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Il sentiero verso la liberazione attraverso le Quattro Consapevolezze e il Guru Yoga

28.05.2026
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Il sentiero verso la liberazione attraverso le Quattro Consapevolezze e il Guru Yoga

Il cammino spirituale comincia dal fatto che prendiamo coscienza di noi stessi in modo più ampio, prendiamo coscienza di questa vita, poniamo domande sul senso della vita, osserviamo la vita, la analizziamo, traiamo conclusioni, generalizziamo, svolgiamo un lavoro analitico. Ed è molto importante quali conclusioni traiamo esattamente dall’osservazione, dalla riflessione, dall’analisi, dalla generalizzazione. Perché le conclusioni possono essere diverse.

Per esempio, possiamo osservare, analizzare la vita, generalizzare e prendere una decisione: «Non ho abbastanza denaro, devo diventare più ricco». Oppure possiamo concludere: «Le mie relazioni non funzionano, devo costruire relazioni giuste». Oppure, forse, osserviamo la vita e vediamo che in questa vita hanno successo le persone influenti, dotate di forza, autorità, nome, fama, peso politico, e prendiamo una decisione: «Devo diventare influente, più influente. Ho pochi contatti. E se ci saranno contatti, forse questo mi aiuterà ad avanzare nella vita, si aprirà un ascensore sociale».

E molte persone traggono proprio queste conclusioni osservando e analizzando la vita. A volte le persone osservano la vita, analizzano, generalizzano e prendono decisioni: «La vita è una sola, perché sforzarsi? Forse è meglio che io viva per il mio piacere, faccia surf da qualche parte, viaggi. Mangi bene, gioisca delle cose semplici della vita». Tutte queste sono conclusioni diverse.

Sono conclusioni diverse che traiamo dall’osservazione della vita. Sulla base delle conclusioni vengono prese decisioni. Sulla base delle conclusioni e delle decisioni avviene il trasferimento su un determinato ramo del destino. E per noi è molto importante osservare la vita, analizzare la vita, generalizzare e trarre conclusioni tali da aiutarci a essere felici.

E non si tratta di una piccola felicità, ma di una felicità più ampia. Perché tutti gli esseri viventi vogliono essere felici, ma non tutti comprendono esattamente come. Le concezioni infantili, l’educazione, i modelli sociali, le rappresentazioni sociali, l’istruzione, il paradigma scientifico: tutto questo ci ha formati. E anche il karma della stirpe che abbiamo, il DNA dei nostri antenati nelle nostre ossa.

E in generale si dice che il cervello, il corpo, nel corso di anni di evoluzione, fossero destinati alla trasmissione di informazioni alle generazioni successive e alla sopravvivenza. Cioè, in parole povere, al nostro cervello e ai nostri corpi non interessa molto la nostra felicità come individui. A loro interessa il compito evolutivo posto da esseri divini a noi ignoti. La continuazione della specie e la sopravvivenza: ecco a cosa sono maggiormente destinati.

Non sorprende che, quando vogliamo andare verso la liberazione, il nostro corpo sembri dirci: «Io non ne avevo alcuna intenzione». Dobbiamo impacchettarlo nelle asana, fermarlo con l’energia nei pranayama. E anche il nostro cervello dice: «A me a cosa serve la liberazione? Mi interessa guardare immagini su YouTube, fissare qualcosa. La liberazione serve a te, pratica tu».

Cioè vediamo che avviene un sabotaggio delle nostre intenzioni più elevate da parte della nostra natura inferiore, del nostro corpo, del nostro cervello. Anche la mente è come un sistema operativo, bisogna ancora convincerla. Se ha molte altre convinzioni, anch’essa percepirà tutto con diffidenza, in modo scettico.

E solo un elemento molto sottile dentro di noi, la voce della ragione, della comprensione sottile, la voce dell’intuizione, ciò che nel Vedanta viene chiamato buddhi, la ragione spirituale, l’intelletto spirituale, solo esso cerca di farsi sentire dalle altre nostre parti, di dire: «Pensa, pratica, purificati, sviluppati».

Cioè noi siamo esseri non univoci, in cui ci sono parti elevate e parti più basse. E la voce del Sé Superiore, la voce dell’Atman, è così silenziosa che quasi non la percepiamo. Cioè essa è dentro di noi come aspirazione alla ricerca spirituale, come aspirazione alla libertà, alla felicità, come aspirazione innata. Ma è così silenziosa che spesso viene soffocata dai modelli sociali, dalle ideologie, dalle rappresentazioni della mente, dall’educazione e così via.

E le conclusioni che traiamo osservando la realtà, generalizzando la realtà, sono molto importanti, poiché trarre conclusioni sbagliate significa imboccare una strada sbagliata; imboccare una strada sbagliata significa andare in direzione opposta alla propria felicità, alla propria libertà.

