Commento al testo di Sri Ramana Maharshi «Sii ciò che sei»
Capitolo «Jnani»
«Domanda: Si dice che il comportamento di uno jnani sia caratterizzato da un’assoluta equanimità verso tutto?
Maharishi: Sì. Voi chiedete degli jnani. Essi sono uguali in qualsiasi stato o condizione, poiché conoscono la Realtà, la Verità. Nella routine quotidiana del mangiare, degli spostamenti e così via, gli jnani agiscono solo per gli altri, senza compiere nulla per se stessi».
Chi è uno jnani? Lo jnani è il simbolo di colui che ha conosciuto la Verità, sinonimo di illuminazione. Parlando in generale, tutti gli esseri viventi possono essere divisi in due categorie: jnani e ajnani. Gli jnani sono coloro che si sono risvegliati, che hanno raggiunto l’illuminazione. Gli ajnani sono coloro che non si sono risvegliati alla vera Realtà, che non hanno raggiunto l’illuminazione. Lo jnani è colui che è entrato in risonanza con la Realtà assoluta, che beve dalla Sorgente, che contempla ininterrottamente la Sorgente primordiale, il grande Creatore illimitato, l’Essere essenziale. L’ajnani è colui che non Lo contempla a causa della propria inesperienza o ignoranza, oppure a causa del proprio karma.
«Domanda: Qual è la differenza tra baddha e mukta, tra l’uomo comune e il liberato?
Maharishi: Baddha e mukta sono la stessa cosa di ajnani e jnani. Il baddha vive nella testa, senza essere consapevole di sé nel Cuore, mentre il jnana-siddha vive nel Cuore. Quando quest’ultimo si muove e comunica con le persone e le cose, sa che ciò che vede non è separato dall’unica suprema Realtà, Brahman, che egli realizza nel Cuore come il proprio «Io», la Realtà».
La differenza nella percezione della realtà
Lo jnani è colui che si trova in risonanza ininterrotta con l’Essere assoluto. Una volta stabilito tale legame, non lo perde mai più. L’ajnani vede il mondo in bianco e nero: per lui è o così o così, o bene o male, o verità o non verità, o maya o Dio, o vita o morte, o tu o io, o soggetto o oggetto, o uomo o donna: questo è il modo di vedere dell’ajnani. Secondo la logica dell’ajnani, una cosa viene respinta e a un’altra ci si attacca. Se si tratta di un ajnani non praticante, allora divide in modo ancora più primitivo. Per lui il mondo si divide in ciò che soddisfa i suoi desideri mondani e in ciò che ne ostacola la soddisfazione. Ciò che soddisfa i suoi desideri egoistici per lui è buono, anche se è cattivo per gli altri. Ciò che non soddisfa i suoi desideri egoistici per lui è cattivo. Questa è una forma ancora più primitiva, più animale, di vedere la realtà: chi mi ama è buono, chi non mi ama è cattivo.
La mente dà immediatamente una valutazione, applica un’etichetta, e in conformità con questa etichetta percepisce già la realtà. La mente dell’ajnani in realtà non entra in contatto con il mondo reale, ma con le proprie etichette, con le proprie proiezioni. E poiché queste etichette vengono attribuite in modo del tutto arbitrario, convenzionale, sulla base dell’educazione ordinaria, dell’esperienza e del proprio karma, naturalmente a un certo punto arriva il momento in cui il proprio sistema di etichette non coincide più con la realtà. Per esempio, quando si vive pensando: «Io sono questo corpo». Ma improvvisamente il corpo invecchia o si ammala, persino muore, e allora tutto il sistema di etichette crolla, subisce uno shock, tutto va in pezzi. Oppure si considera la vita esteriore come realtà, mentre esiste l’impermanenza.

Lo jnani vive in un altro modo: non divide la realtà, non appende alla realtà alcuna etichetta, vive al di fuori dei concetti e occupa una posizione mediana.
In fisica esiste un fenomeno chiamato «paradosso di Schrödinger». Lo scienziato tedesco Schrödinger avanzò la seguente tesi: poiché la teoria dell’elettrone non è stata ancora dimostrata e nessuno può dire con esattezza se esso abbia natura ondulatoria o sia una particella, si può ipoteticamente immaginare un modello di questo tipo: in una camera si trova un gatto, vi è collegato un tubo con del gas regolato da un contatore Geiger, e periodicamente a questo contatore viene inviato un impulso, cioè viene emessa una particella radioattiva. Se la particella si comporta come un’onda, il contatore non scatta; se l’elettrone si comporta come una particella, allora il contatore dovrebbe scattare. E se scatta, la valvola si apre, il gas velenoso entra nella camera e uccide il gatto. Allora egli pose la domanda: «Che cosa accadrà al gatto?» Nessuno può dirlo. Il comportamento dell’elettrone è imprevedibile: o particella o onda. Perciò si può dire che il paradosso di Schrödinger non è stato risolto fino a oggi.
