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Il riconoscimento della supremazia di Dio come via per liberarsi dalla sofferenza

30.05.2026
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Il riconoscimento della supremazia di Dio come via per liberarsi dalla sofferenza

Namo Guru Deva! Namo Satya Dharma! Namo Arya Sangha! 

Voglio rendere omaggio al Sanatana-Dharma, al Bhagavan avadhuta Dattatreya, a Shiva Prabhakara Siddha Yogi Guru Brahmananda e a tutti i santi dell’Albero del Rifugio!

Il mancato riconoscimento della supremazia di Dio come causa delle sofferenze

Il mancato riconoscimento della supremazia di Dio è la causa delle sofferenze. Evitare le sofferenze è un’alchimia interiore e il cammino dell’ascetismo interiore. Vidyaranya nel testo «Panchadashi» (è un celebre advaitin, secondo dopo Shankara e Gaudapada) parla del fatto che a una persona che segue il cammino dell’Advaita è necessaria una saggezza discriminante, capace di separare il suo Sé Superiore (Atman) dai cinque involucri: pancha-kosha-viveka. Il pancha-kosha-viveka ha la capacità di riconoscere la supremazia di Dio, di riconoscere Dio dentro di sé, per fondersi con lui. Dio, Brahman, Atman sono la stessa cosa.

Se non abbiamo una simile capacità, non possiamo riconoscere la supremazia di Dio, allora sopraggiunge la padatmia. Padatmia significa la falsa identificazione della propria essenza divina con ciò che essa non è, per esempio con il corpo, i pensieri, i sentimenti o la propria volontà. E allora trasferiamo le qualità di Dio, le qualità del nostro sé, su qualcos’altro, e tale trasferimento si chiama chitabhasa. Cioè ci sembra che il nostro sé, il nostro Sé Divino Superiore siano i nostri pensieri o la nostra volontà, o il nostro corpo, e allora sopraggiunge l’illusione.

Se l’anima non riconosce la supremazia di Dio su di sé, si illude, come un pesce che nuota nell’acqua ma non riconosce la supremazia dell’oceano, o come uno sciocco uccello che vola nel cielo e non conosce sopra di sé la supremazia del cielo, o come un ubriacone irrequieto che, nella sua ebbrezza, non riconosce su di sé l’autorità della legge.

La causa del mancato riconoscimento della supremazia di Dio è l’inesperienza dell’anima nell’osservare se stessa, la sua cecità spirituale nei confronti di Dio. L’anima si riempie di pensieri, sbaglia, riconosce la supremazia della mente, oppure sperimenta le sensazioni del corpo e ne riconosce la supremazia, sperimenta emozioni e riconosce erroneamente la supremazia delle emozioni, oppure manifesta la volontà e riconosce erroneamente la supremazia della volontà, ma tutti questi sono stati erronei dell’anima, che la conducono alla schiavitù del corpo, dei sentimenti, della mente o della volontà.

È proprio lo stato erroneo dell’anima a formare il mondo del samsara, il cerchio delle nascite e delle morti, e a condurre alla comparsa del karma, perché nello stato vero, quando l’errore (ashitva kranti) è assente, non c’è karma: c’è lila; non ci sono rinascite: c’è l’eternità senza rinascite; non c’è samsara: c’è il mandala degli universi puri, delle energie giocanti degli universi.

Dunque, l’anima (jiva), avendo riconosciuto per errore la supremazia di questi stati, va al loro servizio, comincia a servirli. Che cosa significa? Diventa il loro veicolo, l’espressione dei loro interessi, e va al servizio come un lavoratore analfabeta che per errore va a servire un cattivo padrone, perché l’ego, i sentimenti, la mente, la volontà sono tutti cattivi padroni, non sono veri. Ma se l’anima si mette al loro servizio, diventa come una schiava di questi cattivi padroni, perché il lavoratore presso un cattivo padrone non riceverà nulla per il suo lavoro, tranne rimproveri, per quanto si sforzi.

È proprio il persistente mancato riconoscimento della supremazia di Dio che non permette all’anima di sottomettersi a Dio, di abbandonarsi alla misericordia di Dio e di fondersi con lui. Non avendo riconosciuto la sua supremazia, come può l’anima sperare nella liberazione dal karma? E si può analizzare: se soffriamo e siamo in turbamento, se non siamo soddisfatti o siamo oppressi da qualcosa, o tristi, o pensiamo che all’esterno vi sia una qualche causa delle nostre sofferenze, questo è il segno sicuro che proprio ora stiamo ostinatamente non riconoscendo la supremazia di Dio su di noi.

