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Il cammino verso la saggezza: dai samadhi fugaci alla vera conoscenza

13.07.2026
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Il cammino verso la saggezza: dai samadhi fugaci alla vera conoscenza

Commento al testo «Tripura Rahasya», capitolo 17 «Sull’inutilità dei samadhi fugaci e sul cammino verso la saggezza»

Il capitolo inizia con una discussione sui samadhi fugaci. Poiché su questo tema sono già stati dati dei commenti, proseguiremo subito con le domande successive.

Sulla natura dei samadhi fugaci nella vita delle persone comuni

«Il giovane bramino chiese poi: «O re, perché dunque tutti gli uomini non sono ancora liberati, se nelle loro vite si incontrano così spesso samadhi fugaci, e se esso è la fiaccola che porta l’illuminazione nel vuoto non manifestato del sonno? La liberazione è il risultato diretto del samadhi privo di qualità. Perché allora la Suprema Essenza, essendo pura intelligenza, non riconosce se stessa e non rimane liberata per sempre?»

Prima di ciò Janaka spiegava che anche nella vita delle persone comuni mondane avvengono esperienze fugaci di non-dualità. Sono momenti in cui la mente concettuale è paralizzata. Un qualche evento estremo, un momento in cui la mente passa da una percezione a un’altra, cioè si trova in uno stato intermedio. Il primo istante dopo il risveglio, il momento in cui si sperimenta un sentimento o una sensazione intensa: tutto questo sono varietà di samadhi fugaci.

Per esempio, il riso, l’umorismo, sono anch’essi una sorta di introduzione diretta, quando, grazie al paradosso, la mente concettuale viene bloccata. Per un certo tempo il pensiero logico si paralizza e in superficie emerge la vera essenza. Perciò, quando le persone vanno a vedere gli umoristi e amano ridere, in realtà vengono per il darshan, e gli umoristi svolgono il ruolo di guru che danno un’introduzione diretta attraverso tali monologhi paradossali.

Ashtavakra chiede: «Se le persone sperimentano così spesso nella loro vita l’apertura della coscienza profonda, quando la loro mente concettuale è paralizzata, perché allora non hanno raggiunto la liberazione?» Una domanda logica.

La causa del ciclo di nascita e morte

«L’ignoranza si dissolve grazie alla pura intelligenza, che è il samadhi, e questa è la causa immediata della salvezza. Ti prego, parlami di questo, affinché tutti i miei dubbi se ne vadano».

Il re rispose nel modo seguente: «Ti racconterò questo segreto. Il ciclo di nascita e morte, esistente da tempi immemorabili, è condizionato dall’ignoranza, che si manifesta sotto forma di piacere e dolore, pur rimanendo tuttavia soltanto un sogno e qualcosa di irreale».

Il ciclo di nascita e morte è condizionato dall’ignoranza. L’ignoranza consiste nel non riconoscimento, da parte del manas, cioè della mente concettuale, della propria natura sottile, vale a dire del buddhi e dell’Atman, come Fonte. In conseguenza del non riconoscimento avviene l’identificazione del manas con il corpo, con gli oggetti dei sensi e con gli organi di senso. E allora il gioco dell’energia, che costituisce l’essenza dell’universo, viene percepito in modo dualistico (nei termini di piace o non piace, male o bene), e si colora completamente di interpretazioni personali; viene assunta una rigida posizione duale.

Cioè il trucco preferito del nostro ego consiste nel dichiararsi qualcosa di realmente esistente, autosufficiente, e nel separarsi dal mondo, dagli oggetti esterni e, naturalmente, dalla Suprema Fonte. E allora sorge una rigida opposizione tra «io» e «non io». Cioè «io» è la mente e il corpo, mentre «non io» è tutto il resto.