È come quando viaggiate in automobile, analizzate i dati del navigatore e pensate: «Ecco, il mio obiettivo è là, quindi bisogna andare a destra, bisogna tracciare il percorso verso là». Queste sono le vostre conclusioni. Avete tratto conclusioni, avete tracciato il percorso, ma quel luogo potrebbe non essere lì. E perché non è lì? Perché le conclusioni erano sbagliate. E perché le conclusioni erano sbagliate? Mancanza di dati, il quadro era incompleto. Forse il navigatore era spento in quel momento, non c’era internet. Non c’erano dati sufficienti per l’analisi, per prendere decisioni, oppure non c’era abbastanza tempo.

Succede, spesso viaggiamo, vogliamo arrivare da qualche parte, e il navigatore, anche con tutte le possibilità tecniche, ci ha indirizzati da tutt’altra parte. E abbiamo mancato la svolta, e ora dobbiamo percorrere 20 chilometri fino alla prossima inversione.

E così accade anche con la vita. Abbiamo svoltato da qualche parte nella direzione sbagliata, abbiamo perso il momento favorevole, e ora dobbiamo aspettare 20 anni finché si apra un’occasione propizia. Oppure forse abbiamo addirittura perso un’intera vita, e bisogna aspettare la vita successiva finché si apra il momento favorevole per tornare di nuovo alla consapevolezza e andare verso Dio.

Svolta errata sul cammino spirituale e necessità della scelta giusta

È molto importante quali decisioni prendiamo osservando la vita, analizzandola.

Le quattro consapevolezze

I testi sacri ci propongono quattro temi per completare e chiarire la nostra visione del mondo. E questo si chiama «Le quattro consapevolezze».

Prima consapevolezza: l’impermanenza

Il primo tema proposto è riflettere sull’impermanenza. Questo mondo è impermanente? Non ci devono essere illusioni. Viviamo in un mondo mutevole. Si trasforma continuamente, e noi ci trasformiamo, il mondo si trasforma. Per esempio, molti di coloro che siedono qui sono nati nell’URSS. Ora dell’URSS non c’è nemmeno più traccia. Molti sono nati in tempo di pace, ora esso non è affatto molto pacifico. Quando siamo nati eravamo molto piccoli, ora alcuni di noi sono già persino persone anziane.

Cioè il flusso del tempo, il flusso della trasformazione. E l’impermanenza dice: non sperare di cogliere una qualche permanenza in questo mondo, ma sviluppa la tua flessibilità ed espandi la tua coscienza, per vedere dietro questa impermanenza qualcosa di più grande.

L’impermanenza significa che non dobbiamo pensare in modo ristretto, nelle categorie di questa vita, solo di questa vita. Cioè questa vita, naturalmente, è importante, ma tutto non finisce con essa. E se si guarda più ampiamente, questa vita ha una vita precedente, anzi ce ne sono moltissime, e ci sono vite future. La loro vita, la grande vita, è tutto questo conglomerato di vite.

Viviamo una delle nostre molte vite. Una sola. E rispetto all’infinito, è un frammento. Come se ci fossero uno stroboscopio e una figura in movimento. E si facesse un’istantanea. Nello stroboscopio la figura si muove, l’istantanea mostra il suo stato attuale. Ma prima c’erano stati molti scatti, e dopo ce ne saranno molti. E così «una vita» è uno scatto dello stato attuale. Ma di questi scatti ce ne sono moltissimi: tutte queste sono vite.

E la grande vita nel Sanatana dharma non è una sola nostra vita, come corpo incarnato in questo mondo, ma qualcosa di molto grande, praticamente infinito. Sono tutte le nostre vite: la precedente e tutta la nostra vita futura, tutto è un’unica vita. A volte nasciamo in un corpo, nel mondo degli uomini, nell’aspetto di un essere umano; a volte in altri corpi; a volte dimoriamo come spazio senza forma; a volte come animali; a volte come dèi; a volte come esseri Naga; a volte come certi esseri mitici e magici descritti nel Sanatana dharma, che anch’essi esistono: Kinnara, Gandharva, Vidyadhara; a volte come spiriti cosmici immortali. E a volte come vuoto assoluto durante la distruzione dell’Universo, ma noi esistiamo sempre.

E questa è la nostra grande vita. La nostra vita fisica attuale è un frammento, un qualche punto in una grande linea, in un grande flusso. E quando riflettiamo da posizioni così ampie, le nostre conclusioni possono essere più profonde. A questo conduce l’impermanenza.

La multidimensionalità dell’essere

Il principio dell’impermanenza indica che non viviamo soltanto nel mondo fisico. Per esempio, dopo la morte del corpo fisico continuiamo a vivere, perché non moriamo come spirito, come anima. Ma non viviamo più propriamente nel mondo fisico, bensì viviamo nel mondo sottile. Nel mondo sottile ci sono molte regioni, anche lì ci sono intere città, anche lì ci sono esseri viventi con i propri interessi, ed esso è anch’esso pieno di vita. Ma i mondi sottili possono essere diversi: ve ne sono di puri, celesti, e vi sono mondi inferiori, duri, demoniaci, asurici.

