Il percorso verso lo stato naturale attraverso la pratica della contemplazione
07.06.2026
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Commento al testo «Chaturashiti-siddha-pravritti». Tantipa
«Nella città di Sandhonagara viveva un tessitore, che aveva molti figli. Con la sua maestria aveva accumulato un’immensa ricchezza e aveva dato in sposa ai figli ragazze di buone famiglie. Continuò a vivere insieme a loro, e tutta la famiglia prosperava. La moglie del tessitore morì quando lui aveva ottantanove anni; egli era ormai invecchiato, era diventato debole e decrepito. Le nuore accoglievano il padre, ma chiunque lo vedesse rideva e imitava i suoi modi e le sue stranezze senili. Sentendo che la presenza del vecchio a tavola aveva cominciato ad allontanare la gente dalla casa, le figlie covarono rancore. “Costruiamo nel giardino una capanna di paglia e diamogli da mangiare lì”, decisero. E così fecero.
Accadde che il Guru Jalandharapa, trovandosi in città, entrò nella casa del figlio maggiore del tessitore per chiedere l’elemosina. Questi lo invitò a pranzo, poi gli propose di restare in casa per alcuni giorni.
– Io non dormo accanto alle persone, – rispose il maestro.
– Ma potete dormire in giardino, – proposero i padroni di casa.
Condussero lo yogin in giardino e gli lasciarono una lampada. Il vecchio tessitore udì il rumore dei passi e, stupito, chiese:
– Chi è che fa rumore là?
– Sono un ospite di questa casa, un uomo del Dharma.
– E io sono il padrone di questa casa, – il tessitore scosse la testa. – Ero più giovane, e tutto questo era mio: la casa e tutto ciò che conteneva. E ora i miei figli e le mie nuore mi deridono, mi hanno ficcato in questo buco. Tutte le cose del mondo sono impermanenti! Ecco, convincitene.
– Tutte le cose composte sono un inganno, – disse Jalandharapa, – e tutto nel mondo è doloroso. In ciò che esiste dentro non c’è nulla di autoesistente. La felicità è nel nirvana. Vuoi un insegnamento che ti protegga dalla morte?
– Lo voglio.
Jalandharapa diede al tessitore l’iniziazione al mandala di Hevajra e altre iniziazioni segrete, e gli propose di cominciare subito a meditare. Poi il Guru se ne andò da qualche parte. Il tessitore ricordò le istruzioni, ma non disse nulla ai suoi familiari. Così praticò per dodici anni e acquisì molte capacità che le persone non comprendono molto bene. Un giorno il figlio maggiore, dopo aver concluso con successo una commissione, organizzò una festa. Nel trambusto, naturalmente, dimenticarono di portare da mangiare al vecchio. La nuora se ne ricordò già di notte e si recò di nascosto in giardino. La capanna risplendeva intensamente nel buio. Il vecchio tessitore vi sedeva circondato da quindici ragazze seducenti, e tutto intorno era colmo di oggetti raffinati e di vivande. La donna avvertì in ciò qualcosa che non apparteneva al mondo degli uomini e tornò in fretta in casa.
– Va’ a vedere che cosa succede a tuo padre, – disse al marito.
Lui pensò che il vecchio fosse morto e, in lacrime, andò in giardino. Poi tutti coloro che si avvicinavano alla capanna vedevano la stessa cosa della donna e se ne andavano colpiti.
Tornando in casa, dicevano:
– Questo non viene da un uomo; probabilmente è opera dei demoni.
Ma al mattino, quando la notizia fece il giro di Sandhonagara, molte persone vennero a prostrarsi davanti al vecchio. Egli uscì da loro, trasformando il proprio corpo in quello di un giovane di sedici anni. Dalla sua figura emanavano innumerevoli raggi di luce, e nessuno poteva guardarlo a lungo. Quel corpo era come uno specchio levigato, nel quale tutto appare nella sua natura vera e luminosa. Il tessitore divenne noto come Tantipa e compì innumerevoli azioni a beneficio degli esseri viventi. Entrando nella Chiara Luce nel proprio corpo, aiutò contemporaneamente molti abitanti di Sandhonagara a passarvi. Così, grazie alla fede, alla pazienza e all’attenzione alle istruzioni, un uomo anziano si rivelò capace di raggiungere il siddhi dello stato naturale nella sua tarda età».