Cioè, se soffriamo e non siamo soddisfatti di qualcosa, la causa di ciò, naturalmente, non è il mondo né il destino, né le altre persone che ci ostacolano; la causa di ciò è il nostro ostinato mancato riconoscimento della supremazia di Dio in ogni istante. Qualcuno può dire che la causa è il karma. Si può dire così, ma il karma non è la causa principale; la causa principale, dopotutto, è il mancato riconoscimento della supremazia di Dio, perché nel momento in cui riconosciamo la supremazia di Dio, persino il karma non ha potere su di noi. Rimane come energia, non scompare subito, ma cambia l’atteggiamento verso di esso, e non ci ritroviamo più in balia del karma. Il karma diventa qualcosa di simile a energie giocanti, ma esse non possono più dominarci.

E una tale anima è simile a un bambino piccolo che si ostina a credere che tutto debba avvenire secondo la sua volontà, che il mondo debba riconoscere la supremazia di una simile anima, ma al tempo stesso l’anima illusa non vede la supremazia di Dio. E l’uomo che non riconosce la supremazia di Dio vive ora rallegrandosi, ora maledicendo il destino, pieno di speranze e timori, simile a un giocatore di dadi che a volte vince, a volte perde; la sua vita è molto instabile: oggi va bene, domani va male; oggi è allegro e felice, e domani tutto precipita, ed egli soffre terribilmente.

Questo è un indicatore del fatto che, evidentemente, l’anima non riconosce la supremazia di Dio, perché in Dio tali cambiamenti sono impossibili, in Dio tali sbalzi sono impossibili, in Dio sono impossibili tali perdite e vincite come al casinò, come alla roulette, come alle slot machine. Se avete visto una persona che gioca d’azzardo a qualcosa: un secondo prima gioiva perché aveva vinto, e ora ha puntato di nuovo, e ora piange perché ha perso tutto. Lo stesso accade nella vita: se una persona vive senza riconoscere la supremazia di Dio, la sua situazione attuale cambia continuamente, il suo corso dei pensieri e la sua coscienza cambiano continuamente, la sua gioia e il suo dolore dipendono molto dalla situazione esterna, dalle cose materiali, dagli stati della sua mente, dai pianeti, dallo stato del suo corpo, dai rapporti con le altre persone; è molto instabile.

L’anima, dipendente dai mutamenti del destino, è simile a un giocatore di dadi

La vita in Dio

Al contrario, l’anima che vive in Dio vive una vita completamente diversa, la sua vita è molto stabile e non vi sono mai sbalzi, in essa non c’è alcun dolore, alcuna felicità mondana, come accade al casinò. Si può dire che, quando l’anima vive in Dio, possiede una felicità continua, sottile, quieta. Una tale felicità cresce, cresce, cresce... Diventa sempre più sottile e, allo stesso tempo, acquista una forza sempre maggiore.

Tutto il samsara è un grande casinò, dove alcuni vincono, altri perdono, e cambiano continuamente la propria posizione nella classifica del torneo. Ma la vita in Dio è tutt’altra cosa. È una vita in uno stato molto uniforme e felice, che si approfondisce, si approfondisce; è una vita nella felicità: da una piccola felicità a una ancora più grande, da una felicità non profonda a una ancora più profonda, sempre più in profondità, più in profondità, più in profondità, più in profondità, e questo non ha fine. Dalla felicità all’estasi, dall’estasi all’ananda divina, questo non ha fine. E ciò è possibile quando cominciamo, ovunque e in ogni luogo, a riconoscere la supremazia di Dio.

Ma se non la riconosciamo in ogni istante, allora siamo simili a un pescatore che, su una barchetta fragile, una piccola barca, è uscito in un mare tempestoso: il suo destino non è stabile. Non si sa che cosa gli accadrà nell’istante successivo. Può arrivare una raffica di vento, le onde possono sollevarsi, e la sua barchetta può essere rovesciata.

Dunque, quando percorriamo il cammino spirituale, dobbiamo prendere una decisione: dobbiamo decidere una volta per tutte, sempre e ovunque, di riconoscere la supremazia di Dio, per vivere nella felicità e nella saggezza, e non vivere in tali stati di sbalzi. Tale presa di decisione viene chiamata anche accettazione della grande decisione di dimorare nella non-azione contemplativa. Ma la non-azione contemplativa è già una tecnologia, è una spiegazione di come precisamente essere in Dio, di come precisamente, tecnicamente, riconoscere con la coscienza la supremazia. Ma prima di addentrarci nei meandri, nelle sottigliezze dei metodi di contemplazione, dobbiamo in linea di principio decidere per noi stessi se riconosco o non riconosco la supremazia di Dio, in modo fondamentale.

