Percezione dei fenomeni e confusione esistenziale
Continuiamo a esaminare estratti dai tantra che spiegano il principio dello stato naturale.
«Se percepisci i fenomeni, incluso il sentimento soggettivo del proprio "io", come se fossero un essere o oggetti indipendenti e autonomi, sei confuso».
Quando percepiamo un fenomeno esterno, incluso persino un fenomeno come il proprio «io», come qualcosa di indipendente, esistente di per sé, allora i santi ci dicono: «Sei confuso». Una tale profonda confusione esistenziale, che si trascina dalle vite passate, è chiamata karma. In linea di massima, tutti gli esseri viventi sono confusi. Sono confusi gli esseri negli inferi, gli animali, i preta (spiriti affamati), gli asura, gli esseri umani e persino gli dèi, assorbiti da piaceri raffinati. L’unico modo per sciogliere questo groviglio di karma è cambiare visione.
Negli insegnamenti inferiori, come gli insegnamenti del sutra buddhista o gli insegnamenti del Vedachara, si dice che questo groviglio debba essere sciolto gradualmente, cioè ci si libera dai desideri, dalle klesha, si eliminano le tendenze peccaminose, si accumulano stati puri e positivi, e a poco a poco questo groviglio un giorno si scioglierà. Cioè, se in questa vita accumuli meriti, nella prossima vita ti sarà facile trovare un maestro, diventare monaco o un buon praticante. Se servi i principi dell’illuminazione, nelle vite successive queste energie saranno nei tuoi karma.
Tuttavia, se parliamo del sentiero dell’illuminazione in questa vita, ciò non è sufficiente, perché questa confusione esistenziale non può essere dissipata con un approccio così semplice. Diciamo che bisogna farla finita con essa proprio ora, cioè senza rimandare a un qualche futuro, altrimenti non avrà fine. Se non iniziamo a occuparci di questa confusione proprio ora, continueremo ad agire in uno stato confuso, e come possiamo agire correttamente se siamo confusi?
Una tale confusione è chiamata anche ignoranza, maya, avidya, ajnana. Il modo migliore per liberarsi da questa confusione è entrare proprio ora in uno stato così liberato e districato. Un tale stato liberato comincia a sorgere se cerchiamo di entrare in un’altra visione karmica e di guardare il mondo non dalla periferia, ma dal centro, con gli occhi della presenza contemplativa.

Laya-yoga: unità di scopo, sentiero e frutto
«Essere uno spazio vuoto consapevole, dimorare sempre nella natura della Mente: questo è lo scopo, il sentiero e il frutto».
Il Laya-yoga è il culmine e la quintessenza di tutti gli yoga precedenti. Questa non è soltanto una mia affermazione, ma è l’affermazione delle Upanishad e di molti santi. Nel Laya-yoga, per eliminare una tale confusione, viene proposto un sentiero radicale, rapido, si potrebbe dire istantaneo. Se si recide la confusione a poco a poco, non avrà mai fine, considerando che una confusione inizia quando un’altra finisce. Perciò cerchiamo subito di tagliare questo «nodo gordiano». Essere uno spazio vuoto consapevole: questo è il principio principale dell’insegnamento. Dimorare sempre nella natura della Mente è al tempo stesso lo scopo, il sentiero e il frutto (il risultato ricercato).
Di solito negli insegnamenti tantrici inferiori lo scopo, il sentiero e il frutto sono cose diverse. Il frutto è già la realizzazione, cioè un qualche punto concreto. Il sentiero è il modo in cui ci muoviamo verso di esso. Cioè dobbiamo percorrere un certo sentiero per raggiungere questo frutto. E lo scopo è una sorta di schema o mappa che disegniamo nella mente per raggiungere questo frutto. Per esempio, se pratichi i metodi di venerazione delle divinità, i metodi tantrici di trasformazione, il tuo scopo è il raggiungimento della chiara luce, della completa non-dualità di beatitudine e vacuità. Il sentiero è la recitazione dei mantra, il controllo dei venti e la visualizzazione di sé nell’aspetto della divinità. Il frutto è la manifestazione di sé nel corpo illusorio e vuoto della divinità, contenente in sé la chiara luce.
Tuttavia, sul sentiero dell’anuttara-tantra, scopo, sentiero e frutto sono fusi insieme, cioè sono qualcosa che non è delimitato. In altre parole, lo scopo è il sentiero, e il sentiero è il frutto. Lo scopo contiene già in sé sia il sentiero sia il frutto, se hai compreso tutto correttamente. Il sentiero è lo scopo; il movimento stesso è già lo scopo; nel sentiero stesso è già presente proprio ora il frutto. Perciò diciamo: «Non raggiungimento, ma autoriconoscimento».
È un cammino incredibilmente sottile, trascendente, meraviglioso, incomprensibile, simile al volo di un’aquila sopra le cime innevate. Forse solo una persona su un milione può comprenderlo subito. È davvero un cammino incredibile, incomprensibile, trascendente, per questo viene chiamato il cammino della liberazione in una sola vita. Consiste nell’entrare nella natura della Mente proprio ora e lavorare con essa, mantenendo la presenza in ogni secondo, chiarendo e manifestando sempre di più questo stato. Sebbene abbiamo molti limiti e spesso dimoriamo nella dimensione karmica, tuttavia abbiamo questa sensazione di librarci, simile al volo di un’aquila, grazie al mantenimento di questa consapevolezza. Sappiamo già come muoverci verso di essa.

