Commento al testo «I centomila canti di Milarepa»
Poi Jetsun tornò alla grotta di Bodhi a Ragma. I suoi precedenti benefattori lo servivano e gli offrivano doni. Ed egli rimaneva lì di buon umore. Un giorno vennero da lui due giovani pastori. Il più giovane chiese:
– Caro Lama, hai un compagno?
Milarepa rispose:
– Sì, ce l’ho.
– Chi è?
– Si chiama amico Bodhi del cuore.
– Dov’è adesso?
– Nella casa della coscienza del seme universale.
– Che cosa intendi dire?
– Il mio stesso corpo.
Allora il più grande disse:
– Lama, faremo meglio ad andare, visto che non riesci a spiegarcelo.
Ma il più giovane chiese:
– Significa dunque che questa coscienza è la mente in sé, e il corpo fisico è la casa della mente?
– Sì, è esatto.
Il ragazzo continuò:
– Sappiamo che, sebbene una casa di solito appartenga a una sola persona, molti possono entrarvi, e perciò nella casa si trovano sempre diverse persone che vi abitano. E nel corpo, allora? C’è una sola mente? O molte? Se sono molte, come convivono tra loro?
Sebbene la coscienza primordiale esista come una sola, in senso relativo tali coscienze sono molte, e vengono anche chiamate chaitasika. Se la coscienza primordiale, la mente, è la ragione originaria, simile allo spazio di luce, allora le chaitasika sono piccole menti che si trovano nel corpo e vi si fissano con l’aiuto dei prana. Tali piccole menti agiscono inconsciamente. Forse comprendete come durante la meditazione possano sorgere vari pensieri strani che voi non avete pensato, possano scorrere parole che emergono dall’interno, visioni o semplicemente movimenti eterogenei della coscienza: tutto questo sono chaitasika, cioè piccole volontà che abitano il nostro corpo e vogliono vivere per conto proprio. Si può dire che anche questo siamo noi, ma solo in una variante inconscia; sono quelle parti della mente inconscia che sono indisciplinate e non aspirano alla liberazione.

– Bene. Quanto al numero delle menti nel corpo, faresti meglio a verificarlo tu stesso.
– Ci proverò.
Con questo i ragazzi si salutarono e tornarono a casa. La mattina seguente il più giovane di loro venne di nuovo da Milarepa:
– Caro maestro, ieri sera ho cercato di capire che cos’è la mia mente, come funziona. L’ho osservata attentamente e ho scoperto che ho una sola mente. Anche se qualcuno lo volesse, non potrebbe uccidere questa mente.
Il giovane pastore, grazie alle sue acute capacità, comprese subito l’essenza della questione. Nonostante abbiamo molte piccole menti, la nostra vera mente è una sola. E lo yogin dalle alte capacità si risveglia subito e apre la comprensione di questa unica mente.
Colui che apre la comprensione dell’unica mente, anche se non ha ancora conseguito il samadhi, si distingue per l’incrollabilità della coscienza e per una grande fede.
Per quanto fortemente una persona voglia separarsene, essa non se ne andrà. Se si tenta di afferrarla, non la si prenderà, e stringendola non la si tratterrà. Se vuoi che rimanga in un solo luogo, non si fermerà, e se la lasci andare, non se ne andrà. Vuoi raccoglierla: non la si può prendere; cerchi di vederla: non è visibile. Cerchi di conoscerla, ma non può essere conosciuta. Se pensi che sia qualcosa di realmente esistente e la respingi, essa non ti abbandona. Se pensi che non esista, senti come continua la sua corsa. La mente è qualcosa di luminoso, consapevole, insonne.
Il potenziale sovracosciente della mente
Che cosa bisogna comprendere dalle parole «la mente è qualcosa di luminoso, consapevole». Ciò significa che la nostra mente supercosciente supera la nostra attuale consapevolezza. Per esempio, se immaginate un qualche musicista, scrittore o scienziato geniale, allora la nostra mente originaria è un tale scienziato o musicista geniale. Le capacità della nostra mente profonda superano le nostre capacità. Nella medicina mondana si ritiene che l’uomo utilizzi, dei miliardi di cellule cerebrali, soltanto il cinque per cento. Se ne utilizza il dieci, diventa un talento; se ne utilizza più del dieci, diventa un genio. Se parliamo dei santi, essi utilizzano approssimativamente dal trenta all’ottanta per cento del potenziale del cervello. Se parliamo dei mahasiddha, essi utilizzano dal novanta al cento per cento.
