Commento al testo di Sri Ramana Maharshi, capitolo «La natura di Dio».
Nell’interpretazione di Ramana, al livello più alto dei suoi insegnamenti, i termini Atman, Dio sono sinonimi della realtà onnipervadente, che si scopre mediante l’autorealizzazione. Quando parliamo della natura di Dio, parliamo del fatto che dischiudiamo lo sguardo, o la visione. Per noi la natura di Dio è sempre legata alla visione non duale. La visione è ciò che va dischiuso prima di iniziare a meditare. C’è un detto: «Se la visione non è dischiusa, la meditazione successiva sarà errata». Si può dire che la visione è un modo di rapportarsi alle cose di questo mondo, un modo di percepire questo mondo.
Dal punto di vista di Ramana, la comprensione dell’Atman è la comprensione di Dio. Essa si manifesta per lo yogin non come l’esperienza di un certo Dio separato, ma piuttosto come la comprensione che egli stesso è Dio. Tale comprensione giunge ai livelli più alti della realizzazione. È la realizzazione della non dualità, del riconoscimento di sé. Ancora e ancora il santo dice: «Scopri chi sei. Tutte le tue domande nascono dal fatto che non sai chi sei. Scopri chi sei e non chiederlo a un altro. Lo chiedi solo perché non sai chi sei».
Per esempio, un discepolo va dal maestro e domanda: «E chi è il Guru?» Il maestro dice: «Scopri chi sei. Allora saprai chi è il Guru. Finché non lo saprai, qualunque cosa ti venga detta, non la comprenderai».
Tre aspetti della visione
Quando parliamo di visione, parliamo di tre aspetti della visione. L’Assoluto possiede qualità, o essenza. Ha una natura che si manifesta come energia. La sua essenza è l’incomprensibilità (achintya), l’infinità (ananta), l’assenza di macchia (niranjana), la purezza, l’assenza di forma, l’autoperfezione, l’onnipervasività. La sua natura è spanda, cioè la capacità di emanare, di manifestarsi.

Questo significa che la manifestazione si presenta sempre in esso per mezzo della sua forza, ma esso stesso non è il creatore, è separato da questa manifestazione. I raggi provengono dal sole, ma il sole è separato dai raggi. Il sole non ha la volontà di splendere, di inviare la propria luce, di scegliere e così via. Ciò avviene spontaneamente. Allo stesso modo l’Assoluto non ha alcuna volontà o desiderio condizionati. Ciò avviene in modo autoperfetto.
L’essere separato è un’illusione, l’illusione che siamo separati dall’Assoluto. Quando le illusioni si dissolvono, c’è solo l’Assoluto. Di solito questa è la descrizione concettuale. Ma noi diciamo che persino una tale descrizione concettuale non può essere soddisfacente, perché non è in grado di descrivere adeguatamente le qualità dell’Assoluto; perciò accettiamo questa concezione semplicemente come una descrizione operativa.
E se parliamo di visione diretta, tutte queste descrizioni possono essere sostituite da un’unica espressione: il suono dell’applauso di una sola mano. Chi lo ode comprende tutte le parole che sono state dette prima. Ma chi non è capace di udirlo, anche se vi fossero moltissime parole, esse rimarrebbero comunque soltanto parole. Perciò la nostra scuola pone l’accento sulla visione diretta, sull’esperienza diretta. Tale visione è chiamata pratyaksha, o shunyata dei mahasiddha. Ciò significa una visione che oltrepassa la spiegazione concettuale.
Quando otteniamo la giusta visione, anche se non siamo risvegliati, procediamo comunque sulla strada corretta. È semplicemente una questione di tempo. Finché non otteniamo la giusta visione, anche se riceviamo molte esperienze, possiamo procedere in una direzione erronea, talvolta persino del tutto all’indietro. Proprio per questo è così importante ottenere la giusta visione.
Prima che voi, novizi, riceviate le kurta dei monaci, sosterrete un esame sull’auto-liberazione verbale. Si può dire che l’auto-liberazione verbale è la vostra visione iniziale. Almeno a livello di parole e di mente dobbiamo avere una tale visione, una tale comprensione di come rapportarci a tutto.
Interroghiamo il monaco Atma Nadi. Per esempio, voi siete il guru e io sono il discepolo. Dimostrate la visione. Per esempio, vengo da voi al mattino per una consultazione e racconto: «Ho fatto un sogno: voi, mio Guru, siete venuto da me nel sogno. Facevate con me alcuni passi magici. Era così strano e interessante. Mi avete consegnato una piccola scatola verde che emanava splendore. Potreste spiegarmi che cos’è questa scatolina e che cosa c’era dentro? Sono molto incuriosito da questo sogno». Che cosa rispondereste come Guru, per spiegarmi la giusta visione?
Risposta di Atma Nadi: Questa visione, da voi vissuta, è soltanto un gioco dell’immaginazione della mente dualistica. Perciò all’inizio bisogna trovare colui che vive tutto questo.
Domanda: E come posso trovarlo?