La Realtà non corrisponde ai nostri concetti, perciò lo jnani non vive nei concetti, cioè non vive nelle proprie proiezioni mentali, ma vive nella consapevolezza.
La vita al di fuori dei concetti
Come non vivere nei concetti? A un livello semplice, il principio è questo: quando vi imbattete in una qualsiasi affermazione della vostra mente, dovete subito trovare il suo opposto. Oppure, quando la vostra mente tenta di condizionare qualcosa di esterno con una qualche concezione, dovete trovare l’opposto di questa concezione, e poi mettervi da parte, vedendo che né l’una né l’altra sono la verità. Questo metodo Linji lo trasmetteva ai suoi discepoli.
Per esempio, vi chiedono: «Ami Dio?» Questa è subito una concezione per la vostra coscienza, cioè c’è un appello alla vostra esperienza, e quindi dovete sapere qualcosa su Dio, sull’amore. Si presume cioè che abbiate già assimilato concetti duali sull’amore e sull’odio, su Dio e sul diavolo, su «tu» e «io»; questo dunque presuppone fin dall’inizio la vostra ignoranza. Ma la via istantanea consiste nel dimorare al di fuori dei concetti, nella consapevolezza. Se non dimoriamo al di fuori dei concetti, nella consapevolezza, allora molto probabilmente non si tratta di Dio, perché Dio non è parole, Dio è proprio consapevolezza, se mai è possibile parlarne con le parole. Coloro invece che ragionano su Dio hanno a che fare semplicemente con un dio razionale, con etichette. Questo va compreso. In altre parole, finché non comprenderemo questa consapevolezza al di fuori dei concetti, il nostro dio sarà creato da noi, falso, irreale, razionale.
Perciò, dal punto di vista della liberazione, a una domanda simile qualunque vero santo direbbe: «Dio o Satana, amore o odio, io o tu: tutto questo sono illusioni della tua mente, simili alle corna di una lepre. E se tu fossi consapevole più in profondità, domande del genere non nascerebbero in te». Perché un vero santo, trovandosi nella consapevolezza, vede sempre la realtà più in profondità. Vedendo una cosa, vede anche l’altra; quando parla di Dio, vede subito anche Satana e comprende che il vero Dio include sia Dio sia Satana. In altre parole, la vera consapevolezza non accetta e non rifiuta nulla. Quando il santo parla dell’amore, vede anche l’odio. Vede che l’odio è una forma dell’amore, e che l’amore è odio purificato. Per lui non esistono coppie opposte di categorie. Quando vede l’altro, vede anche se stesso, comprende che l’altro è lo stesso io. Quando parla di sé, comprende che io è tutto ciò che è intorno, e anche gli altri. Quando parla del fatto che questo è bene, vede che il male è semplicemente un’altra forma del «bene». E quando vede in questo modo, non viene più trascinato nel gioco degli opposti, nel gioco della dualità.
Quando dice «Guru», sottintende che c’è anche il discepolo e che, in sostanza, sono una cosa sola; non è un qualche uomo saggio all’esterno, è una parte di me, la mia stessa natura. In altre parole, tutte le opposizioni, quando egli ne è profondamente consapevole, si liberano nella sua mente in questo modo. Allora giunge improvvisamente a uno stato in cui non ci sono più opposti, ma c’è un’unica consapevolezza, che non divide più in questo o quello, che non è afferrata dalla mente o dalle etichette. Improvvisamente questa consapevolezza si rivela come purissima, come la più magnifica e la più sacra. È talmente sacra da poter accogliere in sé qualsiasi tipo di manifestazione e rimanere comunque pura e immacolata.
Song Chol Sunim una volta disse: «Quando vedete il Buddha, vi prosternate davanti a lui. Ma io voglio dire: quando vedrete Mara, prosternatevi anche davanti a lui e dite: “O Mara, sei così grande, sei grande quanto il Buddha”. Perché se vedete solo il Buddha e non riuscite a comprendere che anche Mara possiede la natura di Buddha, allora la vostra visione è duale».