Per esempio, in Tibet vi fu un santo di nome Longchen Rabjam. Quando morì e il suo corpo fu cremato, nel punto del cervello si formò una pietra luminosa di un colore insolito, che per forma ricordava il cervello. Di solito, dal corpo di un santo dopo la cremazione restano sharira, o ringsel, piccole pietruzze. Sono quelle gocce essenziali creative presenti nel corpo, di cui abbiamo parlato. E nel corpo di un santo che eseguiva pratiche speciali, esse si concentrano e si addensano. A seconda della pratica eseguita, possono essere di colore rosso, nero, giallo o bianco. Anche i praticanti zen dicevano che dopo la cremazione di un santo restano le sharira.
Ma dopo la cremazione di questo santo rimase una sola grande sharira. Il suo cervello si trasformò in un’unica pietra luminosa. E quando i monaci di un monastero ne staccarono un pezzetto come reliquia, dopo qualche tempo in quel punto ricrebbe il pezzetto mancante, come se non fosse mai stato staccato. Da questi segni si poteva determinare che questo santo aveva realizzato uno dei livelli della liberazione: il corpo illusorio.

Che cosa significa realizzare il potenziale del cervello al novanta o al cento per cento? Significa che la massima quantità di prana si trova nel sahasrara-chakra. L’energia irriga generosamente il soma-chakra, l’ajna-chakra, il lalana-chakra, il sahasrara-chakra, e allora cominciano a fiorire capacità mai viste prima. Come si manifesta questo? Per esempio, una persona simile durante la meditazione ode sempre suoni piacevoli, vede sempre immagini meravigliose, davanti ai suoi occhi sorgono visioni splendide, mandala maestosi, paesaggi straordinari. Se il prana si concentra in questo chakra, egli incontra soltanto manifestazioni miracolose o divine. Lo visitano illuminazioni, vive rivelazioni una migliore dell’altra. Improvvisamente sente che in lui si risveglia la comprensione in qualsiasi ambito verso cui rivolga la coscienza: invenzioni, musica, pittura, filosofia. Su qualunque cosa posi lo sguardo, improvvisamente lo pervade una chiarissima comprensione profonda. Tale è lo stato del santo quando possiede energia sufficiente e si trova in samadhi.
Oppure, nel corpo sottile, vede costantemente benedizioni, quando divinità o altri esseri viventi, alcune anime, gli fanno offerte, gli danno nettare, gli pongono un fiore sul capo, gli appendono una ghirlanda. Per esempio, molti santi raccontano dopo il risveglio di aver sognato che gli dèi facevano loro enormi offerte.
Divinità interiori e dèi protettori
Che cosa significano divinità o dèi? Sono pure energie sottili nel corpo stesso dello yogin. Per esempio, quando pregate Dattatreya o vi rivolgete con una richiesta a Ramalinga, il Ramalinga esterno e il Ramalinga interno sono inseparabili. E anche nel flusso della vostra mente c’è un canale puro, una coscienza pura, uno stato supercosciente, che assume l’aspetto di Ramalinga. È più saggio di voi, possiede chiaroveggenza e può fare alcune cose nel mondo astrale. Questo non è ancora Ramalinga in persona; è una parte sottile della vostra mente, che sorge grazie alla venerazione o all’invocazione di Ramalinga. Quando però essa si illumina completamente, diventa inseparabile da Ramalinga. Lo stesso si può dire anche della pratica della venerazione di altri santi.
Una volta la madre di un soldato che combatteva in Cecenia pregò Ksenija di Pietroburgo. Quando questo soldato era di guardia, lo chiamarono e gli dissero che era arrivata sua madre. Il soldato pensò che sua madre non potesse essere venuta, tanto più che non portava una giacca verde, una camicetta rossa e una gonna. Quando arrivò al posto di controllo, lì non c’era già più nessuno, ma proprio in quel momento un proiettile colpì il luogo in cui egli stava di guardia e avvenne un’esplosione. Egli pensò che fosse accaduto un miracolo. Quando in seguito lo raccontò a sua madre, lei disse che poco prima aveva pregato Ksenija di Pietroburgo. Grazie a tale invocazione, Ksenija di Pietroburgo e la coscienza della madre proiettarono un’immagine che salvò il soldato. Tali manifestazioni sono chiamate dèi protettori o divinità interiori, che abitano il flusso della nostra coscienza. Sono parti del nostro «io», soltanto più sagge e più consapevoli.