Ignoranza e identificazione del manas con il corpo, i sensi e la percezione dualistica

Naturalmente, l’essere vivente vive in una tale rigida opposizione, e non gli resta altro da fare che dividere costantemente il mondo in ciò che gli piace e ciò che non gli piace, in ciò che gli è vantaggioso e ciò che gli è svantaggioso. Così sorgono le categorie di cattivo e buono, bene e male e altre simili, sebbene in realtà nella natura nulla di tutto questo esista né sia mai esistito. Si dice così: «Non esiste il cattivo, esiste ciò che non ti piace. Non esiste il buono, esiste ciò che ti piace». Tutto questo sono criteri di valore puramente umani, soggettivamente colorati, che derivano dalla dualità, dall’ignoranza.

Il momento in cui avviene il rifiuto del negativo e sorge un’appassionata attaccamento a ciò che piace, è proprio il momento in cui il jiva viene incatenato al ciclo di nascita e morte. E poiché manca il discernimento della sottile attività conoscitiva del buddhi e dell’Atman, tale incatenamento non si auto-libera. Al contrario, si consolida, generando per le vite successive nuove cause ramificate.

Ma il semplice atto di scoprire la sottile consapevolezza del buddhi, indipendentemente da quante vite siano trascorse e da quante karmas si siano accumulate, inizia istantaneamente ad auto-liberare tutte queste ramificazioni del karma. È come se in una stanza l’oscurità fosse esistita per mille anni, ma anche un solo istante di una lampada accesa fosse sufficiente a dissipare quell’oscurità. Allo stesso modo, come si dice nei sutra, per quanto grande possa essere l’ignoranza, un solo sguardo limpido alla natura della coscienza è sufficiente per iniziare a dissipare l’oscurità dell’ignoranza interiore.

In altre parole, non appena siamo abbastanza chiari, vigili e consapevoli della natura dell’«io», la nostra mente comincia a diventare identica alle menti di tutti i buddha. Un’altra questione è che le nostre karmas residue sono diverse da quelle di tutti i buddha, perciò occorre un certo tempo perché avvenga la dissoluzione definitiva.

Sulla natura della vera conoscenza e dell’autorealizzazione

«E poiché è così, il saggio afferma che la conoscenza può porvi fine. Ma quale conoscenza? È la saggezza generata dall’autorealizzazione: cioè “Io sono Quello”. L’ignoranza non può essere eliminata mediante una semplice esperienza di espansione inqualificata della mente, come il nirvikalpa-samadhi. Poiché tale espansione è in armonia con tutto, inclusa l’ignoranza. Essa è simile a una tela usata nella pittura; la tela rimane la stessa, qualunque immagine vi sia dipinta sopra. La conoscenza inqualificata è semplice luce; gli oggetti si manifestano attraverso di essa e in essa. Ma l’ignoranza o l’illusione non va confusa con lo stato di savikalpa, poiché l’ignoranza è soltanto una contaminazione originaria (cioè la causa) che continua come effetto, come conseguenza. La causa originaria consiste nella conoscenza della perfezione dell’Essenza suprema. L’idea di perfezione è condizionata dall’assenza di parti. Le parti possono apparire solo grazie al tempo, al luogo e alla forma».

L’Essenza suprema possiede la pienezza della perfezione. Noi siamo portatori, espressioni, manifestazioni dell’Essenza suprema. Automaticamente ciò significa che siamo portatori della perfezione suprema. Quando pensiamo di non sentire, di non conoscere la perfezione suprema, ciò significa soltanto che non ci siamo ricongiunti con essa, pur possedendola. In altre parole, la nostra attività conoscitiva non è in grado di percepirla, sebbene non l’abbiamo mai perduta.

Questo si può paragonare a una persona che ha un milione di dollari cucito nella fodera del cappotto, ma non può servirsene perché non sospetta nemmeno di averlo; tuttavia possiede questa enorme somma. Allo stesso modo, la perfezione originaria esiste nel momento presente, ma esiste come potenziale. Non è attivata, perché la nostra attività conoscitiva non si è ricongiunta con essa e non può davvero servirsene. Non appena la nostra coscienza conoscente comincia a ricongiungersi con essa, tutto questo potenziale si dispiega istantaneamente. Non è qualcosa che noi facciamo e poi conseguiamo. Questo potenziale è perfetto fin dall’inizio; la questione sta nel suo riconoscimento e nel dispiegamento della sua energia.