Cioè, se la riconosco in linea di principio, poi è solo una questione di tecnologie: non-azione contemplativa, auto-liberazione più sankalpa, queste sono sottigliezze, ma in linea di principio all’inizio dobbiamo decidere di chi riconosco la supremazia: o riconosco la supremazia di Dio, oppure riconosco la supremazia del mio ego, o dei pensieri, o dei sentimenti, o delle forme. E una tale supremazia è possibile riconoscerla non con la mente, è possibile riconoscerla solo con il proprio spirito, con ciò che è al di sopra della mente; è un atto irrazionale di fede. Questa scelta non è mentale, non è logica, non è volitiva, è irrazionale. È possibile percepirla solo al livello dello spirito e della fede.

L’ordinamento divino dell’universo

Il mondo è disposto da Brahma, il creatore dell’universo, in modo che trionfi non la nostra, ma la sua supremazia, e affinché l’uomo gli si sottometta sempre e lo serva come conduttore della sua volontà, perché l’uomo non è il creatore della natura, non è il coronamento della natura, non è affatto il centro del creato, come si dice, non è l’ombelico del mondo. E l’universo non fu concepito da Brahma per l’uomo; l’universo fu concepito come una determinata intenzione, come realizzazione della Volontà Divina, e Brahma il creatore genera la vibrazione, la spanda, la spanda primaria nella sua coscienza, e la genera in conformità alla volontà dell’Assoluto, affinché le anime, le jiva, come particelle dell’Assoluto, possano risvegliarsi, rialzarsi dallo stato non manifestato (pralaya), possano iniziare a manifestare attività, interagire con i guna (tamas, rajas e sattva) e crescere, evolversi attraverso questo.

Cioè Brahma il creatore crea l’universo per dare alle anime la possibilità di evolversi, di svilupparsi. E queste anime sono scintille dell’Assoluto stesso, scintille individualizzate. Cioè, di fatto, l’Assoluto stesso pone alcune delle sue energie non ancora illuminate in condizioni tali in cui possano crescere e crea per loro un campo di gioco. E questo campo di gioco è creato in modo che le anime si sviluppino, trovino Dio e diventino conduttori della Volontà Divina, diventino conduttori di questa Luce Divina. E, pur essendosi immerse persino nella materia, nel tamas, nel rajas, nel sattva, in un corpo composto dai cinque elementi, esse comunque si risveglino e colgano questa Luce Divina, questa Volontà Divina, e inizino a trasmetterla. È per questo che l’universo è stato organizzato.

Ma esso non è stato creato perché trionfi la nostra supremazia in quanto esseri umani, affatto. Il nostro universo non è antropomorfico né antropocentrico, l’universo è teocentrico, assolutocentrico: al suo centro sta Dio, non l’uomo. L’uomo è un derivato di Dio. E di conseguenza tutta la legge dell’universo è orientata affinché non solo l’uomo, ma tutti gli esseri viventi: tutti i rishi, i rakshasa, gli asura, i pishacha, i pitri, i vidyadhara, i gandharva, affinché tutti conoscano Dio, si sviluppino, e tutto questo si chiama Sanatana-Dharma: la legge eterna, divina, cosmica dell’universo.

Ma possiamo seguire questa legge proprio quando cominciamo a riconoscere la supremazia di Dio, a riconoscere la supremazia dell’Assoluto. È proprio il suo riconoscimento che conduce l’anima (jiva) all’abbandono di sé, al prapatti, all’atmanivedana, porta alla discesa della luce della grazia divina, alla discesa dell’Anugraha e alla fusione con essi, per dimorare nella felicità e nella libertà. La fusione è moksha, per dimorare nell’ananda e nella svatantria.

Così, colui che riconosce la supremazia di Dio vede chiaramente i suoi piedi nel proprio cuore, come un uccello che vola in alto e vede accanto a sé le nuvole. Ma se non riconosciamo la supremazia di Dio, non possiamo vedere i piedi di Dio nel nostro cuore, così come, stando sulla terra, non possiamo vedere le nuvole: dobbiamo elevarci fin lassù. Ma se una persona riconosce la supremazia di Dio, gradualmente si riempie di fede, forza dello spirito, gioia, così come la vela di una nave si riempie di un vento potente. E allora può facilmente comprendere la Volontà Divina e sottomettersi a essa, e trasferire su di Lui le proprie preoccupazioni.

Sri Ramana Maharshi porta questo esempio: quando una persona viaggia in treno, tiene sulla testa una borsa con il bagaglio, e per lei è pesante stare in piedi: questa è una persona sciocca. Ramana Maharshi dice così: il treno trasporta sia la persona sia la sua borsa, non c’è bisogno che la tenga sulla propria testa, può posarla, può affidare la sua borsa al treno, ma la persona sciocca non lo capisce e non si fida del treno. Pensa che solo tenendo la borsa sulla testa possa conservare la propria borsa.