Milarepa qui dice che la mente è autoluminosa e autoradiante. Perciò la nostra mente, la sua natura originaria, è persino superiore a tali manifestazioni. Possiede un potenziale cosciente ancora maggiore, poiché perfino questi dèi protettori e le divinità interiori che si manifestano emanano dallo stato supercosciente della Chiara Luce. In altre parole, per dirlo in modo più semplice, ciascuno di noi è potenzialmente un genio nascosto sotto l’involucro del corpo fisico, solo che non ha ancora raggiunto il proprio potenziale.

– In una parola, è difficile dire che cosa sia davvero la mente. Ti prego, sii così gentile da spiegarmi il significato della mente.
La risposta di Milarepa fu un canto:
– Ascoltami, caro pastore, custode delle pecore! Ascoltando un discorso sul sapore dello zucchero, non si può sentirne la dolcezza.
La mente possiede autoradianza e un potenziale supercosciente. Per esempio, quando il vostro potenziale aumenta, la capacità di percepire le informazioni diventa molto grande. All’inizio, quando ascoltate le lezioni, cogliete circa il quindici per cento di ciò di cui si parla, perché il volume della memoria o della coscienza percettiva è ridotto. Quando il vostro livello di energia e di chiarezza aumenta, potete comprendere circa l’ottanta per cento, il novanta e anche di più.
Quando il vostro livello di energia diventa ancora più alto, quando vi trovate direttamente nella Sorgente, potete comprendere persino più di quanto vi venga detto. Che cosa significa? Possono dirvi un’informazione comune, persino mondana, ma voi la comprenderete dal punto di vista assoluto. A questo livello il santo riceve darshan dalle persone mondane, dalle mucche, dalle pietre, dagli alberi, cioè da tutto ciò che percepisce. Il suo grado di comprensione è molto più profondo, perché vede tutto come l’Assoluto.
– Ascoltando un discorso sul sapore dello zucchero, non si può assaporarne la dolcezza, sebbene con la mente si possa comprendere che cosa sia la dolcezza. Qui la mente non è capace di un’esperienza diretta. Solo la lingua può conoscerla. Allo stesso modo è impossibile vedere pienamente la natura della mente, sebbene la si possa cogliere fugacemente quando viene indicata da altri. Se non ci si aggrappa a questa visione fugace e si continua la ricerca della propria mente, alla fine la si vede completamente. Caro pastore, in questo modo devi osservare la tua mente.
Allora il giovane disse:
– In tal caso, ti prego, dammi le istruzioni, e questa sera scruterò nella mente. Domani verrò di nuovo e ti racconterò il risultato.
La pratica dello scrutare nella mente
In sostanza, essere nello stato naturale e contemplare significa scrutare continuamente nella mente. Supponiamo che abbiate perso il controllo della consapevolezza, siate caduti nell’ira o nell’attaccamento, che in voi siano sorti confusione o irritazione: ciò significa che avete dimenticato la pratica principale e avete smesso di scrutare nella mente. Quando scrutiamo nella mente, scopriamo questo spazio illimitato e vediamo che solo la nostra disattenzione ignorava questo spazio illimitato. Tuttavia, scrutare nella mente non significa vedere soltanto questo spazio e nient’altro.
Se pensiamo che dentro di noi vi sia una mente, uno spazio luminoso, e ritiriamo i sensi all’interno, come nel pratyahara, non desiderando più vedere nulla, ciò significa che non stiamo davvero scrutando nella mente. Comprendiamo soltanto superficialmente il principio della natura della Mente. Quando scrutiamo più in profondità nella Mente in quanto tale, scopriamo la sua qualità di onnipervasività. Ciò significa che essa si trova allo stesso modo sia dentro sia fuori, che questa Mente non è altro che Brahman stesso, l’Assoluto, poiché, oltre a essa, non esiste un’altra mente.
