Commento al testo di Sri Ramana Maharshi «Sii ciò che sei», capitolo «Sofferenza ed etica».
Domanda: Soffro sia mentalmente sia fisicamente. Perché soffro così tanto? In questa vita non ho peccato. Forse tutto ciò si spiega con i miei peccati nelle vite passate?
Maharshi: Dite che la mente e il corpo soffrono. Ma sono forse loro a porre le domande? Chi è che domanda? Non è forse colui che trascende sia la mente sia il corpo? Dite che il corpo soffre in questa vita e chiedete se la causa non sia una vita precedente. Va detto che tutte queste vite hanno come causa prima l’ignoranza. Questa stessa ignoranza è presente anche adesso e pone questa domanda. Essa deve essere eliminata mediante jnana.
Nel corso di molte vite abbiamo sperimentato sofferenze di vario genere, per esempio le sofferenze degli inferni in cui si viene trafitti e fatti a pezzi, le sofferenze degli inferni roventi e gelidi. I mondi infernali esistono allo stesso modo dei mondi umani. Si tratta di un loka, di un determinato livello in cui le cause karmiche sono molto peggiori rispetto a quelle del nostro mondo. Per esempio, le proiezioni del mondo infernale nel mondo umano sono le guerre e le prigioni. Si può dire che anche nel mondo umano esistono degli inferni. L’insegnamento sulle cause e sugli effetti afferma che i sei mondi del samsara sono costituiti da diverse cause karmiche e che sono reali quanto i mondi umani. Perciò dobbiamo purificare le impronte karmiche per quanto possibile.
Dal punto di vista di Sri Ramana, tutti questi mondi esistono grazie all’ignoranza e la loro realtà è simile a quella dei sogni. Persino questo nostro mondo umano esiste grazie all’ignoranza. Ed esiste soltanto finché permane l’identificazione con il corpo e il mancato riconoscimento della propria consapevolezza. Questa ignoranza è simile a un’illusione magica, nella quale tutti eludono la domanda fondamentale «chi sono io?» e non cercano di comprendere che cosa significhi questo «io».
Una volta un monaco fece un sogno in cui apparivano diversi esseri e persone. Poi, praticando nel sogno, vi si risvegliò completamente. All’improvviso comprese che tutto ciò che vedeva nel sogno non era altro che i suoi pensieri condensati, proiezioni solidificate di se stesso. Nel sogno possedeva un corpo onirico illusorio, la cui densità era all’incirca pari a quella di tali proiezioni. Allora pensò: «Ora metterò alla prova questo mondo». Cominciò ad avvicinarsi a tutti gli esseri di quel mondo e a porre loro la domanda: «Chi sei?» Quando rivolgeva questa domanda, tutti rimanevano perplessi e si fermavano. Non riuscivano neppure a continuare a fare alcunché. Nel momento in cui poneva loro questa domanda, essi si mettevano a riflettere, poi si dissolvevano e scomparivano. Quando lo ebbe chiesto a tutti gli esseri, ben presto non rimase più nessuno. Il monaco provò una grande gioia perché tutte le illusioni si erano dissipate. Poi scoprì che restava un’ultima illusione: lui stesso. Allora comprese che avrebbe dovuto riflettere profondamente sulla consapevolezza del proprio «io» e cominciò quindi a indagarla nel sogno. Non appena si concentrò intensamente, il suo corpo illusorio nel sogno scomparve ed egli si immerse nello spazio vuoto della chiarezza e della consapevolezza. Se non l’avesse fatto, avrebbe continuato a vagare nel sogno e a incontrare varie persone che gli avrebbero detto qualcosa, mentre lui avrebbe risposto; si sarebbe rallegrato di alcune cose e ne avrebbe evitate altre. Tuttavia, quando pose questa domanda, tutto scomparve. Rimase soltanto la sua consapevolezza nuda e disvelante.