Il principio dell’assolutezza
In altre parole, dal punto di vista dell’advaita, non esiste alcun male essenziale, non esiste alcuna ignoranza, ma tutto è l’Assoluto. Il Buddha e Mara sono forme diverse dell’Assoluto. L’illuminazione e la non-illuminazione sono forme diverse dell’assolutezza, e tutto è assoluto. In questo Assoluto, il bene è assoluto e il male è assoluto. In questo Assoluto, il giusto è assoluto e l’errato è assoluto. In questo Assoluto, il puro è assoluto e anche l’impuro è assoluto. Non appena c’è l’Assoluto, c’è consapevolezza, perciò Esso purifica e risveglia istantaneamente tutto. Quando comprendiamo questo principio, smettiamo di vivere nel mondo delle idee e dei pensieri, la nostra mente si rivolge alla consapevolezza vuota. Non abbiamo più idee a cui poterci aggrappare, non abbiamo domande a livello dei pensieri che ci interessino. Abbiamo soltanto la via della consapevolezza e il modo di svilupparla. E quando abbiamo abbandonato tali opposizioni, la nostra mente non viene più afferrata dall’illusione.
Naturalmente, si parla dell’assoluto. Nella vita relativa, invece, esistono gli opposti e vanno rispettati. In senso assoluto non c’è nulla né di puro né di impuro, ma in senso relativo la sala da pranzo deve essere pulita, le divinità devono stare al loro posto e la legna deve trovarsi nella legnaia. Cioè, non bisogna mescolare l’assoluto e il relativo. Se diciamo: «Mangiare o non mangiare — al livello della natura della Mente non c’è alcuna differenza», molto probabilmente il nostro corpo sarà contrario. Qui si parla della dimensione assoluta.
«Domanda: Se il jnani e l’ajnani percepiscono il mondo in modo simile, qual è dunque la differenza tra loro?
Maharshi: Osservando il mondo, il jnani vede ovunque soltanto l’Atman, che è il Sostrato di tutto ciò che è visibile, mentre l’ajnani, indipendentemente dal fatto che veda il mondo o meno, è ignorante riguardo al proprio vero essere, l’Atman».
Se volete manifestare la natura assoluta, dovete costantemente liberare nella mente tutte le coppie di opposti. Per esempio, se qualcuno vi dice che siete uno sciocco, potete pensare: «Nella consapevolezza originaria dell’Atman non esistono concetti come sciocco o saggio. Colui che lo comprende è il vero saggio, mentre colui che non lo comprende è uno sciocco». Se vi dicono che qualcosa è male, potete pensare: «In senso assoluto non c’è differenza tra bene e male; nella consapevolezza originaria tali illusioni sono assenti. Quando lo si comprende, allora questo è bene, e se non lo si comprende, solo questo è l’unica cosa che è male». È proprio per questa percezione radicale che il jnani si distingue dall’ajnani. Per il jnani la consapevolezza è al primo posto; l’ajnani percepisce il mondo in modo ordinario.
Per esempio, da noi c’era una brahmachari che pensava che, se le carote venivano piantate non secondo le regole, allora fosse male. Cercavo continuamente di spiegarle che, in realtà, è male quando vedi “male” o “bene”, quando non sei consapevole e sei incosciente, quando ti preoccupi della cosa sbagliata. Scoprire, vivendo nell’ashram, una tale consapevolezza è molto meglio, perché se la scopri imparerai a piantare bene le carote; con una tale coscienza non potrai piantarle male. Ma se non la scopri, dopo qualche tempo lascerai tutto e sarai un essere condizionato. Di nuovo, questo non è un metodo per speculare in senso relativo; piuttosto, è una comprensione interiore per eliminare le illusioni.
All’inizio avevamo monaci che pensavano così: «Fare servizio o non farlo — in senso assoluto non c’è alcuna differenza, quindi mi riposerò». Ma l’auto-liberazione è assoluta e presuppone che liberiamo tutto, e prima di tutto noi stessi, le nostre idee e inclinazioni egoistiche. Cioè, tra la tua volontà e la volontà del Guru o del responsabile, in senso assoluto, non c’è alcuna differenza: allora perché non fare servizio? È proprio questo che dobbiamo comprendere innanzitutto quando pratichiamo l’auto-liberazione. Gli Insegnamenti elevati sono molto sottili ed è molto facile lasciarsi sedurre da essi; perciò, auto-liberandoci, bisogna innanzitutto auto-liberare se stessi, il proprio egoismo, le proprie klesha, la propria ignoranza, la propria volontà e così via. In caso contrario ci considereremo praticanti-avadhuta disinvolti, che auto-liberano tutto, mentre invece accumuleremo montagne di karma negativo. Tuttavia, quando pratichiamo e ci guidiamo con una tale comprensione in senso interiore, la nostra consapevolezza non viene più afferrata dagli opposti, e allora applichiamo davvero la consapevolezza a ogni cosa; allora questo primo principio diventa per noi il più importante nella vita.