Segni di progresso nella pratica
Quali sono i segni del vostro progresso nella pratica? In voi cresce l’avversione per l’ignoranza. Non si tratta di un’avversione come parte della dualità (attrazione e avversione), come una qualche estremità. Non è che cadiate in una sorta di disperazione, ma dentro di voi appare qualcosa che non accetta l’ignoranza sotto nessun pretesto. Allora, nel senso autentico, diventate una persona del Dharma.
Benché sentiamo dire che tutte le cose nel mondo sono impermanenti, ci manca la fede in questi insegnamenti. Continuiamo ancora a lasciarci affascinare da questi riflessi che provengono dalla nostra coscienza. Spesso siamo così superficiali nella nostra pratica che ci manca la profondità di coscienza per comprendere di che cosa parlassero i santi. Quando sentiamo racconti sui siddha, qui non c’è nemmeno nulla da commentare. È semplicemente un modello da seguire. Se vogliamo davvero praticare, è sufficiente ripetere il loro cammino.
La differenza tra i mondi degli dèi e degli uomini
Siamo nati in condizioni in cui l’esistenza ci sfida sotto forma di vecchiaia, sofferenze, malattia, impermanenza e morte. Nel mondo degli dèi le sofferenze non si manifestano così. Gli dèi si trovano in uno stato meditativo. Di fatto, se ci si eleva appena al di sopra del mondo degli uomini e degli asura, tutti gli dèi sperimentano stati meditativi. Se immaginate la coscienza e la mente delle persone creative, come se il mondo fosse composto solo da persone creative (musicisti, attori e artisti), ciò ricorderebbe il mondo degli dèi. Tuttavia i loro stati meditativi non sono profondi a causa dell’attaccamento alla propria bhavana. Hanno certi stati di autocompiacimento per la propria bhava e orgoglio, perciò non possono avanzare oltre.
Per esempio, se avete provato a offrire il Dharma, a persone creative di questo tipo è molto difficile spiegare qualcosa, perché in linea di principio non vogliono ascoltarvi. Pensano di avere già tutto. Ma ciò che hanno, dal punto di vista della realizzazione, non è nulla. Un certo autocompiacimento meditativo, dal punto di vista dello stato risvegliato, è una briciola. Tuttavia l’attaccamento a questi stati li chiude al Dharma autentico. Perciò è difficile parlare con loro e convincerli di qualcosa. Non vi ascolteranno, perché sono già abituati ad ascoltare se stessi. Quando ascolti te stesso per molto tempo, diventi chiuso, non ricettivo all’ascolto di qualcos’altro oltre a ciò. Tuttavia una tale fede nel proprio autoessere dell’“io” è un ostacolo alla percezione del Dharma profondo.
L’importanza delle Quattro Consapevolezze
Il fatto è che l’immersione meditativa di basso livello non permette di ascoltare veramente se stessi. Sentiamo solo una piccola, insignificante parte di noi stessi, e non sentiamo la grande parte di noi stessi. Perciò dobbiamo radicarci molto saldamente nelle basi – nelle Quattro Consapevolezze, affinché, quando le nostre capacità meditative cresceranno, basandoci sulle Quattro Consapevolezze, possiamo dirigere la mente in modo tale che non si attacchi alle esperienze superficiali di chiarezza, dhyana e così via. È molto importante creare in sé la comprensione delle Quattro Consapevolezze durante i primi anni di monachesimo. Questo è molto più importante persino che ricevere alcune iniziazioni profonde. Perché? Perché, se vi siete radicati nelle Quattro Consapevolezze, riceverete di nuovo le iniziazioni e comunque arriverete fino in fondo. Se invece non avete le Quattro Consapevolezze, anche se possedete molte iniziazioni, si dice così: “Anche se la testa è diventata piatta per il contatto del vaso rituale, ma non c’è radicamento nelle Quattro Consapevolezze, non vi è una profonda garanzia che queste iniziazioni funzionino e vengano applicate”.
Gli dèi, dimorando nel proprio stato meditativo di immersione, non sanno che questa immersione meditativa è temporanea. Tuttavia, quando essa termina, perdono il terreno sotto i piedi. Qui si intende lo stato delle divinità del mondo delle passioni.
