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Il cammino verso lo stato naturale attraverso la contemplazione e la libertà

06.09.2026
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Il cammino verso lo stato naturale attraverso la contemplazione e la libertà

Le tre dimensioni in cui esistiamo sono la libertà del corpo, la libertà della parola e la libertà della coscienza.

La libertà della coscienza significa che dimoriamo nello stato naturale della mente, al di là di ogni invenzione o costruzione mentale. È molto importante comprendere che cosa significhi lo stato naturale della mente. Quando sentite parlare dell’«insegnamento del Laya Yoga», ciò non indica un qualche concetto dottrinale o un insegnamento religioso proprio di un determinato gruppo di persone. Lo stato naturale non è qualcosa di esterno e non è legato alle dottrine. L’insegnamento dell’Anuttara Tantra del Laya Yoga riguarda la nostra stessa coscienza. Ed è proprio la nostra coscienza a essere riconosciuta nell’insegnamento come l’Assoluto. La libertà della mente significa dimorare in quella consapevolezza intrinseca che si trova al di là delle costruzioni mentali. In altre parole, non siamo particolarmente interessati all’ideologia dell’insegnamento, alla filosofia o alla metafisica. Ci interessano la struttura e la mappa della coscienza, nonché il modo per approfondirla.

La libertà della parola significa che, lungo il cammino spirituale, la nostra parola è libera dall’obbligo di recitare mantra o preghiere.

La libertà del corpo significa che al corpo è consentito dimorare nella spontaneità e nella naturalezza, senza la necessità di rituali o pratiche obbligatorie.

Pertanto, quando preserviamo queste tre dimensioni della libertà — corpo, parola e mente — avviene un’autentica integrazione dello stato naturale con tutti gli aspetti della nostra vita. Allo stesso tempo, siamo anche liberi di applicare tutti i metodi. Essere liberi da qualcosa non significa non poterla utilizzare. Naturalmente, nelle fasi iniziali è propizio e utile applicare diversi metodi che aiutano la mente o il corpo. Per esempio, è propizio applicare tecniche che aiutano il corpo a controllare i cinque prana principali. È propizio applicare alcune pratiche meditative che aiutano a controllare la mente e a entrare nello stato naturale; tuttavia, quando le applichiamo, non siamo vincolati da esse. Questa è la caratteristica fondamentale del nostro insegnamento. In altre parole, tutte queste pratiche sono ausiliarie; si può dire che siano al servizio della libertà fondamentale dello stato naturale.

L’insegnamento sui sankalpa

Esiste un insegnamento su come sviluppare la contemplazione mediante l’applicazione del sankalpa. Se praticate la contemplazione, vi rendete conto che mantenere e controllare la mente non è facile, soprattutto nelle situazioni destabilizzanti. E allora comprendete la necessità di disporre di determinate ancore o supporti per la pratica. Tali ancore e supporti per la pratica sono chiamati sankalpa. Nella sezione dedicata alla contemplazione vi sono otto sankalpa principali: «Atma-vichara», «Sogno», «Spazio», «Visione pura», «Orgoglio divino», «Tutto è uno con la mente», «Forza discendente», «Luce».

Nel corso della pratica, il discepolo si esercita dapprima con il sankalpa che gli è più affine. Quando impara a contemplare appoggiandosi al sankalpa e si consolida in questa pratica, ossia ha già ottenuto alcuni risultati, può approfondire la propria pratica e applicare contemporaneamente due o tre sankalpa. In questo modo la sua contemplazione si sviluppa e la sua mente diventa profonda, versatile e più libera.

Quando cercate di contemplare appoggiandovi a un sankalpa, la vostra pratica presenta due aspetti. Il primo aspetto è la coscienza pura, che non necessita di alcun supporto, mentre il secondo è il metodo relativo. Nell’ambito di questo metodo relativo scegliete una determinata combinazione di sankalpa. In base alle vostre inclinazioni, scegliete i sankalpa che per voi sono più facili da praticare.

Ai praticanti principianti consiglio spesso i sankalpa «Sogno», «Atma-vichara» e «Spazio infinito». Naturalmente, prima di passare a una pratica così complessa come il triplice sankalpa, è necessario eseguire le pratiche di base e imparare a contemplare almeno con l’aiuto di un solo sankalpa, per esempio il sankalpa «Atma-vichara».