Allo stesso modo, non riconoscendo la supremazia di Dio, spesso non gli affidiamo i nostri problemi, le nostre preoccupazioni, i nostri karma, non ci affidiamo a Lui, vogliamo che essi restino appesi sulla nostra testa, vogliamo risolvere da soli i nostri problemi, abbiamo o orgoglio, o incomprensione di questo. E allora Dio come se dicesse: visto che sei così sciocco, prego, puoi risolvere da solo con le risorse, le risorse limitate della tua mente, del karma, della volontà, del corpo e di tutto ciò che ti è stato dato per la tua vita. Dio agisce, per così dire, in modo delicato, da gentiluomo: se vuoi fare da solo, prego, io non intervengo, è una tua faccenda personale. Ma quando decidiamo così, questo è proprio lo stato di ignoranza. E la questione è che noi lo comprendiamo volontariamente, di nostra volontà, riconosciamo la supremazia di Dio e togliamo questo bagaglio dalla nostra testa e lo posiamo sul pavimento del treno. Cioè affidiamo alla benedizione Divina, alla grazia Divina (Anugraha), alla saggezza Divina, alla forza Divina tutto il nostro karma, tutte le nostre concezioni, tutte le nostre pretese, ambizioni, tutte le nostre preferenze, tutta la nostra vita, tutto il nostro futuro, passato e presente.

Il cercatore toglie il bagaglio delle preoccupazioni dalla testa e lo affida alla grazia Divina

Il riconoscimento della supremazia di Dio ovunque, sempre e in tutto, la rinuncia a se stessi per Lui: questa è la condizione della liberazione dell’anima.

Non esistono né liberazione (moksha) né illuminazione al di fuori del riconoscimento della supremazia di Dio. Ci sono molte anime asuriche che praticano tapas, ascesi, yoga, eseguono pratiche tantriche di stregoneria, acquisiscono poteri magici, ma non possono mai ottenere la liberazione, non possono mai ottenere l’illuminazione, perché cadono nel seme matse. Per esempio, c’erano i demoni Hiranyaksha e Hiranyakashipu, esseri enormi dotati di un’enorme forza magica, che praticavano una tapasya terribile, ma tutti praticavano la tapasya a partire dall’ego (si chiama asura tapasya), e tutti non riuscirono a unire la propria anima a Dio; accumularono poteri mistici occulti (siddhi), ma non riuscirono a raggiungere la cosa più importante. E molti altri asura, per esempio Taraka e altri.

Colui che ha veramente riconosciuto la supremazia di Dio su di sé affida con sicurezza a Lui tutte le proprie preoccupazioni e tristezze, e vive in una gioia eterna. Attraversa la vita con leggerezza e naturalezza, così come lungo la strada cammina un uomo che ha posto il proprio fardello su un cavallo forte e resistente. È sempre felice, anche se non pensa alla felicità; è sempre gioioso, anche se non cerca appositamente la gioia. Sorride sempre, a volte ride o canta nell’estasi dell’amore, o danza per la felicità, o piange di felicità, come una madre che ha rivisto il figlio amato dopo una lunga separazione, o come un soldato tornato a casa dai suoi cari sano e salvo dopo una terribile battaglia.

Dunque, nel momento in cui riconosciamo la supremazia di Dio, scopriamo una grande verità. Scopriamo che il punto non sta in qualche cosa esteriore, ma sta in Dio, e nel fatto che prima non Lo vedevamo, mentre ora possiamo vederLo. Che la soluzione dei problemi non sta in qualche azione e nemmeno nelle pratiche, ma è in Dio; che se Lo vediamo, tutti i problemi si risolvono, e se non sono risolti, significa che non vediamo Dio. Questo non significa che miracolosamente non avevate verdure per pranzo, poi vi siete ricordati di Dio, ed esse sono apparse subito. Nel mondo relativo agiscono leggi relative, ma nessun problema relativo, nessuna legge relativa vi turberà più, vi agiterà e vi priverà della vostra felicità. Finché c’è il corpo, esse rimarranno, naturalmente, ma diventeranno semplicemente un gioco, e questo gioco non vi trarrà mai più in inganno, non vi priverà della libertà e della felicità.

Come riconoscere la supremazia di Dio

Se ti adiri o ti inorgoglisci, provi invidia o odio, in quello stesso istante ricordati e riconosci la supremazia di Dio su di te e sui tuoi sentimenti. Se dimori nella felicità, nella gioia, nell’entusiasmo o nell’amore, riconosci Dio come il supremo destinatario di questi sentimenti. Quando soffri, riconosci la supremazia di Dio su di te e sulle tue sofferenze, restituisciGli ciò che è sempre stato Suo, ed esse a poco a poco cominceranno ad abbandonarti.