La grande scelta e il cammino della contemplazione
Quando pratichiamo la contemplazione, prendiamo una decisione: fare la grande scelta. Che cos’è questa grande scelta? Non è soltanto il monachesimo. Fare la grande scelta in senso assoluto significa prendere la decisione di dimorare nella vera contemplazione. La prendiamo una volta, ricevendo l’introduzione diretta. Poi purifichiamo la nostra intenzione di dimorare nella contemplazione. Dopo di ciò, per tutta la vita restante dimoriamo nella corretta contemplazione. Questo viene anche chiamato prendere la decisione di entrare nella grande non-azione. Tale stato è chiamato stato della grande scelta. In altre parole, scegliamo di essere consapevoli in qualsiasi situazione, e poi compiamo sforzi per mantenerci fedeli a questa scelta. Essere consapevoli in qualsiasi situazione e praticare l’auto-liberazione e la presenza sono la stessa cosa finché la nostra scelta non ci condurrà a un certo punto in cui avverrà una svolta radicale, in cui scopriremo la nostra natura luminosa della Mente e riusciremo a unirci completamente ad essa.
Quando pratichi lo shat-chakra-yoga, sembra che sia inutile. Visualizzi l’immagine del chakra, ti concentri sul petto o nella zona del coccige, ma non provi alcuna sensazione. Lo fai per un mese, poi per sei mesi. Leggi la “Hatha Yoga Pradipika”, confronti le tue sensazioni con ciò che vi è scritto e vedi che non hai alcun risultato. Ti concentri per un anno, poi per un secondo anno, e solo allora cominci a percepire un po’ l’energia, ma non senti nulla di ciò che vi è descritto. Improvvisamente arriva la comprensione di quanto sia necessario essere profondi nella pratica per raggiungere qualche risultato. Ma d’altra parte arriva la comprensione che comunque non c’è via di ritorno, che bisogna continuare la pratica e concentrarsi ancora. Al terzo anno cominci a sentire l’energia quando ti concentri. Il corpo smette di essere percepito, il respiro diventa appena evidente, e cominci a vedere la luce in ogni chakra: così arriva il samadhi legato agli elementi. Comprendi quanto lavoro tenace sia necessario applicare per sviluppare la sensibilità all’energia e attivare ogni chakra nel corpo.
Qualcosa di simile accade anche con la contemplazione. Pratichiamo la contemplazione, ma sentiamo che è simile a una brezza autunnale: il minimo pensiero o una conversazione, ed essa svanisce all’istante. Sembra che non ci sia alcuna speranza di contemplare davvero. È una cosa talmente inafferrabile che persino il movimento del corpo o l’oscillazione dei pensieri spazzano via completamente la contemplazione. Tuttavia, quando per lunghi anni ci alleniamo ad abituarci a essa, all’improvviso scopriamo una stabilità nella contemplazione. Non è ancora molto profonda, ma è uniforme. Può essere mantenuta persino mentre si mangia, si va in bagno o si conversa. Allora sentiamo che, in qualche modo incomprensibile, ci siamo abituati a essere consapevoli. Allora il nostro respiro diventa breve e poco frequente. Cominciamo anche a scoprire che la nostra energia inizia gradualmente a cambiare, e anche i canali nel corpo e i venti cominciano a purificarsi.
Trasformazione attraverso la contemplazione
Quando avviene una simile svolta, smettiamo ormai di essere persone comuni. Sentiamo che né il passato, né il futuro, né gli attaccamenti, né il mondo hanno importanza per noi, come se lo spazio e il tempo cominciassero a ripiegarsi, rivelando la loro meravigliosa profondità, che tutto proviene da noi, tutto si trova in noi. Comprendiamo che tutto dipende soltanto dalla profondità della nostra contemplazione. Quando essa si approfondisce, la mente si abitua a essa e si satura di grandezza divina o di orgoglio divino. Perché accade questo? Perché gli dèi si trovano originariamente nella contemplazione: questo è il loro stato abituale. E quando la mente si satura dell’abitudine alla contemplazione, cominciamo ad assomigliare alle divinità.
Per esempio, tutte le divinità non sono lontane dalla Sorgente. Perché hanno capacità soprannaturali? Perché possiedono forze creative, siddhi, chiaroveggenza, potenza e autorità? Non è la loro shakti personale, è la conseguenza del fatto che in loro è sviluppata una capacità di contemplazione molto profonda. Si trovano in unità con la Sorgente, la cui luce dona loro un’enorme energia. Attingono a questa energia creativa e, grazie a ciò, acquisiscono enorme ricchezza, potenza, influenza, gioia, godimento. A seconda del karma si trovano o nei cieli della passione, oppure nei cieli del Rupa-loka.