Più o meno la stessa cosa accade quando pratichiamo in questo mondo. Quando comincia a splendere il sole della Saggezza auto-originata, scopriamo che sia noi stessi, compreso il corpo, sia gli altri siamo miraggi dello stesso genere, come sovrapposti alla consapevolezza primordiale dell’«io». Ciò non significa che qui scompaiano letteralmente come in un sogno. Finché esistono gli elementi grossolani, i corpi rimangono. Tuttavia, quando scopriamo questa Saggezza auto-originata, l’identificazione con questo corpo, con i corpi degli altri o con gli oggetti esterni scompare completamente, ed essi vengono percepiti come una proiezione sovrapposta a questa consapevolezza primordiale. Questa è la luce di jnana, che elimina tutta la nostra ignoranza e tutte le nostre sofferenze. Anche se, in virtù del prarabdha karma, un tale jnani sperimenta determinate attività del corpo o soffre fisicamente, la sua coscienza non soffre né cade mai più nell’illusione, poiché egli sa che tutti i fenomeni percepiti non sono altro che miraggi, simili agli arcobaleni nel cielo, agli echi tra le montagne o ai riflessi degli oggetti in uno specchio. Oppure sono simili a un magico gioco di luci e ombre in una lanterna magica, che produce immagini diverse senza contenere in sé nulla. Oppure sono simili alle immagini proiettate da un proiettore cinematografico. Vale a dire che in essi non vi è neppure la minima traccia di autentica realtà.
«Perché e per chi sopraggiunge questa sofferenza?» Se vi porrete questa domanda, scoprirete che l’Io è separato dalla mente e dal corpo, che l’Atman è l’unico Essere eterno e che Esso è Beatitudine eterna. Questa è jnana.
La natura della sofferenza e le cinque klesha
Per gli esseri che dimorano nell’ignoranza vi sono sempre sofferenza, insoddisfazione e dolore. È la sofferenza della nascita e della morte, la sofferenza legata alla perdita di ciò a cui si è attaccati, la sofferenza della rinascita nei mondi inferiori, la sofferenza dovuta all’impossibilità di realizzarsi e di esprimersi. Tutte queste sofferenze derivano da una visione falsa, dall’illusione, dall’ignoranza essenziale.
Di solito si forma la seguente catena:
avidya (ignoranza) → asmita (oblio) → raga (attaccamento) → dvesha (dualità) → abhinivesha (aspirazione all’appagamento dei sensi e dei desideri).
Avidya è l’ignoranza co-emergente (fondamentale). È sorta insieme alla nostra nascita, vale a dire che avidya è sempre esistita insieme alla Saggezza autogenerata. Avidya è una falsa conoscenza sorta parallelamente al vero splendore della nostra Saggezza originaria. È una parte della nostra Mente originaria che, in un passato senza inizio, deviò, orientandosi verso la fascinazione per le illusioni. È impossibile stabilire quando sia iniziato per noi il samsara individuale, quando sia avvenuta la perdita dello stato non duale. Alcuni sutra affermano che in passato gli esseri viventi non vivevano sulla Terra, ma erano dèi. Discesero dai cieli della Luce e del Suono, dai cieli di Abhasvara. Quando erano dèi, erano ancora consapevoli del proprio «Io» originario, ma quando cominciarono a introdurre nel corpo, attraverso il cibo, elementi grossolani (tattva), lo splendore emanato dai loro corpi energetici iniziò a diminuire e in loro sorsero le klesha, gli attaccamenti, i rapporti sessuali e la tendenza a mangiare cibo grossolano; cominciarono inoltre ad avere bisogno dell’aria. Allora i loro corpi fisici si offuscarono gradualmente, di millennio in millennio. Fu un processo lungo. Discesero verso piani di esistenza sempre più grossolani, mentre al contempo la loro consapevolezza si ottenebrava, finché non si ritrovarono nella condizione di esseri umani. Ad avidya segue asmita.