Atma Nadi: Concentrarsi sul senso dell’«Io», sull’aham-vritti.

Domanda: Mi concentro, ma qualcosa non riesce molto bene. Forse questa pratica non è adatta a me, oppure non ho con essa un legame karmico?
Atma Nadi: L’«Io» è sempre presente. Ma noi lo dimentichiamo sempre. E solo volgendo a esso lo sguardo, comprendiamo che l’«Io» non è immagini, non è esperienze.
Domanda: Va bene. Ma che fare con la scatolina? Non riesco a credere che un sogno così interessante sia soltanto un’illusione. Voi siete venuto da me realmente. Io ho visto tutto questo. Vorrei davvero guardarla ancora una volta.
Atma Nadi: E chi è dunque, alla fine, colui che ha ricevuto questa scatolina?
Domanda: Chi? Io.
Atma Nadi: E chi è questo «io»?
Domanda: Io… Non ci ho mai pensato.
Atma Nadi: Ecco questa è la domanda più importante, che deve essere risolta con la pratica. Quando sarà risolta, tutto il resto andrà subito al suo posto. Tutto sarà compreso consapevolmente: che cos’è questa scatolina, che cos’è questo mondo in cui è stata ricevuta questa scatolina, e chi è colui che dava questa scatolina.
Domanda: Sembra che ormai tutto sia andato al suo posto.
All’incirca in questo modo il maestro spiega il principio della visione. Mostra come rapportarsi a tutti i fenomeni della psiche, della coscienza, del mondo esterno, come cercare e trovare l’essenza del cuore in tutto ciò che viene percepito, che cosa considerare importante e che cosa secondario, che cosa sviluppare e che cosa scartare. Questa visione si chiama viveka-vidya, la saggezza discriminante, quando possiamo già separare il grano dalla pula.
Testo di Sri Ramana Maharshi
Cercatore: Dio viene descritto come manifestato e non manifestato. Nel primo caso si dice che egli include il mondo come parte del proprio essere. Se è così, allora noi, come parte di questo mondo, dovremmo facilmente conoscerlo nella forma manifestata.
Maharshi: Prima di risolvere le questioni riguardanti la natura di Dio e del mondo, conoscete voi stessi.
Ramana cerca di rivolgere il cercatore al pratyaksha-advaita — alla visione diretta della vacuità. Dice: «Lascia tutti i tuoi concetti. Tutto ciò che hai letto ora non funziona. Tutto questo sono i tuoi pensieri successivi. È meglio conoscere la profondità della tua coscienza, sfondare lo strato del pensiero concettuale. Per quanto io ti spieghi a livello di parole tutto ciò che mi chiedi, questo non ti soddisferà. È simile al fatto che, per quanto si pronunci la parola “halva”, la bocca non diventerà più dolce. Meglio sposta la tua coscienza, e all’improvviso vedrai che in te si è aperta la Sorgente, che risponde da sola a tutte le domande». Questo è il pratyaksha-advaita.
Il discepolo non lo capisce, perché lo strato della coscienza non concettuale per lui è ancora chiuso. Allora il maestro semplicemente gli dà il metodo e dice: «Lavora con esso, e sarà esso a condurti».

Qui è importante una grande fiducia nel metodo, perché i pensieri ci tenteranno, le visioni ci affascineranno di nuovo, la nostra stessa mente ci prenderà di nuovo per il naso.
Ananda Dhyana, per esempio, ora tu sei il Guru e io sono il discepolo. Vengo e dico: «Ho meditato e ho avuto la visione di un monaco. Aveva un corpo costituito da tigli. Mi mostrava alcuni mudra, mi chiamava a seguirlo e voleva mostrarmi un certo luogo segreto. Dovevo seguire questo monaco, e che cosa erano quei mudra?» Come spiegheresti al discepolo il principio della visione?
Ananda Dhyana: Rivolgi la tua attenzione dentro di te, al soggetto.
Vasudeva: E che cosa hai sognato prima di questo? E come pensi, che cosa sognerai domani? E quando tutto questo finirà, che cosa rimarrà?
Tutto ciò che percepiamo sono sogni del nostro subconscio e della mente superficiale. E questo è l’unico atteggiamento corretto verso tutto ciò, finché non ci siamo svegliati. Proprio colui che ha dischiuso la visione ha questo atteggiamento verso tutto, questo sguardo. Egli sa: «Al di sotto della non dualità non mi interessa nulla». E si allena a spostare la propria coscienza sulla non dualità. Dobbiamo scegliere una volta per tutte: o ci interessano le vie di questo mondo, oppure ci interessa l’Assoluto.
Visione non duale
Se ci interessa l’Assoluto, in noi sorge il distacco da tutte le vie di questo mondo. Le vie di questo mondo non sono soltanto il mondo, lasciato nel mondo, ma anche tutto quel mondo che si trova dentro di noi. I nostri piccoli desideri, le nostre visioni, le nostre fantasie e i nostri pensieri — tutto questo sono le vie di questo mondo che si trova dentro di noi, che anche noi dobbiamo lasciare per aprire quella visione assoluta.
