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Il cammino verso la divinità: dal karma al gioco divino

31.05.2026
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Il cammino verso la divinità: dal karma al gioco divino

La cultura vedica e i fondamenti del cammino spirituale

Siamo qui perché vogliamo percorrere il cammino del Divino, perché abbiamo scelto il Sanatana-Dharma come nostro Cammino. E seguire il cammino del Sanatana-Dharma significa passare dallo stato umano a quello divino. Il Sanatana-Dharma non dice che lo stato umano sia uno stato nel quale dobbiamo rimanere per sempre. E non dice che esso sia lo stato più elevato e più grande. Niente affatto. Al contrario, il Sanatana-Dharma dice che lo stato umano è uno stato molto limitato e che non bisogna aggrapparvisi, che l’uomo non è affatto il coronamento dell’evoluzione. E dice che bisogna uscire quanto prima dallo stato umano verso uno più elevato.

Il Sanatana-Dharma dice che il nostro destino è diverso, e che il nostro destino è andare dall’uomo al dio-uomo e dal dio-uomo alla divinità. Se ci aggrapperemo, se ci terremo stretti allo stato umano, al mondo umano, alle abitudini umane, alla mentalità umana, alla cultura umana, ai valori umani (e con questo si intendono prima di tutto i valori materialistici), allora non otterremo mai né saggezza, né felicità, né sviluppo. E il destino di tutti coloro che seguono il Cammino del Sanatana-Dharma è andare verso la dimensione divina, verso lo stato divino.

La causa di molti problemi nella società sta proprio nel fatto che l’umanità si è fermata all’umano e ha riconosciuto l’umano come il coronamento dell’evoluzione. Darwin disse che l’uomo è il vertice, il vertice della catena alimentare, il vertice della catena evolutiva, e tutti gli credettero. Ma in realtà non è così. Se Darwin fosse stato un sadhu, se fosse stato uno yogi, con la sua visione spirituale avrebbe visto una moltitudine di anime elevate, santi, siddha, dèi. E avrebbe visto che l’intero Universo è governato da questi esseri divini. L’uomo non è affatto il vertice dell’evoluzione.

Purtroppo, un simile punto di vista errato porta molti problemi all’umanità, perché, avendolo accolto, l’umanità ha rinunciato a percorrere il cammino dell’evoluzione, ha rinunciato a percorrere il cammino dello sviluppo, ha voluto fermarsi, rimanere com’era. Semplicemente vivere comodamente, vivere bene, in armonia, nell’agiatezza, senza avere problemi. Ma proprio quando l’uomo comincia a pensare così, sorgono diverse forze esterne che gli indicano l’erroneità del suo sviluppo: crisi, calamità naturali — sono appunto tali forze esterne, iniziate dagli dèi responsabili dello sviluppo della nostra civiltà, che spingono l’uomo a pensare, a tendere la coscienza, a cercare vie d’uscita, affinché non resti fermo nel suo sviluppo evolutivo.

Ma per il Sanatana-Dharma tali vie di sviluppo, vie d’uscita, sono del tutto evidenti ed esistono sempre. Il Sanatana-Dharma collega il futuro dell’umanità alla divinità. Collega il futuro dell’umanità alla liberazione, all’illuminazione, al passaggio nella classe dei siddha, dei saggi illuminati, degli esseri divini. Perché la divinità sta alla base della creazione, la divinità è l’essenza sacra e nascosta di qualsiasi fenomeno e cosa nell’Universo. E se vogliamo davvero la felicità, dobbiamo cercare la via verso questa divinità.

Quando cerchiamo questa via, veniamo chiamati sadhu. Ma quando non la cerchiamo, e rimaniamo nella nostra umanità, insistiamo sulla nostra umanità, diciamo che «io sono un uomo, e voglio rimanerlo, sto bene, l’importante è che siano soddisfatti i bisogni del mio corpo, che siano soddisfatti i bisogni materiali del mio corpo, e questo mi basta», allora veniamo chiamati karma-bandha — legati dal proprio karma (coloro che sono limitati).

La divinità come liberazione dal karma

Per divinità intendiamo prima di tutto la libertà dal karma, la libertà dalle limitazioni dello stato umano, perché lo stato umano è appunto la conseguenza del karma, è la conseguenza dell’azione delle leggi karmiche. E in un certo senso percorrere il cammino del Sanatana-Dharma significa andare controcorrente, contro la cultura dominante, contro i significati e i valori dominanti nella società, contro ciò che ci hanno insegnato a scuola. Così sembra all’inizio. Ma in realtà la cultura umana ha una sua piccola parte. E non dobbiamo andare contro nulla, dobbiamo semplicemente comprendere il posto della cultura umana, dei valori umani nella grande mandala complessiva dell’immenso universo del Sanatana-Dharma.

E quando vedremo la mandala dell’universo del Sanatana-Dharma e il mondo umano, vedremo che non ci sono contraddizioni con nulla; il Sanatana-Dharma, l’Advaita non hanno contraddizioni con nulla, semplicemente ogni cosa si trova al proprio posto. E dobbiamo stabilire gli accenti, le priorità. E dobbiamo mettere i significati, gli obiettivi e i valori umani al loro posto, i significati, gli obiettivi e i valori dei sadhu al loro posto. E allora potremo vedere l’intero cosmo, l’intero enorme universo vedico nella sua integrità. E sarà simile a quando abbiamo trovato il posto per l’asilo, per la scuola, per l’istruzione superiore, per il dottorato di ricerca e il dottorato superiore. Abbiamo disposto tutto al proprio posto.

Quando possiamo mettere tutto questo al suo posto, davanti a noi si rivela il maestoso albero del Sanatana-Dharma e del cammino spirituale del Sanatana-Dharma.

Brahman — il fondamento fondamentale dell’Essere

Dunque, su che cosa si basa il principio del Sanatana-Dharma? Si basa sul fondamento fondamentale dell’Essere — sulla meta-intelligenza originaria dell’intero universo e di tutta la creazione, che la tradizione vedica chiama Brahman. Brahman è l’inizio e la fine, l’alfa e l’omega di tutto, è la sorgente della vita, la causa prima del nostro Essere, la causa prima della nascita dell’universo, del tempo, della comparsa dello spazio, della comparsa dei cinque elementi. È la causa originaria di tutte le cause.

Contemplazione del Brahman come fonte originaria dell’essere

Percorrere il cammino della divinità, il cammino dell’illuminazione, significa indagare profondamente questa causa, scoprire in sé questa Sorgente originaria, comprenderla. E quando la comprendiamo, questo si chiama jnana, o gyan — conoscenza. E nella vita c’è un momento in cui non ne sappiamo nulla e un momento in cui ne sappiamo. Quando non ne sappiamo nulla, questo si chiama ajnana, avidya, ignoranza. E quando ne sappiamo, questo si chiama jnana, conoscenza.

