samaya», per poi dimenticarcene. In realtà è una scelta continua, una scelta in cui esiste costantemente una possibilità ramificata, catene di causa ed effetto, e noi costantemente, di fatto ogni secondo, dobbiamo compiere queste scelte. Un santo diceva così: «Ogni giorno vivo e muoio, e poi rinasco di nuovo». Cioè sono scelte continue che dobbiamo compiere costantemente, ricordando a noi stessi il Rifugio preso, il samaya e così via.
La creazione della mandala collettiva
Vedo che nella dimensione relativa, per noi come praticanti, come una sorta di mente collettiva, come una mandala integrale, ad esempio la sangha, la comunità mondiale del laya yoga, è molto importante creare un mondo nuovo che sia favorevole ai praticanti spirituali, creare un campo di coscienza collettiva, una propria mandala composta dalle menti di persone geniali, creatori, dio-uomini creatori, ciascuno dei quali vive nel proprio universo.
Senza la creazione di una tale mandala come causa iniziatrice secondaria, anche lo sviluppo individuale è difficile o persino impossibile, se non siete monaci o eremiti. Se siete eremiti o monaci, allora se ne può parlare. Ma se avete adottato un determinato modello di comportamento, ad esempio quello del capofamiglia (grihastha), allora senza la creazione di una tale mandala e di una mente collettiva sarà difficile progredire.

Penso che nel corso del 2007 torneremo ancora molte volte sull’aspetto del comportamento, su come esattamente si potrebbe manifestare l’insegnamento dello laya-yoga nella dimensione relativa, affinché esso diventi non solo una filosofia e una pratica contemplativa, ma diventi vita reale, un’intenzione materializzata.