Negli dèi dei cieli della passione vi è una commistione di desideri mondani. Si ritiene che i loro corpi non siano composti di terra e acqua (gli elementi di cui sono composti i corpi umani), ma principalmente dell’elemento del fuoco. Perciò i loro corpi emanano una luce abbagliante. I corpi sottili degli dèi dei mondi più elevati sono composti di sostanze ancora più sottili, e non possiedono elementi grossolani. Tutti loro si trovano continuamente nella contemplazione, in unità con la Sorgente assoluta. Se guardiamo agli esseri dei mondi inferiori, vedremo che tutti hanno perduto la loro Sorgente. Si trovano nell’oblio, come addormentati, come folli. Vagano tutti, identificandosi con il corpo e condizionandosi con le circostanze.
Uno dei segni di progresso nella pratica è quando la vostra contemplazione modifica i vostri sogni. Per esempio, potete vedervi in sogno nell’aspetto di una divinità o di un santo. Quando vi vedete così, significa che grazie alla vostra contemplazione potete ottenere il corpo di una divinità, cioè ottenere uno dei tipi di liberazione. Potete vedervi nell’aspetto di quella divinità o di quel santo che vi è più familiare. Tuttavia, anche questi sono gli stadi iniziali della contemplazione.
Bardo della dharmata e visioni della luce
La vera forza della contemplazione è una straordinaria immersione nella profondità della realtà, quando il soggetto è completamente riunito all’oggetto. Esiste un termine specifico che spiega il principio dello stato intermedio, o bardo della dharmata. Dopo i tre principali tipi di luce che vengono sperimentati durante la rinascita, se la riunificazione con questo tipo di luce non è avvenuta, allora sopraggiunge l’esperienza del bardo della dharmata, quando dalla luce si manifestano il suono, la luce, il suono dei devata. In quel momento si manifestano visioni molto intense di divinità pacifiche e irate. La persona ode potenti rombi di tuono, vede lampi accecanti simili a migliaia di soli, nonché sfere a cinque colori abbaglianti e splendenti, che irradiano luce come lampi di laser. Tutte queste visioni la scuotono, la terrorizzano e la introducono in uno stato di tale shock, intorpidimento e stupore che perde conoscenza. È come se i quattro punti cardinali fossero scomparsi e lo spazio e il tempo avessero cominciato a ripiegarsi. È un’esperienza sconvolgente, molto intensa, nel momento della morte.
Un praticante esperto può dimorare nella contemplazione in questo momento, integrandosi con tutte le visioni, e raggiungere uno dei più alti tipi di liberazione; tuttavia, conseguirlo è estremamente difficile. In questo momento la persona vede anche come dal suo petto emanino vari fasci di luce. Questa luce è meravigliosamente raggruppata, scintilla e fuoriesce come stendardi o tappeti. È uno splendore a cinque colori, alla cui estremità sorge un bindu luminoso, circondato da un alone a cinque colori. Questi fasci di luce terminano entrando nei cuori delle divinità che si manifestano. Le divinità in questo momento si manifestano in tutta la loro pienezza: con attributi, ornamenti e nelle posture caratteristiche. Appaiono quelle divinità che la persona venerava in vita o di cui eseguiva la pratica. Cioè un cristiano vedrà Gesù e la Vergine Maria, un buddhista vedrà il Buddha, un devoto di Dattatreya vedrà Dattatreya, chi venera Shiva vedrà Shiva. Chi non ha praticato la venerazione delle divinità, molto probabilmente non vedrà divinità di alcuna religione, ma vedrà quelle visioni che un tempo, nella vita, gli avevano suscitato ammirazione. Tuttavia, ciascuno si confronterà con la manifestazione della luce e del suono.