Tre punti chiave della pratica: riconoscere, dissolvere e dimorare
Che cosa bisogna fare quando pratichiamo? Esiste un termine: «riconoscere, dissolvere e dimorare». Questi sono tre punti chiave nella pratica della contemplazione.
Che cosa significa riconoscere? Significa riconoscere la natura di ogni desiderio, pensiero, emozione o oggetto come vuota, inseparabile dalla natura della Mente. Quando possiamo riconoscerlo? Nel caso in cui siamo vigili e attenti, se ci troviamo già in uno stato consapevole.
Che cosa significa dissolvere? Significa auto-liberare. Quando manteniamo la presenza, se sorgono pensieri o desideri, non permettiamo loro di trasferirci alla coscienza periferica, di trascinarci nel vortice del karma. Al contrario, usiamo la nostra presenza contemplativa come solvente di tutti i karma. Uniamo la presenza e le esperienze (i karma), e allora avviene la dissoluzione.
All’inizio la forza dissolvente nei confronti del karma è piccola, perché la nostra presenza è incredibilmente debole, sottile, è simile a un fiocco di piumino e si muove anche al minimo soffio. Possiamo dissolvere soltanto un qualche pensiero, e anche quello per poco tempo, perché noi stessi non ne siamo ancora molto sicuri. Non sappiamo se sia presenza oppure se ci sembri soltanto così.

Poi scopriamo che questo strato luminoso, questa sottile consapevolezza cresce, che abbiamo davvero acquisito una sorta di nuova visione al di fuori dei concetti, che non ci lasciamo più trascinare da diversi concetti e costruzioni intellettuali, ma possiamo dissolverli. Nell’anima non abbiamo più fede nel fatto che i concetti siano qualcosa di autoesistente, perciò la nostra forza dissolvente aumenta. In noi sta già nascendo il seme del corpo della saggezza (jnana-deha), cioè una consapevolezza simile allo spazio.
Poi la capacità di dissolvere aumenta. E anche se sorgono emozioni, alcune esperienze legate all’energia, sentiamo che la nostra forza interiore è cresciuta, perciò possiamo affrontarle senza difficoltà. Ci basta guardarle, e si dissolveranno istantaneamente. Cioè la nostra presenza acquisisce forza e diventa ormai come una sorta di crogiolo. Se prima eravamo fortemente dipendenti dalla purezza dei canali, dalle pratiche con il vento, da uno stato calmo, ora questo stato dura ininterrottamente, può dissolvere anche se ci siamo contaminati o ci siamo scontrati con qualcosa. Se siete un buon praticante, allora anche se la vostra coscienza si scontra con qualcosa, potete dissolverlo.
Infine, negli stadi elevati la capacità di dissolvere è molto forte, cioè lo yogin può dissolvere anche alcuni karma molto pesanti, alcuni stati molto densi, persino demoni e spiriti nocivi. Può incontrare esperienze molto forti, che vanno oltre i limiti dell’umano, e dissolverle senza perdere se stesso.

