Commento al testo di Sri Ramana Maharshi «Sii ciò che sei»
Domanda: Che cos’è la realtà?
Ramana: Ciò che sta alla base è la realtà. Essa si cela sotto le limitazioni, pur essendo illimitata. Non è limitata e, benché sia essa stessa reale, è oscurata dalle irrealtà. La realtà è Ciò che È.
La realtà, che è pura Coscienza e permane dopo la distruzione dell’ignoranza e della conoscenza degli oggetti, è l’unico Atman. In questa Brahma-svarupa (la vera forma del Brahman), pienezza della conoscenza dell’Atman, non vi è neppure una goccia d’ignoranza.
La realtà, che risplende in tutta la sua pienezza, libera dalle sofferenze e dalle limitazioni del corpo, sia nella percezione sia nella non percezione del mondo, è la vostra vera forma (nija-svarupa).
Lo splendore della Coscienza-Beatitudine nella forma dell’unica Consapevolezza, che risplende ugualmente all’esterno e all’interno, è la suprema realtà primordiale, colma di beatitudine.
La realtà primordiale è sinonimo dello stato naturale, la causa ultima. Praticare lo yoga significa ricongiungersi con la causa ultima. Yoga si traduce come giogo o yuj (ricongiungimento). Il termine «yoga» presuppone che vi sia la consapevolezza del vi-yoga (separazione). Esiste un unico spazio di pura luce della Saggezza primordiale. Tuttavia, per noi esseri umani questo spazio è diviso. Solitamente si parla di tre tipi principali di spazio. Lo spazio esterno (bhuta-akasha) e lo spazio interno (chit-akasha). Questi due spazi sono separati dentro e fuori di noi dal corpo e dalla mente. Il processo dello yoga consiste nell’unire questi due tipi di spazio; allora si raggiunge il terzo tipo di spazio, lo hrid-akasha.

La natura di jnana
Sappiate che solo jnana è non attaccamento, solo jnana è purezza, jnana è il conseguimento di Dio, solo jnana, libera dall’oblio dell’Atman, è immortalità, solo jnana è tutto.
Jnana è la Saggezza autogenerata, insita in noi. Essa esiste originariamente in ogni essere umano, ma è come se dormisse. Finché non ci risvegliamo a essa, è come se non esistesse. Benché un cane possieda la natura di Buddha, tuttavia patisce il freddo per strada e si mostra servile con le persone per ricevere un pezzo di pane, soffrendo nel corpo di un cane, poiché la saggezza dentro di lui dorme. Da Brahma fino alla formica, ogni essere vivente possiede la natura della Chiara Luce. Tuttavia, per la forza del karma, la coscienza è offuscata dall’identificazione «aham dehasmi» («io sono il corpo»).

Il metodo dell’autoindagine
Domanda: Che cos’è questa Consapevolezza e come la si può ottenere e sviluppare?
Ramana: Voi siete questa Consapevolezza. Consapevolezza è un altro vostro nome. Poiché voi siete Consapevolezza, non vi è alcun bisogno di raggiungerla o coltivarla. Tutto ciò che dovete fare è abbandonare la consapevolezza delle altre cose, ossia del non-Atman.
Il metodo di Ramana differisce leggermente da quello da noi utilizzato. Egli dà un’introduzione diretta attraverso l’autoindagine. Nella nostra tradizione, l’introduzione diretta viene data attraverso la trasmissione dello stato, mentre l’autoindagine mediante la ricerca del «pensiero-io» è uno dei numerosi modi per introdurre a questo stato. Tuttavia, in generale, l’insegnamento a livello dei sutra non differisce. Egli dice: «Voi siete la consapevolezza». In altre parole, la nostra mente nella sua semplicità è questa realtà ultima. Benché non ci sia ancora nota, quando abbandoniamo i concetti e l’attaccamento all’«io» e dimoriamo nella nuda consapevolezza, essa si rivela immediatamente e può essere sperimentata all’istante. Non è necessario fare qualcosa di artificiale; il punto è che è molto difficile stabilizzarla fin dalla prima volta, perciò sono necessari anni di purificazione.
Ramana dice: «Tutto ciò che dovete fare è abbandonare la consapevolezza delle altre cose, ossia del non-Atman», semplicemente compiere una scelta. Abbandonare la consapevolezza delle altre cose non significa smettere di guardare questo o quello, oppure distogliere la mente e concentrarla su qualcosa. Significa piuttosto abbandonare la dualità della percezione. In altre parole, abbandonare la via dell’inconsapevolezza, della distrazione e del non dimorare nello stato naturale, e intraprendere la via del dimorare nello stato naturale.
Se una persona abbandona la consapevolezza del non-Atman, rimane soltanto la pura consapevolezza, ed essa è l’Atman.
Quando abbandoniamo la dualità, le distrazioni e l’inconsapevolezza, nonché la visione del mondo come separato dallo stato naturale, tutto rimane incluso nello stato naturale. Scopriamo che questa totalità onnicomprensiva nello stato naturale è il nostro Sé. Atman non è una qualche etichetta filosofica: significa semplicemente il Sé, il nostro stato nella sua vera forma.