Io stesso ho praticato in modo unidirezionale soltanto l’Atma-vichara, senza interrompermi neppure per un istante, per circa due anni. In seguito ho praticato il duplice sankalpa «Atma-vichara» – «Sogno», per poi passare alla pratica del triplice sankalpa «Atma-vichara» – «Sogno» – «Spazio infinito». Successivamente ho praticato in modo unidirezionale ciascuno dei sankalpa per almeno sei mesi. Dopodiché ho abbandonato tutti i sankalpa e ho semplicemente dimorato nella presenza non costruita, conformemente alle istruzioni del maestro. In seguito ho constatato che, in determinate circostanze, avevo bisogno di questo o quel sankalpa e sceglievo ciò che mi era propizio nella situazione concreta. Tuttavia, lo stato fondamentale non veniva oscurato e continuava a essere mantenuto. È proprio così che di solito si sviluppa la contemplazione quando si pratica. In seguito ho posto l’accento sui sankalpa «Orgoglio divino» e «Visione pura».

Man mano che la vostra contemplazione si approfondisce, da umana diventa divina. Trasformare noi stessi, passando dalla limitata coscienza umana al Divino, è proprio il nostro compito. Se decidiamo di diventare immortali, non abbiamo altra alternativa che trascendere questi limiti.

Dimensioni pure e impure

Dimensioni pura e impura

Esistono due dimensioni: quella pura e quella impura.

La dimensione impura è condizionata dal karma. In essa esistono la sofferenza e le relazioni soggetto-oggetto; gli elementi grossolani della natura predominano e sono difficili da controllare. In essa vi sono la morte, la sofferenza e la reincarnazione.

Le dimensioni pure sono dimensioni in cui vivono i risvegliati, le divinità e gli dèi. Sono mondi di armonia, fondati sull’amore, sulla compassione e sulla bellezza. In essi gli elementi della natura sono disposti in modo tale da non causare mai sofferenza. In queste dimensioni non vi sono reincarnazione, sofferenza o morte. In esse tutti sono illuminati, ma in modi diversi, ossia si trovano a livelli differenti. In questi mondi tutti contemplano direttamente la Fonte suprema. In altri termini, in questi mondi, a differenza del mondo umano, non vi sono illusioni né sogni della mente.

Nel mondo umano, in quanto uno dei mondi della visione impura, vi sono ignoranza, sogni della mente, fantasticherie e illusioni. Tra gli esseri viventi, cioè, sono pochi quelli che sono risvegliati e hanno un legame con la Fonte suprema. In genere ciò è considerato prerogativa dei santi. Ma nei mondi della dimensione pura non vi sono ignoranza, illusioni o sogni della mente, poiché sono abitati da esseri che hanno raggiunto il livello della santità.

Per passare nel mondo di un’altra visione karmica, in una dimensione pura, dobbiamo trasformare radicalmente la nostra coscienza. Tale passaggio a un’altra dimensione viene chiamato processo di liberazione dal samsara, illuminazione, conoscenza dell’Assoluto. Naturalmente, questo passaggio non è geografico e non è legato ad alcuno spostamento. Si può dire che sia un passaggio a un nuovo livello di consapevolezza, a un nuovo livello di identificazione e di autoidentificazione. Compiamo questo passaggio coltivando lo stato naturale. E quando lo stato naturale acquista forza grazie alla contemplazione, in noi cominciano a manifestarsi qualità positive del risveglio, ossia le qualità degli dèi. Questo viene chiamato sviluppo della visione pura o manifestazione dell’orgoglio divino.

Trasformazione della coscienza e passaggio nel mandala

Passaggio della coscienza nel mandala

Dunque, che cosa significa trasformare la coscienza?

Significa cominciare a operare con nuove categorie, quali eternità, infinità, globalità della coscienza, spazialità, vastità, gioco, paradosso, unico «sapore» di tutti i fenomeni, armonia, purezza, sacralità, trascendenza, elevatezza e immortalità. Si può dire che quando nella nostra coscienza si affermano nuovi principi di visione del mondo e nuovi concetti, quando cambiamo il sistema operativo della nostra coscienza e cominciamo a vivere basandoci su questi nuovi concetti, allora entriamo davvero in questa nuova dimensione pura. In sanscrito, una simile dimensione pura è chiamata mandala. Pertanto, la liberazione è sempre un passaggio in un altro mondo: nel mandala, nel mondo della visione pura.

Quando ci troviamo nel mandala, ci uniamo alla Fonte suprema. Unirsi alla Fonte suprema (alla Sfera unica) significa uscire dai vincoli dei concetti lineari di soggetto e oggetto, dalla legge di causa ed effetto, dalle tre categorie temporali (passato, presente, futuro), dalle tre dimensioni dello spazio, dalle categorie duali (bene-male, puro-impuro, giusto-sbagliato, verità-menzogna, samsara-nirvana, vita-morte ecc.) e cominciare a operare con concetti quali non-dualità, gioco, perfezione spontanea di tutti i fenomeni, unico «sapore», visione pura, eternità e infinità.