Se conoscete dal corso dell’Insegnamento, c’è una sezione chiamata Antahkarana-panchaka: l’Insegnamento che considera la struttura quinaria dell’ego secondo la filosofia dei siddha, del mahasiddha Gorakhnath, secondo la filosofia del Samkhya. E lì una delle funzioni dell’ego, o una delle manifestazioni dell’ego, è descritta come mama-idam, cioè “le sofferenze e il dolore appartengono a me”, quando l’ego si appropria continuamente: “i piaceri e i godimenti appartengono a me”. E una tale mentalità, quando il nostro ego si appropria di tutto, riferisce tutto a se stesso, collega tutto a sé, senza riconoscere Dio dietro tutto questo, è appunto lo stato dell’ego. E quando iniziamo a riconoscere la supremazia di Dio sullo sfondo di qualsiasi impressione, esperienza, gioia o sofferenza, questa funzione dell’ego comincia a poco a poco a dissolversi. Mama-idam comincia a dissolversi, e sorge lo stato di Aham Brahmasmi.

Quando provi piacere, o godi di qualcosa, riconosci la supremazia di Dio e donaGli tutta la gioia del piacere e del godimento, come un servitore fedele consegna al re la preda catturata durante la caccia reale.

Ogni volta che il nostro ego vuole attribuire qualcosa a se stesso: una lode, ricevere i frutti dei risultati del servizio, dobbiamo ricordare: tutto questo appartiene a Dio, questo è il Suo universo, io stesso non appartengo nemmeno a me stesso, io sono di Dio. Tutte le azioni appartengono a Dio, e non bisogna cercare di attribuire tutto questo a se stessi. Dire a se stessi: tutto questo è il Suo gioco, tutto questo appartiene a Lui, io stesso appartengo a Lui. Se riuscite a fare così, né il dolore né la felicità vi colpiranno più; comprenderete davvero che tutto il mondo è lila, il gioco di Bhagavan, il gioco di Dio, dell’Assoluto.

Non fare di te stesso il supremo goditore, colui che riceve le esperienze supreme e che assapora, ma riconosci solo Lui come il Supremo e dona tutto a Lui.

Come donare?

Ricordati semplicemente di Lui e riconosci che Egli è al di sopra di tutto ciò che stai vivendo ora.

Che cosa significa “ricordarsi di Lui”? Significa che dobbiamo entrare nella presenza contemplativa e dirigere la nostra mente non sull’esperienza e sui pensieri, ma dirigere la nostra mente verso Dio, verso l’Assoluto.

In ogni momento dell’esperienza guarda a Lui, e non ai tuoi sentimenti.

Il cammino dalla dualità all’Advaita attraverso l’abbandono di sé

Il punto è che ora c’è una forte dualità. Seguiamo l’Insegnamento dell’Advaita, ci siamo registrati, studiamo i testi, portiamo i segni della scuola dell’Advaita, apparteniamo all’ordine advaitico, veneriamo gli esseri divini che insegnano l’Advaita, studiamo la filosofia dell’Advaita, cantiamo le mahavakya dell’Advaita, ci esercitiamo nei sankalpa; tuttavia, la dualità c’è comunque, non siamo nell’Advaita; inoltre, essa durerà ancora molto a lungo, perché realizzare veramente l’Advaita significa liberarsi. E serve tempo perché percorriamo il cammino ed eliminiamo completamente la nostra ignoranza.

Il cammino dallo studio dell’Advaita al autentico superamento della dualità

Vasishtha parla in modo tale da affermare che solo uno sciocco parlerà dell’Advaita con i novizi e i principianti, persone che non comprendono nulla. Egli dice che solo uno sciocco dirà che tutto è illusione e che esiste solo Brahman, perché non verrà mai compreso. Chi parla così cade nell’inferno insieme a coloro ai quali parla in questo modo. I buddhisti hanno un analogo precetto tantrico: non parlare della vacuità con arhat non pronti.

E quando analizziamo noi stessi, vediamo che la nostra mente non è pronta per le verità dell’Advaita. La verità dell’Advaita è troppo sconvolgente, troppo trascendente, al punto che non sappiamo nemmeno come avvicinarci a questa verità, figuriamoci vivere in essa. Tuttavia, ci poniamo come obiettivo la realizzazione dell’Advaita; la realizzazione dell’Advaita è pratyabhijna (autoriconoscimento). Tuttavia, tale autoriconoscimento non avverrà da sé, non avverrà spontaneamente: dobbiamo percorrere un determinato cammino di purificazione, di autoabbandono. Perciò diciamo che alla pratyabhijna precede la prapatti (autoabbandono). Dobbiamo necessariamente percorrere la via dell’autoabbandono.