Che cosa ci impedisce di vedere questa Mente assoluta dentro o fuori? La perdita della consapevolezza, provocata dall’accettazione o dal rifiuto. Invece di essere consapevole, la nostra mente spesso salta su un altro binario: il binario della mente mondana, legata al rifiuto o all’attaccamento. Non appena dentro di noi sorge opposizione a qualcosa oppure attaccamento, attrazione, coinvolgimento, ciò indica chiaramente lo scivolamento della mente, la perdita dello stato naturale della Chiara Luce.

A volte all’inizio non comprendiamo nemmeno come avvenga questo scivolamento, pensiamo che non sia accaduto nulla di particolare. Cioè non notiamo questo processo, poiché è possibile notarlo solo quando ci troviamo in uno stato di consapevolezza più profondo.
Milarepa rispose:
– Molto bene. Quando tornerai a casa, cerca di trovare il colore della mente. È bianca, rossa o di qualche altro colore? Qual è la sua forma? È allungata, rotonda o di qualche altro tipo? E cerca anche di determinare in quale parte del tuo corpo essa dimora?
Il mattino seguente, quando il sole sorse, il pastore fece uscire le pecore e andò da Milarepa. Questi gli chiese:
– Ieri sera hai cercato di determinare a che cosa assomiglia la mente?
Il ragazzo rispose:
– Sì, ci ho provato.
– E allora?
– Dunque, è trasparente, luminosa, mobile, imprevedibile. È impossibile afferrarla. Non ha né colore né forma. Quando si unisce agli occhi, vede; quando alle orecchie, ode; quando al naso, sente gli odori; quando alla lingua, percepisce il gusto e parla; e quando alle gambe, cammina. Se il corpo è agitato, anche la mente è agitata. Di solito la mente governa il corpo. Quando esso è in buona forma, la mente può disporne attraverso la volontà. Ma quando il corpo diventa vecchio, e la decrepitezza e la paralisi lo spezzano, la mente non lo trascinerà con sé, ma lo getterà via senza pensarci, come si getta via una pietra dopo l’autopurificazione. La mente è una grande realista e si adatta facilmente. D’altra parte, il corpo non rimane tranquillo o obbediente e spesso procura problemi alla mente. Esso è la causa della sofferenza e del dolore che porta la mente a perdere l’autocontrollo.
Quando ci guardiamo l’un l’altro o guardiamo noi stessi allo specchio, naturalmente ci identifichiamo con il corpo, è così. Tuttavia, dal punto di vista dei santi o degli dèi, il corpo è soltanto la parte visibile dell’iceberg, mentre la parte più grande o immensa si trova al di là del corpo. E se ce ne si ricorda, si può sempre sintonizzarsi meglio sullo stato naturale.

Sebbene la maggior parte si trovi al di là del corpo, questo corpo è prezioso, perché in esso si può affinare la contemplazione. Si ritiene che solo i grandi santi possano affinare la contemplazione nei mondi superiori delle forme, una volta giunti in paradiso. Le persone comuni non possono farlo, perché là sono forti le tendenze al godimento e la coscienza si attacca a esse. Perciò i praticanti avanzati desiderano incarnarsi in mondi simili a quello umano, per possedere il corpo fisico di un essere umano, nel quale si possa affinare la contemplazione.
– Di notte, quando una persona dorme, la mente se ne va. Sì, è davvero molto diligente e laboriosa, è sempre occupata in qualcosa. Mi rendo conto che tutte le mie sofferenze sono causate da essa».
Al che Milarepa cantò:
– Ascoltami, giovane pastore! Il corpo si trova tra lo stato cosciente e quello inconscio, mentre la mente è il fattore decisivo, il punto d’intersezione. Colui che patisce sofferenze nei mondi inferiori è prigioniero del samsara, e la mente può liberarti dal samsara. Vuoi davvero raggiungere l’altra riva? Hai davvero bisogno della città del benessere e della libertà? Se vuoi andare, caro figlio, posso mostrarti la via e darti istruzioni.
Il pastore rispose:
– Certamente, caro Maestro, ho preso la decisione di mettermi alla sua ricerca.
Allora Milarepa chiese:
– Qual è il tuo nome?
– Sanchzhi Chhab.
– Quanti anni hai?
– Sedici.