Due tipi di conoscenza: paroksha e aparoksha

Inoltre, la jnana è di due tipi: paroksha e aparoksha. Paroksha jnana è la conoscenza presa in prestito, udita o letta. Aparoksha è la conoscenza diretta, compresa immediatamente nella propria coscienza.

Per esempio, prima vivevate e non sapevate mai nulla del Brahman, dell’Assoluto — la causa originaria di tutte le cause. Pensieri del genere non vi venivano nemmeno in mente. Vivevate la vostra vita. Questa è ajnana, ignoranza. A volte c’erano momenti in cui riflettevate su qualcosa, a volte c’erano momenti di sofferenza, semplicemente vivevate. Tutto questo è ajnana, ignoranza. Cioè non scorgevate che cosa stesse dietro tutti i fenomeni dell’Universo, dietro la vostra vita. Un qualche fondamento unico, una meta-intelligenza unica. Nelle religioni teistiche questo viene chiamato Dio.

Ma poi avete iniziato a riflettere, avete iniziato a leggere i maestri, e qualcosa ha cominciato a risvegliarsi. Avete appreso che esiste una certa Causa Prima di tutte le cause, una certa Coscienza che sta alla base di tutti i fenomeni. Proprio questa Coscienza è la causa dei vostri genitori, della vostra stirpe, della vostra vita, di tutta la civiltà umana, in generale di tutti gli esseri. E avete iniziato ad ascoltare e a leggere su questo. Non l’avete conosciuto direttamente, ma perlomeno la vostra mente si è rivolta a esso. E avete ricevuto una certa conoscenza, sebbene essa provenga dalla mente.

Questa è paroksha-jnana — conoscenza assimilata attraverso le scritture, a livello di libri o di filosofia. E ci sono moltissime persone che seguono il cammino della paroksha-jnana. Ci sono molti sacerdoti, missionari che parlano di Dio, studiosi, pandit. Ed è normale, non è male. Ma questo non dà un’autentica realizzazione, la Liberazione completa. È soltanto una conoscenza presa in prestito, mentale, udita.

E l’Advaita Vedanta, il Sanatana-Dharma, in particolare la Pratyaksha-Advaita dei siddha, dicono che questo è bene, la paroksha-jnana è meglio dell’ajnana, ma bisogna andare oltre, bisogna ottenere l’aparoksha jnana — la visione diretta e immediata. Solo l’aparoksha-jnana elimina l’ignoranza e permette all’anima di liberarsi dal samsara.

Il cammino verso la comprensione diretta

L’Insegnamento della Pratyaksha-Advaita, l’Advaita diretta dei siddha, gli Insegnamenti tantrici, l’Insegnamento del Guru Brahmananda — sono il cammino verso l’ottenimento dell’aparoksha-jnana, della visione diretta e immediata. Shankara ha un testo molto famoso, chiamato «Aparoksha-anubhuti» — comprensione non indiretta, cioè comprensione diretta. E il prezioso insegnamento del Laya Yoga della tradizione dei siddha, la Pratyaksha-Advaita, è tutto un cammino verso la comprensione diretta, non indiretta, della Sorgente Suprema.

Esiste una meta-intelligenza universale, la Sorgente Suprema, Dio, la Coscienza Assoluta, il Fondamento Fondamentale dell’Essere. E noi dobbiamo in qualche modo stabilire un legame con essa. Dobbiamo definirci nel nostro rapporto con Lui. Dobbiamo conoscerLo dentro di noi e riconoscere la nostra identità con Lui. Dobbiamo in qualche modo comprenderLo, sperimentarLo e ripensare la nostra vita sulla base di questa esperienza.

Sat-Chit-Ananda — i tre aspetti del Brahman

Dunque, una tale Sorgente Suprema nella tradizione vedica è chiamata Brahman e le Sue qualità principali sono Essere, Coscienza, Beatitudine — Sat-Chit-Ananda. Tuttavia le parole «Essere, Coscienza, Beatitudine» sembrano categorie filosofiche astratte, non dicono nulla. Dobbiamo comprenderle profondamente, ancora una volta attraverso l’aparoksha-jnana, non attraverso la mente. Questa non è filosofia.

Sette chakra, kundalini ed energia sottile chitrini nella meditazione

Sat —   Vuoto non duale, Essere

Dunque, che cosa significa Essere? Essere significa consapevolezza non duale al di là del nome, della forma, del soggetto e dell’oggetto, che permea l’intera Creazione, che si trova anche nel centro stesso del nostro Io, della nostra coscienza. Dentro di noi c’è un Essere non duale, libero da impedimenti, vuoto, senza oggetto, senza soggetto. Possiamo sperimentarlo quando la nostra mente è arrestata, libera dai vritti, dai pensieri. È una Coscienza priva di sostegno, che non si appoggia a nulla, incomprensibile. Ed essa si trova nel centro stesso del nostro Io. Ma purtroppo la nostra mente la vela sempre. La nostra attività mentale, i nostri attaccamenti, non ci permettono di concentrarci su di essa.

In senso assoluto, l’Essere illimitato (Sat) è la base e la fonte di tutti i fenomeni nell’Universo. Da questa base nasce Ishvara — il Dio Creatore. Ishvara (Dio Creatore, Brahma) è la Coscienza Suprema che ha acquisito determinate intenzioni.

Brahma crea l’Universo in conformità al karma delle anime. Anche le anime sono parti di questa Coscienza Originaria. E, diciamo così, questa parte della Coscienza Originaria non possiede saggezza. E allora Brahma avvia il processo di creazione dell’Universo, affinché le anime, in conformità ai propri karma, possano ricevere dei corpi, ottenere una determinata esperienza in questo mondo. È simile a quando una persona costruisce un parco giochi per i bambini.

Ishvara e le qualità di Bhagavan

Brahma (o Ishvara) è una Coscienza che conosce la fonte e la fine della creazione, che conosce la nascita e la morte degli esseri viventi, che conosce sia vidya sia avidya (illuminazione e condizionamento). Nei testi vedici Ishvara (o Bhagavan) è descritto come colui che è dotato di bhaga. Bhaga sono determinate qualità di potenza spirituale, saggezza e forza. E si ritiene che colui che è dotato di sei qualità (bhaga) sia Ishvara.

Quali sono queste qualità?

  • Il potere supremo
  • La Suprema Forza Divina, vidya bala
  • Yashas — la Suprema irradiazione (il termine mondano per questo è gloria)
  • Shri — la Suprema energia (può significare anche successo, benessere, energia, forza, salute, prosperità materiale)
  • Vairagya — il distacco dalle proprie energie, dalle proprie manifestazioni
  • Jnana-shakti — la perfezione della saggezza e svatantriya-shakti — l’energia della libertà

E così Ishvara, a differenza della jiva (anima), è colui che è perfettamente dotato di diverse qualità infinite. E tutte esse scaturiscono dall’aspetto Sat.

