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Il cammino verso il Divino: santità e tapas sull’esempio di Shvetadvipa

06.07.2026
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Il cammino verso il Divino: santità e tapas sull’esempio di Shvetadvipa

Commento al testo «Moksha Dharma», «Narayaniya»

Di tutti i libri del «Mahabharata», per noi alcuni sono importanti, ad esempio il «Moksha Dharma» e il «Narayaniya». Il «Moksha Dharma» espone la filosofia del Samkhya, che è la filosofia universale dello yoga, mentre il «Narayaniya» descrive il paese celeste Shvetadvipa – il luogo in cui gli yogin possono rinascere.

Oltre alla Divya-loka fisica, esistono regioni sottili della Divya-loka. Una di esse è la pura terra Divya-loka, la seconda è la Divya-loka celeste. La Divya-loka celeste è la regione di Shvetadvipa. Shvetadvipa è collegata alla divinità Narayana (o Vishnu) e a Dattatreya, cioè è la pura terra di Dattatreya.

Lo yogin che non è diventato immortale nel corpo fisico, che non è riuscito a realizzare il corpo di luce o a ottenere la posizione di Brahma-creatore e già creare i propri mandala, medita affinché nella vita futura possa rinascere in una delle terre pure o nella terra pura celeste.

Nella pura terra Divya-loka, che si trova nel mondo del samsara, si può rinascere grazie alla forza del merito. Se meditate un po’, accumulate meriti dedicandovi al servizio, lavorate con la mente, praticate la contemplazione rinunciando ai desideri grossolani, allora grazie alla forza di un’intenzione unidirezionale si può rinascere lì dopo la conclusione della vita sulla Terra.

Ma nella Divya-loka celeste, che è collegata al mondo di Shvetadvipa, la luminosa Isola Bianca, l’isola dei rishi, è straordinariamente difficile rinascere, poiché per questo, oltre al servizio, a una piccola pratica e all’osservanza dei principi dello yoga, sono richiesti una contemplazione estremamente profonda, la pratica ascetica (tapas), il raggiungimento di un samadhi di alto livello.

Il viaggio dei rishi verso la divinità Narayana

Nel testo «Narayaniya» viene descritto un episodio in cui il brahmano Brihaspati faceva offerte agli dèi. Quando la divinità a cui faceva l’offerta, il dio Narayana, non apparve, egli si adirò molto, iniziò ad agitare rapidamente il cucchiaio sacrificale e a colpire l’aria. Poi, per il dispetto, scoppiò in lacrime e disse: «Ho compiuto il sacrificio, ma la divinità non è apparsa e non l’ha accettato. Di solito qui gli dèi accettano realmente l’offerta; perché dunque Narayana non è apparso nella sua forma e non ha accettato la mia offerta?».

Era molto contrariato. Allora gli altri brahmani e rishi che erano intorno gli dissero: «Non dovresti adirarti (questo avveniva nell’epoca del krita-yuga). Nell’epoca del krita-yuga non si addice avere una coscienza così instabile e cadere in preda all’ira. Tu, Brihaspati, non sei ancora degno di contemplare questa divinità, così come non lo siamo noi».

Brihaspati presso il fuoco sacrificale riceve l’istruzione dei rishi sulla prontezza interiore alla contemplazione di Narayana

Allora i rishi – il primo, il secondo e il terzo (Ekata, Dvita e Trita) dissero: «Una volta ci dirigemmo verso nord e per mille anni compimmo un’impresa ascetica – immersi in noi stessi, stavamo “come pilastri” su una gamba sola». Ciò avveniva sul versante settentrionale del monte Meru, sulla riva dell’Oceano di Latte. Là essi praticavano una severa mortificazione della carne per vedere la divinità Narayana.

Quando ebbero compiuto per lunghissimo tempo tale impresa ascetica, durante il rito dell’abluzione risuonò una voce incorporea, che disse di essere soddisfatta della loro impresa, che essi l’avevano appagata con la pratica ascetica. Poi questa voce disse loro: «A nord dell’Oceano di Latte c’è la luminosa Isola Bianca – Shvetadvipa. Là esseri splendenti come la luna, devoti di Narayana, si sono completamente dedicati alla contemplazione della suprema Sorgente. Essi penetrano nel Dio eterno dai mille raggi, liberi dai sensi, fragranti, privi di ombra, che non gustano cibo. Questi esseri sono devoti all’Uno. Sono gli abitanti dell’isola luminosa. Anche voi apparirete là, e allora io lì vi apparirò e vi darò il mio darshan».