Dopo questo Milarepa gli impartì gli insegnamenti sulla presa di Rifugio, spiegandogli brevemente il vantaggio e l’importanza di ciò. Poi disse:
– Quando tornerai a casa questa sera, non smettere di ripetere le parole del Rifugio. Allo stesso tempo cerca di comprendere che cosa prende Rifugio: la mente o il corpo? Domani comunicami il risultato.
Il vero Rifugio
All’inizio il discepolo prende Rifugio a livello del corpo: pronuncia la formula del Rifugio oppure compie una prostrazione. Ma la sua mente non si trova ancora nel vero Rifugio. Solo quando la mente prende il vero Rifugio, nel discepolo nasce una certa comprensione della natura della Mente e del Guru-yoga, nasce un barlume di illuminazione.
La mattina seguente il pastore venne e informò Milarepa.
È molto importante prendere un tale Rifugio a livello della mente. In caso contrario, anche possedendo la veste monastica, la nostra mente cercherà di prendere rifugio in qualcosa di non essenziale, non dharmico, ma nei propri pensieri, nel proprio ego, nei propri piani e speranze personali penserà che ciò sia importante, dharmico. Dell’esterno non parlo, poiché i monaci di solito non prendono rifugio nelle cose esteriori; questo è più caratteristico dei laici. Ma anche all’interno ci sono moltissime cose mondane, e la mente, per inesperienza, può scambiarle per rifugio. Per esempio, la mente può prendere rifugio in diversi tipi di chiarezza, in sottili esperienze mistiche che in realtà sono semplicemente un’ulteriore illusione seducente, in desideri personali legati all’egoismo. Persino il vuoto può diventare una forma di illusione seducente. Tutti questi sono rifugi parziali, non autentici.
In definitiva, quando la nostra mente acquisisce la comprensione della primordiale Chiara Luce, si stabilisce nel rifugio della Chiara Luce e non dubita mai più. Come verificare se la mente abbia preso il vero Rifugio oppure no? C’è attaccamento a qualcosa oppure no? Se l’attaccamento permane, che si tratti di uno stato interiore o di qualche oggetto esterno, significa che questo è ancora un rifugio non autentico e bisogna continuare a cercare un Rifugio più completo e profondo. Solo quello stato della mente in cui non vi sono veri attaccamenti né alcuna fissazione è il Rifugio autentico, vero.
Domanda: «Diteci, per favore, come può un novizio trovare il Rifugio vero, profondo? Oltre alle cose più semplici che possiamo fare, che cos’altro si può fare per radicarsi, approfondirsi? In due parole...»
Senza una guida prolungata del Guru, questo è impossibile, e in due parole è impossibile descriverlo. Fate tutto ciò che fate senza egoismo e siate sempre attenti. Man mano che la pratica procede, tutto si purificherà, e questo stato di vero Rifugio verrà in primo piano, mentre il rifugio non autentico verrà scartato, reciso come uno stadio esaurito in un razzo multistadio. Qualcuno per ora si è aggrappato al secondo stadio e su quello si muove; a qualcun altro neppure il terzo si è ancora staccato, ma il tesoro più grande nel razzo si trova in altri compartimenti. Qualcosa di simile accade anche a noi nella pratica spirituale.

Approfondimento delle istruzioni man mano che si avanza
Quanto più andiamo avanti, tanto più dobbiamo ascoltare attentamente le istruzioni. All’inizio le istruzioni per noi hanno una forma grossolana, perché quella sottile non riusciamo ad afferrarla. Per esempio, viene detto: «Diventa monaco, non mangiare carne, non fare sesso, osserva la routine, fai namaste, canta il mantra Gayatri, fai kumbhaka, purifica le nadi». Cioè, all’inizio vengono date istruzioni generali, che nelle fasi iniziali sono del tutto sufficienti. E nei primi due anni, anche con istruzioni così semplici, si può progredire bene.
Ma quanto più andiamo avanti, tanto più le istruzioni diventano sottili e richiedono una comprensione particolare. Per esempio: «Pratica l’auto-liberazione, dimora nello stato naturale, manifesta flessibilità, unisci la presenza contemplativa con gli oggetti esterni». Queste istruzioni richiedono già la vostra comprensione.