A differenza di Ishvara, noi, anime, siamo anch’esse parti dell’unica Coscienza, ma non siamo dotati di questi aspetti in modo perfetto. Ci mancano la Suprema Forza Divina, il Supremo Potere Divino, il distacco, la saggezza; siamo facilmente soggetti all’influenza della natura materiale.

Se la Coscienza Assoluta non subisce l’influenza del tempo, e per la Coscienza Assoluta il tempo è una sostanza indivisibile, ed è il gioco delle sue energie (akhanda-kala), allora noi, anime, siamo soggetti a khanda-kala — all’influenza del tempo divisibile. E il tempo esercita pressione su tutti noi.

L’azione di Kala Shakti — la pressione del tempo

Per esempio, perché una persona cresce, invecchia, poi si ammala, muore, e poi nasce di nuovo? Perché il tempo preme su di lei. La pressione del tempo (Kala Shakti) è ciò che sperimentano tutti gli esseri viventi. Per esempio, nel mondo degli uomini esiste un detto: se hai più di sessant’anni, ti sei svegliato e non ti fa male nulla, significa che sei morto. Perché il tempo preme su tutti gli esseri viventi — Kala Shakti.

E questo tempo arriva sotto forma di energia, che discende dal mondo sottile, dalla dimensione taijasa, attraverso la brahmadvara — il chakra sahasrara, ed entra nei canali. A regolare la distribuzione di questa Kala Shakti sono i graha — le divinità planetarie. A volte, quando nel nostro oroscopo agiscono graha potenti, sentiamo diversi problemi o malesseri, oppure nel mondo esterno qualcosa ci viene tolto: questo significa che la pressione del tempo è aumentata.

Si ritiene che le divinità ricordino tutte le azioni, le parole e i pensieri che abbiamo compiuto in passato, e che siano semplicemente specchi imparziali. E ci restituiscono il karma-phala — i frutti dei nostri pensieri e delle nostre azioni passate. Semplici riflettori imparziali: tutto ciò che abbiamo fatto in passato, tutto ciò che abbiamo desiderato, voluto in questa vita, esse ce lo restituiscono semplicemente. E questo è il loro dovere, è il loro seva — servizio. Attraverso il karma-phala riceviamo i frutti e i risultati delle nostre azioni.

Dunque, tutti noi, in quanto anime (jiva), ci troviamo sotto la pressione del tempo. Kala Shakti preme, preme sull’uomo, e poi lo cancella dalla scacchiera, come si rimuove un pezzo dalla scacchiera. Ci sono stati grandi re, grandi politici, grandi personalità, ma dove sono ora? Passeranno mille anni, è difficile dire come sarà Odessa, se Odessa esisterà ancora. Passeranno mille anni, forse qui ci saranno degli archeologi. Studieranno la cultura dei popoli antichi, vedranno che questi popoli studiavano l’Advaita. Per loro la parola Advaita sarà insolita, forse tutti dimenticheranno persino, chissà. Tutto questo è Kala Shakti, la pressione del tempo.

E noi siamo soggetti a Kala Shakti. Kala Shakti agisce sessanta secondi al minuto, sessanta minuti all’ora, sette giorni alla settimana e 365 giorni all’anno. È un flusso ininterrotto. E questo flusso, come un fiume impetuoso, trascina via, trascina via, trascina via tutte le anime viventi. Solo i forti sadhu, i saggi illuminati, possono resistere alla pressione del tempo. Perché? Perché sono capaci di penetrare nella dimensione di Sat. Sat è la dimensione di Dio. E lì non c’è l’azione del tempo. Lì il tempo è indivisibile e non è una sostanza come da noi, che scorre dal passato al futuro sotto forma di linea retta. E quando i sadhu penetrano nell’aspetto Sat, si liberano dall’azione del tempo, diventano simili a Ishvara, a Dio stesso, all’Assoluto, che non è soggetto al tempo.

Chit — la Coscienza che comprende se stessa

Un altro aspetto dell’Assoluto è Chit. Chit è la Coscienza che comprende se stessa. È la Coscienza che, separandosi da Sat, medita su se stessa, comprende se stessa, prende coscienza di se stessa, riflette e si riflette. Per esempio, quando meditiamo e dimoriamo nel vuoto, in noi nasce la consapevolezza di questo vuoto. E quando questa consapevolezza nasce, all’improvviso sentiamo una luce che viene e una chiarezza molto sottile: è Chit che agisce dentro di noi, cioè la capacità senza ostacoli di comprendere, la Coscienza onnipervadente, capace di comprendere tutto in questo mondo, tutto in tutti gli altri mondi. Questo è Chit.

Ananda — l’energia della beatitudine

Infine, il terzo aspetto del Brahman è Ananda. Ananda è energia, l’energia della beatitudine, che si diffonde senza ostacoli ovunque. In questo mondo tutto è costruito sull’energia e sul ricevere l’energia della beatitudine. Quando mangiamo, quando otteniamo qualche oggetto, ciascuno di noi tende a ricevere ananda. Cioè sappiamo infallibilmente come estrarre ananda dal cibo, dall’acqua, dalle relazioni, dal denaro. In altre parole, tutto ciò a cui aspiriamo è Dio. In realtà non abbiamo bisogno di denaro, non abbiamo bisogno di certi oggetti, abbiamo bisogno di ananda.

Quando tutto questo si chiude attraverso il nostro corpo dentro di noi, e ananda sorge, sentiamo: «sono felice, sono soddisfatto». Perché per qualche tempo siamo entrati in contatto con questa energia senza ostacoli di ananda. Ma per ottenere ananda dobbiamo compiere molti sforzi. Per esempio, una persona lavora molto, ma non c’è gioia, la gioia è pochissima. Bisogna fare grandi sforzi per ottenere ananda. Ma all’Assoluto è propria ananda senza alcuna limitazione. Gli è propria sempre. Cioè è un’onda ininterrotta di beatitudine che permea tutta la Creazione e tutto l’Universo.

Ananda come energia dorata di beatitudine nella meditazione

Dunque, la Fonte Suprema è Sat, Chit, Ananda. Il Vuoto non-duale è Sat. La Coscienza che comprende se stessa è Chit. E l’energia senza ostacoli della beatitudine è Ananda. Queste tre dimensioni esistono anche nel nostro corpo. Per esempio, quando ci concentriamo sui chakra, pratichiamo i pranayama o semplicemente meditiamo bene, nel corpo sorge Ananda come risultato del movimento della circolazione dei venti attraverso i canali e dello scioglimento dei tigle — sottili gocce situate nei chakra. E noi entriamo un po’ in contatto con questa Ananda.