E qui, qualunque cosa chieda l’allievo, il maestro gli risponderà sempre in modo intransigente, dicendo: «Puoi vedere, pensare e dire tutto ciò che vuoi, ma tutto questo sono soltanto i tuoi sogni. Scopri colui che parla, trova colui che pensa, e allora ti risveglierai. Allora dentro di te sorgerà la conoscenza di come rapportarti a tutto questo».
Questo non significa che non possiamo parlare di temi relativi. Possiamo. Ma il punto è che, quando la visione si è dischiusa, la conversazione su temi relativi perde già la propria importanza. Viene ormai percepita come un gioco. Non è più dharma né qualcos’altro. È semplicemente un gioco di pensieri e di energia. È completamente subordinata al non-duale. In qualsiasi momento possiamo dissolvere tutto questo.
Cercatore: La mia autoconoscenza include la conoscenza di Dio?
Maharshi: Sì. Perché Dio è dentro di voi.
Cercatore: Che cosa, allora, ostacola la mia conoscenza di me stesso o di Dio?
Maharshi: La vostra mente errante e il vostro stile di vita distorto.

Sul cammino della conoscenza di Dio si trovano sempre la nostra mente errante e uno stile di vita disattento, distorto, cioè distratto. Quando la nostra mente è disattenta e vaga, sorgono pensieri che ci introducono nell’illusione. E noi cerchiamo di risolvere i conflitti o le questioni che nascono a causa di questi pensieri, senza accorgerci che, se si risolve la questione principale, essa risolve tutte le questioni minori.
Per esempio, Vasudeva: voi siete il Guru, e io sono l’allievo. Vengo da voi e vi interrogo: «Raccontatemi, com’è stato il vostro viaggio in India? È stato interessante lì? Chi avete incontrato? Sono venuto da voi per l’illuminazione».
«Guru» Vasudeva: Se sei venuto per l’illuminazione, puoi lasciar cadere tutte le altre domande.
«Allievo»: E allora che cosa devo fare?
«Guru»: Tutto sarà detto punto per punto: dal risveglio fino a shavasana.
«Allievo» pensa: Sembra che questo Guru non sostenga affatto le mie illusioni. Non vuole nemmeno sentire ciò che gli sto chiedendo.
«Allievo» dice: Bene. E come posso essere più vicino a Vasudeva? Sono confuso.
«Guru»: Va tutto bene.
Nel processo di apprendimento l’allievo si calma per qualche tempo. Ci riflette per un po’ ed entra nella coscienza non concettuale. Ma poi di nuovo, come al solito, si dimentica e si distrae, i suoi karma portano fuori nuove domande. Egli torna di nuovo con queste domande. Qui il Guru svolge il ruolo di sublimatore. In sostanza, è come se non vi sentisse. Più precisamente, sente, ma sente il vostro cuore. Sente anche le vostre domande illusorie, ma non le vuole ascoltare. Perché? Perché sono le grandi corna di un povero coniglio. Tutto ciò che bisogna fare con esse è abbatterle, non rispondere a esse.

Qui all’allievo è richiesta una comprensione molto grande, sensibilità, lo stato di un vaso vuoto, per sintonizzarsi con lo spirito del Guru, del Maestro. Tale sintonizzazione assicura la trasmissione diretta, quando comprendi all’improvviso che non si tratta di parole, ma dell’energia della consapevolezza al di là delle parole. È simile a una stazione radio che si sintonizza su un’altra. Sintonizzandoti sulla coscienza del Guru, ti sintonizzi sul vuoto dei mahasiddha. In questo consiste il principio principale.
Aspettarsi dal maestro risposte concettuali significa dimenticare chi sia il Guru. Aspettarsi che l’Assoluto venga descritto sotto forma di concetti significa essere in un sogno. Aprendoci un varco attraverso i concetti, ci apriamo un varco verso la visione dell’Assoluto. Ogni risposta di questo tipo è simile alla spada di Manjushri, che recide le illusioni. Immaginate di trovarvi ininterrottamente in questo stato, e allora tutti i pensieri che sorgono non possono reggere un simile sguardo intransigente. Quando avete scoperto tale sguardo e ve ne siete impadroniti, si dice che avete dischiuso la visione, e ora dovete semplicemente allenarla.
Questo sguardo non è legato a una personalità concreta. Non è legato né a qualcosa di esterno, né alla forma di Dio, né a un metodo concreto. È legato alla profondità della presenza della consapevolezza.
Dio come il vero «Io»
Cercatore: Dio è una persona?
Maharshi: Sì. Egli è sempre la prima persona, l’«Io», che sta costantemente davanti a voi. Ma, poiché date preferenza al mondano, sembra che Dio si sia allontanato da voi. Se invece lo abbandonerete e cercherete soltanto lui, egli solo rimarrà come «Io», Atman.