La perfezione originaria nascosta come potenziale della coscienza già presente

In che modo, dunque, l’attività conoscitiva del manas può unirsi a questo potenziale? Il manas, cioè la nostra coscienza concettuale, deve ascoltare con sensibilità e vigilanza la propria Fonte, essere attento e in ogni istante sintonizzare il canale di comunicazione con questo potenziale, finché tale canale non diventi continuamente operativo. Non appena esso si stabilisce, sopraggiunge la benedizione della forza discendente (Anugraha), e allora il manas diventa impotente a fare qualsiasi cosa, le sue azioni non sono necessarie, ed esso stesso può rilassarsi e cedere il posto a una forza spirituale superiore, che discende attraverso il buddhi.

Il processo di individualizzazione della coscienza

«Tuttavia il senso di compiutezza appare senza questi fattori, che implicano l’aspirazione verso di essi, il che genera un senso di mancanza e di bisogno. Nel tempo e nello spazio sorgono limitazioni, e la causa fondamentale dell’ignoranza si manifesta come “io sono”. Questo è il seme embrionale da cui poi compare il germoglio del corpo come entità individualizzata, che cresce ulteriormente fino a diventare un albero gigantesco nella forma della ruota delle nascite e della morte».

All’inizio si genera una limitazione legata alla coscienza, l’individualizzazione del senso “io sono”, e poi appare il corpo sottile, le cinque prana, il corpo fisico, il destino, la nascita, il karma, il condizionamento del passato e del futuro e così via. Ma la coscienza essenziale stessa, che si trova più in profondità dell’identificazione “io sono”, è al di là del tempo e dello spazio.

Esso è inconcepibile, perciò lo si chiama aparicchinna. È infinito, perciò lo si chiama aprameya, o ananta. È al di là della nascita, del divenire, del sostegno, della conservazione, della distruzione, al di là del passato o del futuro, perciò lo si chiama kalatita. È al di là delle tre categorie (splendore, movimento e inerzia), perciò lo si chiama gunatita. È al di là del fare, dell’agente e dell’attaccamento ai frutti delle azioni (al di là di kartritva e karta).

Questa pura consapevolezza è colma fino all’orlo di energia, gioco e beatitudine, perciò se ne parla come di paripurna – la pienezza assoluta e universale. È incomprensibilmente libera e guidata solo dalla propria volontà, perciò la si chiama svatantriya, o svacchanda. Possiede infinità o capacità di manifestarsi, di giocare, di esprimersi creativamente, perciò si dice che le siano propri vilasa, o lila (gioco), e anche spanda – la capacità di irradiarsi.

Essa è originariamente autoperfetta; non ha bisogno di raggiungere, di purificarsi, di fare qualcosa, perché è autoperfetta in virtù della sua natura, per nascita, perciò la si chiama arya. Possiede una spontanea autoperfezione, che si realizza senza sforzi intensi, pratica o qualsiasi altra cosa. Cioè essa è naturalmente autoperfetta, perciò la si chiama sahajya (naturale).

Essa si trova al di là di ogni sforzo artificiale, di ogni costruzione, al di là di ogni fabbricazione, cioè non è qualcosa che debba essere creato. Al contrario, occorre liberarle l’ingresso e darle la possibilità di manifestarsi. Se fosse necessario creare qualcosa artificialmente, capiremmo di che cosa si tratta. Per esempio, se si applicano sufficiente chiarezza e sforzo, si può costruire un magnifico tempio, ma il principio della libertà dallo sforzo e dalla fabbricazione significa che il tempio è già in piedi, che bisogna semplicemente trovarlo.