La conoscenza diretta dell’Assoluto

La conoscenza diretta di Dio, la conoscenza dell’Assoluto, significa entrare nella dimensione Sat-Chit-Ananda. Quando viviamo nello stato del samsara, viviamo nello stato di asat — non-verità, perché non riconosciamo Sat: la consapevolezza spaziale vuota non-duale non viene riconosciuta da noi a causa del fatto che nella mente esiste una forte attrazione verso gli oggetti materiali. Il mondo esterno, gli oggetti materiali possiedono un enorme fascino, un’enorme forza di attrazione. Da noi non viene riconosciuto neppure Chit — la consapevolezza che comprende se stessa, la sottile chiarezza presente ovunque, e neppure viene sperimentata Ananda.

Lo stato del samsara è quando non riconosciamo il fondamento fondamentale della Creazione, non riconosciamo Sat-Chit-Ananda. Il cammino verso la divinità indicato dalla tradizione vedica passa attraverso il riconoscimento di questo principio fondamentale. Il riconoscimento di un tale principio fondamentale, quando viene spiegato dal Maestro e quando eliminiamo tutti i dubbi al riguardo, si chiama padronanza della perfetta visione o prospettiva — drishti. E all’inizio abbiamo bisogno almeno di una visione, almeno di una concezione del mondo, di qualcosa su cui poterci appoggiare, per esempio la concezione del mondo «Tutto è Brahman» oppure «Aham Brahmasmi». Abbiamo bisogno di una concezione del mondo molto ampia, molto aperta, quando abbiamo compreso in che cosa consiste l’essenza dell’universo. Tuttavia questa concezione del mondo deve diventare pienamente nostra, e dobbiamo stabilirci completamente in essa. Perciò non basta solo la visione, solo la prospettiva. Abbiamo bisogno della consapevolezza di questo. Ed ecco, la visione, la concezione del mondo, è appunto Sat. Ma abbiamo bisogno della consapevolezza, della piena comprensione di questo, altrimenti sarà semplicemente una fede non sostenuta dall’esperienza personale.

E allora diciamo che, oltre alla visione, esiste anche la consapevolezza, e la consapevolezza è meditazione, dimorare nella coscienza meditativa (dhyana). E dobbiamo comprendere come meditare, come dimorare nella coscienza meditativa, come scoprirla, come accostarci a essa e come non abbandonarla mai. I maestri esperti dimorano sempre nella coscienza meditativa. Dei, santi, siddha sono fonti della più grande coscienza meditativa. Tutti dimorano nel sahaja-samadhi. Ma le persone principianti non dimorano nella coscienza meditativa, le anime immature, gli yogi principianti. Dimorano nella coscienza meditativa solo per qualche secondo, qualche minuto, solo come barlumi nella loro vita. A volte dimorano nella coscienza meditativa durante il ritiro, ma la coscienza meditativa non è diventata parte della loro vita.

Infine, oltre alla meditazione, vi è anche l’azione (kriya), il comportamento. Azione, comportamento significa come agire nell’universo, come manifestarsi quando si è sempre nella coscienza meditativa, la capacità di manifestare abilmente le energie interiori. E tutti questi tre costituiscono il cammino nel Sanatana-Dharma. Jnana (visione), dhyana (consapevolezza) e kriya (azione). Per esempio, abbiamo assorbito la visione, abbiamo acquisito una determinata visione del mondo: «Tutto è Brahman», «Io sono Brahman». Abbiamo persino imparato un po’ a meditare e a dimorare nello stato di consapevolezza attraverso satipatthana, atma-vichara, shambhavi-mudra, mantra, sankalpa e altri metodi. Ma allora sorge la domanda: come agire, come dobbiamo manifestarci correttamente a partire da questo? Che cos’è l’azione, che cos’è l’energia che manifestiamo?

Dunque, tutti questi tre costituiscono l’oggetto di esame del cammino spirituale: jnana, dhyana e kriya. E quando parliamo di azione, diciamo che dobbiamo agire a partire dalla visione non duale, dobbiamo agire dimorando nella coscienza meditativa. Questo è il principio fondamentale: non perdere mai la visione non duale, non perdere mai la consapevolezza. E quando accettiamo il karma-sannyasa, riceviamo la diksha, il Guru-mantra, è come se facessimo una promessa interiore: sforzarci sempre di agire dalla consapevolezza, agire dalla non dualità. Se non sono consapevole, se ho perso la visione non duale, allora i karma agiscono su di me, ricevo i karma-phala (i risultati delle mie azioni), su di me influiscono diversi pianeti, la società, la cultura circostante, il cattivo umore, il tempo atmosferico, e in me non c’è mai stabilità, non posso meditare su Dio; si può dire: «Dio non vive nel mio cuore, e in generale appare raramente nella mia vita, perché non so come stare davanti a Dio in ogni istante, come vivere senza abbandonare Dio, come essere in Dio, come offrire me stesso a Dio». Ma quando dimoriamo nella coscienza meditativa, dobbiamo imparare ad agire a partire dalla coscienza meditativa. L’arte dell’azione nella coscienza meditativa si chiama nididhyasana. Nididhyasana significa che dimoriamo costantemente nella coscienza meditativa. E questa coscienza meditativa è rivolta alla Fonte Suprema — soltanto a Dio. Non è rivolta né al respiro, né ai chakra, né agli spiriti, né a qualcosa che abbia forma; è rivolta solo alla Fonte Suprema. Cioè la nostra principale coscienza meditativa deve essere rivolta soltanto a Dio. E deve sapere come deve essere rivolta a Dio.

La Legge del Karma e l’auto-liberazione dei pensieri

Quando dimentichiamo la visione e non abbiamo coscienza meditativa, allora compiamo azioni errate. Le nostre azioni, i nostri pensieri, il nostro parlare: tutto proviene dall’ego, e l’ego è un prodotto del karma. E allora riceviamo, per così dire, lo svolgersi dei nostri karma-phala (frutti karmici). E quando agiamo a partire dal karma, accumuliamo nuovo karma. Di queste persone si dice che i loro pensieri sono simili a incisioni sulla pietra. Cioè, se qualcosa viene inciso nella pietra, rimane a lungo. Ma quando agiamo dalla visione non duale, dalla coscienza meditativa, i nostri pensieri diventano un gioco, non significano nulla. E si dissolvono istantaneamente, liberandosi da sé. Vengono paragonati ai cerchi sull’acqua. L’arte dell’azione dalla coscienza meditativa è l’arte di dimorare nella visione e nella meditazione mentre si manifestano le nostre azioni, il nostro parlare e i nostri pensieri. E se scegliamo la giusta arte dell’azione, iniziamo a dissolvere il nostro karma. Se ce ne dimentichiamo, allora il nostro karma continua.