Quando offriamo tutto a Dio, tutte le esperienze, tutti i godimenti, tutti i piaceri e tutte le sofferenze, percorriamo la via pratica della prapatti-yoga (lo yoga dell’abbandono di sé). E nel corso di tutta la vita dobbiamo assimilare molto bene tali lezioni di abbandono di sé, affinché la Grazia Divina (Anugraha) possa veramente toccarci. La Grazia Divina (Anugraha) discende su tutti, ma se non abbiamo abbandonato noi stessi, siamo simili a un vaso sigillato. Se un simile vaso sigillato viene posto sotto un getto di nettare, quel nettare può scorrere per milioni di anni, ma nemmeno una goccia entrerà in quel vaso sigillato.

In ogni momento dell’esperienza guarda a Lui, e non ai tuoi sentimenti.

Bisogna dire a se stessi: i miei sentimenti non sono importanti, è importante Dio; i miei pensieri non sono importanti, è importante Dio; la mia volontà non è importante, è importante la Volontà Divina e la misura in cui posso essere un conduttore di questa volontà.

La vita come grande sacrificio

Riconosci il Suo potere sull’anima, e non quello dei sentimenti; riconosci la Sua grandezza e importanza, e non quella dei sentimenti; considera che il tuo corpo è un tempio per i sacrifici, i tuoi sensi sono i sacerdoti officianti che cantano in esso e gli dèi che benedicono questo luogo, la tua mente è il sacro fuoco sacrificale in cui si versa il burro chiarificato dell’offerta e si gettano miscele sacrificali di erbe, e tutto ciò che vedi nel mondo è il burro chiarificato dell’offerta e le miscele sacrificali, mentre Dio è il destinatario di queste offerte.

Nei testi sacri, nei tantra, si ripete spesso la stessa allegoria: il nostro corpo è una kunda (luogo per i sacrifici); la nostra casa è una yajna-shala; i nostri organi di senso sono i brahmani, i sacerdoti attraverso i quali avviene il sacrificio; la nostra coscienza, la nostra mente è il fuoco sacrificale; tutti gli oggetti della percezione (tutto ciò che è visibile, udibile, odorabile, tangibile) sono il ghee (burro chiarificato sacrificale) e le stesse miscele sacrificali. Li gettiamo nel fuoco affinché questo fuoco, sotto il canto degli organi di senso di Brahma, attraverso gli organi di senso, porti tutto ciò alla Sorgente Divina. E tutta la nostra vita è una tale maha-yajna (grande sacrificio) o un havan continuo.

Dobbiamo trasformare la nostra vita in un simile grande sacrificio costante; non dobbiamo cercare di appropriarci di nulla di ciò che viene offerto. Per esempio, se durante una yajna o un havan qualcuno si avvicina e comincia a bere il ghee, oppure se i brahmani volessero prendere per sé i frutti offerti, ciò sarebbe sbagliato, verrebbe violato l’ordine cosmico della yajna. Allo stesso modo, quando cerchiamo di appropriarci di qualsiasi cosa visibile, udibile, odorabile, tangibile, pensata o compiuta, violiamo l’ordine di questa yajna.

La yajna sul piano esteriore è destinata a ristabilire l’ordine cosmico delle cose. Tutto ciò che abbiamo violato con la nostra coscienza egoistica, tutto ciò di cui ci siamo appropriati, lo sacrifichiamo, ma sul piano esteriore, perché esteriormente è più facile farlo. Quando si compiono le yajna, la yajna ristabilisce l’equilibrio delle forze nell’universo, l’equilibrio dell’armonia nell’universo, allinea le nostre energie, allinea i sottili flussi spirituali tra Dio e l’anima (jiva), perché se l’anima non offre se stessa a Dio, spesso esce da questo equilibrio dell’universo.

Se una persona si è completamente affidata a Dio e tutta la sua vita è un grande sacrificio, non ha bisogno di yajna virtuali: una tale yajna avviene costantemente dentro di lei. Ma finché non ci siamo offerti a Dio completamente, integralmente, questa yajna che compiamo all’esterno, l’havan, è importante. Tuttavia dobbiamo imparare questa yajna interiore.

L’offerta dell’anima a Dio

PermettiGli di possedere interamente la tua anima, di regnare su di essa, e non ai pensieri e ai sentimenti.