Il raggiungimento della luminosa Isola Bianca

Allora i tre rishi si incamminarono verso quel paese per la strada indicata e raggiunsero la grande Isola Bianca. Una volta raggiuntala, persero la vista di tutti gli oggetti esterni, ma non videro la divinità, poiché il suo splendore li privò della vista. Allora sorse in loro una comprensione interiore di intensa devozione all’Assoluto. Compresero che era impossibile vederlo senza aver prima compiuto tapas, ascesi.

Allora su quell’Isola Bianca essi praticarono di nuovo per cento anni la disciplina ascetica: osservarono i voti, digiunarono e meditarono. Quando, secondo la misura degli dèi, furono trascorsi cento anni, videro intorno a sé esseri meravigliosi: persone con corpi di luce, segnate dai segni del merito, chiare e splendenti. Tutti appartenevano alla casta brahmanica ed erano rivolti con il volto a nord-est; con le mani giunte, sussurravano costantemente mantra, mentre essi stessi si trovavano in samadhi – in uno stato di concentrazione molto profondo.

I rishi raggiungono Shvetadvipa e compiono tapas tra esseri luminosi

Ognuna di queste persone aveva un’aura enorme e splendente, cioè esse stesse erano simili agli dei. I rishi pensarono che tutta quest’isola fosse una dimora di splendore, proprio per questo era chiamata la luminosa Isola Bianca. Là nessuno si distingueva per luminosità: tutti splendevano allo stesso modo. Si trovavano su quest’isola come in mezzo a mille soli ardenti simultaneamente, tra questi saggi.

Quando i rishi tornarono a vedere, videro come tutte queste persone si fossero rivolte in una direzione e, con le palme giunte in preghiera, ripetessero gioiosamente: «Adorazione». Era la venerazione che queste persone rendevano alla divinità di quel mandala. I rishi videro la manifestazione di Vishnu, la manifestazione di Dattatreya; per questa manifestazione furono colmi di estasi ed entrarono in un profondo samadhi, poiché lo splendore era così intenso che persero la vista e gli altri sensi e potevano percepire solo il suono.

Tutto intorno ripetevano preghiere e lodi, dicendo: «Adorazione a Te, o Essere dell’universo. Adorazione a Te, Hrishikesha. Tu sei il grande Uomo, il grande Primogenito».

In quel momento un vento puro, colmo di fragranze, portò (materializzò esso stesso) fiori e altri attributi adatti all’offerta. Dunque, queste persone, splendenti come divinità, compivano la loro offerta alla divinità principale. Dove tale offerta veniva fatta, la divinità si manifestava. Ma i rishi stessi non riuscirono comunque a vederla (potevano solo udire); a causa del suo splendore abbagliante furono completamente accecati.

Per questo le loro menti erano turbate: compresero di non essere degni di vedere questa divinità. Nonostante i rishi stessi si considerassero eroi ascetici, fossero estremamente affaticati e stremati dalla loro ascesi, gli altri non li salutarono neppure, non parlarono con loro e non offrirono loro nulla come ospiti, né con i pensieri né con lo sguardo, poiché tutti erano immersi in se stessi e completamente assorti nella bhava.

Allora apparve dallo spazio una certa entità incorporea e disse:

«Avete visto persone liberate e splendenti. Queste persone contemplavano il Signore stesso degli dei. Ma voi, o saggi, andatevene subito là da dove siete venuti. Per ora non vi è concesso vedere Dio, poiché Egli è compreso soltanto con la forza della devozione assoluta e dell’abbandono di sé, solo dopo una lunga concentrazione sulla non-dualità. Solo allora si può vedere questo Bhagavan, difficile da vedere a causa del suo intenso splendore. Dovrete ancora compiere molte grandi opere e realizzare un grande tapas. Solo quando sarà trascorso questo yuga e ne verrà un altro, il treta-yuga, allora, sotto il governo di un altro Manu, figlio di Vaivasvata, diventerete Suoi aiutanti per il successo degli dei».

