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Il cammino verso la saggezza: dall’ego alla coscienza divina

06.10.2026
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Il cammino verso la saggezza: dall’ego alla coscienza divina

Commento al testo «Tripura-rahasya», capitolo 17 «Sull’inutilità dei samadhi fugaci e sul cammino verso la saggezza».

«I ricercatori di classe inferiore conseguono la saggezza nel corso di molte nascite. Quanto alla classe intermedia, essi conseguono la saggezza nell’arco di una sola vita, ma lentamente e gradualmente, secondo lo schema sopra menzionato:

(1) studio della verità;

(2) acquisizione della convinzione in essa;

(3) meditazione – samadhi con qualità e samadhi privo di qualità».

I ricercatori della categoria inferiore, appartenenti alla categoria dei pashu, conseguono il risveglio nel corso di molte nascite. Se iniziano la pratica in una delle loro vite e la pratica non si conclude, la proseguono nella vita successiva. I ricercatori della categoria dei vira, gli eroi spirituali, ossia della categoria intermedia, raggiungono il pieno risveglio in questa vita, ma soltanto verso la fine, dopo aver attraversato numerose fasi. I ricercatori della categoria superiore completano il risveglio in questa vita in breve tempo. Tuttavia, tutti seguono lo stesso algoritmo:

shravana – studio della verità suprema;

manana – riflessione su di essa, elaborazione di un nuovo orientamento della strategia valoriale, rielaborazione della visione del mondo, trasformazione della concezione interiore;

nididhyasana – meditazione ininterrotta sulla verità suprema.

Shravana – il vero ascolto dell’insegnamento

Di solito, negli insegnamenti tradizionali, per shravana si intende l’ascolto dell’insegnamento. Per esempio, quando sentite che tutti i valori di questo mondo sono illusori, che il mondo è impermanente, che la vostra coscienza è separata dal corpo, che esiste una Fonte originaria, una Mente grandiosa, quando ascoltate l’insegnamento dei siddha e prendete tutto ciò in considerazione come una verità concettuale, riflettendovi, questo può essere chiamato shravana. Ma nella tradizione dell’insegnamento della laya-yoga per shravana si intende qualcosa di più: un’introduzione diretta non concettuale. In altre parole, la spiegazione degli schemi dell’insegnamento, la spiegazione dell’impermanenza, della legge del karma, della reincarnazione, è una shravana di basso livello, mentre la vera shravana è quando l’insegnante trasmette all’allievo, da cuore a cuore, la visione non duale, quando tra le due menti sembra scoccare una sorta di scintilla e l’allievo entra per breve tempo in risonanza con la visione non duale dell’insegnante, sperimentando la stessa cosa. Proprio questo è la shravana autentica.

Il termine «shravana» si traduce letteralmente come «ascolto». Ma dal punto di vista della laya-yoga, l’allievo ascolta l’insegnamento non con le orecchie, bensì con lo spirito, con il cuore. Questo insegnamento non viene trasmesso dalla lingua, ma dalla consapevolezza. Naturalmente, quando ascoltiamo in questo modo, ci sono richieste ricettività, empatia, sintonia, apertura, capacità di essere vuoti e di comprendere intuitivamente ciò che non si può vedere. Quando comprendiamo in questo modo, dentro di noi balena una scintilla di consapevolezza.

Una volta conversavo con una persona piuttosto importante, che mi poneva con grande interesse domande sull’insegnamento. Quando gli fornivo delle spiegazioni, cercava sinceramente di capire, ma non riusciva comunque ad afferrarne l’essenza. Mi diceva: «Lei parla continuamente di “conoscere, comprendere, essere consapevoli del proprio stato”. Ma che cos’è?» Mi sono sentito come Gorakshanath, che, schioccando le dita, attraverso parabole e in altri modi cercava di far rinsavire Minonath addormentato. Nel testo «Gorokho bijoy» si dice: «L’anima di Minonath si dibatteva come un uccello nella rete, cercando di capire di che cosa stesse parlando Gorakshanath». Allo stesso modo, per circa tre ore, cercai di trasmettere la verità alla sua coscienza; tuttavia non fu facile, poiché gli mancava la preparazione necessaria e la shravana non aveva ancora avuto luogo. Ma la vera shravana è quando l’insegnante si limita ad accennare all’inesprimibile e l’allievo comprende immediatamente tutto; dentro di lui qualcosa risponde, in qualche modo riesce a cogliere quest’onda.