Asmita è la tendenza a dimenticare la Saggezza originaria dell’«Io». Sebbene essa esista sempre, gli esseri viventi si comportano come se non la possedessero. Asmita è chiamata anche il malvagio oblio dell’Atman. È malvagio proprio perché da esso derivano le sofferenze di tutti gli esseri viventi. Quando si manifesta asmita, subentra raga.

Raga è l’attaccamento appassionato a qualcosa, per esempio agli oggetti esterni, ad altre persone, ai propri stati di gioia e piacere, ai contenuti interiori. Raga è ciò che plasma i mondi della passione. Gli dèi sono attaccati ai piaceri nei cieli, gli asura ai propri tratti caratteriali, gli esseri umani gli uni agli altri, i preta agli oggetti della brama, gli esseri infernali alla propria sofferenza. L’attaccamento nasce dall’incomprensione del fatto che la tendenza all’attaccamento non cerca l’oggetto dell’attaccamento, ma originariamente cerca questa Saggezza autogenerata, questa luce radiosa dell’«Io» splendente che permea ogni cosa. Tuttavia, a causa del karma, questa luce dell’«Io» originario viene proiettata su una persona specifica o su un determinato oggetto, e allora nasce l’attaccamento appassionato. Gli esseri umani sono molto semplici: si attaccano a ciò che è più vicino, a ciò che hanno a portata di mano; si attaccano a ciò che vedono spesso e sentono continuamente. È un tipo di percezione molto primitivo. Se la coscienza rimane a lungo in contatto con qualcosa, comincia a esserne condizionata e poi vi si attacca. Per esempio, nessuno di noi è attaccato alla stella Sirio o ad Alfa Centauri; per noi non c’è neppure alcuna differenza tra loro. Ma se viviamo a lungo con una persona e proviamo dei sentimenti nei suoi confronti, può sorgere in noi un attaccamento verso di lei. Oppure, se viviamo in un luogo e ci confrontiamo con un determinato modo di pensare, anche in noi nasce un simile attaccamento. Nell’Universo sconfinato, che comprende innumerevoli mondi e un numero incalcolabile di anni, individuiamo soltanto alcuni piccoli oggetti. Quando sorge un simile attaccamento, nasce la dualità e dividiamo l’Universo a metà.

Dvesha (dualità) significa che ora non consideriamo più il mondo in modo puro, bensì attraverso il prisma dell'attaccamento. Per esempio, ciò che sostiene il nostro attaccamento è considerato buono, mentre ciò che lo contraddice è considerato sbagliato, malvagio, cattivo e fonte di sofferenza. Nell'Universo non esistono il male e il bene, il giusto e lo sbagliato, la malvagità e la bontà: esiste un'unica consapevolezza. Se esiste un bene, esso è la presenza della consapevolezza; se esiste un male, esso è l'oblio di questa consapevolezza. Ma quando guardiamo il mondo con gli occhi dell'attaccamento al corpo, al mondo degli esseri umani o a qualcos'altro, l'Universo ci appare in modo distorto. Tutto è offuscato, perché proiettiamo le nostre ristrette concezioni. La nostra dimensione karmica, caduta nella dualità, comincia ora a operare distinzioni. Per esempio, se siamo attaccati al corpo fisico, riteniamo normale che una temperatura bassa sia qualcosa di negativo e che il caldo sia qualcosa di positivo. Tuttavia, questa è soltanto una convenzione della nostra percezione umana. Tale dualità viene generata ininterrottamente: nel corso di uno kshana (un istante sufficiente a schioccare le dita), la nostra mente riesce a suddividere la realtà sessanta volte. Non ce ne accorgiamo nemmeno, ma in un solo istante la nostra coscienza oscilla fino a sessanta volte, producendo simili distinzioni. Quando si è prodotta tale dualità (dvesha), in noi si sono formati una stabile accettazione di una cosa e un rifiuto dell'altra. Ciò avviene a livello genetico, al livello del subconscio profondo. In linea di principio non riusciamo nemmeno ad ammettere l'equivalenza tra ciò che non ci piace e ciò che ci piace, oppure tra ciò che ci procura gioia e ciò che ci procura sofferenza. Eppure, in senso assoluto, è proprio così. E raggiungeremo la liberazione soltanto quando lo comprenderemo. Quando tale dualità si radica in noi, tendiamo ad applicare alla realtà etichette concettuali. Allora l'Universo si restringe per noi: dalla percezione dell'Universo estraiamo soltanto uno spettro ristretto e lo chiamiamo vita. Ma la realtà non intende tenere conto del fatto che abbiamo ristretto la nostra percezione dell'Universo. E quando sopraggiungono la sofferenza, l'impermanenza o la morte, la nostra coscienza viene sospinta oltre questo spettro ristretto. Ma, a causa del forte rifiuto, non può riconoscere altri spettri dell'esistenza, e allora sorge la sofferenza. Dopo dvesha sorge abhinivesha.