Quando scartiamo tutto, resta lo specchio nudo e immacolato del puro «Io». E quando cominciamo a guardare in questo specchio, possiamo vedere il volto di Dio. Solo in uno specchio simile si può vedere il volto di Dio. Vedere il volto di Dio significa sperimentare direttamente la bhavana «Aham Brahmasmi». Non possiamo vedere il volto di Dio attraverso lo specchio di qualcun altro o attraverso le parole. Solo nello specchio del puro «Io» è visibile il volto di Dio.

Cercatore: Dio è separato dall’Atman?
Maharshi: L’Atman è Dio. «Io sono» è Dio. Una simile domanda sorge perché siete attaccati all’ego. Non si presenterà se vi attenete al vero «Io», poiché esso non vuole e non può chiedere nulla.
Ciò che in noi vuole porre domande è la mente concettuale. Questa mente è simile a una scimmietta abituata a saltare tra gli alberi. Quando invece scopriamo l’«Io» profondo, esso non vuole chiedere nulla.
Bhagavan Shri Rajneesh, dopo l’illuminazione, diceva così: «Non ho domande. Ci sono solo risposte». Ciò significa che tutte le domande finiscono con la scoperta dell’«Io» profondo. Con questo non dico che non possiate fare domande. Potete avere domande, ma riguardano già cose semplici: il servizio, le sottigliezze dell’esecuzione della tecnica, il metodo. Ma le domande riguardanti la natura della realtà scompaiono del tutto. Cioè, per tutto il resto della vita il discepolo pone domande che riguardano solo dettagli tecnici. È simile al fatto che, quando la sposa è stata scelta, si discutono solo le questioni relative all’acquisto di un certo abito da sposa e le sfumature dell’organizzazione della celebrazione, mentre chi sia esattamente la sposa scelta è ormai chiaro a tutti; questa questione non viene più discussa.
Finché non avete rivelato la visione, si può dire che la sposa non è ancora stata scelta, siete ancora nel dubbio. Ma quando è già stata scelta, si discutono solo le sottigliezze: l’abito, l’anello, quanti parenti invitare. Cioè si discutono solo i dettagli, mentre l’essenziale è già stato deciso. Certo, per i monaci non è un esempio del tutto felice, ma è semplicemente molto evidente.
La scomparsa dell’individualità
Maharshi: Se Dio fosse separato dall’«Io», allora dovrebbe essere un Dio senza «Io», e questo è assurdo. Dio, che all’uomo sembra non esistere, è l’unico e solo ad esistere. Mentre l’individualità, considerata reale, non esiste mai.
Quando guardiamo nello specchio puro dell’«Io» e vediamo il volto di Dio come bhavana, vediamo che solo lui è l’unico a esistere, mentre la nostra individualità, che prima consideravamo reale, non è mai esistita.
È una percezione diretta e letterale: «Io non ci sono».
Potete sentire letteralmente: «Io non ci sono. Tutto ciò che viene percepito come “mio” è ignoranza, illusione». Tutti i miei pensieri, preferenze, visualizzazioni, sogni e desideri prima provenivano da un falso centro. Ma ora questo centro si è dissolto, e il puro «Io» ha risplenduto. E io, come colui che sceglie, non esisto affatto. C’è solo l’Assoluto.

In questa fase, la sete di discriminazione vi abbandona. Appare l’equanimità: biasimo e lode, bene e male, dolore e gioia. Quando voi non ci siete, vedete che anche gli altri non ci sono. Gli altri ci sono solo quando ci siete voi. Tutti i numerosi legami, le relazioni, esistono solo quando nella vostra percezione ci siete voi e gli altri. Quando voi non ci siete, non c’è nemmeno un altro essere, e ciò significa che anche tutti i legami, tutte le relazioni scompaiono. C’è solo un unico Essere supremo che gioca.
Autotrascendenza e recisione della speranza e della paura
Comprendete tutta la vanità e l’illusorietà delle vostre scelte, preferenze, pensieri, e li lasciate andare. Questo viene anche chiamato recidere la speranza e la paura. Poiché voi non ci siete, non c’è nulla di cui preoccuparsi. Questa è autotrascendenza.
Accade che un praticante, praticando diligentemente la consapevolezza, cominci a prendersi troppo cura di sé, a pensare troppo a sé. Diventa letteralmente ossessionato da sé stesso. Si immerge così profondamente nell’universo interiore che ogni pensiero incauto, ogni parola incautamente detta a lui lo scuote, genera migliaia di associazioni. È così fortemente orientato verso sé stesso che il mondo intero sembra cominciare a chiudersi intorno a lui. Il suo ego, sotto l’influsso della pratica spirituale, si assottiglia e si gonfia.
Ma poi arriva un momento in cui è come se lo pungessero con un ago, e l’ego vede: «Io non ci sono, c’è solo l’Assoluto. Non c’è motivo di tremare, non c’è nulla a cui aggrapparsi, non c’è nulla di cui preoccuparsi. Tutto ciò che accade è il trionfo dell’Assoluto. Sto bene: è l’Assoluto che manifesta la sua gloria. Sto male: anche questo è l’Assoluto che trionfa. Gli eventi si sviluppano in modo meraviglioso: è la gloria dell’Assoluto. Gli eventi si sviluppano in modo sfavorevole: è la gloria irata dell’Assoluto. Qualunque cosa accada, in ogni caso l’Assoluto trionfa».