La vera shravana: la risposta interiore dell’allievo alla verità inesprimibile.

Manana – riconsiderazione e chiarificazione

Segue poi la fase della manana, ossia della riconsiderazione. Nella pratica ordinaria della manana, l’allievo riflette sugli insegnamenti ricevuti e cerca di confrontarli con la propria vita. Ma nell’insegnamento della laya-yoga l’allievo cerca di chiarire il proprio stato, non i concetti. Cerca di chiarire l’esperienza di consapevolezza non duale appena vissuta e di comprendere come vivere d’ora in poi con questa esperienza: che cosa abbandonare e che cosa coltivare.

Dal punto di vista ordinario, manana significa riflettere sulla legge del karma, sulla reincarnazione, sull’insensatezza di tutti i cammini eccetto la pratica spirituale della liberazione, sulla sofferenza, sull’impermanenza, sulla vecchiaia, sulla malattia, sulla morte, sulla grandezza del cammino della liberazione, sull’importanza dell’accumulo dei meriti, sull’importanza di appartenere a una linea di trasmissione, a una scuola, sulla relazione maestro-discepolo, sulla distinzione tra Atman e non-Atman, tra corpo e coscienza, sul cammino dei grandi santi e rishi, sulla rinuncia e sull’adesione alla verità. Tutto questo è compreso nella manana ordinaria. Ma nella laya-yoga manana non implica questo, sebbene anche questo cammino sia necessario all’inizio. Nella laya-yoga chiariamo precisamente la consapevolezza non duale in quanto tale, cerchiamo di comprendere che cosa sia veramente il sé, che cosa sia questa sottilissima consapevolezza «Io sono». Chi sono io? Cerchiamo di chiarire completamente questo punto.

Quando chiariamo la consapevolezza «Io sono», riorganizziamo il nostro sistema di valori. Ciò significa che tutti gli obiettivi e i progetti illusori passano in secondo piano, mentre la cosa più importante diventa il chiarimento della consapevolezza «Io sono». Finché la consapevolezza «Io sono» non è chiarita, tutto il resto è privo di significato. Se non sappiamo chi siamo, che senso ha allora fare qualcos’altro, porsi altri obiettivi personali, occuparsi di qualcos’altro? Tutto questo è privo di senso. Se colui che agisce è sconosciuto, quale senso possono avere le azioni? Tutte queste azioni saranno oscurate e non condurranno a risultati autentici. Questa è la manana dal punto di vista dell’insegnamento della laya-yoga. Prendiamo la «grande decisione», eliminiamo tutte le incertezze e i dubbi su come vivere e quale direzione valoriale scegliere.

La consapevolezza «Io sono» diventa il principale orientamento della vita.

Nididhyasana – meditazione continua sulla propria essenza

Dopo la fase della manana arriva la nididhyasana: la meditazione continua su ciò che abbiamo scelto. Nel nostro insegnamento, nididhyasana significa dimorare costantemente nella libertà originaria della coscienza e in una chiarezza simile al cielo, abituarsi a questa visione e meditare senza interruzione finché essa non pervade ogni particella della nostra vita, finché non acquista la forza necessaria per eliminare tutte le oscurazioni, recidere tutti i karma già sorti e rivelare il nostro essere autentico. Nididhyasana consiste nel meditare sulla propria essenza, cioè nel meditare su noi stessi non come corpo, ma come l’Assoluto stesso – Aham Brahmasmi («Io sono Brahman»). Meditiamo senza ripetere, senza creare costruzioni mentali, senza visualizzare, senza recitare preghiere, ma sintonizzandoci senza sforzo su questa presenza. Meditiamo al livello più sottile della consapevolezza, stabilendo la mente in quel punto della coscienza in cui non vi sono né concetti, né convinzioni, né identificazione con le immagini, né attaccamento, né speranza, né paura. Manteniamo una visione in cui non c’è nulla da difendere e una meditazione in cui non vi è alcuna fissazione. Questa è la nididhyasana.