Abhinivesha è una persistente tendenza subconscia a soddisfare i sensi o i desideri. Anche quando rinasciamo, il ricordo di ciò permane. Abbiamo una persistente tendenza a ripetere tale esperienza, ossia desideriamo entrare nuovamente in un grembo, ottenere nuovamente un corpo, aggrapparci e fissarci nuovamente da qualche parte; allora la mente nel bardo pensa: «Che cosa non darei, ora, per ottenere di nuovo un corpo e continuare a godere dei piaceri abituali».

Avidya → asmita → raga → dvesha → abhinivesha: questa è la catena che conduce alla completa immersione nell'illusione. Ricorda il processo con cui una persona si addormenta, fino al momento in cui i sogni prendono completamente il sopravvento su di lei. Questa è la natura dell'illusione.
Lo stato di sonno senza sogni come chiave per la comprensione
Domanda: Le preoccupazioni mi tormentano continuamente; non trovo pace, sebbene non mi serva nulla per essere felice.
Maharishi: Queste inquietudini agiscono su di lei durante il sonno profondo?
Risposta: No, non agiscono.
Maharishi: Ora lei è la stessa persona oppure è diverso da colui che dormiva senza alcuna preoccupazione?
Risposta: Sì, sono lo stesso.
Maharishi: Allora, senza dubbio, queste preoccupazioni non le appartengono, ed è lei stesso responsabile di attribuirle a sé.
Qui Ramana non parla con una persona, ma cerca di risvegliarla, donandole direttamente il darshan del riconoscimento di sé. Tuttavia, se i klesha sono numerosi e i samskara sono forti, non è possibile farlo subito. Uno dei modi per dimorare nella contemplazione consiste nel sintonizzarsi costantemente sullo stato di sonno senza sogni e, ricordando lo stato della mente durante il sonno senza sogni, cercare di introdurlo in questa vita. Nel sonno senza sogni non ci sono concetti né immagine del corpo, e non vi è neppure il minimo accenno di sofferenza. Se acquisiamo la capacità di meditare a questo livello, possiamo comprendere chiaramente che in questo mondo non esiste dualità, non vi è sofferenza e possiamo esistervi come pura Coscienza. Tuttavia, qui dimentichiamo questo stato e allora sorge l'ignoranza. Dimorare nella presenza equivale a dimorare nel sonno senza sogni.
Compassione e servizio nel contesto della non dualità
Maharshi: Dal punto di vista dello jnana, o della Realtà, il dolore di cui parlate è certamente un sogno, proprio come il mondo, di cui esso costituisce una parte infinitamente piccola. In sogno voi stessi provate fame e vedete altri che soffrono la fame. Dopo aver mangiato, mossi dalla compassione, date da mangiare agli altri che hanno anch'essi bisogno di cibo. Finché il sogno dura, tutte quelle sofferenze degli affamati sono per voi reali quanto l'attuale pensiero delle sciagure che vedete nel mondo.