La tradizione vedica presenta 14 mondi principali, e suddividendoli si può entrare in moltissimi dettagli. Tutto questo è il grande Universo. Non solo il nostro universo fisico, che si trova al centro, il settimo mondo, Bhurloka. E se si va verso l’alto, questi mondi si chiamano Bhuvarloka, Svargaloka, Maharloka, Janaloka, Tapaloka, Satyaloka.

Tutti questi mondi sono anch’essi reali insieme agli esseri, ma lì la fisica è diversa, il tempo scorre in modo diverso. C’è un altro livello di soggettività. La mente funziona in modo diverso, l’identità di sé si percepisce in modo diverso, ma essi esistono comunque. Alcuni assomigliano ai sogni, alle visioni oniriche. E anche i mondi inferiori, sette mondi in basso: Atala, Vitala, Sutala, Talatala, Mahatala, Rasatala, Patala.

Viviamo in un grande mondo, in un mondo immenso, che include molti mondi, sia in alto sia in basso, e in un grande tempo, che include molte vite. E la nostra incarnazione in questa vita, in questo corpo, è semplicemente un frammento. Ed ecco una visione così più ampia.

La multidimensionalità dell’essere come fugaci visioni di altri mondi all’interno dell’esperienza umana

La comprensione del fattore dell’impermanenza, il fatto che vaghiamo continuamente attraverso mondi e corpi, trasmigrando di qua e di là, deve risvegliare in noi delle conclusioni. Ma dove devo vagare? Come devo rinascere, o devo rinascere affatto? E se rinascere, allora come chi e dove? Ecco, ora sono capitato nel mondo degli uomini. Sembra un mondo normale, ma non molto, così così. Ce ne sono anche di migliori, naturalmente. Per esempio, l’avatar: le batterie durano solo 80 anni. Il corpo. E alcuni dèi vivono 10 mila anni. E gli dèi in generale sono immortali.

Cioè, nei mondi superiori dei cieli ci si può nutrire di prana: basta immaginarlo mentalmente, e sei sazio. Oppure i desideri si realizzano con la forza del pensiero. Cioè, ci sono mondi anche migliori. Ma ce ne sono anche di peggiori. Ci sono quelli in cui non si trova affatto cibo, il ventre è gonfio, la gola piccola, gli occhi sporgenti, l’aspetto deforme. Si combatte per il cibo, ma procurarselo è estremamente difficile. I mondi degli spiriti inferiori, dei preta, i mondi degli animali, del resto, sono davanti ai nostri occhi.

E noi analizziamo questa impermanenza, e quali qualità bisogna accumulare, dove bisogna caricare il proprio subconscio, quale vettore creare per essere più felici, più liberi. Tutto questo riguarda l’impermanenza.

E qui si sviluppa la nostra volontà, perché senza volontà sul cammino spirituale è difficile. La volontà dentro di noi deve accumularsi e prendere una decisione. Dobbiamo analizzare tutto, generalizzare, trarre conclusioni, ma anche le conclusioni senza volontà sono sterili.

Si possono trarre molte conclusioni, e conclusioni magnifiche, ma se questa volontà non le recepisce dentro di noi e non le accetta come propri obiettivi e compiti, queste conclusioni saranno, come si suol dire, messe in una cartellina nel cassetto e lì resteranno fino alla prossima vita. E queste conclusioni dobbiamo trasmetterle alla nostra volontà, cioè la nostra volontà deve recepirle seriamente come guida all’azione.

La seconda consapevolezza: la legge del karma

E l’impermanenza, la legge del karma e il tema successivo per la consapevolezza: in questo mondo esiste una gerarchia di energie, di qualità, e noi accumuliamo costantemente alcune qualità e ne disperdiamo altre.

I nostri pensieri determinano il nostro destino, e i nostri pensieri dipendono da molti fattori: dalle azioni, dai motivi, dalle impronte della vita passata, dall’influenza delle persone su di noi, dall’influenza del karma su di noi.

E i nostri pensieri influenzano molto fortemente la nostra realtà. Perciò si dice: se vuoi capire chi sei stato nelle vite passate, guarda te stesso nella vita attuale. Cioè, se siamo qui, allora siamo stati persone abbastanza buone nelle vite passate da ascoltare il dharma, ottenere un corpo favorevole, ma non abbastanza buone da diventare dèi, per esempio, mahasiddha immortali in corpi arcobaleno. Cioè, siamo stati abbastanza buoni, ma non così buoni.

Anche questo deve far riflettere, perché esiste una legge continua del karma. La legge del karma può essere paragonata a una mente onnipresente, come oggi l’intelligenza artificiale, ma questa è un’intelligenza divina, che è incorporata e calcola tutte le nostre azioni, analizza sempre i nostri pensieri e le nostre azioni, e dalla quale non c’è scampo.

La legge del karma significa che tutto ciò che pensiamo, tutto ciò che facciamo, pensiamo, ci prepariamo a fare, tutto questo influisce sul nostro destino. E il nostro destino viene costantemente ricalcolato. La buona notizia è che possiamo influire così sul nostro destino se cominciamo a pensare in modo molto concentrato, ci raccogliamo e cominciamo a pensare in un’unica direzione.