Se seguite questi tre principi, significa che seguite l’insegnamento dei siddha, applicando la regola d’oro: shravana, manana, nididhyasana. Naturalmente, queste sono le spiegazioni più generali. Nel processo della pratica esistono moltissimi fattori secondari, i cosiddetti metodi abili, che è necessario applicare.

Loka-sangraha e aruppadai – principi del servizio

Vi sono due termini importanti: loka-sangraha e aruppadai.

«Loka-sangraha» significa «illuminazione universale», oppure «benessere universale».

«Aruppadai» significa «indicare il cammino a tutti e a ciascuno».

Il termine «aruppadai» fu introdotto dal siddha tamil Boghanathar, quando, durante un’assemblea di rishi, furono adottate la tattica e la strategia da lui proposte per aiutare, attraverso i siddha, l’umanità sofferente. Anche «loka-sangraha» è un termine antico che indica il cammino dell’aiuto a tutti gli esseri viventi.

Quando ci esercitiamo nella contemplazione, è molto importante per noi chiarire questi principi come strategia di vita. Ciò significa che nella pratica dobbiamo avere una motivazione completamente altruistica. Se cerchiamo di raggiungere la liberazione basandoci su una motivazione duale ed egoistica, essendo fortemente attaccati all’idea di noi stessi come corpo, con ogni probabilità sarà impossibile percorrere il cammino del risveglio in una sola vita.

Loka-sangraha e aruppadai: servizio disinteressato a tutti gli esseri viventi.

Trasformazione della mentalità – dalla coscienza limitata alla coscienza della divinità

Il percorso del risveglio nell’arco di una sola vita presuppone la scoperta dentro di sé della coscienza della divinità, che è fortemente diversa dalla coscienza dell’essere umano comune e limitato. Nell’essere umano comune e limitato la mente dimora nell’infelicità, nei limiti, nel rattrappimento, pensa localmente ed è limitata a piccoli problemi contingenti. Questo è ciò che viene chiamato karma. La divinità, invece, pensa nelle categorie dell’eternità, dell’infinità, dell’estasi, della beatitudine, dell’estasi mistica, della visione pura, del paradosso, del gioco, dell’«unico gusto», della logica parasattarka, della grandezza illimitata, della prosperità, dell’abbondanza di forze vitali, dell’energia e del gioco. In altre parole, la mentalità della divinità è qualcosa di molto diverso dalla mentalità che abbiamo all’inizio.

Un maestro spirituale si esprimeva così: «La mente del materialista ricorda una terribile caverna buia, dalla quale proviene odore di pesce». Si tratta, cioè, dello stato di una coscienza rattrappita e limitata. Dobbiamo trasformare una simile terribile caverna in un oceano sconfinato, colmo di purezza, amore, armonia, bellezza, grandezza, globalità, ampiezza, paradosso, gioco, gioia e beatitudine. In altre parole, dobbiamo estromettere la vecchia mentalità, sostituendola completamente con una nuova. I principi di aruppadaj e loka-sangraha significano che, per cambiare mentalità, cerchiamo di comportarci diversamente nella vita quotidiana. Cerchiamo di porci obiettivi globali, pensare in grande e agire altruisticamente. Ciò significa che poniamo come nostro obiettivo aiutare tutti gli esseri viventi sofferenti a raggiungere l’illuminazione e viviamo per questo. In altre parole, cambiamo il significato e la direzione della nostra vita.

Trasformazione della coscienza limitata in un oceano sconfinato di luce.