Qui è stata posta la domanda su come rapportarsi al mondo: se chiamarlo sogno e non lasciarsi toccare dalle sofferenze del mondo oppure cercare di aiutare il mondo a eliminare la sofferenza.
Solo quando vi sveglierete scoprirete che il dolore provato in sogno non era reale. Potreste aver cenato abbondantemente e poi essere andati a dormire. Sognerete di aver lavorato duramente e a lungo per tutta una torrida giornata di sole, di essere stanchi, affamati e di desiderare disperatamente mangiare. Al risveglio scoprirete di essere sazi e di non esservi affatto alzati dal letto. Ma da ciò non consegue che in sogno si possa agire come se la sofferenza che provate fosse irreale. La fame in sogno deve essere placata con del cibo nel sogno. Gli esseri che soffrono la fame nel vostro sogno devono ricevere cibo in quello stesso sogno. Non dovete confondere i due stati: il sonno e la veglia. Finché non raggiungerete lo stato di jnana e non vi risveglierete così da questa maya, è necessario svolgere un servizio sociale per alleviare le sofferenze ogni volta che le vedete. Tuttavia, anche allora dovete farlo senza ahamkara, cioè senza il senso di «io sono colui che agisce», ma sentendo: «io sono uno strumento del Signore». Allo stesso modo, non bisogna essere vanitosi e pensare: «Sto aiutando una persona che è inferiore a me e ha bisogno di aiuto». Il vostro aiuto a una persona deve essere un mezzo per venerare Dio in quella persona. Inoltre, ogni servizio di questo genere è destinato a voi in quanto Atman, e non a qualcun altro. Non state aiutando qualcun altro, ma soltanto voi stessi. Quando noi monaci pratichiamo il nostro dharma, compiamo il più potente atto di aiuto a tutti gli esseri viventi.
Una volta a Seongcheol Sunim fu posta questa domanda:
— Quando i monaci si ritirano sulle montagne mentre il mondo soffre, non è forse egoistico?
Egli rise e disse:
— Penso che sia la vostra condizione a essere egoistica.
L'uomo che aveva posto la domanda rimase sorpreso. Allora Seongcheol Sunim gli chiese:
— Quante persone ci sono nella vostra famiglia?
L'uomo rispose:
— Tre.
— Voi vivete per la vostra famiglia, cioè soltanto per tre persone nell'Universo. Ora guardate i monaci, che conducono una vita austera, meditando giorno e notte e rinunciando ai beni mondani per raggiungere lo stato di risveglio e aiutare tutti gli esseri nell'Universo. Non soltanto tre persone care, ma tutti gli esseri viventi nell'Universo. Dunque, chi è più egoista?
Quell'uomo dovette ammettere che il suo punto di vista era più egoistico.

L'ampia visione dei monaci sull'aiuto agli esseri viventi
Il fatto è che i monaci hanno una visione più ampia della vita. Comprendono che potranno aiutare questo mondo soltanto quando si saranno liberati dalle illusioni. Per loro il mondo non si limita alla piccola cerchia dei rapporti familiari o di amicizia. Si possono aiutare innumerevoli esseri nell'Universo. Gli esseri umani non sono l'unica categoria che si può aiutare. Vi sono spiriti sofferenti, vidyadhara, gandharva, preta, kinnara, pishacha, esseri infernali in basso e dèi in alto che non sono risvegliati.
Quando acquisite una visione più ampia dell’Universo, cominciate a comprendere che cosa significhi aiutare nel vero senso della parola e non siete più limitati dalle vostre ristrette concezioni dell’aiuto. Comprendete che tutti gli esseri viventi e gli oggetti non sono autosufficienti, che fanno parte della vostra stessa visione karmica e che, pertanto, potete aiutarli portando avanti la vostra pratica.