Proprio il cammino dell’insegnamento del laya-yoga, il cosiddetto cammino dell’unità di base, via e frutto, quando base, via e frutto sono uno, è la caratteristica distintiva della via diretta della tradizione sahajya. Cioè noi non costruiamo il tempio, ma consideriamo che esso sia già in piedi, perciò cerchiamo di trovarlo subito già pronto.

Dalla posizione del frutto ho persino provato ad agire nel servizio – così da noi sono comparsi la sala «Oceano sereno» e la biblioteca. Quando avevamo solo una sala, pensai dalla posizione del frutto che sicuramente dovevano esserci ancora delle sale in «Divya loka», bisognava semplicemente cercarle. Andai e trovai un magazzino – ora è diventato la biblioteca. Cioè la sala c’era già, semplicemente non la notavamo. Pensai: «Dopotutto è solo un atto di coscienza, bisogna semplicemente riconoscere che la sala esiste già. Se lo riconosci, cerchi dove si trova, e viene trovata».

Il cammino dell’unità di base, via e frutto come riconoscimento dello spazio già esistente

Questo è un ottimo esempio, che mostra che la perfezione originaria esiste già, bisogna semplicemente trovarla, e non appena la trovate, essa appare istantaneamente nella vostra coscienza, cioè non dovete costruirla. Noi non abbiamo costruito la biblioteca, l’abbiamo semplicemente trovata. Ma non avremmo notato questa sala se non avessimo riconosciuto questo fatto, e forse sarebbe rimasta semplicemente un capanno, e la biblioteca non sarebbe rientrata nel nostro campo visivo. Questo è un esempio di come si possa agire dal punto di vista dell’autoperfezione nella ricerca dello stato naturale.

Domanda: Sorge subito una domanda: nella ricerca dello stato naturale, il praticante cerca, cerca, e trova non quello. Infatti al posto della biblioteca si sarebbe potuto trovare qualcos’altro, cioè avrebbe potuto essere un luogo per il bhajan mandala, un granaio e così via. A seconda di quale sia la tua visione karmica, quello troverai. Da un lato, è semplice: prendere e trovare. Ma, naturalmente, non è facile.

Parlate della dimensione relativa?

Discepolo: Anche di quella assoluta. Non riesco tanto a trovare qualcosa. Infatti la biblioteca poteva essere dentro di noi... Questa natura di Buddha…

La visione karmica rivela diverse possibilità nello stesso spazio di ricerca

Non bisogna intendere alla lettera. Ho portato questo esempio per alludere ai sottili processi spirituali. Ciò non significa che, se avete deciso che il laboratorio esiste già, andate a cercare e trovate in un burrone un nuovo laboratorio. In generale, la logica parasattarka presuppone anche questo, ma perché ciò si manifesti, la vostra presenza deve essere davvero molto profonda. Dal punto di vista dei siddhi non c’è assolutamente nulla di irreale, ma intendevo questo esempio come una metafora.

Discepolo: Io invece intendevo che non riesco a trovare dentro di me lo stato, proprio il mio tempio. Lo cerco qui ormai da due anni, ma è difficile.

La ricerca stessa è un errore. La ricerca significa incertezza, il fatto del non riconoscimento. Bisogna invece eliminare persino il fatto stesso della ricerca e cominciare a radicarsi nel riconoscimento. Dovete star aspettando qualcosa, vero?

Discepolo: Beh, sì…

Scintillii durante la meditazione, qualche esperienza luminosa. Perché non cominciate a riconoscerlo fin da questo momento, dal momento in cui vi trovate ora? Non appena eliminerete la ricerca e procederete al riconoscimento, questo tempio inizierà istantaneamente a manifestarsi, perché non dipende dalle esperienze, dagli sforzi, dalla vostra fede in esso. Esiste. Che crediate nel sole o no, esso sorge comunque secondo il suo ordine. Così, la comprensione e il fatto stesso di riconoscerlo cominceranno a diventare per voi una nuova esperienza colossale.