A volte bisogna chiedersi: chi possiede la mia anima, che cosa possiede la mia anima? I pensieri, le emozioni, il corpo, la volontà, forse qualcosa dall’esterno, oppure Dio? In che misura Dio possiede la mia anima? Quanto affidiamo la nostra anima a Dio? Spesso accade che la nostra anima sia posseduta dalle emozioni, talvolta dai pensieri, talvolta dai sentimenti, e noi, per la nostra inesperienza, ci lasciamo sfuggire questo momento e permettiamo loro di impossessarsi della nostra anima; allora il cammino spirituale diventa difficile e di solito impossibile.

Quando pensi, in quello stesso istante riconosci la supremazia di Dio sui pensieri, e i pensieri perderanno il loro potere su di te.

Questo è un altro nome del principio dell’auto-liberazione. Grazie a che cosa i pensieri perdono il loro potere su di noi e si auto-liberano? Grazie al fatto che non guardiamo i pensieri, ma guardiamo Dio nel momento in cui i pensieri si dispiegano.

Quando parli o ascolti, riconosci la supremazia di Dio sulle parole, sia tue sia altrui, e le parole di nessuno ti trarranno più in inganno, non diventeranno causa di sofferenza, ma ti porteranno soltanto felicità.

C’è un racconto secondo cui, quando i discepoli di un santo andavano da lui, egli di solito li rimproverava aspramente, con ogni genere di parole. E i discepoli ridevano e dicevano: «Bhagavan, le vostre parole per noi sono come nettare». Perché? Perché in quel momento, quando egli li rimproverava, essi non guardavano le sue parole, guardavano la sua essenza realizzata, divina. Le sue parole di rimprovero erano un gioco, non avevano alcun significato. Dicevano: «Bhagavan, sappiamo che non ci trarrete in inganno con la vostra lila, potete rimproverarci quanto volete».

I discepoli percepiscono le severe parole del santo come il nettare della sua essenza divina

Dal karma alla lila: trasformare le azioni in gioco

Quando fai qualunque cosa, riconosci continuamente la supremazia di Dio sulle tue azioni, e tutte le grandi opere del mondo diventeranno per te come un gioco infantile e non ti ridurranno più in schiavitù.

La questione del fare, dell’azione, è sempre una questione molto complessa. Quando meditiamo, viviamo in ritiro, in una vita semplice, le azioni cessano. E quando non facciamo nulla, per noi è facile essere sattvici, pacificati, controllare la mente, ma non appena cominciamo a fare qualcosa, sentiamo che la nostra sattvicità scompare da qualche parte, la nostra pace si perde, e cadiamo continuamente sotto il potere dell’azione; l’azione ha su di noi un potere enorme, ipnotico, perché pensiamo: poiché agiamo, allora questo è nostro, questo siamo noi e tutto questo è reale, e la nostra mente cambia immediatamente.

Ma se riconosceremo continuamente la supremazia di Dio sulle nostre azioni, nessuna grande opera del mondo ci ridurrà più in schiavitù, non ci catturerà, sarà semplicemente un gioco. E Dio non lavora mai, Dio non fa mai: lavorare, fare, è una proprietà soltanto delle persone ignoranti, delle anime (jiva). Dio soltanto gioca. E la differenza tra gioco e fare, tra gioco e lavoro, è la differenza tra il riconoscimento e il non riconoscimento di Dio, è la differenza tra karma e lila, samsara e nirvana.

Ma se vogliamo essere non schiavi dell’azione, bensì giocatori divini, conduttori del gioco divino, dobbiamo riconoscere continuamente la supremazia di Dio su tutte le azioni. Dobbiamo riconoscere che non importa che cosa io faccia, ma importa se nel momento dell’azione riconosco Dio oppure no. Le mie azioni hanno un carattere di gioco oppure hanno un carattere karmico? Se nel momento dell’azione riconosco la supremazia di Dio, allora gradualmente le azioni cominciano ad assumere un carattere di gioco, gradualmente divento un conduttore della Volontà Divina. Ma se non riconosco l’azione di Dio, allora le mie azioni hanno un carattere karmico, agisco dall’ego, agisco egoisticamente; tutto questo lo compie il mio ego e io sono colui che agisce.

Così compi continuamente questo sacrificio interiore: in questo consiste il cammino dell’ascesi interiore e dell’adempimento, da parte dell’Anima, della Volontà Divina.

E dunque il compito della nostra anima sul cammino spirituale è imparare a compiere non la propria volontà, ma quella Divina; imparare a sottomettersi non alla propria volontà, ma a quella divina.

I frutti del riconoscimento della supremazia di Dio

Qual è il beneficio del riconoscimento, da parte dell’anima, della supremazia di Dio?