Per la forza di questa voce, i rishi raggiunsero di nuovo la sfera degli dei del mondo dei desideri, da cui essi stessi provenivano. Questi rishi dissero al brahmano Brihaspati, che durante il sacrificio si era fortemente adirato: «Se noi, dopo tanti anni di tapas e sacrifici agli dei, non siamo stati capaci di contemplare Dio, come potresti tu vederLo con i tuoi occhi? Perciò non devi cadere nello stato d’ira. Narayana è la grande Essenza, il Creatore dell’universo, il fruitore dei sacrifici offerti agli dei e agli antenati, venerato dagli dei e dai danava. È il Non Manifesto, Senza Inizio e Senza Fine».

La voce incorporea istruisce i rishi sulla devozione e sulla concentrazione non duale

Così il brahmano Brihaspati fu placato dalle parole di Ekata, Dvita, Trita e degli altri suoi compagni.

Il viaggio di Narada a Shvetadvipa

In seguito si dice che questo racconto non debba essere trasmesso a coloro che non venerano l’Altissimo e il dharma della non-dualità; che questo racconto (cioè il racconto «Narayaniya») ha raccolto in sé tutto il nettare di centinaia di altri racconti che vengono tramandati. Come gli dei e gli asura raccolsero il nettare ottenuto dalla zangolatura, così anche qui è stata raccolta da vari rishi un’amrita incomparabile.

Si dice inoltre che non vi sia dubbio che una persona che legge o ascolta costantemente questo racconto in uno stato indiviso di devozione a Narayana (in questo caso a Dattatreya) e di consapevolezza non duale della Fonte suprema, e che grazie a questa devozione si trova costantemente nello stato della suprema guru-yoga, diventa essa stessa, avendo raggiunto la grande Isola Bianca, una persona così splendente, cioè acquisisce un corpo di luce e penetra nel Dio radioso.

Avendo ascoltato il racconto di questo testo dall’inizio alla fine, chi soffre si libera dalle malattie, chi desidera la conoscenza otterrà ciò che desidera, e il devoto seguirà il cammino della devozione.

Udita questa storia, anche Narada desiderò recarsi sull’Isola Bianca, Shvetadvipa, per vedere Narayana. Giunto a Shvetadvipa, vi vide persone risplendenti come la luna. Le onorò chinando il capo, e a sua volta fu da esse onorato mentalmente. Desiderando contemplare Dio, anch’egli attraversò tutte le pratiche ascetiche, sussurrando incessantemente preghiere. Saldo, concentrato su un solo punto, con le braccia levate e immerso nel samadhi, iniziò la lode all’Assoluto infinito, privo di qualità e onnipervadente:

«Omaggio a Te, Dio, Signore degli dèi. Inattivo, Privo di qualità, Occhio del mondo. Conoscitore del campo, Purushottama, grande Purusha, Purusha supremo. Multiforme, dalla Grande Forma, amato. Io, tuo devoto, desideroso di contemplarti anche solo per un istante. Omaggio a Te, omaggio».

Narada su Shvetadvipa compie ascesi e si protende in preghiera verso Narayana

Manifestazione di Bhagavan a Narada

Allora Bhagavan, lodato con tutti quei nomi segreti invocati dal rishi Narada, visibile nella forma universale, Vishva-rupa, gli apparve:

«Come simile alla luna, spiritualmente puro e al tempo stesso come del tutto diverso dalla luna, come del colore del fuoco e come il bagliore di una stella balenato nella mente, come l’arcobaleno dell’ala di un pappagallo e come la scintillantezza del cristallo, come una pennellata nero-bluastra e come cumuli d’oro. Ora del colore di un ramo di corallo, ora come un bianco riflesso, qui dorato, e là simile al berillo. Come l’azzurro dello zaffiro, in alcuni punti simile allo smeraldo, là del colore del collo del pavone, in altri punti simile a un filo di perle. Così molteplici colori e forme assumeva l’Eterno, il Santo, il Cento-teste, il Mille-teste, il Mille-piedi, il Mille-occhi, il Mille-ventri, il Mille-braccia, e in alcuni punti l’Invisibile. La sillaba AUM risuonava dalle Sue bocche, e Sarasvati seguiva quel suono. Da altre Sue bocche risuonavano molti inni, e i quattro Veda e gli Aranyaka proclamava il Dio Narayana, il potente Hari. L’altare, la coppa, le pure gemme, i sandali, l’erba kusha, il fulgente divoratore dei sacrifici, la pelle di daino, il bastone teneva nelle mani il Re degli dèi, il Signore dei sacrifici. Lui, compiaciuto e pacificato, Narada, il migliore dei brahmani, inchinandosi, lo glorificò in silenzio, Lui, il Supremo Signore».