La mancata comprensione di determinate istruzioni può portare il discepolo a smarrirsi nella propria pratica. Quanto più avanzate, tanto più le istruzioni diventano ancora più sottili. Per esempio: «Esegui l’unione con la luce, esegui la saturazione della bhavana dello stato naturale, integra la presenza con gli elementi». Cioè, questo è un livello ancora più alto di maestria. Perciò dobbiamo sempre penetrare nell’essenza delle istruzioni, cercando di comprendere che cosa significhino, e farlo finché non capiremo come applicarle, affinché la nostra pratica spirituale sia vittoriosa.
Quando, per esempio, a un discepolo viene detto: «Ti manca flessibilità», allora bisogna prestarvi attenzione e cercare di capire che cosa significhi «flessibilità». Oppure gli dicono: «Sei fissato sui dati interiori». E allora bisogna riflettere con tutta serietà: «In effetti, su che cosa sono fissato?» Oppure gli dicono: «Stai seduto sulla mente. In realtà non hai ancora compreso la natura non concettuale. Per ora ti trovi al livello delle parole». In questo caso lo yogin deve riflettere: «Che cosa significa “al livello delle parole”? Come posso andare oltre le parole, che cosa devo fare per questo?» Oppure gli dicono: «Hai il respiro frequente. Come si può contemplare con un respiro simile? Devi lavorare con i canali». Allora lo yogin presta attenzione a questo. E tali aspetti sottili, se li utilizziamo, possono abbreviare il cammino della nostra realizzazione di decine di anni.
Indagine sulla natura di colui che prende Rifugio
– Caro Maestro! Ieri sera cercavo di capire quale dei due prenda Rifugio: il corpo o la mente. Ho compreso che non è né l’uno né l’altra. All’inizio osservavo il corpo. Ogni parte, dalla testa fino alla punta dei piedi, ha il proprio nome. Mi sono chiesto: «Ciò che prende Rifugio è tutto il corpo?» Ma non può essere così, poiché non appena la mente lascia il corpo, esso non esiste più. Le persone chiamano un tale corpo cadavere e, naturalmente, esso non può essere il cercatore di Rifugio. Inoltre, quando si decompone, non è più nemmeno un cadavere; dunque, ciò che prende Rifugio non è nel corpo.
Poi mi sono chiesto: «Ciò che prende rifugio è la mente?» Ma la mente non può essere il cercatore di Rifugio, poiché la mente è la mente e nient’altro. Se si dicesse che la mente presente, o la mente in questo momento, è la mente reale, mentre la mente che la segue è quella che prende Rifugio, allora ci sarebbero già due menti, e a entrambe dovrebbero essere dati dei nomi, come «mente presente» e «mente futura». Inoltre, durante la ricerca del Rifugio, sia la mente presente sia quella successiva sono già passate. Se si dicesse che entrambe prendono Rifugio, allora la mente apparirebbe come qualcosa di immutabile, che non cresce mai e non cessa mai di esistere. Se è così, allora in tutte le vite passate e future, nei sei mondi del samsara, ci occorre proprio questo cercatore di Rifugio e nient’altro, ma io non ricordo nulla delle mie vite passate e non so che cosa accadrà in futuro. Le menti dell’anno scorso e di ieri sono passate. Quella di domani non è ancora arrivata, quella attuale, presente, non si ferma. Oh, mio maestro, abbi compassione, dammi, ti prego, una spiegazione. Sottopongo tutto al tuo giudizio. Tu sai tutto, tu sai di che cosa ho bisogno.
In risposta alla richiesta, Milarepa cantò:
– Mi rivolgo sinceramente al mio Guru, che ha compreso la verità del «non-io». Mi rivolgo con il corpo, la parola e la mente.
È molto importante, quando praticate come novizi, essere sintonizzati sull’insegnamento, per trarne il massimo beneficio, assorbirlo come il cuore nel proprio petto. Se la sintonizzazione sull’insegnamento è debole, anche dopo cinque anni potreste avere lacune nella conoscenza. Se siete sintonizzati sull’insegnamento, l’essenza del Dharma si rivela.

Essere sintonizzati sull’insegnamento non significa soltanto leggere libri, poiché l’insegnamento si manifesta direttamente nella nostra vita. Per esempio, se una persona non è armoniosa con gli altri, so con certezza che non è sintonizzata sull’insegnamento, ma su qualche suo dato personale, cioè lo spirito dell’insegnamento non è ancora penetrato in lei.