In realtà, il samsara è un fattore della coscienza. Ci troviamo nel samsara perché siamo noi stessi a permettere alla nostra mente di contrarsi sotto l’influsso delle circostanze, della percezione e di altri fattori. Proprio ora siamo perfetti nella nostra essenza, proprio ora tutte le qualità sopra elencate sono presenti dentro di noi. Il punto è che ci rifiutiamo di crederci e non permettiamo loro di manifestarsi. Il nostro potenziale illimitato è già, proprio ora, perfetto, realizzato e puro. Non possiamo conseguire l’illuminazione una seconda volta, poiché già prima della nostra nascita possedevamo la coscienza originaria, l’Atman. Tuttavia, sentiamo che il nostro potenziale è bloccato, come se ci fosse stato impiantato un qualche neuroimpianto, e perciò non abbiamo la capacità di percepire il tempo come un unico movimento, lo spazio come un unico spazio, né di percepire l’aspetto della coscienza, la perfezione e la purezza. Ciò accade perché la nostra coscienza creativa, la Fonte suprema dentro di noi, è bloccata da cinque tipi di karma. E la pratica consiste principalmente non nel creare qualcosa, ma nel rimuovere questi blocchi costituiti dai residui karmici.

Quando l’abitudine a dimorare nella visione pura, nell’orgoglio divino e nello stato naturale, e a vedere il mondo con gli occhi dell’«unico sapore», metterà radici dentro di noi, allora i blocchi e le limitazioni imposti al nostro potenziale illimitato scompariranno. E comprenderemo: «In effetti, l’esterno e l’interno sono una cosa sola. Posso creare con la forza del pensiero, posso orientare gli eventi con la forza della mia intenzione. Il passato, il presente e il futuro esistono in realtà simultaneamente. Posso cambiare il presente se ritorno ai samskara del passato e modifico qualcosa nel passato. Il tempo non è un processo fisso». Cominciamo a comprendere queste cose. In effetti, tutto ciò che esiste è assoluto, infinito, inconcepibile ed eterno. In effetti, il mondo è l’inconcepibile gioco delle energie dell’Assoluto.

Se ristrutturiamo in questo modo il nostro pensiero, ci ritroviamo in una nuova percezione e ci avviciniamo all’ingresso in questa nuova dimensione, nel mandala della visione pura.

L’insegnamento come trasmissione dei santi

L’insegnamento come trasmissione vivente dei santi

L’insegnamento è ciò che ci conduce, passo dopo passo, seguendo i siddha e i santi, in questa nuova dimensione. In questo consiste l’essenza del principio della presa di Rifugio e dell’acquisizione del samaya. Se avete un legame di samaya con l’insegnamento, esso garantisce che giungerete in questa dimensione, purché pratichiate.

Quando ascoltate i testi e le istruzioni, percepiteli molto più profondamente di semplici lezioni che chiariscono qualcosa. Percepiteli nella visione pura come una preziosa trasmissione, come un insegnamento che comunica l’energia vivente dei santi siddha, della quale è possibile avvalersi e sulla cui base costruire la propria vita.

Considero i testi e gli insegnamenti come una cosa preziosa, come un tesoro, come il segreto del mio cuore. Questo è l’approccio proprio dei tantra. Tutti gli insegnamenti sono stati trasmessi come un segreto estremamente profondo e intimo, dai siddha, dai santi oppure dagli dèi. In essi risiede la massima profondità della realizzazione. E accade che, dopo aver letto un testo una volta, vi ritorniamo dieci anni più tardi, vi scopriamo qualcosa di nuovo per noi e sentiamo quanta profondità racchiuda l’insegnamento. È proprio in questo modo che si devono ricevere le istruzioni orali. Quando avete una tale profondità di percezione, apertura, fiducia e comprensione della preziosità dell’insegnamento, allora il principio del legame sacro (samaya) comincia ad agire e la trasmissione inizia a operare. Allora l’insegnamento diventa autentico ed efficace.

Il principio del samaya

Il legame sacro con il mistero dell’insegnamento

In tutti gli insegnamenti divini superiori viene attribuita grandissima importanza al principio del samaya. Il samaya è un legame sacro. Samaya significa che, quando entriamo in contatto con il mistero, la profondità e ciò che è intimo, dobbiamo accostarci a tutto questo con grande rispetto, dignità e profondità, comprendendo che si tratta di qualcosa di molto prezioso e molto profondo.