Lo stato del jivanmukta
Il jivanmukta, nitya-siddha, jnana-siddha non ha nulla in comune con la comprensione delle persone comuni. È lontano da loro come il cielo dalla terra. Non condivide con loro nemmeno un’idea. Può non manifestarlo o nasconderlo, ma per lui i pensieri e i discorsi delle persone comuni sono simili al balbettio di un folle; egli ride soltanto di loro. A volte può sostenerli, ma ciò avviene solo per gioco o per aiutare gli altri. In realtà, però, non condivide nessuno di tali pensieri. A volte può non manifestarlo e persino trarre in inganno altri esseri viventi. È simile a un padre che a volte gioca con i bambini e si trastulla con loro, proprio come un bambino, semplicemente per far piacere al bambino; tuttavia, in realtà, la sua mente si trova in uno stato completamente diverso.
Se prendiamo l’esempio di un film sullo schermo di un cinema, lo schermo esiste prima dell’inizio della proiezione. Poi il film viene proiettato e le immagini sembrano reali. Alla fine il film scompare e rimane di nuovo soltanto lo schermo.
La realtà rappresenta una proiezione simile, e se vogliamo conoscere la realtà così com’è, e non le proiezioni, allora cerchiamo questa consapevolezza non duale, in cui non vi sono dicotomia, dualità, divisione. Anche se non abbiamo ancora trovato tale consapevolezza, se ci disabituiamo alle visioni estreme, essa comincia da sé a risvegliarsi dentro di noi.

Ho letto di come un discepolo capitò ad apprendere presso due vecchi taoisti. Di fatto, due immortali scesero dalle montagne, trovarono un bambino di cinque anni e lo condussero via per mano, per farne il loro discepolo, poiché i segni avevano indicato lui. Mentre cresceva, non gli insegnavano nulla: egli semplicemente svolgeva i suoi doveri. Ma gradualmente si rivelavano diversi tratti del suo carattere, quando era impaziente, si arrabbiava, gli venivano idee diverse. I suoi due maestri non gli spiegavano nulla, ma semplicemente ridevano di lui e si comportavano come se fosse molto poco serio. Lo ignorarono per molti anni e non parlarono mai seriamente con lui, finché egli stesso non smise di prendere sul serio se stesso e le proprie idee. La sua ira e la sua gelosia divampavano continuamente, ma neppure una volta essi le presero sul serio. Quando passarono molti anni, capì perché si erano comportati così con lui.
«Lo stesso vale per l’Atman. Esso solo È, mentre i fenomeni, le immagini, vengono e vanno. Se vi attenete all’Atman, l’apparire delle immagini non vi trarrà in inganno».
Quando non conosciamo l’Atman, abbiamo soltanto le istruzioni del Guru e una certa nostra consapevolezza. È proprio a esse che ci aggrappiamo all’inizio.
«In generale non ha alcuna importanza se le immagini appaiono o scompaiono. Ignorando l’Atman, l’ajnani pensa che il mondo sia reale, proprio come, ignorando lo schermo, vede soltanto i fotogrammi del film, come se esistessero separatamente dallo schermo».
Lavorare con le emozioni attraverso la consapevolezza
Quando non abbiamo consapevolezza, ignoriamo sempre l’Atman. È emersa l’ira — ci adiriamo. È emersa la gioia o la gelosia — gioiamo o siamo gelosi. Quando i sentimenti e le emozioni colorano così la nostra coscienza, ciò è sempre conseguenza del fatto che ignoriamo l’Atman. Sono emerse sofferenze — soffriamo sinceramente, ci compiangiamo, pensando a quanto siamo infelici. Ma sia l’una sia l’altra cosa sono semplicemente il risultato dell’ignorare l’Atman. Quando invece siamo consapevoli, perlomeno possiamo lavorare con le emozioni e i pensieri. Comprendiamo: «Ecco — la consapevolezza, ed ecco — le emozioni. Le emozioni possono manifestarsi, ma la consapevolezza rimane. E se sono consapevole, vedo che il gioco delle emozioni non può toccare me, la mia consapevolezza». Gradualmente prendiamo sotto controllo tutte le emozioni egoistiche. Perciò un monaco avanzato è colui che è consapevole e ha preso sotto controllo tutte le emozioni e i pensieri. Egli ha un padrone: la consapevolezza. L’inesperto è colui che non ha ancora un tale padrone.