In altre parole, aiutiamo tutti gli esseri viventi quando raggiungiamo la liberazione; allora, numerosi esseri viventi che si trovano nei canali del nostro corpo e della nostra mente si liberano in virtù del legame karmico con noi. Chiunque raggiunga la liberazione dà forma al proprio mondo integro, o alla propria terra pura, alla propria mandala. Diventa la divinità principale di questa mandala, aiutando gli altri esseri viventi karmicamente legati a lui a integrarsi in essa.
Nel passato senza inizio avete creato le cause di un legame karmico con diversi esseri viventi, non solo nel mondo degli uomini, ma anche nei mondi dei deva, degli asura, degli dèi, degli spiriti e degli esseri infernali. E quando qualcuno raggiunge la liberazione, diventa il centro dell’Universo, poiché raggiungere la liberazione significa diventare il centro dell’Universo. E quando diventa il centro dell’Universo, la luce dello splendore della sua Saggezza auto-generata comincia a irradiarsi su tutti gli esseri con i quali aveva creato legami karmici, e così tutti loro cominciano a illuminarsi. In questo modo viene creato un nuovo loka, o una nuova terra pura. Si ritiene che ogni santo crei la propria terra pura. Si può dire che si tratti di una nuova sezione della percezione pura.
L’insegnamento sulle sofferenze del mondo
Domanda: Esistono calamità diffuse che devastano questo mondo, come la fame e le epidemie. Perché accade?
Maharishi: A chi appaiono questi eventi?
Domanda: Ma questo non è ancora sufficiente. Vedo sofferenza ovunque.
Maharishi: Nel sonno profondo non percepivate questo mondo e le sue sofferenze, ma ne siete consapevoli ora che siete svegli. Dimorate nello stato in cui esse non vi affliggono: quando non vi è percezione del mondo, le sue sofferenze non vi toccano. Quando rimanete nel Sé, nell’Atman, come nel sonno profondo, il mondo e le sue sventure non vi toccheranno. Perciò guardate dentro di voi. Osservate l’Atman! Allora questo mondo e le sue sofferenze avranno fine.
Domanda: Ma questo non è forse egoismo?
Maharishi: Il mondo non è esterno, ma poiché vi identificate erroneamente con il corpo, vedete il mondo al di fuori e ne avvertite chiaramente i dolori. Ma essi non sono reali. Cercate la Realtà e abbandonate questa sensazione immaginaria.

Il punto è che le proiezioni ci traggono in inganno. Questo spettacolo magico ci induce a credergli quando viene proiettato ininterrottamente. Ricorda la situazione di una persona seduta al cinema che guarda un film in cui si susseguono guerre e altri avvenimenti. Vorrebbe balzare dalla poltrona e correre verso lo schermo. Una persona del genere, dal punto di vista dei risvegliati, suscita un sorriso. Il risvegliato le direbbe: «È meglio che tu torni a sederti e cerchi di capire che è soltanto un film». È davvero molto buffo quando una persona cerca di correre verso lo schermo e di farci qualcosa, invece di accendere la luce (accendere la propria lampada), guardarsi intorno nella sala e capire che sta semplicemente guardando un film.
Domanda: Perché l’Atman si manifesta come questo mondo orribile?
Maharshi: Affinché possiate cercarlo. Non potete vedere i vostri occhi; mettete uno specchio davanti a essi e li vedrete. Lo stesso vale per la creazione.
Quando a Sai Baba fu chiesto perché nel mondo ci fossero così tante sofferenze, rispose: «Questo è il mio compito: verrò nel mondo sotto forma di sofferenza. Affinché soffriate e, infine, comprendiate che dovete realizzare il Sé. Se invece non soffrirete, non vorrete mai risvegliarvi. La sofferenza è una parte di questo mondo che ci aiuta a crescere spiritualmente». È difficile da comprendere, ma cominciamo a riflettere e a rivolgerci dentro di noi soltanto quando vediamo illusioni che iniziano a tormentarci fin troppo.