Solitamente si ritiene che esistano due tipi principali di samaya. Il primo è il samaya relativo, il secondo è il samaya assoluto.

Il samaya relativo descrive come costruire le relazioni con l’insegnamento, con il maestro e gli uni con gli altri, nonché come eseguire determinate pratiche. Si può dire che costituisca le regole del gioco.

Il samaya assoluto è la libertà da tutte le regole, è l’impegno a dimorare nella contemplazione. In altre parole, il samaya assoluto significa dimorare ininterrottamente nella libertà spontanea della coscienza, nello stato naturale, dopo aver naturalmente chiarito in via preliminare come farlo correttamente.

Quando pratichiamo il sentiero del laya yoga, diciamo di osservare non solo le regole del vinaya, ma anche di seguire due samaya: quello relativo e quello assoluto. Per noi, quello assoluto è il più importante. Se osservate il samaya assoluto, vi autoliberate sempre. Se osservate il samaya relativo, seguite sempre correttamente il sentiero dell’insegnamento.

Iniziazione e trasmissione

Iniziazione e trasmissione dell’istruzione

«Per praticare lo stato naturale, occorre ricevere l’iniziazione da un guru esperto. Lo scopo di tale iniziazione è aiutare il discepolo a realizzare la vacuità illuminante della propria mente. Solo dopo aver compreso questa consapevolezza “priva di contenuto”, il discepolo può praticare correttamente lo stato naturale».

Si dice che il santo Naropa abbia chiesto l’iniziazione al santo Tilopa per dodici anni. E solo dopo che ebbe superato diverse prove, Tilopa acconsentì a conferirgli tale iniziazione. Nel corso di quei dodici anni, Naropa ricevette numerosi incarichi di vario genere, durante i quali venivano messe alla prova la sua devozione, la sua volontà, la sua fermezza e la sua determinazione a seguire il sentiero. Si dice che spesso si gettasse dalle cime delle montagne e svolgesse incarichi in seguito ai quali veniva frequentemente picchiato o insultato da altre persone. A volte si trovava davvero in gravi difficoltà. Il suo maestro Tilopa applicava nei suoi confronti un metodo chiamato «trattenere la mente come con una catena di ferro», per dissolvere il suo orgoglio, la sua presunzione e il suo attaccamento all’ego.

Solo grazie alla grande determinazione di Naropa egli riuscì a superare tutte queste prove. Quando ne ebbe superata la maggior parte, Tilopa gli conferì la trasmissione diretta semplicemente agitando davanti a lui uno straccio bruciacchiato, per poi colpirlo sulla testa con una scarpa. Fu il culmine, l’atto finale, poiché Naropa aveva già purificato molte delle sue concezioni dualistiche. Si dice che dopo ciò Naropa sia rimasto immerso nel samadhi per cinque ore. Nel giro di sei mesi raggiunse il risveglio supremo e le siddhi. In altre parole, la pratica preliminare era stata compiuta, pertanto bastava soltanto un impulso affinché Naropa si risvegliasse. Questo è il significato dell’iniziazione.

Nella tradizione del laya yoga, il discepolo può ricevere subito l’iniziazione, anche se non è particolarmente pronto. Il principio è che dapprima viene conferito il più elevato. Se il maestro vede che il discepolo non è pronto a praticare subito ciò che è più elevato, gli viene dato qualcosa di più semplice.

Pura autoconsapevolezza e non-dualità

Pura autoconsapevolezza e non-dualità

«Fino ad allora, gli sarà difficile evitare di lasciarsi coinvolgere nella suddivisione di ogni cosa in soggetto e oggetto e condurre la propria mente allo stato di non-dualità e non-attaccamento. Per approfondire questa consapevolezza della vacuità illuminante, il discepolo deve praticare regolarmente secondo le indicazioni esposte di seguito. Colui che è capace di mantenere la propria mente nella pura autoconsapevolezza, senza distrarsi con nient’altro, potrà conseguire ogni cosa».

Qui si dice: «mantenere la propria mente nella pura autoconsapevolezza». Per comprendere che cosa sia la «pura autoconsapevolezza», occorre applicare il metodo più affine alle proprie inclinazioni. Di solito consiglio a tutti i discepoli principianti di praticare l’atma-vichara e di vedere il mondo come un sogno, un’illusione.