Pensieri come incisioni sulla pietra e cerchi sull’acqua

I nostri pensieri diventano il nostro parlare, il nostro parlare diventa le nostre azioni, le nostre azioni diventano il nostro carattere e la nostra personalità, e la nostra personalità in futuro diventa il nostro nuovo corpo e il nostro nuovo ambiente, il mondo (loka) in cui rinasciamo. È proprio così che agisce la Legge del Karma. Tutto comincia dal pensiero. Sono proprio i nostri pensieri a dare inizio ai nostri atti e alle nostre azioni. Sono proprio i nostri pensieri a formare il nostro destino.

Dunque, lo ripeterò ancora una volta: i nostri pensieri creano le nostre parole, le nostre parole creano le nostre azioni, le nostre azioni creano la nostra personalità e il nostro carattere, la nostra personalità e il nostro carattere creano il nostro destino (daiva), il nostro destino crea il nostro corpo futuro e quel mondo in cui nasceremo in futuro. Il karma si dispiega proprio attraverso una simile catena. E, come avrete notato, all’inizio di questa catena si trovano i nostri pensieri. E da come comprenderemo il meccanismo di sviluppo dei nostri pensieri, della loro comparsa e della loro auto-liberazione, dipenderà il nostro destino. Se nella prossima vita avremo un corpo con le sembianze di un essere umano, di un asura, di un rakshasa, di una divinità, oppure se non lo avremo affatto nel samsara, e verrà creato solo dalla coscienza non duale e consisterà di luce. Se nasceremo nella dimensione divina del deva-loka (in paradiso), se ci reincarneremo di nuovo nel mondo umano, oppure se il nostro livello scenderà e ci abbasseremo un po’ più in basso, oppure se non rinasceremo più in alcun loka, ma dimoreremo continuamente nella coscienza trascendente e diventeremo, simili alle divinità, uniti all’Assoluto, all’infinito, al Brahman, che può emanare qualsiasi corpo, qualsiasi energia in qualsiasi loka: ecco, tutto il nostro destino dipende da quanto comprendiamo questo meccanismo, da quanto siamo in grado di dissolvere il corso dei nostri pensieri nella loro base, nel loro germe.

L’arte del sahaja-samadhi

Dunque, la kriya, l’arte di agire nella coscienza meditativa, è l’arte di essere sempre e ovunque nel sahaja-samadhi. Tutti gli esseri divini che vediamo dimorano tutti nel sahaja-samadhi. Per esempio, se non siete consapevoli e qualcuno vi dice qualcosa di offensivo, vi offendete. E la vostra mente può cominciare a lavorare in questa direzione molto intensamente. Per esempio, potreste pensare che tutti vogliano umiliarvi, che non vi apprezzino abbastanza, che voi siate una personalità così grande e che vi trattino in modo così ingiusto, e la vostra mente può inventarsi molte cose. Ma forse, in realtà, semplicemente qualcuno non ha notato qualcosa, non pensava nemmeno di offendervi, non aveva nemmeno intenzione di umiliarvi. Siete stati voi stessi ad aggiungere tutto il resto con la mente. Questo è un esempio di come funziona la mente quando non dimora nella coscienza meditativa, quando non dimora nella retta visione. E allora colui che è stato disattento verso di voi ha creato solo un piccolo impulso, ha avviato un determinato processo, mentre tutto il resto lo ha inventato la vostra mente, lo ha inventato il vostro karma. E avete già cambiato il vostro destino, avete imboccato un tale tunnel di realtà in cui tutto questo comincia ad avverarsi, e ve ne convincete. Proprio confermate: «sì, è vero, è proprio ciò che pensavo». Ma è la vostra mente a creare tutto questo.

Al contrario, se siete un buon sadhu, se dimorate nella coscienza meditativa, nella visione non duale, qualunque cosa accada, non le attribuite valutazioni, non emettete giudizi su di essa. Esiste un’espressione: «lasciare tutto così com’è». Semplicemente non interpretate, non date alla mente nulla da proiettare. Dimorate nella nuda consapevolezza e nella visione spalancata, simile al cielo. E allora la situazione è sorta, e si è dissolta. E nulla: nessun karma, nessuna elucubrazione, nessun tunnel di realtà; i cerchi si sono allargati, e voi dimorate in Dio. Dimoravate in Dio prima della situazione, continuate a dimorare in Dio dopo la situazione, e dimoravate in Dio nel momento della situazione. E niente, va bene così. Allora ricevete la benedizione, il darshan. Avete dimorato tutto il tempo in Dio, e tutto ciò che vi arriva, sia il bene sia il male, tutto viene da Dio. E allora dimorate nella gratitudine, perché Dio vi dona le sue benedizioni, i darshan, gli shaktipat. Questo è possibile quando avete una fede profonda e conoscete l’arte dell’auto-liberazione dei pensieri. Quando siete capaci di riconoscere i vostri pensieri, le valutazioni e i giudizi fin dall’inizio e di coglierli. Allora essi sono come cerchi sull’acqua.

Ed esistono tre stadi di tale auto-liberazione. Il primo stadio assomiglia a un fiocco di neve che cade nell’oceano. Il fiocco di neve è caduto e si è dissolto, all’oceano non importa. Vi si può persino rovesciare un intero convoglio di fiocchi di neve, ed esso li dissolverà facilmente. Ed ecco, i santi, i saggi, gli jnani sono simili a un enorme oceano. La loro coscienza non è ristretta, ricorda un oceano sconfinato. Possono assorbire moltissimo karma, prendere su di sé sofferenze, imbattersi in energie molto sporche, in potenti esseri demoniaci, in spiriti nocivi, ma non fanno nemmeno nulla, non combattono neppure contro di loro, non li sconfiggono, non fanno guerra. L’oceano non fa guerra ai fiocchi di neve. L’oceano non pensa: quanti fiocchi di neve devo dissolvere adesso. L’oceano dimora nella propria natura. È così onnipotente, così infinito, che non ha bisogno di fare nulla. Deve semplicemente rimanere se stesso, deve semplicemente essere oceano. E quando l’oceano dimora nella propria natura, anche se vi cadono meteoriti, assorbe persino i meteoriti, tutto si dissolve in esso.