La consapevolezza della legge del karma significa diventare molto attenti. Se siete attenti, cominciate a capire molte cose. Per esempio, avete eseguito una homa, avete ricevuto una benedizione, la benedizione vi ha aggiunto alcune qualità. Se siete attenti, potete persino capire quali qualità sono state aggiunte. Forse la vostra memoria è migliorata dello 0,01%, oppure la vostra fortuna è migliorata di un decimo di percento. Questo è il risultato del mantra recitato nel fuoco, della homa, della puja, di alcune offerte.

E poi siete andati, e la vostra fortuna è migliorata di un decimo di percento. Cioè, altre mille volte così, e la vostra fortuna crescerà fino al cento per cento. Ma dopo la homa siete andati e avete litigato con qualcuno. E subito è avvenuto un ricalcolo. Se lo si immagina mentalmente, come una finestra che appare sullo schermo del computer. Il merito derivante dall’esecuzione della homa vi è stato addebitato per una comunicazione sfortunata, per l’imprecazione. Tutto qui. Ecco come agisce nella nostra vita la legge del karma.

La legge del karma nella vita moderna: le azioni dell’ego e la loro trasformazione in compassione

Accumoliamo costantemente qualcosa di buono, ma perdiamo anche qualcosa di buono. Perciò si ritiene che sia meglio dedicare tutti i meriti a qualcosa di illimitato, divino, elevato, affinché non vadano perduti da nessuna parte. Appena abbiamo accumulato un qualche merito, diciamo: trasferisco immediatamente questo merito sul conto della liberazione, dell’illuminazione di tutti gli esseri viventi, oppure sul conto del Brahman. E allora esso può non andare perduto, può conservarsi. Per questo esiste il metodo della dedicazione del merito. Dunque, la legge del karma significa che bisogna determinare come dobbiamo agire affinché la legge del karma sia pienamente compresa e lavori per noi in modo favorevole.

Domanda: E se alcune sankalpa relative vengono elevate a un contesto infinito, anch’esse sono corrette?

Sì.

Cioè, un tale merito, in teoria, non si perde secondo la tecnologia, se viene dedicato in questo modo?

In teoria, sì. Ma in questo merito non c’è più il vostro ego.

Dunque, comprendere la legge del karma significa capire quali cause ed effetti devo accumulare, e quali cause ed effetti mi trascinano verso il basso e da cui bisogna rinunciare. Accumoliamo costantemente alcune buone cause ed effetti, se agiamo da stati corretti, con fini buoni e motivazioni buone, e le nostre azioni sono rivolte a soggetti elevati.

E accumuliamo un certo karma neutro, se agiamo con motivazioni neutre nei confronti di oggetti neutri e azioni neutre. E accumuliamo costantemente un certo karma negativo, se agiamo da motivazioni negative e ci leghiamo a oggetti o soggetti negativi.

Quando in noi nasce la comprensione della legge del karma, diventiamo molto attenti. È simile a come un uomo d’affari sa contare il denaro. Un buon uomo d’affari conta bene e cerca e investe i propri capitali solo in quei progetti che portano profitto. Se gli proponete di investire 100 mila dollari da qualche parte in una cosa inutile, vi guarderà come se foste pazzi. Dirà: «Ma tu non capisci proprio niente? Dove mi proponi di investire?» Lo stesso vale per i meriti.

Se comprendete la legge del karma e vi propongono di investire la vostra attenzione in cose dubbie. Voi dite: «Ma non capisci proprio niente, perché dovrei investirci». Evitate tutto ciò che può portarvi via il merito.

E allora la vostra etica, le vostre regole, i vostri voti sono naturali; non servono regole, se lo comprendete. Se non lo comprendete, allora vi servono regole, etica. Esse aiutano a non sbagliare, anche se non capisci la legge del karma. Se capisci la legge del karma, segui naturalmente le regole, l’etica e il resto. Per esempio, vi propongono: andiamo a mangiare carne. Perché? Partecipare all’uccisione di un essere vivente, detrarre meriti da sé stessi. Perché? Non ha senso. È meglio sostituirla con qualcos’altro.

Accumulo dei meriti ed evitamento del karma negativo

Un sadhu che ha compreso la legge del karma evita di spendere inutilmente i propri meriti. Secondo: diventa, in senso buono, avido di accumulare meriti. Cioè vuole sempre arricchire i propri meriti, migliorare il proprio karma, comprendendo che questo lo aiuterà. Non si rapporta con indifferenza alla legge del karma. Se c’è una qualche possibilità di accumulare meriti, li accumula.

È simile a come un cercatore di tesori non è indifferente ai tesori. Se c’è la possibilità di trovare un tesoro, lo troverà. Oppure, se c’è un amante dei libri e c’è la possibilità di trovare un buon libro, lo troverà. Allo stesso modo, se c’è la possibilità di trovare qualcosa di prezioso, nei meriti una tale persona troverà il modo di accumulare meriti.