A Narada, che aveva chinato il capo, parlò la Fonte degli dèi, l’Imperituro. Shri Bhagavan disse:

«Ekata, Dvita e Trita, grandi rishi, giunsero in questa regione desiderando contemplarMi. Ma non Mi videro, e nessuno può vederMi, se non coloro che Mi sono devoti senza riserve. Tu, invece, tra i devoti senza riserve sei il supremo. Quelle Mie eccellenti forme sono nate nella casa di Dharma, o due-volte-nato. Onorale costantemente. Ora va’ là da dove sei venuto. Scegli un dono, o rishi: ti darò qualunque cosa tu voglia. Io, il Multiforme, l’Imperituro, sono compiaciuto di te».

Narada disse:

«Il frutto della mia impresa, del mio autocontrollo e del mio tapas l’ho già ottenuto, poiché Ti ho contemplato. Per me questo è il dono supremo: vedere Te, Bhagavan, o Multiforme, grande Leone, onnipervadente, grande Signore».

Narada riceve la manifestazione di Shri Bhagavan e il dono supremo della contemplazione

L’insegnamento sulla natura dell’Assoluto

Allora, apparso a Narada, Egli disse:

«Va’, Narada, e non indugiare. Ecco, questi sono i Miei devoti dediti alla contemplazione, liberi dagli organi dei sensi, che non gustano cibo, risplendenti come la luna. Essi devono meditare su di Me nello stato di non-dualità, senza distacco, e che non vi sia mai per loro alcun impedimento. Questi esseri perfetti sono sempre stati concentrati soltanto sull’Uno, e sono liberi da rajas e tamas. Senza dubbio si ricongiungeranno a Me.

Invisibile all’occhio, impercettibile al tatto, non odorabile dall’olfatto, inaccessibile al gusto, non partecipe delle qualità di sattva, rajas e tamas, Testimone onnipervadente, è chiamato Atman del Mondo, Anima dell’Essere. Quando periscono i corpi di molti e molti esseri, Egli non perisce con essi: Non nato, Costante, Eterno, Infinito e Indivisibile. Egli trascende le ventiquattro tattva ed è la venticinquesima tattva. È chiamato Purusha inattivo, che osserva tutto con la forza della saggezza, jnana. Penetrando in Lui, i brahmani eccellenti si liberano. Egli è conosciuto come Vasudeva, come l’Atman Supremo Eterno.

O Narada. Contempla la Grandezza dello Spirito dell’Assoluto, la Sua grande Gloria. Egli non è mai macchiato né da azioni buone né da azioni cattive. Sattva, rajas e tamas sono chiamati qualità, guna: esse agiscono dimorando in ogni corpo. Il Conoscitore del campo gode delle guna, ma le guna non godono di Lui. Egli, privo di ogni qualità, assapora le guna, produce le guna e trascende le guna.

O divino rishi. La Terra, che sostiene il mondo transitorio, si dissolve nell’acqua; nell’acqua confluisce il fuoco, il fuoco si dissolve nel vento, nello spazio si dissolve il vento, lo spazio entra nella Coscienza, la Coscienza — Essenza suprema — confluisce nella Natura non manifestata, la Natura non manifestata — Brahman — si dissolve nel Purusha inattivo, inoperoso. Perciò non vi è nulla al di sopra del Mahapurusha, poiché non esiste alcun Essere eterno, mobile o immobile, nel mondo transitorio al di fuori di quell’Eterno, Unico Purusha. L’Atman di tutti gli esseri è quel Potente, Onnipervadente Vasudeva.

La terra, il vento, lo spazio, l’acqua, il fuoco — il quinto. L’unione di questi elementi è nota come corpo. Poi, o brahmano, Egli, l’Invisibile, penetra nel corpo. Nato, questo Signore diventa il motore del corpo. Senza la combinazione degli elementi non esiste alcun corpo, e senza l’anima (jiva), i venti (prana) non muovono il corpo.