Chi di voi può dire di cercare consapevolmente di fare qualcosa per aiutare gli esseri viventi? Una persona comune può dire: «Faccio tutto per aiutare gli esseri viventi: me stesso e altre due o tre persone a me vicine», ma questo non può essere definito aruppadaj o loka-sangraha. Seguire questi principi implica pensare in modo più globale: pensiamo in termini di aiuto a tutta l’umanità, a tutti gli esseri viventi nel samsara. Non ci limitiamo a pensare continuamente: «Ah, quanto sarebbe bello se tutti raggiungessero la liberazione!», ma facciamo realmente qualcosa a questo scopo, viviamo come se questa fosse la nostra meta personale. Nel corso di tutta la nostra vita, anno dopo anno, adottiamo questa visione come nostra concezione. Questo viene anche chiamato servizio alle forze universali dell’illuminazione, Anugraha-shakti. In un certo senso diventiamo un medium, un tramite per energie superiori, che iniziano ad agire attraverso il nostro corpo. L’analogo di tale posizione nel buddhismo è la bodhicitta, cioè la compassione altruistica, quando cerchiamo di agire aiutando tutti gli esseri viventi a raggiungere l’illuminazione.

Analizzando la propria vita, è importante porsi domande come queste: «Per che cosa esiste la mia vita? Per che cosa pratico?» E quando assumiamo una simile posizione, vediamo che essa ci rende molto più aperti e ricettivi alla visione della divinità.

Ciò non significa assumere una posizione dualistica, pensando: «Salverò tutti gli esseri viventi», distinguendo al contempo tra noi e gli altri. Assumiamo la posizione di aiutare gli esseri viventi senza una separazione dualistica tra gli esseri viventi e noi stessi. Cerchiamo di vedere l’intero mondo e l’intero universo come manifestazione della nostra stessa energia. Si tratta, dunque, di un principio molto più sottile.

Adottando questa visione a livello dei valori, vedete come la vostra vita inizi a cambiare in una direzione così favorevole, nella quale i vostri obiettivi iniziano a coincidere con quelli dei santi. È molto importante comprendere questo principio per imparare a viverlo. Se non possediamo questo principio, la pratica spirituale può essere intermittente, cioè passare da un ritiro all’altro, quando facciamo una certa esperienza e poi le energie samsariche ci catturano nuovamente. Ma quando viviamo secondo il principio di un aiuto concreto a tutti gli esseri viventi nel loro risveglio spirituale, ciò significa che, a livello relativo, abbiamo un significato e uno scopo supremi nella vita. Sostituiamo gradualmente la mentalità del nostro «io» limitato con la mentalità della divinità.

Assumersi la responsabilità: il passaggio dall’essere limitato alla divinità

La mentalità ordinaria e limitata è questa: «Che cosa può darmi il mondo? Che cosa posso prendere da esso? In che modo il mondo può aiutarmi? Che cosa può concedermi?» La mentalità della divinità orientata al principio della compassione, dell’aruppadaj e del loka-saṅgraha, è questa: «Che cosa posso dare al mondo? Che cosa posso fare per il mondo?» Un essere limitato pensa così: «Il mondo deve assumersi la responsabilità di me. Deve provvedere a procurarmi un lavoro, uno stipendio, una pensione, delle condizioni favorevoli; e se non lo fa, significa che è cattivo». È una posizione molto immatura. La divinità ragiona più o meno così: «Sono responsabile del mondo in cui vivo, tutto dipende soltanto da me. Impegnandomi, posso cambiare il mondo in meglio. Posso manifestare ciò che considero veramente importante, contando soltanto sulle mie forze, perché il mondo intorno a me è una manifestazione della mia stessa coscienza. Né i politici, né i leader religiosi, né la società, né lo Stato sono obbligati a fare qualcosa per me. Io stesso sono responsabile della mia vita e del mondo in cui vivo. Finché non accetterò questa responsabilità, questo mondo continuerà a svilupparsi così come si sviluppa».

L’assunzione della responsabilità per la propria vita e per il mondo: il passaggio allo stato di devata.

È proprio in questa fase, quando accettiamo consapevolmente una simile responsabilità, che entriamo nello stato di devata, di divinità.