Queste visioni saranno abbagliantemente belle, sconvolgenti, maestose e riempiranno l’intero Universo. Se il praticante non abbandona la propria contemplazione e riesce a comprendere che queste visioni sono la sua stessa mente, la sua stessa energia, potrà unirsi a esse. Integrandosi con esse, attirerà queste visioni in sé proprio come un ragno può riassorbire la propria tela. Trovandosi in profonda contemplazione, permetterà a queste visioni di entrare all’interno della coscienza e di dissolversi. Allora raggiunge uno dei tipi di liberazione. Questo è uno dei metodi propri delle pratiche superiori, come lo jyoti-yoga e il nada-yoga. In quel momento si vede anche tutto ciò che è circostante: montagne, rocce, alberi e così via. Ma lo si vede in modo diverso, come velato da una foschia, da un miraggio, da uno splendore a cinque colori. La persona possiede anche un corpo che ricorda quello precedente, ma è composto di luce, sebbene possa sembrarle un normale corpo fisico.
In questo momento è importante quanto lo yogin sia allenato nella contemplazione della presenza e quanto comprenda l’intero mondo come manifestazione della propria Mente. Immaginate che ora vedeste nel cielo un’enorme divinità irata o pacifica. Ciò provocherebbe in voi qualche oscillazione: interesse o paura, estasi o ammirazione. È molto difficile pensare che questa divinità sia la vostra stessa energia, solo più sottile. Eppure è così.
Un giorno, molto tempo fa, praticavo in ritiro ed ebbi un sogno lucido. In esso mi vedevo nell’aspetto di un santo: Paramahansa Yogananda. Ero io, ma il corpo era il suo. Stavo sulla riva dell’oceano. All’improvviso apparvero due divinità gigantesche, che camminarono sulle acque di quell’oceano. Queste divinità erano alte ciascuna circa quanto un edificio di nove piani. Brillavano di una luce rosa-rossa ed emanavano uno splendore abbagliante. In quel momento apparve anche la voce del mio Guru, che disse: «Non raggiungerai l’illuminazione finché non comprenderai che tutto questo proviene da te stesso».
Poi vidi come dal mio petto si tendevano due fasci di luce rosa. Quando mi concentrai su di essi ed entrai nella presenza, queste divinità si dissolsero, come se fossero riassorbite nel cuore. Così avviene il processo di intuizione profonda: tutte le visioni sono generate dalla tua stessa energia. In questo modo, l’intero Universo, le galassie e tutti i mondi visibili sono semplicemente lo splendore di luce che emana da noi e che viene proiettato da noi stessi.
La natura delle visioni e il processo della rinascita
Quando contempliamo profondamente, sorgono in noi tali intuizioni e penetriamo nella natura della Realtà. Che cosa accadrà se una persona non lo comprende? Nel bardo, nello jyoti-yoga e nel nada-yoga c’è la possibilità di comprenderlo attraverso la generazione di visioni e suoni. Il nada-yoga, lo jyoti-yoga e le pratiche di contemplazione generano tali esperienze già durante la vita. Ma una persona comune non può confrontarsi con questo se non al momento della rinascita.
Se una persona non lo comprende, prende queste visioni per qualcosa di reale, ne viene spaventata, cade in uno stato di shock. Allora le visioni pure vengono sostituite da quelle impure, e sorge la luce dei sei mondi dell’esistenza samsarica. Infine, uno dei mondi comincia a risplendere più intensamente, qualcosa nella persona risponde, ed essa vuole andare in quel mondo: così avviene la rinascita. La risposta dipende da ciò che è rimasto non purificato nella persona. E la causa della rinascita dipende da quali attaccamenti erano presenti in quel momento.
Per esempio, se qualcuno era attaccato a qualcuno, vedrà scene di attaccamento e penserà: «Oh, questa è la persona a cui sono attaccato, devo fare qualcosa al riguardo». Non capirà affatto che cosa stia accadendo. Non appena lo penserà, il suo corpo sottile verrà attirato nel grembo. E la legge del karma gli offrirà la possibilità di sperimentare di nuovo i processi dell’attaccamento.
Accade che, per molte persone, la causa di questa nascita sia l’invidia, la rabbia, l’attaccamento e così via. Cioè questa nascita avrebbe anche potuto non esserci, ma nel bardo esse hanno commesso un errore così fatale a causa della loro inconsapevolezza, e per questo sono state attirate nel grembo.
Quando pratichiamo, dovremmo essere non semplicemente vigili, ma molto vigili. La nostra disattenzione la paghiamo con una nuova nascita. È simile al camminare sul filo di una lama. Solo i santi comprendono quanto questo sia importante.