Consapevolezza assoluta e relativa
Domanda: Se l’Atman è consapevole di Sé, perché io, persino ora, non sono consapevole di Lui?
Ramana: Qui non vi è dualità tra voi e l’Atman. La vostra conoscenza attuale è condizionata dall’ego ed è soltanto relativa, poiché richiede un soggetto e un oggetto, mentre la consapevolezza dell’Atman è assoluta e non necessita di alcun oggetto.
Anche quando non siamo consapevoli dell’Atman, il nostro stato originario continua comunque a esistere e, quando ce ne ricordiamo, possiamo ritornare immediatamente a questo stato naturale. Si può dire che la nostra stessa coscienza sia questo stato originario, soltanto ristretto e rivolto verso gli oggetti.
L’Atman è sempre presente. Ogni persona vuole conoscere Sé stessa, l’Atman. Di che cosa ha bisogno per farlo? Le persone vogliono vedere l’Atman come qualcosa di nuovo, ma Egli è eterno e rimane tale in ogni momento. Bramano vederlo sotto forma di luce splendente e così via. Come potrebbe essere così? Egli non è né luce né oscurità. Egli è soltanto ciò che è. Non può essere definito, e la migliore definizione sarà: «Io sono Colui che sono».
Dimorare nell’assolutezza
Quando una persona è immersa nello stato naturale, significa che dimora nella consapevolezza senza scelta e che tutto diventa assoluto, anziché essere relativo. Quando vi sono consapevolezza selettiva, discriminazione, esperienza strutturata, attaccamento e tutta questa dualità della mente concettuale, allora sorgono diversi problemi. Quando la consapevolezza senza scelta si approfondisce davvero, nello stato naturale ogni cosa viene percepita come l’Assoluto. È la totalità dell’Essere, quando il soggetto si ricongiunge con l’oggetto.

Una tale persona, quando mangia il prasad, prende un cucchiaio assoluto e con un cucchiaio assoluto mangia del riso assoluto da una ciotola assoluta. Quando mangia, percepisce un sapore assoluto; quando raggiunge la sazietà, dopo il prasad è assolutamente sazia. Quando sente il suono della campanella del monaco di turno, ode il suono assoluto di una campanella assoluta, suonata da un monaco assoluto. Quando, dopo il prasad, esce all’aperto, vede il candore assoluto della neve e avverte il soffio assoluto del vento. Vede inoltre montagne assolute e nuvole assolute. Qualunque cosa incontri, tutto diventa assoluto: tale è la natura dell’Essere. Comprende che l’assolutezza è la normale e autentica natura dell’Essere. Qualunque cosa faccia, tutto ciò che viene dalle sue mani e dai suoi piedi è assoluto, proprio come lui stesso.