Il principio successivo dopo la dissoluzione è dimorare. Dimorare significa che, dopo che è avvenuta la dissoluzione dei pensieri o delle emozioni, rimaniamo (dimoriamo) in questo spazio.
Dimorare nella natura della Mente e fondersi con lo spazio
«Se dimoriamo nella natura della Mente, ci fondiamo con lo spazio e non ci identifichiamo con ciò che in esso sorge, allora il risultato si manifesta nella vita. Possono sorgere gioia o tristezza, ira o amore, ma il praticante non perde il legame con lo spazio da cui essi sono sorti».
Questa è una śloka molto importante. Dimorare nella natura della Mente è molto simile al fondersi con lo spazio. Sebbene lo spazio di per sé non sia letteralmente la natura della Mente, è ciò che le è più vicino, è come un buon simbolo. Lo spazio esiste sempre, e così esistono anche le cose che in esso sorgono; ma nello stato di confusione noi non vediamo lo spazio, bensì rivolgiamo l’attenzione alle cose che in esso sorgono. In sostanza, non facciamo altro che questo. E quando prestiamo troppa attenzione alle cose che sorgono in esso, perdiamo lo spirito unico, la radice di tutte le cose. Naturalmente, in questo modo perdiamo anche la libertà interiore.
Al contrario, se non ci identifichiamo con le cose che sorgono nello spazio, ma cerchiamo la loro radice unica, allora il risultato comincia a manifestarsi già in questa vita. Qui si dice: «Che sorga gioia o tristezza, ira o amore, noi non perdiamo più il legame con questo spazio da cui sorgono tutti questi oggetti».
Si può dire che il santo vede Dio in ogni cosa e non perde mai il legame con questa visione. Un comune laico non praticante, cioè colui che dimora nell’ignoranza, vede gli oggetti semplicemente come oggetti. Un praticante di livello medio a volte vede Dio e a volte vede gli oggetti. La sua coscienza è mutevole. Ma lo yogin non perde mai il legame con lo spazio; per lui Dio è lo spazio. La Fonte Suprema è simile a una presenza estesa e inesprimibile, e non è mai esterna, ma sempre connessa al principio della consapevolezza.

Il metodo della pura luce e il grande passaggio
«Cercate proprio ora di prestare attenzione all’esperienza, come se tutto intorno fosse soltanto pura luce».
Questo metodo è una delle sankalpa utilizzate nell’Insegnamento. È descritto anche nel «Vijñāna Bhairava Tantra». Quando vi trovate nella contemplazione, cercate prima di visualizzare e poi di sintonizzarvi senza sforzo sullo spazio illimitato della luce, immaginando che tutto intorno sia luce infinita. Quando immaginiamo in questo modo, ci avviciniamo un po’ di più alla realtà.
Stabilirsi semplicemente nel principio della presenza non è un fine in sé; esso deve manifestarsi nella nostra vita. Il principio della presenza si manifesta sempre come una qualche attività creativa, come irradiazione di energia. E potete notare che colui che si trova nella presenza si manifesta sempre in modo profondo, luminoso, impressionante. E può farlo proprio perché si trova nella presenza. Ciò non significa che egli si esprima in modo eccessivo; esteriormente può essere persino umile. Tuttavia la sua integrità interiore e il mantenimento della consapevolezza gli permettono, anche nelle piccole cose, di manifestare un livello molto profondo. In futuro questo principio della manifestazione diventerà molto importante.
Con l’aiuto di questo principio lo yogin realizza il «grande passaggio» dalla dimensione impura del samsara alla dimensione della visione pura. Si può dire che tutti noi qui non facciamo altro che questo. Praticando individualmente e collettivamente, creiamo uno stato tale da realizzare questo «grande passaggio». Il «grande passaggio» avviene naturalmente quando il principio della Fonte Suprema si apre in voi.

Gli esseri ordinari del samsara sono immersi nel karma, nella legge di causa ed effetto; gli oggetti esterni sono separati da loro. Coloro invece che si trovano dall’altra parte del «grande passaggio» sono liberi dal karma, si trovano in uno stato di gioco, di līlā; non operano entro i limiti dei legami lineari soggettivo-oggettivi, ma attraverso i concetti di eternità, infinità, globalità, multidimensionalità, ambiguità, gioco, paradosso.