Vivere evitando il karma negativo e accumulando meriti è il modo di pensare di un sadhu, se avete compreso la legge del karma. Se avete compreso la legge del karma, non compiete alcuna azione superflua. Capite che tutto questo, dal punto di vista del karma, è inopportuno, tutto questo è inutile. Non seguite più gli impulsi del vostro ego, delle vostre motivazioni, dei vostri desideri. Agite chiaramente sulla base della comprensione del bilancio dei meriti e dei peccati, cioè del karma positivo e del karma negativo.

A volte siete persino pronti ad affrontare qualche disagio, pur di aumentare il bilancio del vostro karma. Di solito come viviamo? Vivo affinché mi sia comodo, affinché stia bene, affinché gli altri mi amino e mi rispettino. Ma a volte possiamo agire in modo tale che il bilancio del nostro karma peggiori.

E a volte possiamo agire in modo tale che il bilancio del nostro karma migliori. E colui che ha compreso la legge del karma pensa così: vivo affinché nel mio bilancio dei meriti ci siano molti meriti. La comodità può essere messa in secondo piano. Ed ecco, lo yogin è colui che aspira ad accumulare meriti anche al prezzo del disagio.

Le illusioni sui desideri e la cultura moderna

A volte pensiamo: vivo affinché i miei desideri si realizzino. Ma lo yogin dice che a volte la realizzazione dei desideri non è sempre favorevole. E lo scopo della nostra vita non è rincorrere la realizzazione dei nostri desideri.

Questi sono enormi fraintendimenti, instillati dalla natura materiale, e l’ambiente informativo moderno non fa che alimentarli, sostenendo che bisognerebbe impegnarsi con tutte le forze, a qualunque costo, per realizzare i propri desideri. Ma perché qualcuno ha deciso così? I desideri, infatti, possono essere diversi, e non tutti i desideri sono favorevoli. Alcuni desideri devono essere limitati. E, al contrario, ci sono desideri di cui persino non siamo consapevoli, per esempio il desiderio di liberazione. Desideri di questo tipo, invece, vanno incoraggiati.

Ma la cultura consumistica moderna devia fortemente l’essere umano nella direzione sbagliata. Vengono imposti certi modelli, certi stereotipi, e si propone di spendere tutta la vita per soddisfare questi modelli e stereotipi. Riflettere sulla legge del karma ci dà un’intuizione nel senso che ciò di cui abbiamo bisogno non è la soddisfazione dei desideri. Abbiamo invece bisogno di buone cause, di conseguenze per il futuro della vita e in questa vita. Abbiamo bisogno di meriti. Non abbiamo bisogno di comfort, comodità e denaro, ma di meriti che permettano di elevare la propria coscienza. E se la coscienza sarà elevata, allora tutto il resto, per impostazione predefinita, naturalmente, ci sarà anch’esso.

Se riflettiamo sulla legge del karma, diventiamo più attenti. Per esempio, iniziamo a capire: l’adorazione delle divinità, dei santi, il dimorare in compagnia dei sadhu è ciò che accumula meriti. La frequentazione di una compagnia inadatta può sottrarre meriti. Il servizio a Dio, al dharma, al sangha, ai santi è ciò che accumula meriti. Il servizio a diverse realtà sociali dà il karma delle realtà sociali. Il servizio al proprio ego dà il karma del proprio ego.

La consapevolezza delle sofferenze nel samsara

Dopo la legge del karma viene la consapevolezza delle sofferenze nel samsara. Le sofferenze esistono, sono vicine, camminano sempre accanto a noi. Anche se abbiamo successo, siamo felici, sani e ricchi, le sofferenze respirano sul collo di ciascuno. Ma alcuni sperimentano la sofferenza, altri no. Perché i loro meriti permettono loro di non sperimentare sofferenze. Ma solo finché i loro meriti non si sono esauriti. O finché non hanno commesso un errore. Se commettono un errore, anche la sofferenza li tocca. Cioè, se scegliamo in modo errato il vettore della vita, allora la sofferenza è inevitabile.

Ci separiamo dai beni, dai familiari, dagli amici, dalle persone care, dai nostri obiettivi, dai piani, dalla ricchezza, da tutto. Altri dispongono dei beni. Altri comunicano con le persone care, esse vivono la propria vita. E i nostri obiettivi e compiti semplicemente scompaiono, perché nel momento della morte non viviamo più in questo mondo. E questo porta sofferenza, se siamo attaccati a tutto ciò, se ci identifichiamo con tutto ciò.

E perché ci identifichiamo? Perché abbiamo creduto che proprio questi fossero i nostri obiettivi e i nostri compiti. Ci abbiamo creduto così ciecamente, senza alternative. E quando ci identifichiamo con qualcosa, esso è impermanente, si distrugge, e questo provoca sofferenza. E molto spesso la cultura moderna ha proposto l’immagine di una persona avanzata, istruita, di successo, creativa, a cui serve solo il successo e che deve aspirare a essere di successo, ricca, influente, volare in tutto il mondo, godersi il surf, il parapendio, guadagnare il suo primo milione in giovane età. Uno stereotipo di felicità umana superficiale. E poi, all’improvviso, questo stereotipo ha iniziato a sgretolarsi. Perché cose così superficiali non durano a lungo, non resistono alla prova del tempo. Naturalmente, quando si distruggono, segue la sofferenza.