La differenza nella percezione del mondo tra ajnani e jnani
L’ajnani pensa che il mondo sia reale. Lo jnani sa che reale è soltanto la consapevolezza, mentre il mondo è solo una sua conseguenza; sa che, rispetto alla realtà della consapevolezza, il mondo è simile a un sogno. E se è simile a un sogno, è sciocco in qualche modo costruire rapporti con questo mondo: attaccarsi a esso oppure, al contrario, respingerlo, adirarsi con esso. È come se ti fosse apparso qualcosa in sogno e tu ti adirassi per questo. È altrettanto sciocco riporre speranze in questo mondo, poiché ciò è simile al tentativo di costruire una casa in un sogno.

Per esempio, molti ascoltano l’insegnamento dell’advaita, ma quando sorge l’attaccamento pensano: «Com’è bello incontrare un amico o un parente». Tuttavia, finché non comprendiamo che amici e parenti, inclusi noi stessi, sono soltanto parte dei sogni, proveremo comuni sentimenti umani. Se invece avete consapevolezza, allora anche se incontrate qualcuno, la vostra consapevolezza non subirà alcuna perdita. Potete manifestare diverse relazioni, ma la vostra consapevolezza non ne sarà toccata.
«Quando una persona sa che senza il vedente non esistono oggetti della visione, così come non vi sono immagini senza lo schermo, allora non cade più nell’illusione».
Questo va compreso. «Senza colui che vede non esistono oggetti della visione» significa che senza il soggetto, senza di noi, senza la consapevolezza, il mondo esterno non esiste. Il mondo esterno non avviene di per sé, è come se fosse ammesso dalla nostra coscienza. Si dice che un santo possa distruggere in un batter d’occhio un grande Universo. Naturalmente, non lo distrugge con armi nucleari. Può arrestare istantaneamente la propria percezione ed entrare in uno stato in cui non vi sono né spazio né tempo, e per lui l’Universo scompare.
Esiste una pratica speciale di concentrazione sul suono. Ascoltando un suono, cerchiamo di risalire alla sua fonte. Se ci alleniamo in questo modo, dopo un certo tempo scopriamo che il suono non è esterno, ma proviene dall’interno di noi stessi, che è una vibrazione presente nel nostro corpo. Il suono esterno è collegato al nostro corpo e alla nostra mente.
Autotrascendenza attraverso la comprensione dell’unità dello schermo e dell’immagine
«Lo jnani sa che lo schermo e l’immagine sono soltanto l’Atman».
Ora il successivo punto importante. Essere semplicemente consapevoli non è sufficiente. Anche quando siamo costantemente attenti e consapevoli, la nostra mente è comunque ristretta, esistono percezioni egoistiche e individuali dell’«io». Forse siamo anche consapevoli, ma qui si dice che «lo jnani sa che lo schermo e l’immagine sono soltanto l’Atman». Bisogna comprendere che la consapevolezza è Dio stesso, la consapevolezza è il Brahman stesso, la Grande Sorgente. Quando lo comprendiamo, sopraggiunge l’autorivelazione, l’autotrascendenza. Tra la semplice consapevolezza, l’autoliberazione e l’autotrascendenza esiste la stessa differenza che c’è tra il cielo e la terra.
Per esempio, uno yogin ha ottenuto la consapevolezza al di là dei concetti, e in linea di principio non aderisce più ad alcuna visione estrema; è costantemente attento, mantiene la consapevolezza. Allora, all’improvviso, se rende semplice la propria mente, si apre alla vera talità di tutte le cose e scopre che nella profondità della sua consapevolezza risplende un grande Qualcosa assoluto.

Se ora immaginate il Sole, la Terra in confronto al Sole sembra una mela, e il Sole in confronto all’Universo sembra un granello di sabbia. Ora immaginate che l’Universo sia sconfinato. Questa è una realtà che voi, in quanto soggetto, non potete in alcun modo scuotere o creare. Se siete un soggetto, allora vi perdete in questa realtà, siete in essa come un granello di polvere. Tuttavia che cosa accade se prendete consapevolezza di questa realtà senza separarvi da essa, se non ponete voi stessi come soggetto e la realtà come oggetto, se non emettete alcun giudizio, ma semplicemente dimorate nella presenza di questa realtà?