Non appena riconoscerai la supremazia di Dio, le tue sofferenze e le tue sventure cominceranno ad andarsene, come se ne vanno le sofferenze di un misero mendicante al quale il re, per divertimento, ha deciso di donare metà del regno.

Le nostre sofferenze, i problemi, le limitazioni esistono proprio perché non riconosciamo la supremazia di Dio. Un mendicante, un povero, può lavorare quanto vuole, resterà comunque povero. Anche se vende qualcosa con profitto, non cambierà radicalmente la sua situazione economica, e solo il re può elargirgli doni di tale portata. L’anima che fa affidamento su se stessa e non riconosce la supremazia di Dio, qualunque cosa faccia, sarà sempre un mendicante povero, la sua condizione non cambierà mai radicalmente. Ma non appena cominciamo a riconoscere la supremazia di Dio, iniziano ad arrivare doni inattesi, Dio comincia a colmare di doni l’anima. E questi non sono doni di natura materiale, sono doni di natura interiore e spirituale, ma sono tali da essere più preziosi dell’intero universo materiale.

Non appena riconosci interamente e incondizionatamente la supremazia di Dio e ti abbandoni a lui, tutti i tuoi peccati se ne vanno o cessano di essere tuoi, e diventano il suo gioco. Tutti i tuoi errori e le tue sofferenze se ne vanno, e diventano i suoi divertimenti. Tutti i tuoi piani diventano la sua volontà e provvidenza (niyati). Riconosci senza riserve la completa supremazia di Dio su di te, e tutte le tue paure e sofferenze se ne andranno, come se ne va la neve in primavera.

La neve in primavera se ne va da sola. In inverno dobbiamo lavorare duramente per rimuovere la neve, noi o i trattori. In inverno la neve dipende sempre dai nostri sforzi, ma quando arriva la primavera non serve uscire con raschietti e pale o chiamare un trattore: la neve si scioglie da sola, tutto questo accade da sé sotto l’azione del sole. Allo stesso modo, quando cominciamo a riconoscere la supremazia di Dio su di noi, costantemente e senza riserve, i nostri problemi, le paure e le sofferenze, i desideri, le klesha, le limitazioni se ne vanno da soli, si dissolvono da sé sotto l’azione della luce solare di Dio (Anugraha).

Riconosci la supremazia di Dio su tutto ciò che percepisci, e il mondo intero in questo immenso universo diventerà per te una piccola pozzanghera.

Le persone vivono nel mondo, nella società, nella cultura sociale, in un determinato sistema di coordinate, nei valori semantici, in un sistema di coordinate valoriale, in una determinata mitologia, nella storia, nell’istruzione; si identificano con il corpo, la nazione, la cultura, con gli eventi sociali, le notizie, e anche i monaci non fanno eccezione, e tutto questo si chiama mondo umano. E soprattutto le persone comuni, non praticanti, sono infinitamente impressionate dal mondo esterno, sono molto impressionabili. C’era il comunismo, è sorta la perestrojka, e questo ha impressionato molto le persone. Non c’erano né ricchi né poveri, sono comparsi ricchi e poveri, è accaduto qualcosa. E tutto ciò che accade nel mondo impressiona moltissimo le persone.

Ma il sadhu... Per il sadhu, qualunque cosa accada nell’universo, nulla lo impressiona mai, perché l’intero universo gli appare come niente più che una piccola pozzanghera. Il sadhu non è impressionato né stupito dalle cose più incredibili; le cose più trascendenti non impressionano il sadhu, se questo sadhu vive in Dio. Anche se domani nel centro di Mosca atterrasse un oggetto volante non identificato e da lì uscissero degli omini verdi, il sadhu non ne resterebbe impressionato, perché il sadhu vede l’intero universo come una piccola pozzanghera.

Il sadhu vede l’intero universo come una piccola pozzanghera e rimane imperturbabile

Riconosci la supremazia di Dio sui sensi, e tutto ciò che prima provocava sofferenza ti farà ridere, poiché che cosa non impallidirà davanti alla grandezza di Dio? Riconosci la supremazia di Dio su tutto ciò che vedi, e tutto il visibile non sarà più che il gioco del gelo in inverno sul vetro della finestra. Riconosci la supremazia di Dio in ogni istante, in tutti i giorni della tua vita, e per te non ci saranno più gioia o tristezza; inferni o cieli; cose buone e cattive; sapienti e sciocchi; uomini e donne; peccati passati e meriti futuri, ma ci sarà sempre e ovunque soltanto l’unico Dio, che è la luce della vita infinita per l’anima, la sua suprema felicità, il fine più alto e la dimora meravigliosa – Satya Loka.

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