O Narada, l’Essere eterno e perituro e il non-Essere sorgono da Me, tutto questo mondo transitorio, mobile e immobile. Si liberano i Muni che entrano in me, a me devoti. Io sono conoscibile come Purusha, inoperoso, venticinquesimo elemento, senza dualità, senza sé, privo di qualità, indivisibile. Ma tu non puoi comprenderlo, perciò Io mi manifesto a te come se avessi assunto una forma. Se lo desiderassi, scomparirei all’istante, poiché Io sono il Signore, il Maestro di tutto il mondo transitorio. È infatti soltanto una maya creata da me, o Narada, che tu mi veda. Come tutti gli esseri, tu partecipi ai guna e per questo sei incapace di conoscermi. Ma ti ho narrato interamente della mia quadruplice forma.

I cinque elementi del corpo, jiva, prana e il Purusha non duale

L’anima è immersa in Me, perciò Mi si comprende come jiva, ma la tua coscienza non ha ancora raggiunto la possibilità di dire: «Ho visto la jiva». Io sono onnipresente, o brahmano, e sono l’Essenza interiore di moltitudini di esseri. Quando i corpi — l’aggregato degli elementi — periscono, Io non perisco. Quegli uomini perfetti, concentrati sull’Uno, partecipi di una grande sorte, liberi da tamas e rajas, dalle tenebre e dalla passione, entrano in me, o saggio.

Manifestazione cosmica della divinità

Il seme d’oro, Hiranyagarbha, l’ineffabile, quadrifronte, principio del mondo, l’eterno dio Brahma, medita sempre sui miei fini. Dalla Mia fronte, dalla Mia ira, è uscito Rudra. Guarda, ecco gli undici Rudra, in piedi alla mia destra. Ed ecco i dodici dèi Aditya, in piedi alla sinistra. Davanti a me, guarda, gli otto Vasu, dèi eccellenti. Guarda, dietro stanno i due guaritori — Nasatya e Dasra.

Guarda i signori di tutti gli esseri, vedi i sette rishi, i Veda e centinaia di sacrifici; vedi il nettare (amrita), le radici medicinali, le diverse forme di tapas, l’autocontrollo, le ascesi e le pratiche spirituali, la continenza. Vedi in Me, l’Uno, il potere divino ottuplice (cioè gli otto siddhi) che ha assunto forma, la terra con le sue cime, la beatitudine, la bellezza e la gloria. Vedi accanto a me la dea Sarasvati — madre dei Veda, che esistono in me. Vedi, Narada, la stella polare — la migliore delle stelle nel firmamento. Vedi i bacini d’acqua, gli oceani, i mari, i laghi, i fiumi. Vedi le quattro schiere degli antenati — spiriti incarnati in me. Guarda, senza forma dimorano in me tutte le qualità.

I sacrifici agli dèi e il sacrificio agli antenati sono differenti. Io, invece, sono l’Antenato degli dèi e degli antenati, Io solo sono Primordiale. Un tempo generai Brahma, ed egli mi onorò con un sacrificio. Io gli diedi doni eccellenti, onorato da lui: «Tu sei mio figlio e, dall’inizio del kalpa, il custode del mondo». Gli dissi: «Diventa il Fondamento della personalità; d’ora in poi sarai chiamato con questa parola — ahamkara. Nessuno osi oltrepassare i limiti da te posti. Per coloro che bramano doni, tu, Brahma, sei il dispensatore dei doni. I rakshasa, i serpenti (naga), gli dèi, o grande asceta, gli antenati, o dalle lunghe braccia, costantemente osservante dei voti, e diversi esseri ti renderanno onore».

Allora Brahma disse: «Io sono la via della Tua Manifestazione nei sacrifici agli dèi, sono il Tuo discepolo obbediente, guidami come un figlio». Questi e anche altri doni Io diedi all’immortale, magnifico, fulgente Brahma e, soddisfatto, mi abbandonai alla pace suprema, ritirandomi nel non manifestato.

Il Nirvana — la rimozione di tutti i fondamenti dei Dharma — è considerato trascendente. Perciò, colui che si è dedicato al raccoglimento dei sensi, vaghi raccogliendo l’attività di tutte le membra. Colui che ha preso la conoscenza come aiutante, assorto in sé, dimorante nel sole, il saggio Kapila, saldamente stabilito nel Sankhya, è chiamato Maestro. Questo è Bhagavan Hiranyagarbha, correttamente esaltato negli inni vedici. Io sono Colui che gioisce dello yoga, il Brahman di cui si parla nelle scritture dello yoga. Io sono Colui che ha raggiunto la manifestazione. Eterno, dimoro nel cielo.