Gli jñani della categoria più elevata vivono secondo il principio del «lasciare tutto così com’è». «Lasciare tutto così com’è» significa che, qualunque cosa incontrino nella vita, non formulano alcun giudizio, alcuna valutazione, semplicemente continuano a dimorare nella propria natura. Quando si imbattono in spiriti nocivi, in ostacoli, nell’azione di pianeti malefici, lasciano tutto così com’è, sapendo che la loro natura è così infinita, così pura e impeccabile, che dissolverà ogni cosa. E lasciare tutto così com’è non significa rimanere nei propri limiti umani. Lasciare tutto così com’è significa lasciare tutto così com’è in Dio, nell’Assoluto, perché essi stessi non si separano dall’Assoluto. Perciò, quando ci troviamo nella coscienza meditativa e la nostra mente è spalancata, ampia, e possediamo una grande fede e abbandono di sé, ci basta rilassarci, lasciare tutto così com’è e dimorare nello stato di consapevolezza. Allora la purezza e la perfezione si rivelano da sole e nessuna energia fuorviante è in grado di scuoterci. Qualunque cosa accada, tutto si dissolve. Questo ricorda un ladro che si introduce furtivamente in una casa vuota. Il ladro arriva con la speranza di rubare gioielli, ma entra e vede che in casa siede un vecchio, un vecchio mendicante, che beve semplicemente il tè; non ha nulla da rubare. E allora al ladro svanisce ogni speranza, capisce che qui non c’è nulla da prendere. Il vecchio lo invita a bere il tè. Bevono il tè insieme. Il ladro non si agita, il vecchio non si preoccupa di nulla: non c’è nulla da rubare, si può essere amici. E allora l’universo diventa amichevole nei nostri confronti. I cinque organi di senso, i cinque oggetti, tutto diventa amichevole nei nostri confronti. Noi sappiamo: non possono rubarci nulla.

Quando ci troviamo in uno stato di distrazione e la nostra mente non possiede la visione, la coscienza meditativa, allora i cinque organi di senso sono ladri: ci rubano costantemente l’energia, la nostra coscienza. Attraverso gli occhi, le orecchie, le sensazioni del gusto, dell’olfatto e del tatto, attraverso il pensiero, attraverso l’informazione. Tutto pretende la nostra anima, tutto cerca di impadronirsi di noi, della nostra energia, della nostra attenzione. Allora l’Universo non è amichevole, gli elementi non sono amichevoli, e siamo costretti a porre molti confini, molte barriere, a recintarci, a difendere i nostri confini. Siamo costretti a mostrare chiaramente i segni del nostro ego. Come un animale nella foresta: ogni animale nella foresta marca i confini del proprio territorio. E dice: «non venite qui, questo è il mio territorio di caccia, chi lo occupa lo farò a pezzi». Così anche noi poniamo i segni del nostro ego umano, perché sappiamo: tutti vogliono portarci via qualcosa, tutti vogliono rubarci qualcosa. Ma ci si può portare via qualcosa, ci si può rubare qualcosa solo quando non ci troviamo nello stato di consapevolezza. Quando invece dimoriamo nello stato dell’oceano, l’universo diventa amichevole, diventiamo aperti, vuoti e spalancati. E questo tipo di relazione con l’universo viene chiamato come una sorella o un fratello. Cioè sono relazioni calde, quiete, pacifiche. Dunque, l’arte di essere nel sahaja-samadhi significa innanzitutto l’arte di dimorare in una visione spalancata, nella coscienza meditativa, e agire a partire da essa.

Cosmologia vedica

Esistono tre dimensioni dell’Universo. Vishva è l’insieme di tutti i corpi degli esseri viventi. È il mondo materiale: tutti i corpi degli uomini, tutti i corpi degli animali, tutti i corpi degli alberi e delle piante, tutto questo è la dimensione di Vishva. È Dio in forma manifestata. L’intero universo materiale è una manifestazione di Dio, Ishvara. La dimensione taijasa è la dimensione astrale. Dalla parola tejas, splendore, perché la dimensione astrale è dotata della forza della luce, dello splendore. E l’insieme di tutti i corpi sottili, di tutte le anime, delle anime degli dèi, degli asura, degli spettri, dei bhuta, degli uomini e di altri esseri: tutto questo costituisce la dimensione taijasa. In questa dimensione Ishvara si manifesta come Hiranyagarbha. Hiranyagarbha è il Sovrano Supremo, la Coscienza Suprema, il Germe d’Oro. Cioè, in realtà, tutte queste anime sono una cosa sola. E Hiranyagarbha le percepisce come il suo unico immenso corpo astrale. L’intero mondo astrale con tutte le anime, gli spettri, le divinità è un unico grande corpo astrale di Hiranyagarbha. Nel mondo fisico questo unico corpo immenso si chiama vaishva-nara. Vaishva significa universo, e nara essere. Cioè è un unico immenso essere illimitato. Per esempio, tutti noi ci consideriamo anime indipendenti, individualità, personalità, ma per Dio, per Ishvara, siamo tutti come le sue cellule, siamo tutti un unico essere. È molto importante comprendere questa unità.

Le tre dimensioni della cosmologia vedica

Infine, nel mondo causale, l’insieme di tutte le anime nel corpo causale si chiama Prajña. Tutte le anime hanno corpi causali. E quando parliamo dell’insieme di questi corpi causali, allora lo stato di Prajña è la parte di Dio chiamata Ishvara. Ishvara percepisce tutte le anime nel mondo causale come il proprio «Io».

Dunque, tutte e tre le dimensioni del Macrocosmo — il mondo fisico (l’universo fisico), il mondo astrale (l’universo sottile-materiale) e il mondo causale (l’universo causale) — tutto questo sono i tre corpi di Dio, i tre corpi dell’Assoluto. E qui Dio è il Macrocosmo. Noi, le anime, siamo il Microcosmo, e siamo particelle di questo unico grande corpo universale di Dio. Ishvara, l’Assoluto (Ishvara è anche un nome di Brahma, il Creatore dell’Universo), si distingue da noi, dalle anime (jiva), per il fatto che egli percepisce tutto il Microcosmo come parte di sé. Egli percepisce tutto il Microcosmo come parte di sé. Ma noi non percepiamo questo Microcosmo come parte di noi stessi, abbiamo la dualità. E tutto ciò di cui siamo capaci è percepire soltanto il nostro microcosmo personale, individuale. La forza della nostra coscienza non è sufficiente per includere in noi stessi il Macrocosmo e prenderne coscienza. E questo continua finché ci troviamo nella dualità. Ma quando entriamo nello stato della visione, nella visione della non-dualità, nella coscienza meditativa, allora gradualmente anche dentro di noi comincia a risvegliarsi una coscienza simile a quella di Ishvara, e iniziamo a comprendere l’identità del Macrocosmo e del Microcosmo, per esempio l’unità di tutti gli esseri viventi. Sul piano fisico cominciamo a comprendere che, in realtà, siamo tutti uno, siamo un unico Meta-Intelletto.

Flussi karmici e pratica spirituale

Nell’Universo esistono circa 8.400.000 forme di vita. Tutte le anime (jiva) ricevono un’incarnazione in varie forme per sperimentare il karma-phala — il ritorno delle proprie azioni karmiche. Karma-phala sono i frutti del nostro karma. Per esempio, nelle vite passate abbiamo pensato in una determinata direzione e compiuto sforzi in una determinata direzione. Abbiamo creato determinati flussi di pensiero, questi flussi scorrono invisibilmente nei nostri corpi sottili. Forse non lo vediamo, ma ciascuno di noi è costituito da flussi, flussi karmici dei nostri pensieri. Questi flussi ci trascinano inevitabilmente verso determinati risultati — karma-phala.