Quando l’«Io» non c’è, allora non c’è valutazione, non c’è scelta, allora tutto è assolutamente perfetto.

All’inizio, quando il nostro «io» c’è, scegliamo troppo, rifiutiamo di riconoscere il trionfo dell’Assoluto in tutto. Quando al nostro «io» piace qualcosa, diciamo: «Questo è bene». Quando qualcosa non gli piace, diciamo: «Questo è male» e lo respingiamo. Ma anche quando accade ciò che non ci piace, se non c’è colui che valuta, anche questo è il trionfo dell’Assoluto. Quando l’«io» scompare, scompaiono anche le valutazioni, e allora vediamo che tutto ciò che accade è il trionfo dell’Assoluto. E poiché è il trionfo dell’Assoluto, il nostro atteggiamento personale verso la realtà se ne va completamente. Non possiamo più lamentarci di nulla né sentirci sofferenti, non possiamo più attaccarci a qualcosa. Diventiamo onniaccoglienti. Assumiamo una posizione pressappoco così: «Se tutto è l’Assoluto, chi sono io per correggere i giochi dell’Assoluto? Tutto ha diritto a manifestarsi». Cioè non abbiamo più un nostro modello della realtà. Non indichiamo più a Dio come fare in modo che due per due faccia cinque.
Tutte le preghiere egoistiche dell’uomo sono simili a richieste come questa: «Oh, Signore! Fa’ che due per due non faccia quattro, ma cinque». Perché chiedono così? Perché partono dall’«io» illusorio, che brama questo o quello. All’inizio bramava ciò che è mondano: potere, oro, donne e altro; ora invece brama esperienze spirituali, libertà. Ma continua a bramare in modo egoistico, passionale, con attaccamento, aggrappandosi a sé, perché la radice dell’ego non è stata recisa. Cioè il samsara si fa più sottile, ma non scompare da nessuna parte. E se l’«io» è scomparso, allora scopriamo all’improvviso che le nostre preghiere più intime sono state esaudite, e sono state esaudite proprio perché è scomparso il nostro «io» che tanto bramava. All’improvviso vediamo che non c’è liberazione per l’«io». C’è liberazione dall’«io». Perciò non a caso i santi chiamavano l’ego il più grande spirito maligno, cioè ciò che genera la dualità.
Maharishi: I saggi dicono che quello stato in cui si conosce il proprio non-essere, shunya, è l’unica splendida conoscenza suprema. Ora pensate di essere un’individualità, che esista un universo e che Dio dimori al di fuori del cosmo. Perciò c’è l’idea di separazione. Essa deve andarsene, poiché Dio non è separato da voi né dal cosmo. Anche la Gita afferma: «Io sono l’Atman, o Gudakesha. Dimoro nel cuore di ogni essere. Io sono l’inizio e il mezzo, e anche la fine di tutti gli esseri» («Bhagavad Gita», X, 20).
Se ci siamo noi, allora ci sono confusione, sofferenza, insicurezza, identificazione, ira, risentimenti, attaccamento e altro. E siamo inclini a proiettare le cause di queste cose sugli oggetti esterni. Per esempio, possiamo immaginare che il problema delle nostre difficoltà sia un’altra persona e arrabbiarci con lei. Ma quando andrete dal maestro lamentandovi di quella persona, e se egli vedrà che per questo la vostra mente è davvero turbata, potrà dire: «Il problema è un altro. Consiste nel fatto che tu pensi di essere un’individualità, che tu sei tu. Elimina questo problema e non vedrai più un solo problema in tutti i grandi universi, in tutti e tre i mondi».

Quando comprendiamo questo, si dice che abbiamo dischiuso la visione, abbiamo dischiuso lo sguardo.
A questo stadio, ogni problematicità condizionata dalla mente se ne va. Possono rimanere alcuni karma sottili nel corpo sottile, i prana, i karma relativi. Ma tutti i problemi dell’anima se ne vanno per sempre. Semplicemente non possono più esistere. Non cerchiamo più di trovare la fonte dei nostri problemi nelle circostanze esterne, di addossarli ad altre persone. Accettiamo pienamente la responsabilità di noi stessi.
Cercatore: Lo capisco. Brahman, naturalmente, è indivisibile.
Maharishi: Il punto è che Brahman è tutto e rimane indivisibile. È sempre realizzato, tuttavia l’uomo non ne è consapevole e deve giungere a tale conoscenza. La conoscenza implica il superamento degli ostacoli che impediscono la scoperta della verità eterna, ossia che l’Atman è identico al Brahman. Questi ostacoli, presi insieme, formano la vostra idea di separatezza in quanto individuo.