La ricerca è un’illusione. La ricerca è la conseguenza dell’idea di un cammino. Non appena c’è un cammino, c’è anche la ricerca. E dunque c’è anche colui che percorre il cammino, e dunque c’è tutto il suo karma con peccati e meriti, e questo non avrà fine. Ma il cammino istantaneo consiste proprio nel fatto che cominciamo a comprendere che non c’è viandante. Il cammino è il frutto, di conseguenza non c’è nemmeno ricerca. E allora ci resta il riconoscimento, il radicamento e la celebrazione.

In sostanza, l’orgoglio divino come sankalpa è proprio una pratica di questo tipo (e lo sono anche tutte le altre sankalpa, se le comprendete correttamente). Se invece praticate l’orgoglio divino dal punto di vista del cammino, del frutto e del viandante, anche questo funziona, ma non è il cammino istantaneo, bensì il consueto cammino di purificazione. Ma proprio la peculiarità del cammino del laya-yoga consiste nel fatto che il frutto, il cammino e la base sono presenti simultaneamente proprio ora. E non è una questione di conseguimento, ma di riconoscimento, di ravvisamento e di ammissione.

Sui due tipi di saggezza e sulla necessità della conoscenza pratica

«Il ciclo di nascita e morte non cessa finché non viene posta fine all’ignoranza. Ciò può accadere solo grazie alla perfetta conoscenza della propria essenza, e non altrimenti.

Una tale saggezza, capace di eliminare l’ignoranza, è senza dubbio di due tipi: indiretta e diretta. All’inizio la conoscenza viene acquisita dal maestro e, attraverso di lui, dalle sacre scritture. Una tale conoscenza indiretta non può permettere di vedere il nocciolo del problema, poiché la sola conoscenza teorica non darà frutto. È necessaria una conoscenza pratica, che arriva solo grazie al samadhi».

Ci sono diversi modi di ricevere l’insegnamento. Tradizionalmente ciò viene descritto come shravana (ascolto), manana (riflessione) e nididhyasana (ricordo).

Nelle scuole intellettuali vedantiche questo ha un’interpretazione comune. Ascolto significa che ascoltate comprendendo la logica. Riflessione (manana) significa che analizzate, fate domande, confrontate con i testi sacri, eliminate ciò che non è chiaro. Nididhyasana significa che cercate di essere nel ricordo di ciò su cui avete riflettuto.

Tuttavia, la tradizione dei siddha è chiamata il cammino della comprensione non indiretta, o il cammino della realizzazione della visione diretta della shunyata, o il cammino dell’unica samaya, o il cammino dell’essenza del cuore. Ciò significa che per noi shravana, manana, nididhyasana hanno un carattere diverso: anche quando ascoltate istruzioni orali, spiegazioni logiche, esse non vi danno nuove conoscenze logiche, ma si appellano alla vostra consapevolezza, al vostro stato. In altre parole, attraverso il discorso cerchiamo di andare oltre il discorso: questo è shravana dal punto di vista del laya-yoga.

L’istruzione orale come indicazione verso la consapevolezza oltre il discorso

Manana non significa riflessione, analisi e così via, ma piuttosto significa eliminazione dei dubbi e delle incertezze riguardo alla presenza contemplativa, alla comprensione della natura della Mente. E infine, nididhyasana consiste nel mantenimento continuo e unidirezionale dello stato naturale (presenza contemplativa) fino al completo compimento della realizzazione.

Sull’importanza dell’attenzione nella pratica

«La conoscenza nata grazie al nirvikalpa-samadhi genera saggezza attraverso la distruzione dell’ignoranza e della conoscenza oggettiva (indiretta). Allo stesso modo, l’esperienza di un samadhi casuale e fugace in assenza di conoscenza teorica non servirà nemmeno a questo fine ultimo. Come una persona ignara delle qualità dello smeraldo non può riconoscerlo in uno scrigno di tesori dal solo aspetto esteriore, così come un’altra persona non potrà riconoscere uno smeraldo se non lo ha visto prima, anche se possiede una completa conoscenza teorica in materia, così anche la teoria deve essere integrata dalla pratica, affinché una persona possa diventare esperta. L’ignoranza non può essere eliminata dalla semplice teoria o da un samadhi casuale e fugace di una persona ignorante.