Chi ha creato questi flussi? Questi flussi li avete creati voi stessi in precedenza, con la forza dei vostri pensieri. Ora riceviamo tutto ciò che questi flussi ci portano. La nostra vita attuale è il risultato dei nostri sforzi, dei nostri pensieri passati, il risultato dei flussi passati che abbiamo creato. Anche la nostra prossima vita dipenderà dai nostri sforzi attuali, dai flussi che stiamo creando ora.

Quando facciamo piani, creiamo qualsiasi progetto — questo è kriya-mana-karma. Quel karma che creiamo con i nostri pensieri. Il karma che si manifesterà in futuro e che creiamo ogni secondo si chiama anche agami-karma. Il karma che non può manifestarsi, ma esiste già nei nostri canali (come congelato in frigorifero), è sanchita-karma. E il karma della vita attuale, corrispondente ai flussi del nostro pensiero, è prarabdha.

Ci troviamo costantemente in determinati flussi karmici. Questi flussi karmici li abbiamo creati noi stessi in precedenza, nessun altro li ha creati. In questo modo, la pratica spirituale significa che usciamo dai flussi karmici e ci stabiliamo nella visione non-duale, affinché questi flussi karmici comincino a dissolversi.

La pratica spirituale non è costruita sui pensieri, non è costruita sulla mente, sebbene la mente come strumento possa talvolta essere utilizzata. Per esempio, ci dedichiamo alla visualizzazione dell’Albero del Rifugio, di Dattatreya — questa è la mente sottile. Ma è una mente molto utile, perché utilizziamo i meccanismi sottili della mente per liberarci dal karma. Tuttavia, anche quando visualizziamo le divinità, le invochiamo, recitiamo mantra, dobbiamo riconoscere la loro natura non-duale e vuota. Cioè la visione, la coscienza meditativa della non-dualità è sempre il fondamento profondo di tutto ciò che facciamo.

Per esempio, durante il rituale di adorazione dobbiamo cercare di essere nella non-dualità. Allora, quando veneriamo Dattatreya, dimoriamo nella coscienza meditativa, dimoriamo nella visione non-duale, allora io e Dattatreya siamo uno. Voi e Dattatreya siete uno. È un’unica coscienza. E una parte della vostra mente venera un’altra parte della vostra mente, più grande.

L’arte dell’azione dal sahaja-samadhi

Seguire il cammino della divinità nel Sanatana-Dharma significa stabilirsi nella visione non-duale, nella consapevolezza meditativa al di là di soggetto e oggetto, e imparare ad agire da essa nel comportamento corretto — kriya. A volte comprendiamo qualcosa attraverso la visione, a volte padroneggiamo abbastanza bene la meditazione e il mantenimento dell’attenzione, ma incontriamo difficoltà su come agire nel comportamento, su come vivere con la manifestazione della coscienza meditativa. Dobbiamo anche imparare l’arte dell’azione dal sahaja-samadhi.

L’azione che nasce dal sahaja-samadhi è propria dei maestri, degli esseri illuminati, dei siddha, ed è un’azione senza agente, un’azione senza motivazione, un’azione senza attaccamento ai frutti del proprio lavoro, un’azione del tutto priva del concetto stesso di azione. Tale azione è semplicemente l’attività dell’energia, che agli altri appare come azione, ma all’essere stesso non appare come azione. Questo stato lo chiamiamo lila o sahaja-lila, il gioco del divino, il gioco naturale del divino. Per indicare quest’arte del gioco dell’energia esiste il termine «chit-shakti-vilasa». Chit è coscienza, shakti è energia, vilasa è gioco, danza: qualcosa di elevato, bello e maestoso, pieno di forza, beatitudine ed energia.

Dobbiamo imparare ad agire in modo che tutta la nostra vita smetta di essere un insieme di azioni karmiche, che comunque ci legano al samsara, alle cause e agli effetti, al karma, affinché tutta la nostra vita diventi chit-shakti-vilasa.

Servizio alla volontà divina

Come farlo? In primo luogo, dobbiamo agire non per l’ego, non per noi stessi, ma tutte le nostre azioni devono diventare seva, servizio, karma-yoga. Servizio a chi e a che cosa? Servizio alla realizzazione della volontà divina, servizio alla Fonte Suprema e servizio a quelle forze divine che la incarnano. Per esempio, ai santi, agli esseri divini, all’Albero del Rifugio.

È molto importante imparare a distinguere la volontà del proprio ego dalla volontà divina. La volontà del proprio ego va domata e recisa, mentre la volontà divina va attuata. Giungeremo alla piena Illuminazione quando riusciremo a lasciar andare completamente l’ego. Quando diremo: «Signore Dattatreya e tutti i santi! Ecco le mie mani, ecco i miei piedi, ecco il mio corpo; vi prego, usateli secondo il loro scopo, io sarò un conduttore puro e vuoto della volontà divina».

Servizio alla volontà divina attraverso la seva e il karma-yoga

Finché non lo diremo, per noi sarà impossibile raggiungere l’Illuminazione, perché in noi rimarrà sempre l’ego, e dirà così: «Ma anch’io ho diritto a qualcosa, anch’io voglio qualcosa. E a me che cosa resterà?» E condurrà sempre una politica così sottile con Dio, cercherà sempre di mercanteggiare.

A volte l’ego teme l’Illuminazione, perché sa che tutte le sue ambizioni e i suoi attaccamenti avranno fine. E frena consapevolmente. Noi vogliamo praticare, vogliamo meditare, ma l’ego invoca qualche spirito nocivo, crea da sé tali situazioni, crea da sé degli ostacoli. Perché l’ego è una mente forte. E una mente forte comprende che, quando giungerà la sua fine, tutte le sue ambizioni non potranno realizzarsi.

A volte si descrive come Indra ostacoli gli asceti, i rishi, nel compiere tapas, e mandi loro delle apsara: sono storie note. Per esempio, quando il rishi Vishvamitra meditava, tutti e tre i mondi cominciarono a tremare, e Indra decise di mandare Menaka perché lo seducesse. Tutte le apsara possiedono moha-siddhi e prabhava-siddhi, sammohan-siddhi: il potere dell’ipnosi, dell’incanto e del controllo del pensiero. L’apsara incantò Vishvamitra a tal punto che egli trascorse la notte con lei e abbandonò il suo tapas. Gli sembrò di aver passato una notte, ma in realtà erano trascorsi molti anni. Quando lo venne a sapere, ne fu molto deluso e sconvolto.