Cicli di creazione e dissoluzione

Poi, alla fine dei mille yuga, riassorbo di nuovo in Me il mondo transitorio. Al termine del periodo di permanenza in Me di tutti gli esseri, mobili e immobili, creo di nuovo l’intero mondo transitorio con la forza della mia conoscenza. Tale è qui l’origine, dall’inizio del kalpa, dell’universo che si ripete ancora e ancora, simile al sorgere e al tramontare del sole qui, nel firmamento. Quando il tempo è esaurito, Egli, dallo splendore smisurato, riassorbe di nuovo il mondo in Sé con la propria forza. Poi, per il bene degli esseri, tendendo le forze, ricolloco al suo posto la terra, in tutte le sue parti colma di esseri, scomparsa nell’oceano che la cinge».

In seguito Narayana descrive le sue incarnazioni in varie forme sulla Terra. Dopo ciò Narayana disse a Narada:

«Una contemplazione di Me simile a quella che tu hai raggiunto, o due volte nato, concentrando la mente su un solo punto, nessun brahmano è ancora riuscito a raggiungerla. Perciò a te, o pio brahmano, ho narrato tutto: il passato e il futuro eccelso, insieme al loro segreto».

Così quel Dio, portatore della forma universale, l’Eterno Bhagavan, pronunciate tali parole, scomparve all’istante.

Narayana rivela i cicli di creazione e dissoluzione dell’universo

«Narada, ricevuto il dono desiderato, si affrettò, potentissimo, verso la dimora di Badari, desiderando contemplare Nara-Narayana. E questa grande upanishad, corrispondente ai quattro Veda, composta secondo il sandhya-yoga, Egli la chiamò “Pancharatra”. La parola uscita dalla bocca di Narayana, Narada la proclamò di nuovo nella dimora di Brahma così come aveva visto e udito. L’uomo che legge o ascolta costantemente questo racconto, devoto inseparabilmente con tutto il suo essere a Narayana e inseparabilmente unito dalla devozione, raggiunta la grande Isola Bianca, diventa un uomo del colore della luna, cioè simile alla luna nello splendore, e penetra nel Dio Radioso: su questo non vi è dubbio. Avendo ascoltato questo racconto dall’inizio alla fine, chi soffre si libera dalla malattia, chi desidera la conoscenza otterrà ciò che desidera, e il reverente percorrerà il cammino della devozione».

La contemplazione di Narayana come via di purificazione

Che cosa significa contemplare Narayana? Significa, purificando la propria coscienza e i prana dalle klesha e dai desideri, dirigere incessantemente la propria mente nella natura della Mente. Non dovete vivere di preoccupazioni momentanee, dovete vivere costantemente in modo da ricordare l’Essenza suprema, poiché tutte le preoccupazioni momentanee e vane sono transitorie, e dopo un certo tempo non ne resterà neppure traccia. Ma solo la purezza della vostra ragione indicherà il luogo della vostra prossima rinascita.

Contemplare Narayana significa praticare il guru-yoga con Bhagavan Dattatreya. E che cosa significa questo? Prima di tutto significa scrutare incessantemente la propria essenza, dimorare in piena devozione alla contemplazione e abbandonarsi continuamente a questa essenza.

Finché la mente è offuscata e identificata con le guna della natura materiale, essa permane in forti identificazioni con le klesha, le qualità, i desideri mondani, pensa in categorie dualistiche. Ma quando la mente si purifica, si libera da tutta l’ignoranza e comprende che il suo compito principale è la contemplazione del Narayana interiore e la purificazione incessante.

La contemplazione del Narayana interiore come purificazione della coscienza e del prana

L’esperienza della contemplazione della celeste Shvetadvipa

Finché non raggiungiamo la vera santità, per noi la via verso la celeste Shvetadvipa è chiusa; là lo splendore è così intenso che non possiamo nemmeno avvicinarci. Possono avvicinarsi solo anime autenticamente sante, che si sono purificate.

Intorno ai vent’anni ebbi un’esperienza in cui vidi da lontano lo splendore di un paese celeste, mentre dimoravo nel samadhi del corpo sottile. Là vi era uno splendore intenso, edifici a cupola e musica, simile a quella sinfonica. Questa musica era molto sublime, ma al tempo stesso anche terrificante, poiché era troppo potente nella sua forza. In essa vi era un’enorme shakti, queste vibrazioni superavano il mondo umano.