Ancora una volta, la mancanza di attenzione è un serio ostacolo, poiché una persona che semplicemente fissa il cielo non può riconoscere le singole costellazioni. Persino uno studioso istruito non sarà migliore di uno sciocco, se non presta attenzione alla cosa che gli viene spiegata. D’altra parte, se una persona, pur non essendo uno studioso, ascolta tuttavia attentamente tutto ciò che riguarda il pianeta Venere e si accinge con fiducia a cercarlo, sapendo come trovarlo nel cielo, alla fine lo troverà. E allora sarà già in grado di riconoscerlo ogni volta che lo vedrà di nuovo.

Le persone disattente sono semplicemente sciocchi che non possono comprendere il samadhi che si ripete ancora e ancora nella loro vita. Sono simili a un uomo che non sa nulla del tesoro che si trova sotto il pavimento della sua casa e che ogni giorno va a raccogliere elemosine. Così vedi che il samadhi è inutile per tali persone. La mente, l’intelletto di un neonato dimorano sempre in una forma immutabile, e tuttavia essi non comprendono la propria essenza.

Il tesoro del samadhi è presente vicino, ma rimane non riconosciuto senza attenzione

Senza dubbio, il fatto è che il nirvikalpa-samadhi non eliminerà mai l’ignoranza, perciò è necessario cercare il savikalpa-samadhi per eliminarla. Solo con questo si può ottenere l’eliminazione dell’ignoranza.

Dio, intrinsecamente presente come il Sé supremo, è compiaciuto dalle azioni lodevoli che continuano a essere compiute nel corso di diverse nascite, dopo le quali nasce il desiderio di liberazione, e non altrimenti, anche se si attraversassero milioni di nascite.

Dal nirvikalpa al savikalpa-samadhi

Qui per savikalpa-samadhi si intende il samadhi con attributi, cioè il sahaja-samadhi, integrato con gli oggetti, i sentimenti, il comportamento, l’azione, la presenza. E qui il re Janaka dice: «Il samadhi privo di qualità non eliminerà la tua illusione. Dal samadhi privo di qualità devi andare verso il samadhi con qualità».

Il sahaja-samadhi come presenza integrata con oggetti, sentimenti e azione

In teoria, all’inizio tutti dicono che il nirvikalpa-samadhi è preferibile al savikalpa, perché il savikalpa-samadhi è il samadhi iniziale, in cui ci sono ancora attributi legati al nome e alla forma. Da esso bisogna andare verso il nirvikalpa-samadhi: il vuoto privo di qualità, che è la vera non-dualità. Ma poi Janaka dice che rimanere soltanto in questo stato privo di qualità non è corretto. Bisogna riportare di nuovo l’esperienza del privo di qualità nel qualitativo, unire la vacuità non manifestata con gli attributi manifestati. Proprio questi attributi appartengono al sahaja-samadhi.

Il cammino del sahaja-samadhi

Tutti i discorsi sulla presenza contemplativa sono, in sostanza, il cammino verso il sahaja-samadhi. È come se fin dall’inizio cercassimo di esercitarci in esso e ne facessimo il nostro cammino. Non facciamo del nirvikalpa-samadhi il nostro cammino, benché esso possa anche verificarsi lungo il cammino. Per noi il cammino è proprio il sahaja. È un cammino in cui la base, il cammino e il frutto sono una cosa sola. Se in questo momento vi trovate nello stato di assoluta integrità (pratibha), questo è sahaja. Nello stato di integrità si dissolvono le contraddizioni dualistiche tra «io» (soggetto) e «non-io» (oggetti esterni), tra la base (consapevolezza innata), il cammino (il modo del suo sviluppo) e il frutto (il punto finale del conseguimento). Dal punto di vista del sahaja, tutto questo non è separato nel tempo, ma esiste proprio ora, simultaneamente.