Quando praticate l’atma-vichara, vi concentrate sul senso dell’«Io». Nel mondo esterno, contemporaneamente, mantenete l’atteggiamento: «È tutto un sogno». Quando lavorate a lungo in questo modo con il sankalpa, si risveglia in voi un livello sottile di consapevolezza. Naturalmente, dovete chiarire nei minimi dettagli come eseguire esattamente questa pratica, affinché non abbiate alcuna incertezza.

Man mano che praticate, sorgono in voi diverse esperienze: beatitudine, chiarezza, vacuità e molto altro. Ma il discepolo non deve aggrapparsi a nulla di tutto ciò.

«Per praticare lo stato naturale, egli deve rinunciare alla visione dualistica del mondo e abbandonare i pensieri abituali di accettazione e rifiuto».

Rinunciare a una visione dualistica del mondo significa, almeno sul piano della visione, ritenere che il mondo sia non duale, che tutto sia uno.

Esistono questi concetti: visione, meditazione e comportamento. La visione è il nostro modo di vedere, la nostra concezione del mondo, il modo in cui guardiamo il mondo. La meditazione è ciò che manteniamo interiormente, è il nostro processo di consapevolezza. Il comportamento è il modo in cui ci comportiamo nella vita relativa, il modo in cui applichiamo l'insegnamento nella vita. E all'inizio, almeno sul piano della visione del mondo, cerchiamo di comprendere che cosa significhi «l'unico Spirito che pervade ogni cosa», che cosa significhi l'Assoluto. Quantomeno, ammettiamo logicamente che tutto è non duale, che tutto ciò che viene percepito è Brahman, è il gioco dell'Assoluto. Pensiamo più o meno così: «Per ora non riesco ancora a vederlo pienamente, perché dimoro nell'illusione».

Per consolidare questa visione, possiamo avvalerci delle opere di Shankara («Atma Bodha», «Tattva Bodha», «Viveka Chudamani»), delle opere di Dattatreya («Tripura Rahasya», «Avadhuta Gita»), nonché delle opere o dei detti dei santi contemporanei (per esempio, Sri Ramana Maharshi). Almeno sul piano della comprensione, dobbiamo chiarire a noi stessi che cosa significhi la visione della non dualità.

Dal punto di vista della non dualità, non esistono né voi né io, ma esistono manifestazioni dell'Assoluto. Questa lezione non esiste: è il gioco della Coscienza assoluta. È l'Assoluto che, giocando attraverso i propri corpi, manifesta in questo modo la propria lila. Nel pensiero dualistico, questa lila ci appare come una lezione. E avere la giusta visione significa comprendere nel profondo dell'anima che, sebbene noi vediamo le cose in questo modo, in realtà tutto è molto più profondo, tutto è la lila dell'Assoluto.

La meditazione consiste nel mantenere la consapevolezza, il sankalpa o la meditazione seduta allo scopo di dischiudere questa visione. Benché l'abbiamo acquisita, per ora è ancora soltanto intellettuale, mentre noi dobbiamo acquisirla autenticamente, nell'esperienza; perciò manteniamo la consapevolezza e la meditazione.

Integrazione di visione, meditazione e comportamento

Consapevolezza nella vita quotidiana

Infine, il comportamento è ciò che dobbiamo manifestare nella vita quotidiana e fondere con essa. Anche se riteniamo che tutto sia Brahman o meditiamo, nella vita relativa si verificano spesso momenti in cui non la pensiamo affatto così. Per esempio, se qualcuno ci pesta un piede o perdiamo una certa somma di denaro, penseremo: «Questa non è affatto un'illusione». Ma il comportamento implica che fondiamo la consapevolezza e la nostra visione con la vita. Cerchiamo di mantenere questo stato mentre mangiamo, conversiamo, affrontiamo difficili prove della vita, durante i bisogni del corpo, lo stress, le malattie e le sofferenze, vale a dire nell'intero spettro delle esperienze. Allora si dice che pratichiamo ininterrottamente visione, meditazione e comportamento.

Un Maestro che ha integrato visione, meditazione e comportamento in un'unica cosa, fondendo questi tre aspetti, è riconoscibile dal fatto che la sua mente è sempre incrollabile. Dimora sempre nella consapevolezza; né la gioia né il dolore possono colpire il suo cuore. È sempre gioioso, perché contempla costantemente la Fonte suprema; non si distrae mai, non formula giudizi dualistici e, anche se dice qualcosa, ciò non è altro che un gioco. Vale a dire, lo dice manifestandosi nella dimensione relativa, per qualche ragione e con un qualche scopo nascosto, ma nel profondo la sua coscienza è completamente autoliberata. È sempre flessibile, non ha mai attriti con gli altri, non è attaccato a nulla e non nutre preferenze specifiche per alcunché. Tuttavia, giocando, può fingere, per il bene degli altri, di aver bisogno di questo o di quello.