Vivere nella lila — il gioco dell’Assoluto
Che cosa resta dunque da fare allo yogin che ha dischiuso la visione e che contempla bene? Per lui non c’è più un «io», non ci sono gli altri. Per lui non esistono azioni ordinarie. Per lui non c’è attaccamento, non c’è accettazione, non c’è rifiuto. Per lui non c’è meta, non c’è via, non c’è conseguimento. Tuttavia tutto si manifesta attraverso di lui. Che cosa gli resta dunque da esistere? Per lui esiste la lila, il gioco, la vita nella dimensione pura. La vita nella visione pura è vita nel mandala. È vita al di là dei concetti, vita al di là di un atteggiamento grossolano verso la realtà. È una vita molto sottile, libera, giocosa, spontanea, tra un’infinità di energie. È una vita in cui l’ignoranza, la sofferenza e il resto sono già scomparsi. Vi è semplicemente il vivere i karma residui in una forma pura.
Sahaja-yogini-cinta diceva così:
Per liberare qualcuno, che tu rida o pianga, dorma o sia desto, manifesti costanza o volubilità, civetti o sia distaccato con impassibilità, sia capriccioso, insaziabile, danzi o canti allegramente, giochi d’azzardo, compia abluzioni o vada sporco, appaia nudo in pubblico, sia ricco, generoso o del tutto mendicante, derida il maestro del Buddha, dica la verità, pecchi, menta, dica sciocchezze o semplicemente taccia, poiché tutto è originariamente puro, l’uomo illuminato possiede piena libertà nel proprio comportamento. Lo yogin illuminato è sempre puro, e le sue azioni e il suo corpo sono interamente sacri e simili a una danza. Tutti i movimenti corporei, che sorgono spontaneamente dalla mente illuminata, sono puri per natura e diventano azioni sacre. Tutto ciò che viene pronunciato diventa parola sacra. Le azioni misericordiose, eroiche, terrificanti, la passione, l’ira, l’orgoglio, l’avidità, l’invidia — tutto questo, senza eccezione, è essenza della forma perfetta della pura saggezza autogenerata.
Qui è descritto lo stato finale dello yogin risvegliato. La vita nel gioco, la lila, quando corpo, parola e mente si purificano completamente e diventano qualità pure del gioco delle energie dell’Assoluto.

Per entrare nella dimensione pura, dobbiamo sviluppare una corrispondente coscienza pura che si auto-libera. In sostanza, dobbiamo diventare una divinità mentre siamo in vita.
Si può dire che un tale yogin viva sia nel mondo sia non nel mondo. Si considera corpo e non si considera corpo. Dice «io», ma intende altro. Parla e non parla. Fa e non fa. Vede e non vede. Raggiunge obiettivi, ma non aspira ad alcun obiettivo. Tutto questo, in realtà, è il gioco spontaneo dello yogin risvegliato.
Naturalmente, questo non arriva subito. Il vero gioco spontaneo nasce dal dimorare nella presenza. Se invece tale presenza non c’è, allora, naturalmente, non avviene alcun gioco, ma vi sono dualità e condizionamento.
Quando sento alcuni dire che giocano nel loro lavoro, che questa è lila, pur essendo preoccupati per questo o quello, mi limito a sorridere. Lila significa totale non-attaccamento. Per esempio, hai stabilito una relazione con il Guru, ed egli ti dice: «Allora, hai giocato? Domani passa a un altro lavoro». Se una persona può farlo, questa è lila. Se sorgono in lei difficoltà o anche la minima confusione, questo è karma.
Nell’antichità i siddha davano ai discepoli metodi di questo tipo, quando un santo diceva: «Vai, lavora per il tale vaisya. Ottieni successo in questo lavoro». Per tre anni il discepolo lavora con impegno, raggiungendo il successo. All’improvviso arriva il Guru e dice: «Basta, bene. Ci sei riuscito. Ora qui non lavori più. Lascia tutto questo proprio adesso. Prendi tutto ciò che hai e andremo oltre». Tilopa istruiva Naropa proprio in questo modo. Una volta diede a Naropa il compito di scendere dalla montagna e diventare per qualche tempo un capofamiglia. Poi, dopo un paio d’anni, il maestro scese e gli disse di nuovo di lasciare ciò di cui si stava occupando e di intraprendere un’altra pratica.
La lila è totale non-attaccamento, totale non-identificazione. Tu non fai nulla; si può dire che tu lo stia soltanto rappresentando.
Il puro «Io» come Assoluto
Cercatore: Dio è la stessa cosa dell’Atman?
Maharishi: L’Atman è noto a tutti, ma non chiaramente. Voi esistete sempre. Questo essere è l’Atman. «Io sono» è il nome di Dio. Tra tutte le definizioni di Dio, in realtà non ce n’è una migliore dell’affermazione biblica «Io sono colui che sono». Esistono altre formulazioni, come «Brahman sono io», «Aham Brahmasmi» (Io sono Brahman) e «So Ham» (Io sono Lui). Ma nessuna è così immediata come il nome che significa «Io sono». L’Essere assoluto è così com’è. Esso è l’Atman. Esso è Dio. Conoscendo l’Atman, si conosce Dio. In sostanza, Dio non è altro che l’Atman.