Il ricercatore spirituale pone la domanda: «Che cosa non va in Dio e nella Sua creazione?» Ramana afferma che in Dio va tutto bene e che è in voi che c’è qualcosa che non va. L’uomo continua a porre questa eterna domanda, cercando di accusare qualcuno anziché sé stesso. Ma in realtà ciò che non va è in noi e nella nostra visione illusoria, perché proviamo un forte rifiuto verso una determinata parte della creazione. La creazione è assoluta, indifferenziata, eppure noi ne respingiamo una parte e ne accettiamo un’altra. Ma la Realtà è integra, non può essere divisa. E quando siamo fortemente attaccati a una parte della creazione, è naturale che ne rifiutiamo l’altra. La parte che respingiamo è considerata cattiva: piena di sofferenza, ingiustizia e così via. Tuttavia, questa è soltanto la nostra visione karmica.
Domanda: Dio è perfezione. Perché, allora, ha creato il mondo imperfetto? Il risultato corrisponde alla natura del creatore. Ma in questo caso non è così.
Ramana: Chi pone questa domanda?
Risposta: Io, un essere umano.
Ramana: Siete forse separati da Dio per porre una simile domanda? Finché vi considerate il corpo, osservate il mondo come qualcosa di esterno e le sue imperfezioni vi appaiono evidenti. Dio è perfezione, e anche la Sua opera è perfezione, ma voi la vedete imperfetta a causa della vostra erronea identificazione con il corpo.
In effetti, la Realtà assoluta è purezza e perfezione sotto ogni aspetto. Tuttavia, semplicemente non siamo in grado di vedere questa purezza e perfezione a causa della nostra forte e persistente fissazione sulla dualità, sull’accettazione e sul rifiuto.
Le visioni nel bardo e la percezione pura
Per esempio, nel bardo una persona vede divinità irate. Queste divinità appaiono mentre bevono sangue, sono adorne di ghirlande di teschi, possono avere un aspetto terrificante e impugnano uncini, asce, coltelli ricurvi e così via. Nel bardo, una persona può avere visioni in cui queste divinità le squarciano il ventre, ne estraggono le viscere, ne bevono il sangue, ne succhiano il cervello e così via. La persona prova allora un terrore intenso. Non muore, ma tutto questo le accade. E in lei sorge un forte rifiuto di tutto ciò.

Tuttavia, gli insegnamenti sullo stato intermedio affermano che in realtà queste visioni non possono arrecare più danno di un leone impagliato, poiché tutte queste visioni sono proiezioni della persona stessa, sono le sue stesse energie. In altre parole, quando il corpo si disgrega, dalle ginocchia, dalla regione lombare e dai talloni emanano energie impetuose che costituiscono la mente e il corpo. Di solito vengono percepite come divinità irate dalle sembianze umane. Perché vengono percepite proprio così? Perché la mente è abituata a percepire ciò che le era più vicino durante la vita. Per questo, di solito, le divinità vengono raffigurate in forma umana. È evidente che, se gli esseri umani avessero la forma di elefanti, anche le divinità apparirebbero loro in forma di elefante. Le divinità sono visione pura.
Quando queste energie impetuose si manifestano nel bardo, si presentano in questo modo, ma la persona ne è spaventata, non riesce ad accettarle, a integrarsi con esse, a liberarle spontaneamente nella Chiara Luce. Allora cade in una coscienza offuscata, completamente addormentata, diventa ossessionata da queste visioni, si spaventa e cerca di nascondersi da esse, sebbene siano proiezioni dei suoi stessi pensieri. A causa del forte rifiuto che sorge in lei, non riesce a rimanere in uno stato di consapevolezza equanime e sereno. Quindi cerca di nascondersi nel grembo materno, e così avviene la rinascita.