Esperienza pratica di lavoro con la sankalpa

Una volta ricevute tali spiegazioni, un monaco praticò la contemplazione lavorando con la sankalpa «Aham Brahmasmi» e altre. All’inizio la sua pratica aveva un carattere formale. Lavorava onestamente, applicando sforzi e cercando di non distrarsi. Nei primi anni ne ricavò soltanto chiarezza. Cioè la sua chiarezza crebbe molto, sviluppò molto bene l’attenzione, essendo capace di seguire le sfumature più sottili della coscienza e il movimento dei pensieri. Affinò la sua chiarezza fino a proporzioni incredibili, ma questo, naturalmente, non era la realizzazione cercata. Si tormentava pensando a come potesse andare oltre questa stessa chiarezza. Ma quando ricevette istruzioni sul fatto che la sua pratica era stata un’applicazione formale di sforzi ordinari e che la questione era del tutto diversa, iniziò a praticare veramente il cammino dello stato naturale. E allora, in breve tempo, cominciò a ottenere esperienze colossali.

Il passaggio dallo sforzo formale e dalla chiarezza al riconoscimento dello stato naturale

Infatti, se pratichi veramente il sankalpa «Aham Brahmasmi», ciò significa che devi subito cominciare a includere nella tua coscienza miliardi di kalpa del passato, miliardi di kalpa del futuro; devi trovarti faccia a faccia con questo. Significa che ogni secondo devi includere nella tua coscienza lo spazio infinito degli universi e unirti a esso. Questo fatto, di per sé, inizia istantaneamente a dissolvere le illusioni di cui si nutre l’ego. Grazie alla semplice comprensione del sankalpa «Aham Brahmasmi», questo monaco ottenne grandi successi nella pratica della contemplazione. Il suo successo consisteva nel fatto che la sua illusione di identificarsi con il corpo era stata dissolta.

La vera natura della pratica del sankalpa

Molti ritengono che la pratica del sankalpa consista nel mantenere la chiarezza. In realtà, la chiarezza è soltanto la prima fase, che mostra il vostro successo sul cammino dell’attenzione consapevole. Il vero effetto del lavoro con il sankalpa consiste invece nel fatto che il vostro «io» comincia a confrontarsi con energie che lo superano, integrandole una dopo l’altra. Questa integrazione può avvenire anche molto rapidamente. Saraha la descrive come simile a un incendio che avvolge una foresta con un forte vento. Non appena cominciate a lavorare correttamente con il sankalpa, all’improvviso esso sembra dischiudere una dimensione colossale di tempo e spazio, che dovrete integrare nella vostra coscienza. Non è più semplicemente una chiarezza ordinaria che mantenete restando in uno stato rattrappito; è un’inconcepibile apertura spalancata che non vi permetterà di rimanere non risvegliati, semplicemente non ve lo permetterà. Per questo tutti i santi si trovano in uno stupore reverenziale.

Lo stupore reverenziale significa che la loro mente non può mai abituarsi alla realtà con cui entra in contatto. La loro mente è sempre estremamente chiara e risvegliata. Da che cosa nasce tale stupore reverenziale? Dal contatto con l’abisso della realtà interiore. Solo chi non entra in contatto con l’abisso della realtà interiore può essere meschino, egoista, invidioso, attribuire importanza a piccoli movimenti della coscienza; mentre chi entra in contatto con l’abisso della realtà interiore non ha neppure un secondo per questo. È simile a una persona che si è lanciata con il paracadute e vola a grande velocità: dimentica che gli scarponi da paracadutismo gli stringono un po’; non ha tempo per pensarci.

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