Il nostro puro «Io», nella sua profondità, è l’Assoluto. Al di fuori di questo puro «Io» non esiste alcun altro Assoluto. Il nostro puro «Io» in profondità non è affatto ciò che consideriamo il nostro «io». Noi consideriamo il nostro «io» il corpo e un po’ di coscienza. Ma il nostro puro «Io» in profondità è simile a uno spazio sconfinato. È simile a uno spazio abbagliante di luce, in cui non c’è dualità.
La contemplazione non è altro che la sintonizzazione con questo spazio.

La visione non è altro che la comprensione del principio di questo spazio.
Contemplare il Guru, ricevere istruzioni, non è altro che il tentativo di vedere in lui questo spazio.
Il rapporto del discepolo con il Guru si fonda sul fatto che il discepolo veda in lui questo spazio. E non importa se egli lo vede davvero oppure no, né quali sentimenti provi. Non ci si può fidare dei sentimenti: oggi puoi avere entusiasmo, e domani uno stato cupo. Ma la pratica consiste nell’allenarsi a vederlo costantemente, poiché questo spazio è in ogni essere umano, persino in un cane. In questo consiste il principio del Guru-yoga.
Col tempo ci abituiamo a vedere questo spazio ovunque, anche in noi stessi. Naturalmente, all’inizio cerchiamo di scorgerlo in esseri più elevati: nei santi, nei siddha. Ma tale contemplazione deve condurre al fatto che scopriamo questo spazio in noi stessi, e non in qualcun altro. Alla fine vediamo che non ci sono altri e non c’è «io», che esiste solo quest’unico spazio, e che tutta la dualità era un’illusione. Non ci siamo noi che veneriamo gli dèi. Non ci sono santi o dèi di per sé, che noi veneriamo. Tutto questo è il gioco di un unico spazio.
Noi percepiamo questo spazio quando diventiamo completamente vuoti, quando il vuoto entra nel nostro cuore, quando nell’anima appare leggerezza, quando né la gioia né il dolore possono più colpirci, quando ci rapportiamo con leggerezza a tutti gli eventi, pensieri e desideri, auto-liberandoli.
Un praticante inesperto, quando si trova al livello del subconscio, è facile da turbare. Il subconscio è molto sensibile, molto sottile. Letteralmente la più piccola cosa può gettarlo in uno stato completamente selvaggio. Ma un praticante esperto è impossibile da turbare e da distogliere dalla presenza.
Il nome di Dio «Io – Io» e l’indagine sull’«io»
Cercatore: Dio è conosciuto con una moltitudine di nomi diversi. Esistono prove per qualcuno di essi?
Tra le molte migliaia di nomi di Dio, nessuno corrisponde così bene a Dio che dimora nel cuore, privo di pensieri, nessuno è così preciso, adatto e bello come «Io», o «Io sono». Tra tutti i nomi conosciuti di Dio, il nome «Io – Io» risuonerà da solo trionfalmente dopo la distruzione dell’ego, sorgendo come una parola silenziosa, suprema (mauna-paravak) nello spazio del Cuore di coloro che sono rivolti all’Atman. Anche se una persona medita ininterrottamente su questo nome «Io – Io», prestando ascolto al sentimento «Io», esso sprofonderà nella Sorgente dell’origine dei pensieri, distruggendo l’ego — il germe congiunto al corpo.
Il compito qui non è innalzare su un piedistallo l’«io» personale, ma, indagando la coscienza e penetrando oltre l’«io» personale, trovare la Fonte Suprema che assorbe l’«io» personale.

L’«io» personale pretende sempre di dominare, di comandare e di considerarsi reale. Tuttavia è semplicemente un buffone che recita la parte del re. Sapete che un monaco deve essere impassibile. Non deve offendersi per nulla. Anche se gli sputano in faccia, lo insultano con le parole più volgari, lo picchiano, egli non deve perdere l’impassibilità. Non intendo dire che ciò avvenga nel sangha. È soltanto una sorta di ipotesi virtuale. Un monaco deve essere impassibile, deve essere indifferente al suo piccolo «io».
Per esempio, una volta, quando uno dei discepoli del Buddha stava andando a predicare, il Buddha gli disse:
— Non andare in quella regione. In quella regione vivono persone impure. E se predicherai, ti cacceranno o ti insulteranno.
Ma il monaco disse che, tuttavia, avrebbe voluto ricevere la benedizione per andare in quella regione. Allora il Buddha chiese:
— E se ti insultano?
Il monaco rispose:
— Li ringrazierò per questo, perché in questo modo laveranno via il mio karma di maldicenza, e continuerò a predicare.
Il Buddha chiese:
— E se ti picchiano con dei bastoni?
Il monaco rispose:
— Li ringrazierò, perché laveranno via il mio karma. Dopotutto non mi uccideranno, e questo sarà molto misericordioso da parte loro. Con il mio cattivo karma meriterei di più.
Il Buddha chiese:
— E se ti picchieranno così tanto che morirai?
Il monaco disse:
— Li ringrazierò comunque. In questo modo laveranno via il mio cattivo karma dei peccati accumulati in passato.