Quando percepite il campo sconfinato dell’Universo senza parole, con una consapevolezza viva, come se vi concentraste su un punto, accade che all’improvviso sentite che tra voi e l’Universo non vi è differenza, che l’Universo è parte di voi e voi siete parte dell’Universo. Se non emettete giudizi, non vi aggrappate con i pensieri, ma semplicemente dimorate nella presenza, nell’assoluta semplicità della mente, percepite la realtà nella sua vera talità. All’improvviso scoprite che tra voi e l’Universo non c’è distanza, e questa distanza non c’è proprio adesso. Tra l’Assoluto, il Brahman, e voi non c’è distanza, se non attivate il vostro pensiero concettuale.
E quando non c’è tale distanza, non potete più dire chi siete: se siete voi l’Assoluto o se l’Assoluto è voi. All’improvviso comprendete che l’Assoluto vi è sempre stato inerente, che siete sempre stati l’Assoluto, e per questo non c’è bisogno di fare nulla; bisogna semplicemente rilassarsi e dimorare in una percezione così sensibile, rendendo la propria mente estremamente semplice. Occorre svuotare il proprio ego e lasciarsi andare. Allora la consapevolezza che c’era prima comincia a dischiudersi, e ora vediamo che è cresciuta in qualcosa di nuovo, ha acquisito una profondità, un’ampiezza, un’apertura e una prospettiva così sorprendenti da diventare tutto l’Essere, e non possiamo nemmeno tracciare i confini di questo Essere. La distanza tra noi e l’Essere è spezzata, e questo Essere si riversa in noi ininterrottamente come Grazia che si autoirradia spontaneamente e senza causa, e non come conseguenza di una pratica o di un metodo.
Non-dualità del mondo e dell’Atman
Domanda: Bhagavan vede il mondo come una porzione o una parte di sé? Come vede il mondo?
«Esiste soltanto l’Atman e nulla più. Il mondo non è un “altro Atman”, simile all’Atman; non differisce da Lui e non è una Sua parte».
Quando avvengono l’autotrascendenza e l’autorivelazione, tutto cambia all’improvviso. Anche la vostra pratica cambia. Yogi che avevano trascorso trent’anni in sadhana intense piangevano di felicità e danzavano di gioia quando avveniva un simile cambiamento, perché in quel momento si verifica la completa eliminazione dell’ignoranza, scompare l’agente, l’ego, il praticante. Prima eravate un piccolo essere umano raggrinzito, legato alla mente e al corpo, che praticava e aspirava all’illuminazione. Ora invece, quando la mente si è spalancata, contemplate megamondi. Mega significa al di là di tutto ciò che è pensabile, quando l’Universo può stare sulla punta del vostro dito. E questo non siete più voi in senso individualistico.
Quando contemplate in questo modo, all’improvviso la vostra pratica diventa estremamente ispirante, tutto diventa funzionante, ed entrate nel più grande cammino di liberazione. Senza una tale comprensione, l’accumulo di meriti, i metodi, la pratica basata sullo sforzo, la lettura dei sutra, il seguire queste o quelle regole continueranno per decine di vite. Con una tale comprensione, invece, il cammino della liberazione spirituale è simile a un altissimo librarsi in volo, simile a un salto.

La percezione del dolore e della corporeità nel jñani
Domanda: Esiste per il jñani l’idea «io sono il corpo» (dehatma-buddhi)? Bhagavan sente dolore per le punture degli insetti?
«Sì, vi sono sia la sensazione sia la dehatma-buddhi. Quest’ultima è comune al jñani e all’ajñani, con la differenza che l’ajñani pensa di essere solo il corpo, mentre il jñani sa che tutto è Atman o Brahman. Il dolore è dolore: anch’esso è parte dell’Atman. L’Atman è purna (perfetto)».
Il Risvegliato, il jñani, percepisce il mondo allo stesso modo del non risvegliato, cioè sente il sapore del cibo, sente dolore se calpesta una spina. Tuttavia, la differenza tra loro sta nel modo in cui questo viene compreso. Quando sorgono emozioni, sentimenti e sensazioni nel corpo, in un essere ordinario tali esperienze contraggono ancora di più la sua mente, se egli si aggrappa al guscio della propria percezione e del proprio corpo. Egli soffre perché la sua coscienza si restringe. Ogni volta che la coscienza si restringe, l’essere vivente soffre. Quando invece tali cose vengono vissute dal jñani, la sua mente si spalanca ancora di più, poiché non ha l’idea egoistica «io sono il corpo», e la sua consapevolezza non duale e priva di scelta dimora costantemente in assoluta risonanza con questa suprema Fonte. Se c’è dolore, allora questo dolore è sacro, viene percepito come una benedizione.