Quando incontra un’altra persona, la vede come un corpo illusorio assoluto. Quando sente i suoni del linguaggio, li ode come linguaggio assoluto. Quando vengono compiute delle azioni, anch’esse sono assolute. Questa è l’immersione nell’Assoluto, che i Veda hanno descritto come «Sarvam Eva Brahman»: tutto è Brahman. In tale assolutezza, la persona non separa sé stessa dall’Assoluto; vede che una simile separazione è inappropriata, nient’altro che una finzione. Se non si accetta l’idea «io sono questo corpo», allora tutto è assoluto. Quando tutto è assoluto, comprende che nell’Assoluto non vi è alcuna distinzione tra aspetti negativi e positivi. Naturalmente essi esistono in senso convenzionale, se si adotta un punto di vista relativo, ma in senso assoluto tali cose non esistono.
Approfondimento della contemplazione
Quando lo yogin entra per la prima volta in questo stato, cerca semplicemente di prolungarlo. All’inizio non dura più di un istante, poi lo yogin ne fuoriesce, perché la dimensione relativa lo costringe a riconoscere se stesso e a distrarsi. Ma il vero significato della contemplazione consiste nel lasciare andare la consapevolezza di tutte le distrazioni, ossia di ciò che non è assoluto, e nel rimanere saldamente nello stato assoluto finché esso non penetri nella carne e nelle ossa.
All’inizio lo yogin non crede in questo stato assoluto, perché è troppo abituato al relativo. C’è un detto: «Quando si parla del Tao a un uomo comune, questi ride; altrimenti non sarebbe il Tao». Anche quando lo yogin ne ha sentito parlare molto, continua comunque a non crederci; altrimenti come si potrebbero spiegare i problemi che sorgono nei rapporti tra i praticanti spirituali? Semplicemente non hanno ancora una fede salda. Supponiamo che un praticante possa essere facilmente rattristato, confuso o adirato, perché non crede ancora che tutto ciò che accade sia assoluto e che la persona che lo rattrista sia essa stessa l’Assoluto. Poiché tutto è assoluto, qualunque emozione, sentimento o pensiero sorga, non c’è bisogno di rattristarsi, ma occorre accettarlo come assoluto.
Un santo vagava per l’India. Era un avadhuta che camminava nudo (credo fosse lo yogin Bhusunda, un grande siddha). Un giorno entrò accidentalmente negli appartamenti femminili di un palazzo musulmano. La guardia chiamò il signore del palazzo (il nawab), che andò su tutte le furie, pensando che fosse entrato nel suo harem. Sguainò la spada e recise un braccio al santo. Ridendo, quel siddha prese il braccio, se lo mise sotto l’ascella e se ne andò senza dire nulla al nawab. Quando il nawab si riprese dallo stupore, si rese conto di aver agito male, perché quello era un grande santo. Ebbe paura che potesse maledirlo, perciò lo raggiunse, cominciò a scusarsi e a fargli offerte appropriate. Il santo non disse nulla, si limitò a riattaccare il braccio reciso e proseguì il suo cammino.

Fede e comprensione sul sentiero dello jnana
Quando la nostra contemplazione diventa ininterrotta, ci radichiamo in una simile fede nell’Assoluto. Questa fede nell’Assoluto è molto diversa dalla fede delle religioni dualistiche, come il cristianesimo o la bhakti induista nel tantra. Bisogna comprendere questa differenza fondamentale: nelle religioni dualistiche la fede non si basa sulla comprensione, ma semplicemente sull’autotrascendenza, sull’irrazionale. È un’autotrascendenza attraverso la percezione irrazionale: «Credo perché è assurdo». In altre parole: «Comprendo che qui la consapevolezza e la mente non funzionano; semplicemente credo».
Sul sentiero dello jnana il principio è diverso: qui la fede significa piuttosto comprensione (jnana). Qui viene illuminato non soltanto il corpo causale, ma anche il corpo mentale; in altre parole, sono coinvolti non solo buddhi, ma anche manas. Comprensione significa che il vostro intelletto si è completamente rischiarato ed è divenuto puro, libero da qualsiasi condizionamento. La differenza, dunque, consiste nella presenza di un ulteriore strato, uno strato più sottile di consapevolezza che partecipa alla pratica spirituale. Nei bhakta questo strato sottile non partecipa alla pratica spirituale: essi hanno soltanto l’abbandono di sé attraverso la fede. Gli jnanin hanno invece un ulteriore strato di consapevolezza che partecipa alla pratica spirituale, vale a dire la comprensione.
L’Essere al di là delle definizioni
L’Atman è l’Essere, ma distinto dal reale e dall’irreale; è Conoscenza, ma distinta dalla conoscenza e dall’ignoranza. Come è possibile definirlo? Esso è semplicemente l’Essere.
Quando una simile comprensione si radica in noi, la nostra pratica diventa inseparabile dalla contemplazione. Di fatto, conoscere, comprendere e contemplare diventano la stessa cosa. Per questo si dice che il sentiero della presenza è lo yoga della non-meditazione. Si tratta più di familiarizzarsi con la visione che di praticare una meditazione fissa. Familiarizzarsi con la visione significa mantenere ininterrottamente la nostra comprensione, qualunque cosa facciamo. C’è una grande differenza tra la meditazione seduta, durante la quale cerchiamo di arrestare la mente, e lo stato successivo alla meditazione, quando torniamo a percepire ogni cosa in modo dualistico. L’altro tipo si ha quando dimoriamo ininterrottamente in una simile visione non duale: meditiamo nella non dualità, poi usciamo dalla meditazione, ma continuiamo comunque a vedere tutto come non duale; in altre parole, dimoriamo nell’assolutezza, qualunque cosa facciamo.
Con la pratica, la fede e la comprensione dello yogin diventano più chiare, ed egli non nutre più alcun dubbio nella luce della Saggezza auto-originata. Ha stabilito un contatto con questa luce, ha ristabilito il legame con questa Fonte. All'inizio è come quando si gira la manopola di una radio cercando di sintonizzarsi sulla frequenza desiderata. Una volta captata la trasmissione giusta, occorre mantenerla e assicurare una buona qualità di ricezione: è tutto ciò che ormai vi è richiesto. Quando la qualità della ricezione è buona, ricevete una trasmissione ininterrotta. La trasmissione ininterrotta viene oscurata dal flusso dei pensieri dualistici, dagli attaccamenti e dai desideri egoistici. La questione consiste nell'affidare continuamente la propria coscienza alla luce della Saggezza auto-originata, recidendo l'attaccamento all'«io». Allora nello yogin sorgono due tendenze: la prima è l'attaccamento all'«io», il suo ego, che vuole continuare a vivere come prima; la seconda è la luce aperta della Saggezza auto-originata.