Cioè, questo monaco poteva essere ucciso, ma non poteva essere scosso nell’accettazione totale, nella gratitudine, nella visione della purezza dell’Assoluto, nella visione del gioco assoluto. Egli non aveva più un proprio «io», non vi era attaccato, era senza paura e senza passioni. Non si aggrappava al proprio «io», perciò imparò a ringraziare la realtà per tutto. È facile ringraziare la realtà per il bene, ma questo lo fa persino un cane. Se portate prasada, scodinzola gioiosamente.
E solo un risvegliato o un santo può ringraziare la realtà in qualsiasi situazione: nelle situazioni buone, neutre e persino in quelle negative. Egli ringrazia la realtà non per la situazione, ma semplicemente perché lo stato di gratitudine è l’unico suo stato possibile. Perché è colmo di questo sentimento, dimora costantemente nell’abbondanza derivante dall’unità con la realtà. Non vede affatto che esista un qualche «io» separato che abbia il diritto di offendersi e giudicare. Vede che l’«io» non c’è, ma c’è solo l’Assoluto, i cui giochi sono perfetti. Nell’Assoluto non c’è nemmeno un milligrammo di impuro o di turpe. E se l’Assoluto gioca in questo modo, non importa se siano giochi pacifici o irati, perché l’unico approccio appropriato in una tale percezione della realtà è la gratitudine. Una simile gratitudine verso l’essere nasce dalla liberazione dal senso dell’«io». Proprio da un tale amore e da una tale gratitudine verso tutti gli aspetti dell’Assoluto nasce il distacco, l’imperturbabilità.
L’imperturbabilità senza consapevolezza, che si genera semplicemente come risultato della repressione, oppure il coraggio immaturo, naturalmente non sono la stessa cosa. La vera imperturbabilità nasce dall’accettazione totale di qualsiasi gioco, di qualsiasi aspetto dell’Assoluto, dalla capacità di essere infinitamente devoti, innamorati della realtà e costantemente grati a essa, senza giudicare se questa realtà sia buona o cattiva.
In senso relativo, cerchiamo di proteggere la nostra personalità, per esempio dal maltempo. La personalità deve essere protetta per la comodità della pratica. Ma non deve essere difesa.
Perciò colui che ha visto l’illusorietà dell’«io» ha sempre una coscienza leggera e libera. Anche se accade qualcosa, pensa che non siano problemi suoi. Egli non ha mai problemi, poiché sa che i problemi esistono solo nella falsa identificazione.
L’accettazione come gioco dell’Assoluto
C’è un racconto secondo cui due psichiatri vivevano nella stessa casa e ogni mattina si incontravano in ascensore scendendo. Era una casa ricca, quindi nell’ascensore c’era un portiere. E questo portiere vedeva ogni giorno la stessa scena: uno psichiatra sputava con rabbia in faccia all’altro, e l’altro tirava fuori un fazzoletto, si asciugava il viso e nel frattempo ridacchiava. Il portiere era sempre molto confuso, perché questa scena si ripeteva continuamente. Non riusciva in alcun modo a capire di che cosa si trattasse, perché ci fossero rapporti così strani tra loro. Forse avevano una grande rivalità? Forse erano due celebri scienziati che si odiavano a vicenda. Un giorno si fece coraggio e chiese allo psichiatra a cui sputavano in faccia: «Perché succede questo ogni giorno? Perché quell’uomo vi sputa in faccia, e voi non reagite nemmeno, ma semplicemente vi asciugate e ridete?» Questo psichiatra gli rispose così: «Non so perché mi sputi in faccia, ma so con certezza che non è un mio problema. Proprio per questo rido».
In questa storia è racchiuso un significato molto profondo. Non hai bisogno di sapere perché accade questo o quello. Sai che non è un tuo problema, perciò dentro di te ridacchi.

Se qualcuno vi sputa in faccia, questo, naturalmente, non è un vostro problema. L’importante è che voi non sputiate in faccia a nessuno. Voi amate e siete colmi di gratitudine anche quando vi sputano in faccia, perché sapete che chi lo fa non è soddisfatto, che da qualche parte, nel profondo dell’anima, soffre molto. E voi non soffrite, perciò siete capaci di accettarlo. Questa è la pienezza dell’accettazione totale dallo stato di gratitudine, dove l’ego non c’è affatto.
Questo accade quando l’«io» è completamente perduto, quando non vi è più alcuna distinzione. Per colui che è entrato nello stato del gioco, non c’è più nulla di reale. Qualunque cosa accada, egli si limita a ridacchiare. Sa che, se si dimora nella consapevolezza, tutto appare puro e perfetto, tutto viene percepito come il gioco dell’Assoluto.
Cercatore: Quali sono i rapporti tra Dio e il mondo? Dio crea il mondo o lo sostiene soltanto?
Maharishi: Tutti gli esseri, senzienti e insenzienti, compiono le proprie azioni soltanto grazie alla semplice presenza del sole, che sorge senza alcun desiderio da parte sua.