La pratica della visione pura
Quando comprenderemo che il mondo intorno a noi è una manifestazione del nostro «Sé», non proveremo né attaccamento né rifiuto nei suoi confronti. Per questo nel tantra esistono pratiche (sadhana) con divinità irate. Quando ci esercitiamo a percepirle come qualcosa di puro e positivo, senza rifiuto, le divinità terrificanti non ci appaiono più come qualcosa di sbagliato. Le accogliamo come qualcosa di sacro e puro, nonostante abbiano una coppa ricavata da un teschio e colma di sangue, portino al collo ghirlande di teschi e impugnino spade, coltelli e così via. Le percepiamo semplicemente come energie impetuose delle divinità. Allora ci rapportiamo a tutto questo con calma, siamo in grado di riconoscerlo come una manifestazione della visione pura e la nostra mente conserva purezza e serenità.
Solitamente tali metodi vengono utilizzati nel kriya tantra e nel charya tantra. Nel laya yoga non si utilizzano metodi particolari di visualizzazione né pratiche di forme specifiche di divinità; tuttavia, una simile visione pura è generata dalla contemplazione stessa. In altre parole, se la nostra contemplazione ha acquisito forza, quando ci imbattiamo in tali immagini le percepiamo come pure, perché allora il mondo intero viene percepito da noi come una manifestazione del Brahman (mandala), tutti gli esseri viventi come forme di divinità e tutti i suoni come mantra.
Questa visione pura significa che siamo capaci di vedere in ogni cosa le manifestazioni della lila della Realtà assoluta. Nella visione impura, quando incontrate una persona malvagia, la percepite come tale e, se si comporta male nei vostri confronti, ciò non vi piace. Nella visione pura, invece, questa persona malvagia è una determinata manifestazione degli aspetti irati della Realtà assoluta, e qualsiasi suo comportamento nei vostri confronti è una lila, un gioco incomprensibile che vi impartisce una lezione di visione pura e di non attaccamento a voi stessi. Perché osserviamo diversi principi nelle relazioni reciproche? Anche questa è una lezione di visione pura.
La visione pura significa che consideriamo assolute tutte le manifestazioni che si verificano. Per esempio, se qualcuno vi rivolge parole adirate, nella visione pura ciò va considerato in questo modo: «Senza dubbio, questo è il gioco della Realtà assoluta, che mi impartisce una lezione di non attaccamento alla mia persona». Imparare a percepire ogni cosa nella visione pura significa acquisire uno stato di presenza consapevole talmente profondo da non poter più essere distrutto e vedere, dietro tutte le forme, il gioco della Realtà assoluta (lila). Le lila possono essere pacifiche oppure irate, ma rimangono comunque un gioco, simile al gioco delle divinità. Un vero praticante riconosce sempre tali giochi. Un praticante disattento non li riconosce, si sbaglia e ricade nuovamente nella dualità.
Quando guardate i monaci, percepiteli come divinità o come Buddha. Percepite in questo modo persino colui che, secondo voi, non è né una divinità né un Buddha. Pensate così: «Senza dubbio, la sua essenza meravigliosa si manifesta in conformità al mio karma; questa è per me una lezione di visione pura. Se non assimilerò questa lezione, non conseguirò una contemplazione profonda».
Quando una persona risvegliata guarda gli altri, vede soltanto esseri risvegliati. Le persone possono non esserne consapevoli e soffrire; tuttavia, in senso assoluto, sono tutte risvegliate e originariamente perfette. Perciò ogni essere vivente nell’Universo, ogni persona, è degno di venerazione. La questione è non dimenticarlo.

Quando acquisiamo una simile visione, le nostre relazioni si purificano e diventano armoniose. Non possiamo davvero adirarci con qualcuno, odiarlo o attaccarci a lui. Possiamo però ammirare ogni essere vivente, vedendo in esso il gioco della Realtà assoluta, e allora tutti gli esseri viventi ci impartiranno una lezione di autentica visione pura.