La consapevolezza della legge della sofferenza è una pratica seria. I monaci in molte tradizioni, per comprenderla e per comprendere l’impermanenza, vanno negli obitori, meditano nei cimiteri, negli shmashana o negli ospizi, osservano e traggono conclusioni. È un’intera e seria meditazione analitica: le sofferenze, la legge del karma, infatti, non sono cose filosofiche, noi le comprendiamo solo filosoficamente, ma sono cose della vita. E servono affinché cambiamo e traiamo conclusioni serie.

Consapevolezza delle sofferenze del samsara e cammino del praticante verso la libertà interiore

La consapevolezza delle sofferenze significa trarre conclusioni più che serie. Traiamo conclusioni: voglio praticare così, svilupparmi così, per essere libero anche in futuro dalla più minima sofferenza. Aspiro a raggiungere la liberazione. Non è forse possibile raggiungere la liberazione da tutte queste sofferenze?

Moltissime persone avevano obiettivi, avevano desideri, moltissime persone si ponevano obiettivi ambiziosi. Pensate forse che ora siamo gli unici così? Anche nel XIX secolo, e nel XX, c’erano molte persone, e anche nel XVI, e nei secoli precedenti. E molti erano anch’essi intelligenti, forti, creativi, ambiziosi. Alcuni erano zar, altri politici, altri ancora eminenti scienziati, intellettuali, uomini d’arte. Ma ora di loro non è rimasto nulla. Solo, forse, un paio di righe in un’enciclopedia sui più eminenti tra loro. Degli altri, invece, non sappiamo nemmeno nulla. E allo stesso modo non è rimasto nulla dei loro obiettivi e delle loro ambizioni. Sono diventati semplicemente cenere. Sono diventati anime, si sono reincarnati da qualche parte e conducono una vita completamente diversa, e di questa vita non ricordano nemmeno nulla.

La comprensione delle sofferenze ci aiuta a sviluppare la volontà per trarre il massimo beneficio da questa vita. E come trarre il massimo beneficio da questa vita, che cosa dicono i santi? Bisogna sviluppare la propria consapevolezza in modo tale da realizzare l’assoluto del Brahman in sé, per raggiungere la liberazione. In altro modo è impossibile. Per trascendere quel karma in cui ti trovi ora.

La preziosità della nascita umana

E da qui arriviamo alla preziosa nascita umana. Questa nascita è davvero preziosa, perché è preziosa per un’unica ragione, non ce ne sono altre.

Per esempio, possiamo pensare che sia preziosa perché esistono le tecnologie moderne, internet, il computer, l’intelligenza artificiale, i mondi virtuali, è tutto così fantastico. Mentre prima le persone erano ignoranti, nel XVII secolo, là la scienza, la medicina, e invece noi abbiamo una nascita preziosa. No, questa è una sciocchezza. Non è preziosa per questa ragione. Oppure si può pensare che sia preziosa perché sono nato in una buona famiglia, con un buon tenore di vita, con genitori istruiti. Tutto questo è solo un fattore concomitante, mentre la nascita è veramente preziosa solo se tutti questi fattori ci hanno condotti all’incontro con il dharma liberatore.

Se abbiamo la possibilità di praticare il dharma, di percorrere il cammino della liberazione, ecco che cosa rende preziosa la nostra vita. Oppure a volte si pensa che sia preziosa perché ho una buona famiglia, buone relazioni, vivo in buone condizioni ecologiche. Prima le persone vivevano così... Dieci figli in una famiglia, e non tutti sopravvivevano. L’aspettativa di vita era di 40 anni. Tutto questo è solo un insieme di fattori concomitanti, non rende preziosa la nostra vita.

Ma incontrare, avere la possibilità di praticare il dharma, incontrarsi, ascoltare il dharma, comunicare con i sadhu, studiare gli insegnamenti, venerare le divinità, studiare i metodi dell’insegnamento: ecco che cosa rende preziosa la nostra vita.

La necessità di conclusioni chiare

Sulla base di queste consapevolezze dell’impermanenza, della legge del karma, della preziosità della nascita umana, della sofferenza del samsara e della consapevolezza dell’unicità della preziosa nascita umana, ciò deve darci la possibilità di osservare tutto questo, analizzarlo, riassumerlo in qualche modo brevemente in slogan, termini o meme concisi per noi stessi, in alcune conclusioni, trarre per noi stessi delle conclusioni, molto brevi, molto comprensibili, conclusioni univoche. Qui non può esserci ambiguità.