Il suo comportamento presenta tre livelli: esteriore, destinato agli altri; interiore, riservato alla cerchia dei discepoli vincolati dal samaya o dei fratelli nel dharma; e segreto, relativo alla coscienza più profonda. Anche la sua coscienza presenta tre livelli.

Sahaja-samadhi: il samadhi del fiume che scorre

Sahaja-samadhi e vita quotidiana

«Egli deve aspirare a raggiungere uno stato in cui il samadhi e l'attività quotidiana diventino una cosa sola».

Nell'insegnamento del laya yoga, il concetto di sahaja-samadhi è molto importante. Viene anche chiamato il samadhi del fiume che scorre. Ciò significa che la presenza è integrata nella vita quotidiana. È la realizzazione più elevata, fatta eccezione per il saruba-samadhi.

Come sapete, esistono diversi livelli di samadhi.

Il primo, il più basso, è il savikalpa samadhi. Se riuscite a rimanere per ventinove minuti con la mente arrestata e a entrare nel primo dhyana durante la meditazione di quiete, sperimenterete l'inizio del savikalpa samadhi. Se riuscite a restare seduti immobili per cinque ore, con il respiro sospeso, nella meditazione di quiete, potrete entrare nel terzo dhyana. Il samadhi del terzo dhyana è anch'esso savikalpa samadhi. Il vostro corpo sottile o la vostra mente si trasferiranno in uno dei mondi degli dèi o nel mondo degli esseri umani, se è presente karma contaminato. Il savikalpa samadhi è una modificazione della mente.

Quando superate il terzo e il quarto dhyana e passate al quinto e al sesto dhyana durante la meditazione di quiete, potete entrare nel mondo degli dèi senza forma. Avvertite come se la coscienza si espandesse fino all'infinito e non vi fosse alcuna sensazione del corpo. Il samadhi degli dèi senza forma è appannaggio di meditatori esperti che praticano la meditazione da molto tempo. Quando vengono superati i livelli più elevati degli dèi senza forma, si raggiunge il nirvikalpa samadhi, un samadhi nel quale non vi sono differenze né modificazioni e si sperimenta la pura vacuità. Si tratta già di una realizzazione di alto livello, propria soltanto dei meditatori molto esperti. Tuttavia, questa realizzazione di per sé non è un fine ultimo, poiché, anche dopo aver raggiunto un simile livello di samadhi, una persona può perdere ciò che ha conseguito una volta uscita da esso. L'autentico «sapore» unico si manifesta a quel livello in cui i due tipi di samadhi (sahaja e nirvikalpa) si fondono, quando lo stato di meditazione e quello di non meditazione nel periodo postmeditativo si equivalgono. In altre parole, la presenza, la vacuità illuminante, viene mantenuta sia nello stato di veglia sia nella meditazione di quiete da seduti.

Un tale livello, un simile stato di sahaja samadhi, viene chiamato anche samadhi del fiume che scorre. In altre parole, possiamo muoverci, camminare, parlare, mangiare, bere e agire, e tuttavia rimanere profondamente immersi nello stato naturale. Un simile yogin è molto flessibile: non vive, ma scorre insieme al fiume (questa espressione viene usata spesso). Egli risponde semplicemente agli eventi. Questo yogin non pianifica il futuro, non si aggrappa al passato, non formula giudizi né valutazioni: questo è male o bene, questo è giusto o sbagliato. Si trova costantemente nel paradossale, nell'insondabile, nell'infinito, nel non mentale, nell'al di là del pensiero. Il punto della sua coscienza si trova su questo piano paradossale e impensabile. Non blocca i pensieri e i sentimenti; può pensare, prendere decisioni ed esercitare la volontà, ma tutto ciò è simile a un gioco. Il punto essenziale della sua coscienza si trova invece nella chiara luce. Si può dire che, pur essendo vivo, si trovi in un sonno senza sogni. Anche quando agisce, le sue onde cerebrali assomigliano a quelle di una persona nella fase del sonno profondo. Questo è il principio del sahaja samadhi.

Egli si trova in quel punto in cui non esistono agitazioni né oscillazioni. Alla periferia della sua coscienza, i pensieri sorgono e si autoliberano istantaneamente; la sua esperienza non si cristallizza. Come i fiocchi di neve che cadono nell'oceano e si dissolvono immediatamente, così i pensieri, le impressioni sensoriali e le valutazioni dualistiche non si depositano nella sua mente. Quando un simile yogin si addormenta dopo aver agito, la sua mente entra istantaneamente nella sfera della chiara luce. Egli agisce spontaneamente, a partire dalla coscienza intuitiva. È pieno di risorse, ma privo di attaccamenti. La sua mente è molto flessibile, limpida e luminosa. Si può dire che mantenga costantemente l'equilibrio tra due mondi, senza aggrapparsi a nessuno dei due. Questo è il principio del sahaja samadhi.