La visione dopo la realizzazione
Domanda: Che cosa vedrà una persona dopo aver realizzato l'Atman?
Ramana: Qui non vi è alcuna visione. La visione è soltanto essere.
La domanda stessa è ingenua, poiché dopo aver realizzato l'Atman non resta più nessuno che possa vedere, perché quella vecchia persona scompare completamente. Rimane una visione simile all'essere, ma la personalità condizionata cessa di esistere nel modo precedente. Affermazioni del tipo «ci incontreremo nel Mahanirvana» o speranze che raggiungeremo la realizzazione e saremo buoni amici nel dharma nel Brahman sono cose prive di senso, sono un'illusione. Naturalmente, a livello relativo possono esservi relazioni con gli altri e così via; tuttavia, prima che venga raggiunto il livello assoluto, il senso dell'ego scompare, tutti gli amici, i parenti e il proprio «io» vengono assorbiti dalla non-dualità e scompaiono, perciò lo yogin non vede più né amici né parenti. Nella non-dualità egli vede allo stesso modo il brahmano e l'intoccabile, chi mangia carne di cane e il cane, e la mucca. Vede tutto con gli stessi occhi; per lui non esistono più né amici né nemici.
Questo Essere è unico, si trova al di là della distinzione fra una cosa e l'altra. Perciò, con la realizzazione diventiamo il centro dell'universo, che è sempre uno e include tutto in sé. Uno non nel senso che sia caratterizzato da solitudine o mancanza, ma nel senso che rappresenta la pienezza assoluta, include tutto in sé e al di fuori di esso non può esistere qualcos'altro; e se qualcosa esiste, anch'esso è quell'Uno, perché advaita (non-dualità) significa «uno senza un secondo». Qualunque cosa sorga, tutto viene incluso nella pienezza della consapevolezza dello yogin. Non può esservi nulla che non sia incluso nella pienezza della consapevolezza dello yogin, e se qualcosa potesse non esservi incluso, allora non sarebbe pienezza.
La semplicità dell'autorealizzazione
Lo stato di autorealizzazione, come lo chiamiamo, non consiste nell'acquisire qualcosa di nuovo o nel raggiungere una meta lontana, ma semplicemente nell'Essere, ciò che siete sempre stati e siete.
Qui se ne parla con parole molto semplici. Quando si rivela la pienezza dell'autorealizzazione, lo yogin scopre di non ottenere nulla di nuovo. Naturalmente, tutto cambia radicalmente; tuttavia, lo yogin sente che si tratta del ricordo di qualcosa di antico e da tempo dimenticato. Non è qualcosa che non possedeva, bensì ciò che gli è sempre stato intrinseco. È come svegliarsi dal sonno: quando ci svegliamo, non si può dire che raggiungiamo qualcosa, che creiamo qualcosa di nuovo e così via. Comprendiamo che ciò che è accaduto prima era un sogno e che ora ci siamo svegliati, ma questo risveglio ci è sempre stato intrinseco. Allo stesso modo scopriamo di essere sempre stati l'Assoluto, ma vi era l'illusione della dualità, per
Ciò significa che, quando rimanete saldi nella presenza, ma sopraggiunge qualcosa che tenta di distogliervi da essa, dovete continuare pazientemente a dimorare nella presenza, facendo affidamento soltanto su di essa. Occorre acquisire una tale fede nella presenza che, qualunque cosa accada, possiate lasciare ogni cosa, ma continuare a rimanere saldi nella presenza. Perciò lo yogin è pronto a perdere qualsiasi cosa, tranne la presenza. Sa che, se perde qualcos’altro, non è poi così grave, ma se perde la presenza, allora è la fine di tutto.
Perché?
Perché la presenza è la radice dell’Essere, è la sua coscienza nel suo fondamento, è l’essenza stessa di tutto ciò che esiste.