Per esempio, se sapete che dovete andare al Kailas, allora significa al Kailas, non a Damadarkund. Non potete dire: «Forse al Kailas, forse a Damandarkund». Se un viandante dicesse così: «Dove stai andando con lo zaino, così seriamente? Dove vai?» «Beh, forse al Kailas, forse a Damandarkund, vedremo». Ecco, questo è un approccio poco serio.

Cioè, quando avete deciso di andare da qualche parte, in montagna, dovete avere un itinerario molto chiaro, un’intenzione molto chiara. Non potete dire: «Beh, forse verso la liberazione, forse verso il successo in questa vita, da qualche parte così». Questo significa da nessuna parte. Tali sankalpa non funzionano. Cioè le conclusioni devono essere precise, chiare, univoche, comprensibili e formulate chiaramente per noi stessi.

Perché le conclusioni servono per procedere davvero, non servono per vantarsi davanti agli amici o per dimostrare il proprio intelletto. Servono per fare delle scelte. È come quando avete deciso di avere un figlio. «Beh, forse abbiamo deciso, forse non abbiamo deciso». Avete deciso di guarire. «Beh, forse non guarire, forse guarire». Conclusioni molto chiare e univoche ci permettono di andare avanti.

Se le conclusioni non sono state tratte, la pratica non funzionerà. Avete deciso di andare verso la liberazione? «Beh, forse verso la liberazione, forse verso il successo in questa vita». Così non funzionerà. Le conclusioni presuppongono che colleghiamo la nostra volontà, l’intenzione, la determinazione e iniziamo a muoverci a un ritmo accelerato, a muoverci con ascesi, con tapas, con la pratica, seriamente.

L’impossibilità di conciliare lo spirituale e il materiale

Spesso, quando non giungiamo a conclusioni così precise e chiare, cerchiamo di conciliare lo spirituale e il materiale. Semplicemente aggiungiamo: ecco, nella mia lista ci sono crescita, fioritura, successo, ricchezza, un buon partner, relazioni personali, e aggiungiamo un terzo punto: la liberazione. Cioè, è nella nostra lista. Con un simile atteggiamento non ci sarà alcuna liberazione. Bisogna dimenticarsene.

È impossibile conciliare il cammino della liberazione e il cammino materiale sullo stesso livello. È impossibile. La vita spirituale e quella materiale non possono essere conciliate in questo modo. Ma se mettiamo Dio, il cammino della liberazione, al primo posto, e subordiniamo tutto il resto, allora questo è più realistico. E allora il materiale sarà subordinato alla nostra scelta spirituale della liberazione. E non si svilupperà peggio, forse persino meglio, solo che i nostri motivi saranno completamente diversi. Ecco un tale paradosso.

La scelta tra la vanità mondana e il cammino della liberazione

Colui che subordina tutto a Dio, subordina tutto al cammino della liberazione e al cammino del servizio, può forse sentirsi materialmente persino meglio di colui che cerca di conciliare lo spirituale e il materiale. Perché la conciliazione dello spirituale e del materiale è un tentativo di compromesso, 50 e 50. Invece la subordinazione del materiale allo spirituale è qualcosa di completamente diverso. Significa: io agisco solo per motivi spirituali. E il mio materiale è subordinato ai miei motivi spirituali. Ma esso, se lo voglio, non subisce alcuna perdita. Però io non vi sono attaccato. I miei motivi sono diversi.

Mumukshutva — la volontà di liberazione

Le conclusioni corrette di tutte queste meditazioni analitiche sono la mumukshutva, l’intenzione di raggiungere la liberazione, moksha. E Sri Adi Shankaracharya, nel testo «Viveka-Chudamani», dice che una delle qualità del discepolo dell’advaita è la mumukshutva. Mumukshutva significa la volontà che ci conduce lungo il cammino della liberazione. La nostra volontà di liberazione, la volontà di libertà, di libertà dall’ignoranza e dal samsara.

Sviluppare una tale volontà è la cosa iniziale a cui lo yogin deve dedicare tempo. Se la volontà di liberazione è stata sviluppata, allora percorrerete il cammino spirituale nonostante tutto, e nulla vi turberà, nulla vi farà vacillare: non avrete né dubbi né problemi. Semplicemente, quando esprimete una volontà, qualunque volontà. Se questa volontà è forte, totale e totalizzante, che cosa fa sempre?

Domanda: Vince, sottomette tutto a sé.

Vince, sottomette tutto a sé. Ancora più vicino.

Domanda: Piega la realtà.

Piega la realtà, sì. Se esprimete una forte volontà verso qualcosa, la volontà divide il vostro mondo in due parti: ciò che favorisce questa volontà e ciò che la ostacola. Ma il mondo si semplifica. Non stiamo parlando di una volontà egoistica volta alla realizzazione dei desideri. Questo è un altro tema. Stiamo parlando precisamente della volontà spirituale. Della volontà di liberazione.

Se questa volontà è forte, guardate: avete una lista. Queste cose aiutano, queste cose ostacolano. E qual è il percorso ottimale? Ridurre al massimo quelle che ostacolano. Aumentare al massimo quelle che aiutano. E tutto questo si chiama mumukshutva.