Nel corpo sottile mi avvicinai a una certa distanza a quel paese e lo contemplai solo da lontano, non osando avvicinarmi di più, poiché da quella regione emanava una forza di luce e di suono troppo terrificante. Là vi erano magnifici edifici a cupola, templi e altro. Ma in quel periodo non avevo sufficiente chiarezza, contemplazione e forza spirituale per avvicinarmi là nemmeno di un chilometro. Sentivo che mi mancava evidentemente la santità, che dovevo purificarmi intensamente.

Dopo alcuni anni riuscii a entrare di nuovo in quel mondo, cioè ormai direttamente al suo interno. Così, se vi manca la santità, nel mondo sottile lo percepite chiaramente: non potete nemmeno avvicinarvi a una regione santa.

La natura dell’autentica santità

La santità è qualcosa che viene coltivato attraverso un autentico distacco, la contemplazione e la purificazione. Lì la non-dualità si manifesta come energia della sattva, lì le tue parole hanno forza, lì non c’è menzogna. Non puoi dire così semplicemente, come nel mondo degli uomini: «È tutto illusione» oppure «È tutto non-duale». Cioè lì puoi pensarlo, ma comunque non potrai avvicinarti. Devi rispondere davvero delle tue parole nel mondo sottile. Perciò si dice che nei mondi sottili la menzogna non esista, perché lì dire, pensare e manifestare sono una sola e medesima cosa.

La vera santità consiste nel liberare costantemente se stessi dal mondano, indipendentemente dallo status in cui ci si trova, nel purificare continuamente la propria mente e, praticando l’advaita, nell’essere sempre umili.

La vera santità come rinuncia, purificazione, sattva e umiltà

I pericoli dell’orgoglio spirituale

Spesso, praticando l’advaita, ce ne dimentichiamo e cominciamo ad avere un’alta opinione di noi stessi. Avendo assimilato superficialmente la filosofia dell’advaita, cominciamo a pensare: «Devo manifestare l’orgoglio divino» e cerchiamo di ostentare questo orgoglio a destra e a sinistra. Ma se ci mettessimo accanto ad anime veramente sante, ci vergogneremmo semplicemente del fatto che, in confronto a queste anime sante, siamo più sporchi di un cane.

Naturalmente, non dobbiamo assorbire in noi l’idea: «Sono sporco come un cane». Questo non appartiene all’insegnamento dell’advaita. Senza dubbio bisogna coltivare la visione pura e l’orgoglio divino, poiché nell’insegnamento dell’anuttara-tantra non viene mai accolto favorevolmente il senso di colpa, il senso di auto-oscuramento: non è questa la cosa in cui ci si debba stabilire.

D’altra parte, bisogna sempre valutare sobriamente il proprio livello spirituale e avere davvero una coscienza umile e modesta. A che scopo? Per avere la possibilità di proseguire, di andare avanti, di sfidare costantemente i propri limiti, di non rassegnarsi ai limiti che esistono ora, in questo momento, pensando: «Probabilmente ho già raggiunto tutto. Ho già conosciuto tutto. Difficilmente qualcuno potrà insegnarmi qualcosa».

Mara «figlio degli esseri celesti»

Succede anche questo. Quando pensate così, è il primo segno che nella vostra anima si sta insinuando un po’ il mara «figlio degli esseri celesti», cioè un mara raffinato, legato ai siddhi, ai meriti, alle qualità elevate, alle arti, alla saggezza, se vengono applicati in modo scorretto.

Se avete qualche capacità, ma la attribuite a voi stessi, ve ne inorgoglite egoisticamente e cominciate a presumere, ciò significa che state deviando sulla strada sbagliata e questo mara gradualmente vi «recluta»: diventate già candidati per il suo mondo, e non per la liberazione. Perciò lo yogin scruta sempre con grande attenzione nella propria anima e cerca di analizzare: «Non ci sono in me tendenze di questo tipo?»

Il modo migliore è la costante auto-liberazione, l’offerta di tutte le proprie qualità all’Assoluto, la pratica della modestia e dell’umiltà. Quando si pratica l’orgoglio divino, le tentazioni di questo genere sono moltissime. Ma l’orgoglio divino è legato più precisamente alla devozione e all’umiltà che alla superbia e all’arroganza. Anche questo va compreso.