Il cammino verso il conseguimento del sahaja samadhi

Il cammino verso il sahaja samadhi

«Finché non avrà raggiunto questo stato, dovrà dapprima attribuire priorità assoluta alla meditazione di quiete e poi, come pratica supplementare, applicare la propria consapevolezza dello stato naturale a tutte le attività quotidiane».

Dunque, finché non avremo afferrato questo principio, dovremo esercitarci nella cosiddetta meditazione del discepolo. La meditazione del discepolo è la meditazione di quiete (mahashanti). Quando otteniamo dei progressi nella meditazione di quiete, cerchiamo di rendere uguali lo stato della mente durante la meditazione di quiete e lo stato della mente nel periodo postmeditativo. Tuttavia, l'insegnamento sui sankalpa permette di allenare la consapevolezza anche senza possedere la capacità di praticare la meditazione di quiete. Anche se non siete meditatori seduti particolarmente eminenti, ma applicate bene i sankalpa e ottenete buoni risultati nel chankramanam (la camminata meditativa in contemplazione), avete comunque la possibilità di raggiungere il sahaja samadhi.

Tre tipi di equilibrio

Respirazione calma ed equilibrio interiore

«La pratica dello stato naturale presuppone lo sviluppo dell’equilibrio, del rilassamento e della naturalezza. Il primo implica il raggiungimento dell’equilibrio del corpo, della parola e della mente. La via per raggiungere l’equilibrio del corpo consiste nel rilassarlo, quella per raggiungere l’equilibrio della parola nel rallentare la respirazione. Raggiungere l’equilibrio della mente, invece, significa non aggrapparsi a nulla e non fare affidamento su nulla, non avere alcun sostegno».

Per raggiungere il primo fattore (l’equilibrio del corpo), dobbiamo imparare a rilassarci. C’è un detto: «Se ti rilassi a metà, entrerai anche nella contemplazione solo a metà».

Il rilassamento del corpo fisico da seduti significa che permettiamo ai venti di cominciare a entrare nel canale centrale. La corretta sensazione di rilassamento permette di comprendere il sapore della sahaja-tattva.

Che cosa significa l’equilibrio della parola?

È legato alla respirazione e al controllo dei cinque prana principali. Quando purificate i canali con le tecniche della respirazione a vaso, dei tre bandha e con le asana, e assumete il controllo dei vostri canali, la vostra respirazione cambia.

Nel monastero, una volta al mese, viene misurata la respirazione dei monaci e dei novizi. Si misurano la durata della ritenzione del respiro, la lunghezza del respiro espirato e la frequenza respiratoria. Se i vostri canali si purificano, la mente si calma e contemplate bene, la vostra respirazione diventa superficiale e poco frequente. Per esempio, invece di sedici dita, l’aria espirata si estende per dodici-undici dita. La riduzione della lunghezza del respiro anche di un solo dito determina una crescita della coscienza intuitiva e delle capacità sovrannaturali. La vostra respirazione, invece di diciotto o sedici inspirazioni ed espirazioni al minuto, scende a quindici, dodici, per alcuni a sette-otto, sei e persino quattro. Ciò significa che respirate poco frequentemente.

In altre parole, un maestro si distingue da un praticante principiante perché respira in modo superficiale e poco frequente. Si ritiene che, per uno yogin allenato nel kumbhaka, la ritenzione minima del respiro duri due minuti, quella media quattro minuti e quella massima cinque minuti. Questi sono i parametri della respirazione.

Se i vostri prana e la vostra mente si calmano e raggiungono l’equilibrio, mentre i parametri della respirazione migliorano, ciò indica che state praticando correttamente la contemplazione.

L’equilibrio della mente significa che è stato trovato il centro interiore (il punto interiore) e che in esso è stata acquisita una certa stabilità; la mente non si focalizza, non si contrae, non si aggrappa a nulla e non fa progetti.

Pertanto, quando avete realizzato tutti e tre i tipi di equilibrio, la vostra capacità di contemplazione si approfondisce e allora siete pronti ad avvicinarvi al sahaja-samadhi (il samadhi del fiume che scorre).