La maturità o l’assenza di maturità si manifestano precisamente nella capacità o nell’incapacità di assumersi la responsabilità. Se una persona non possiede sufficiente chiarezza, pensa: «Oh! Non ce la farò. Non ci riuscirò. Sono incapace, non possiedo le qualità necessarie». Si limita immediatamente, pensando: «Persone del genere si sono occupate di queste cose, ma non hanno ottenuto alcun risultato. Come potrei riuscirci io?» Ma il principio della visione della divinità è diverso: «Possiedo un potenziale illimitato. Se io, in quanto praticante, non mi assumerò una simile responsabilità, allora chi dovrebbe assumerla? Se qualcun altro, che non pratica, si assume la responsabilità, allora egli forma sia l’intero mondo circostante, sia il mio destino e la mia vita. E io, in quanto praticante, che cosa sto facendo? Dovrei forse osservare passivamente come tutto accade in questo mondo al di fuori della mia stessa coscienza?» Proprio questa assunzione di responsabilità significa un approccio maturo e l’uscita dallo stato di essere limitato verso lo stato di devata, di divinità.

La posizione dell’uomo comune è questa: non mi assumo la responsabilità e mi affido a ciò che è esterno; ritengo che il mondo e le persone intorno a me debbano fare questo per me, fornirmi quello, mentre io mi limito a rimanere in uno stato passivo, accettando tutto ciò come una fortuna. Ma il principio della divinità è radicalmente diverso: sono autosufficiente, meditativo e sviluppo costantemente il mio potenziale; sono sufficientemente consapevole da assumermi la responsabilità e manifestarmi attraverso l’assunzione di tale responsabilità; non ho paura di questa responsabilità.

La storia del re Vasu: un esempio di assunzione della responsabilità

Nell’antichità vi era un re di nome Vasu, che si assunse la responsabilità schierandosi dalla parte degli dèi. Un giorno sorse una disputa tra i rishi e gli dèi. Gli dèi sostenevano che i rituali e i sacrifici dovessero essere compiuti in un certo modo, mentre i rishi affermavano che dovessero essere eseguiti in un altro modo. Vedendo il re Vasu, decisero di rivolgersi a lui per chiedere consiglio, poiché era uno yogin eminente, dotato di risveglio e di tutte le virtù. Vasu decise di sostenere gli dèi, poiché vedeva che la loro logica era più profonda, sebbene i rishi avessero accumulato molta forza attraverso la pratica e l’ascesi. Quando Vasu si schierò dalla parte degli dèi, alcuni rishi, indignati, lo maledissero. Come conseguenza di tale maledizione, egli fu costretto ad abbandonare il mondo degli esseri celesti; da colui che camminava nel cielo divenne un abitante dei mondi inferiori, degli inferi. Vedendo che Vasu aveva sofferto per la verità, per una via più elevata, gli dèi giurarono di sostenerlo. Per tutto il tempo in cui egli si trovò negli inferi, cinque volte al giorno compivano per lui offerte e rituali. Grazie a ciò, pur dimorando nell’inferno, egli gioiva ricevendo il nettare. In seguito gli dèi decisero di rivolgersi a Vishnu chiedendogli di liberarlo. Dissero a Vasu: «La forza della maledizione dei rishi non può essere annullata, poiché la legge stabilisce che il loro saṅkalpa debba compiersi; non è possibile che i loro meriti e il loro tapas vadano sprecati e non si concretizzino. Ma neppure noi possiamo rassegnarci al fatto che tu soffra. Faremo tutto il possibile per tirarti fuori dai mondi inferiori». Si rivolsero a Vishnu, e allora Vishnu, convocando Garuda, suo discepolo devoto e servitore, gli ordinò di scendere nei mondi inferiori, manifestando un corpo illusorio e usando i siddhi, e di liberare Vasu. Grazie a ciò, Vasu uscì dagli inferi in breve tempo, bruciò i risultati della maledizione karmica e, nel proprio corpo, ritornò nel mondo degli dèi, per poi raggiungere lo stato supremo di Brahma.

Re Vasu: fedeltà alla verità suprema, prova e salvezza divina.

Dunque, quando ci assumiamo la responsabilità, ciò è connesso a un lavoro più maturo della coscienza. Per esempio, desiderando aiutare tutti gli esseri viventi, cerco di raggiungere la liberazione nel più breve tempo possibile e, allora, pratico consapevolmente. Desiderando aiutare tutti gli esseri viventi, mi dedico a un qualche servizio, divento monaco, agisco in un determinato status, assumendomi la responsabilità della mia decisione personale.

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