L’uscita oltre i limiti dell’agente
«Una persona diventa jñani quando va oltre la dehatma-buddhi. In assenza di questa idea, non vi è né azione (kartritva) né agente (karta). Allora il jñani non ha karma (cioè non compie azioni). Questa è la sua esperienza; altrimenti non è un jñani».
Che cosa significa andare oltre la dehatma-buddhi? Significa andare oltre l’essere afferrati dall’idea «io sono questo corpo». Come si può andare oltre questo? In primo luogo, allenandosi nel raja yoga e nel kundalini yoga attraverso il samadhi. Tuttavia non andrete oltre questa idea finché non avrete raggiunto il samadhi, perciò vi sarà sempre separazione e un ardente desiderio di raggiungere qualcosa in futuro.
Nel laya yoga c’è un altro modo: è la contemplazione, quando ci troviamo in risonanza con la Fonte assoluta. Non appena stabiliamo una tale risonanza, questa Fonte assoluta ci invia i suoi raggi di risposta, o emanazioni. Si può dire che anche questa sia una certa concezione, che non esprime nulla. Quando però ci troviamo costantemente in tale risonanza, l’idea «io sono questo corpo» viene superata grazie alla permanenza continua in essa. Se qualcuno dimora in tale risonanza, allora è già, per così dire, liberato, anche se questo stato non è ancora completo. Quanto meno, pensieri ed emozioni superficiali, sofferenze e illusioni, per così dire, già non lo toccano più, sebbene possano ancora rimanere illusioni sottili.
Essere in tale risonanza continua significa essere immersi in Dio, essere immersi nel grande estasi della contemplazione. Se proprio ora poteste farlo, il vostro sahasrara-chakra si aprirebbe. Sentireste nel corpo una grande gioia e leggerezza, e anche una profondissima comprensione di tale risonanza.

L’assenza dell’agente nella coscienza risvegliata
Domanda: Vedo che Lei fa qualcosa. Perché allora dice di non compiere mai azioni?
«La radio canta e parla, ma se la aprite, dentro non troverete nessuno. Allo stesso modo la mia esistenza assomiglia allo spazio, e sebbene questo corpo parli come una radio, al suo interno non c’è alcun agente».
Solo agli occhi degli altri lo jnani sembra una persona che compie un’azione. In realtà, però, la sua stessa coscienza non è in alcun modo legata a questo; dentro di lui non c’è motivazione egoistica, non c’è fare.
Nella «Kularnava Tantra» gli avadhuta yogin che hanno raggiunto il risveglio vengono descritti in diversi modi. Si dice che a volte egli assomigli a un dotto pandit, e a volte a un mendicante folle, errante e vestito di corteccia d’albero, che vive dove capita. A volte appare come un furfante, e a volte come un truffatore. A volte appare come un uomo santo, a volte come un saggio inaccessibile alle persone comuni. Quando la coscienza si trova costantemente in risonanza con la grande Sorgente, nessun fare in questo mondo è importante per lo yogin, perché la grande importanza è già stata trovata: è il dimorare nella risonanza. E poiché il prarabdha-karma del corpo non si è ancora esaurito, lo yogin sperimenta diverse attività; tuttavia egli stesso non fa più nulla. Non aspira ai frutti o ai risultati, ma anche se non vi aspira, può impegnarsi a fare tutto con qualità.
L’azione senza agente come atto sacro
Se una tale pace si insedia nel cuore e la mente è spalancata, allora fai come se non facessi nulla. Se fate nel modo ordinario, potete stancarvi, per esempio quando lavorate in cucina o tagliate la legna, perché fate. «Fate» significa che per voi esistono il fare, il risultato, esiste un atteggiamento verso il fare: un fare vi piace, un altro non vi piace. Quando fate, la vostra mente è ripiegata, limitata, contratta, in essa non c’è apertura. Se invece non fate e la vostra mente non è contratta, allora dimorate in una grande apertura, e allora qualunque cosa facciate vi dà energia (shakti), perché il fare è già come se non fosse reale, è simile a una danza. Questo non è lavoro, è un atto sacro, un rituale magico, una danza, una stregoneria, creatività. E tale creatività può essere applicata a qualunque cosa. Non è soltanto musica o qualcosa di simile. Si può fare creatività persino dal tagliare la legna o dal lavare i piatti, perché ciò non dipende dalle azioni esterne, dipende solo dalla consapevolezza applicata, dal fattore della chiarezza.