Rilassamento e accettazione della realtà

«Raggiungere il rilassamento significa allentare la tensione della mente, lasciando tutto così com’è e abbandonando tutte le idee e i pensieri. Quando il corpo e la mente di una persona si rilassano, essa può rimanere senza alcuno sforzo nello stato naturale, che è di per sé non duale e non soggetto a fattori di distrazione».

Spesso non accettiamo la realtà, formuliamo giudizi dualistici e riteniamo che tutto debba essere esattamente come pensiamo noi e non altrimenti. Poiché la realtà non vuole essere come noi desideriamo, sorgono diversi ostacoli e sofferenze. La capacità di lasciare tutto così com’è, di dimorare nella consapevolezza senza formulare giudizi e valutazioni, di accettare la realtà e di essere aperti a essa è ciò che ci avvicina allo stato naturale.

Un monaco pregava Dio dicendo: «Signore, per favore, fa’ che due per due faccia cinque».

Pregò con tale fervore che Dio discese e disse: «Va bene, visto che preghi così, farò come chiedi. Ma non offenderti se tre per tre farà centoquarantanove».

Quando non vogliamo accettare la realtà così com’è e riteniamo che i nostri giudizi o le nostre valutazioni siano più importanti di ciò che esiste, significa che entriamo in profonda dissonanza con l’universo, diventiamo eccentrici, usciamo dalla realtà e non riusciamo ad accettare la situazione né a integrarci con essa. Abbiamo un determinato punto di vista focalizzato dal quale giudichiamo che una cosa debba essere in un modo e un’altra in modo diverso. E nel momento in cui assumiamo proprio un simile punto di vista focalizzato, perdiamo il contatto con la Fonte suprema.

Il Maestro non ha alcun punto di vista focalizzato. Egli dimora semplicemente nella realtà, vive con essa, fluisce con essa, senza alcuna ideologia che lo limiti. Non ha un’opinione personale che lo imprigioni. Perché possedere qualcosa significa permettere alla propria mente di contrarsi e diventare limitata. Egli dimora semplicemente nell’essere così com’è, giocando con ciò che si manifesta. Dimorando nella consapevolezza, gioisce quando arriva la gioia e, quando arriva la sofferenza, ne fa il proprio sentiero. In questo modo, non vi sono per lui dualità né giudizi su ciò che è male e ciò che è bene. Naturalmente, ciò non significa che, nella dimensione relativa, egli non segua determinate regole del gioco del mondo umano. Le segue per mantenere l’armonia con gli altri, ma non perché ritenga personalmente che debba essere così. Questo è il principio del «lasciare tutto così com’è, dimorare nella presenza».

Naturalezza e assenza di sforzo

Naturalezza e assenza di sforzo

«Raggiungere la naturalezza significa non accettare né trattenere nulla. In altre parole, lo yogin non compie il benché minimo sforzo di alcun genere. Permette alla mente e ai pensieri di fermarsi oppure di fluire da soli, senza favorirli né trattenerli. Praticare la naturalezza significa non compiere sforzi ed essere spontanei».

In sostanza, la pratica della naturalezza diventa possibile quando ci liberiamo dallo sforzo. Qualcuno potrebbe dire: «Come posso liberarmi dallo sforzo, se non ho ancora nemmeno cominciato davvero a compierlo?» È così. Ma qui bisogna semplicemente distinguere la dimensione relativa della pratica da quella assoluta. Naturalmente, a livello relativo è bene applicarsi nella pratica, esercitarsi nella concentrazione, eseguire le tecniche e molto altro. Tuttavia, anche quando compiamo degli sforzi, il fondamento di tutto ciò che facciamo deve comunque essere l’assenza di sforzo. Se non compiamo alcuno sforzo, molto probabilmente non riusciremo a entrare nello stato originario e a scoprire l’assenza di sforzo, poiché la mente è qualcosa di talmente intricato da richiedere una purificazione. Ma se comprendiamo il principio della distinzione tra relativo e assoluto, non ci confondiamo. Sappiamo che, anche quando compiamo degli sforzi, nelle profondità della coscienza non vi sono attaccamento, aspirazione ai risultati o identificazione con lo sforzo, bensì è presente l’assenza di sforzo.

È proprio questa assenza di sforzo a permeare tutte le azioni dello yogin quando si dedica a qualsiasi pratica: asana, pranayama, concentrazioni e così via. E allora, partendo dall’assenza di sforzo, siamo liberi di applicare qualsiasi sforzo, senza tuttavia esserne vincolati. Diventa così simile a un gioco: possiamo applicare qualsiasi metodo, ma esso culminerà nella sahaja-tattva.

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