Il sottile orgoglio spirituale si dissolve nell’offerta delle qualità all’Assoluto

Le condizioni per raggiungere la santità

Solo chi durante la vita ha coltivato una forte santità può accedere a mondi simili a questo. Una santità forte, profonda, autentica, vera, si raggiunge grazie a:

  • Antar-tapasya (ascesi interiore)
  • Umiliazione dell’ego
  • Obbedienza al Sé superiore
  • Servizio
  • Guru-yoga
  • Consolidamento nella visione pura, nell’unico «sapore» e nell’orgoglio divino
  • Immersione nella contemplazione
  • Liberazione dai desideri e dalle klesha
  • Osservanza incrollabile delle prescrizioni dello yoga

Se i vostri canali non sono purificati, la mente è agitata, e vi sono molti desideri mondani insoddisfatti che turbano il vostro cuore, allora la santità non si vedrà. La santità è il risultato di una profondissima raffinatezza e del consolidamento nella divya-bhava, del controllo del prana e dei desideri.

Se vi sono un tamas non domato, un rajas non domato e non siete sufficientemente stabiliti nella sattva, allora non si vedrà nemmeno la santità, poiché la santità comincia dalla pura sattva, dalla pacificazione di tamas e rajas.

Ciò significa che la vita va vissuta in modo da levigare e lucidare costantemente la propria mente e il proprio prana, per bruciare tamas e rajas con il “ferro rovente” della contemplazione naturale, del tapas yogico e dello yoga dell’osservanza dei voti. Quando tamas e rajas vengono bruciati con il “ferro rovente” dello stato naturale e rimane la pura sattva, allora, facendo affidamento sulla sattva, si può compiere il salto verso ciò che è al di là dei guna: verso l’autentica chiara luce della Fonte suprema, verso la chiara luce della base.

 Confronti con gli altri

Quando meditiamo, eseguiamo la pratica o il servizio, spesso possiamo guardarci l’un l’altro con occhi umani. A volte, vedendo nell’altro dei difetti, possiamo inorgoglirci, pensando: “In me tali difetti non ci sono”. Oppure, vedendo che un altro dorme durante la meditazione mentre noi meditiamo con zelo, possiamo ugualmente insuperbirci, pensando: “Costui di certo non raggiungerà alcuna terra pura, mentre io la raggiungerò”.

Oppure, vedendo come un altro inciampa nelle cose più semplici del servizio, pensiamo: “Io invece nel servizio sono intelligente, flessibile e chiaro. Qualunque cosa mi si dia, la eseguirò. Ottimo. Sono davanti a tutti. Sono migliore degli altri. Mi si può affidare la gestione e qualunque servizio complesso: imparerò tutto. L’altro, a dirla tutta, non può fare ciò che posso fare io”.

Il confronto con gli altri nella pratica e nel servizio ritorna all’autoindagine

Oppure possiamo pensare: “Io ho talento. Posso suonare, dipingere, comporre versi, mentre l’altro è lento di comprendonio; qualunque cosa gli si dia, tutto gli cade dalle mani. Che essere celeste sarebbe mai?”

Cioè, confrontandoci con gli altri, possiamo pensare di essere superiori, più intelligenti, più puri di loro. Ma tali pensieri sono motivo di orgoglio, di grande presunzione, di crescita dell’ego. Su questa base l’ego può mettere radici profonde e cadere in ciò che viene chiamato “peccato di presunzione”.

Perciò confrontate sempre voi stessi con i santi, invece di pensare agli altri e confrontarvi con loro in questo modo. Per esempio, ricordate la storia dei tre rishi che per cento anni compirono un severo tapas per giungere a Shvetadvipa, ma vi arrivarono solo per pochi secondi e non riuscirono nemmeno a contemplare Narayana. Ricordate i grandi rishi e i santi e pensate: “Quanto sono santo e puro io rispetto a loro? Quanti kalpa devo compiere sadhana perché io raggiunga il loro livello?”

Tali riflessioni rendono sempre sobri. Questi rishi dicono: “Io sono Brahman”, e anche voi dite: “Io sono Brahman”. Sul livello della visione tutto è uguale, ma sul livello dell’energia e della dimensione relativa: questa è samsara e nirvana. E a noi non resta che purificarci ogni giorno, tendere costantemente a elevare il nostro livello, seguire con zelo e senza pigrizia il cammino del nostro tapas.

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