Una discepola italiana arrivò a Haidakhan, nell’ashram di Babaji. Poi chiese:
— Babaji, che cosa mi insegnerai?
Babaji disse:
— Ti insegnerò a lavare i piatti.
Lavare i piatti per lei era l’azione più detestata in Italia, quando viveva in una comune, in una comunità. Lì quel lavoro era considerato la faccenda più sporca, e ogni volta che lavava i piatti lo odiava. Perciò Babaji, vedendo questo, le disse che le avrebbe insegnato a lavare i piatti.
Per due anni non fece altro che lavare i piatti. Gradualmente tutte le sue illusioni e la dualità si dissolsero dalla mente, e un giorno sentì che lavare i piatti era una vera benedizione.
La questione è se vi sia un agente oppure non vi sia un agente. Ogni azione è assoluta. Ogni atto dell’Essere è sacro e trascendente. Ogni oggetto, anche il più minuscolo, è infinito. Quando invece dimoriamo in una tale pace e apertura, quando non c’è fare, allora tutte le nostre azioni entrano in risonanza universale con la Sorgente. Diventiamo come un canale aperto attraverso il quale la luce di questa Sorgente entra in noi. Allora facciamo come se non facessimo, e il nostro spirito è costantemente rivolto all’Uno. L’unico modo di vivere per chi pratica la contemplazione è svuotare il cuore, mantenere lo spirito nella serenità, dimorare al di là dell’agente, abbandonandosi sempre più a questa Sorgente.

Pericoli e integrazione sul sentiero della contemplazione
All’inizio, quando siamo inesperti, questo Uno ci sconvolgerà; singhiozzeremo e piangeremo al solo sguardo su questo Uno. A volte potrà persino sembrarci di impazzire o che il mondo si capovolga, a volte potremo sentire di perdere tutto ciò che avevamo sotto i piedi, di non comprendere noi stessi che cosa stia accadendo. Questo accade quando pratichiamo senza Guru, senza istruzioni, senza sutra. Perciò molti praticanti autonomi si fermano a questo stadio. Con questo non si può fare nulla, non lo si può prendere sotto controllo, e il nostro «io» (ego), se non è preparato dalla rinuncia e dall’addestramento, cade nel panico.
Perciò si dice che all’inizio la mente dello yogin erompa come una cascata. Tuttavia, se comprendiamo il principio, restiamo quieti, naturali e continuiamo la nostra pratica come se nulla fosse, allora la nostra mente diventa simile al Gange, che fa scorrere lentamente le sue acque. Quando poi approfondiamo tale stato, diventiamo simili all’oceano. Perciò lo yogin, contemplando la grande Fonte, non perde se stesso. Svuotando se stesso, non perde la propria energia, conserva la propria integrità e individualità. Entrando in contatto con la grande vacuità, non permette alla vacuità di conquistarlo, non ne viene afferrato, dimorando né nella vacuità né nella non-vacuità. Sintonizzandosi in risonanza con la grande Fonte, non diventa un folle danzante, ma può integrarsi adeguatamente nella vita ordinaria, nelle azioni quotidiane.
Un maestro zen ricevette un discepolo. Questo discepolo voleva verificare il grado della propria realizzazione. Consegnò una lettera del suo mentore. Nella lettera il mentore aveva scritto: «Questo giovane monaco pensa molto a se stesso, ma non ha sradicato le illusioni; perciò sii più severo con lui». Il monaco, però, non aveva letto questa lettera. Quando il maestro lesse la lettera, cominciò a gridare con forza contro quel monaco. All’improvviso la mente del monaco si offuscò, e il maestro non lo vide più. Questo monaco non riuscì a dominarsi, perciò la sua ragione si danneggiò. Aveva una stanza in cui viveva da solo. E nei periodi in cui c’erano ritiri, vi radunava gatti e bambini, li faceva sedere nella postura per le meditazioni e conduceva ritiri. E quando cercavano di scappare, li colpiva con un bastone per violazione delle regole disciplinari, imitando il maestro zen.
È difficile dire se questo monaco abbia raggiunto l’illuminazione. Ma si può dire che la vacuità lo divorò, divenne un folle, non riuscì a integrarsi adeguatamente nella vita ordinaria e a rimanere se stesso. Il vero praticante della contemplazione, invece, mantiene ininterrottamente la risonanza con la Fonte. Allo stesso tempo non indulge in nulla: né nei desideri, né nell’essere afferrato, né nell’egoismo. Ha un controllo completo.