Un’altra volta, quando il rishi Kashyapa compiva tapas, Indra mandò Alambusha perché lo incantasse, affinché il suo tapas non cambiasse il corso dell’Universo e tutto rimanesse al proprio posto. Indra teme sempre per la propria posizione, pensa: «Apparirà un qualche rishi, e la sua forza e la sua saggezza saranno tali che mi rovescerà dal mio trono, dalla mia carica, e allora sarà lui il signore dell’universo». E Indra ha ancora una certa superbia, un attaccamento, gli dispiace lasciare il suo trono. Perciò crea sempre ostacoli agli eremiti e agli asceti.

Ma che cos’è Indra? Bisogna considerarlo come la mente, bisogna considerarlo proprio dalla prospettiva del microcosmo. In realtà, anche se compirete un grande tapas, non disturberete in alcun modo Indra, l’Indra cosmico, perché la forza di Indra non sarà mai nemmeno paragonabile alla vostra. Ma in questo caso si parla del microcosmo, e moltissimi miti vedici vanno interpretati sul piano del microcosmo.

Dentro di noi ci sono rappresentanze di Indra, come ambasciate, in ogni persona. Dentro di noi c’è un piccolo Indra, e dentro di noi ci sono piccole divinità. Cioè le divinità della vista, dell’udito, dell’olfatto, del tatto, del fuoco e così via. E questo piccolo Indra in effetti teme, perché è la nostra mente e il nostro ego, che controlla l’universo del nostro corpo, e comincia a creare ostacoli sul cammino spirituale. Ma quando assumiamo la posizione del servizio alla volontà divina, il nostro ego perde il potere su di noi.

Il passaggio dal regno del karma al regno della lila

L’arte dell’azione illuminata è l’arte di agire dallo stato di non-azione, dallo stato di consapevolezza. È l’arte di essere un tramite della volontà divina, l’arte di dimorare ovunque nella visione non-duale, di agire a partire da un senso di gioco, e non dal senso di «io-agente». Il servizio, il karma-yoga, la seva, il servizio a tutti gli esseri viventi, la motivazione della pratica per il bene di tutti gli esseri viventi, la motivazione «medito per diventare un tramite perfetto della volontà divina» — questa è la motivazione corretta per padroneggiare tale azione dal sahaja-samadhi.

Gli esseri divini non agiscono, attraverso di loro gioca la Volontà Divina. Gli esseri divini non si trovano nella legge del karma, cause ed effetti non agiscono su di loro, non raccolgono i frutti dei karma-phala — i frutti delle proprie azioni. Gli esseri divini giocano spontaneamente, non si preoccupano nemmeno delle azioni, in loro non sorge il pensiero di aver fatto qualcosa, la responsabilità per ciò che è stato fatto. In loro non sorge nemmeno il pensiero, come «i frutti delle mie azioni appartengono a me», in loro non sorge nemmeno il pensiero: «io sono colui che gusta, io sono colui che gode». Perciò il karma non ha potere su di loro, ed essi non ricevono i frutti delle proprie azioni.

Ma di che cosa si occupano gli esseri divini? Essi dimorano in una perfetta visione non-duale, in una profonda coscienza meditativa, e sono purissimi tramiti (upaddhi), tramiti della Volontà Divina. La Volontà Divina, l’energia Divina semplicemente gioca, gioca attraverso i loro corpi. E si manifesta spontaneamente per il bene di tutti gli esseri viventi. Questo lo chiamiamo lila, chit-shakti-vilasa.

Percorrere il cammino della Liberazione nel Sanatana-Dharma significa passare dal regno del karma, dal regno della necessità, al regno della libertà, alla dimensione della lila — il Gioco Divino. Nel karma, nella dimensione del samsara degli uomini, non c’è Liberazione, non c’è Illuminazione, non c’è nemmeno felicità. La Liberazione, la felicità, l’Illuminazione si trovano nello stato del gioco (lila).

L’Illuminazione (lo sanno tutti) ufficialmente non esiste. Gli dèi non hanno personalità giuridica, non hanno un indirizzo legale, tutto questo è assolutamente non ufficiale, perché quel mondo che gli uomini hanno creato è una dimensione profana, una dimensione di elementi grossolani, rigidamente incatenati dal karma. Ma l’Illuminazione, i siddhi, la saggezza divina, tutto questo si trova in un’altra dimensione, in una dimensione sacrale, sacra, mistica, magica. E l’evoluzione spirituale, il cammino spirituale significa passare in questa dimensione sacrale, mistica, magica.

In questa dimensione tutto agisce in modo diverso: lì l’ego è non-ego, il karma è non-karma, l’azione è non-azione. Invece del karma — la lila, invece dell’azione — la non-azione, invece dell’ego — semplicemente una funzione creativa e l’esperienza «Aham Brahmasmi».

La visione del mondo come mandala

Se aspiriamo alla felicità autentica, all’Illuminazione e alla Liberazione, dobbiamo tendere e compiere questo passaggio in quest’altra dimensione. Dobbiamo smettere di agire e cominciare a giocare, dobbiamo smettere di identificarci con l’ego e imparare a dimorare nella visione non-duale. Dobbiamo smettere di aggrapparci ai frutti delle nostre azioni e di appropriarcene, e offrirli a Dio. Invece di servire la nostra volontà egoistica, dobbiamo imparare a essere un canale purissimo (deva-vahini), un tramite della Volontà Divina.

Tutto questo è il cammino del Sanatana-Dharma, tutto questo è il cammino della Liberazione. E allora tutto l’Universo, tutta la realtà comincia ad apparirci in una visione molto sorprendente, bella, sacra, miracolosa. Una dimensione così bella, sacra, miracolosa si chiama mandala.

Il mondo come mandala sacro del gioco divino

Allora tutto diventa puro, tutto si purifica, e si dice che il mondo intero appare come una dimensione pura, una Terra Pura; tutte le persone si manifestano come corpi illusori di divinità; il mondo come mandala, tutte le case e le costruzioni si manifestano come palazzi di divinità, tutti i suoni come mantra e bhajan, tutte le situazioni come lila, tutto ciò che ci accade come darshan del Divino.

Quando comprendiamo che c’è una differenza fondamentale tra queste due visioni del mondo, comprendiamo chiaramente: questo è il cammino della Liberazione, questo è il cammino del divenire divinità, mentre questo è il cammino del samsara, il cammino del karma, il cammino dell’ignoranza. Questo è il regno della necessità, il regno del karma, mentre questo è il regno della Libertà.

Le mie benedizioni affinché tutti noi percorriamo questo cammino del Gioco Divino, del divenire esseri divini, affinché il karma non abbia potere su di noi, affinché ci consolidiamo nella visione non-duale, affinché serviamo la Volontà divina, non serviamo il nostro ego, affinché i pensieri non abbiano potere su di noi, affinché ci affidiamo al potere dell’Assoluto, affinché questo potere dell’Assoluto sia dentro di noi come il nostro stesso essere, come esperienza interiore «Aham Brahmasmi».

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