Le qualità del discepolo dell’advaita-vedanta

L’educazione della mumukshutva nella tradizione dell’Ordine Shankaracharya Dashanami, l’Ordine dei Dieci Nomi, è descritta nel testo «Viveka-Chudamani». E lì si dice che essa è un’adhikara necessaria, una qualificazione per il discepolo che studia il vedanta, l’advaita-vedanta: una delle qualità è la mumukshutva. Anche se una persona conosce il sanscrito, conosce la filosofia, ma non ha la mumukshutva, si ritiene che non sia pronta a leggere i testi dell’advaita-vedanta. È un recipiente inadatto, un candidato inadatto allo studio dell’advaita-vedanta.

Oltre a questo, naturalmente, bisogna coltivare viveka — il discernimento, vairagya — il distacco. E le sei qualità sattviche, chiamate shama, dama, uparati, titiksha, shraddha, samadhana:

  • La capacità di controllare la mente, il placare la mente, la calma, la serenità — shama
  • La capacità di disciplinare i sensi, di sottomettere i sensi alla propria volontà — dama
  • La capacità di distaccarsi dai desideri — uparati
  • La capacità di essere pazienti — titiksha
  • La fede in tutto ciò che è legato al dharma, a Dio, al guru, alla guru-parampara, alla divinità prescelta, al proprio Sé. Tutto questo è un termine così ampio: shraddha
  • Stabilità meditativa — samadhana

Tutte queste sono pratiche preliminari che ci permettono di forgiare la nostra personalità come sadhu. E forgiare una tale personalità come sadhu, secondo la tradizione, era prescritto per 12 anni. Perché può intraprendere il cammino della liberazione colui che possiede tutte queste qualità, tutta questa adhikara, qualificazione. Per questo abbiamo una scuola di sannyasa, che prepara i sannyasi per 12 anni. Oppure una scuola di formazione a distanza, che prepara karma-sannyasi, grihastha che hanno scelto il cammino di moksha. Anche questa dura 12 anni, ma nel mondo.

La coltivazione di tali qualità trasforma noi, da persone mondane che cercano i beni di questo mondo, che cercano fini mondani. Essa fa di noi dei sadhu, sadhu pronti a percorrere il cammino della moksha. Inizia il processo successivo. Ecco, ci siamo già preparati, abbiamo compreso tutto, abbiamo sviluppato mumukshutva, la volontà di liberazione, ma ora: dove andare concretamente, che cosa fare concretamente?

Rifugio e guru-yoga

Qui serve una guida, serve un guru. E la fase successiva è la comprensione del Rifugio e la comprensione del guru-yoga. Cioè, prima dobbiamo prendere Rifugio in qualcosa. E in questo Rifugio ci serve una guida per capire dove andare esattamente e che cosa fare.

Il Rifugio significa che ora decidiamo di dirigere la nostra mente verso esseri santi, verso oggetti sacri. Riconfiguriamo le linee di forza del nostro subconscio in connessione con esseri divini molto sottili, idealmente con Dio, ashraya — il Rifugio; sharanam significa che impariamo ad affidarci alla divinità prescelta, al guru, alla guru-parampara, al pantheon degli dèi, al pantheon dei santi, al dharma, al sangha. E lo facciamo non formalmente, ma in senso magico. Nella magia non ci sono cose formali. Lo sapete? Cioè si può filosofare, ma il mago sa che cosa fa, perché lo fa e quale risultato vuole ottenere. Non è una questione di filosofia.

Riorientamento interiore della mente verso il sacro attraverso compassione, chiarezza e beatitudine

Il Rifugio è un principio magico. È un’energia su cui ci affidiamo e che ci protegge realmente, ci benedice, con cui interagiamo sempre. Questo è il Rifugio. Perciò chi prende Rifugio ha sempre davanti agli occhi una sorta di interfaccia: l’albero del Rifugio, la visualizzazione delle divinità, dei santi, della guru-parampara, che può richiamare in qualsiasi momento e con cui comunica in modo interattivo. Può compiere puja, homa, visualizzazioni, recitare mantra.

Interazione costante con il Rifugio

Il Rifugio viene preso anche per interagire sempre con esso. Per esempio, vi alzate al mattino, recitate il Pancharad na pranam, interagite con i cinque aspetti del Rifugio, poi durante il giorno recitate i mantra di ascesa lungo l’albero del Rifugio, visualizzate anche, uno dopo l’altro, i santi del Rifugio e recitate un mantra a ciascuno.

Eseguite il guru-yoga con om, visualizzate il Rifugio, invocate la loro benedizione. Cioè il Rifugio è ciò con cui bisogna essere costantemente in contatto. Venerate la divinità prescelta, mettete in evidenza la figura centrale dell’albero del Rifugio, onorate la guru-parampara, mettete in evidenza i santi del Rifugio.

Venerate Shiva, mettete in evidenza l’essenza di tutto il Rifugio. Venerate le dee, mettete in evidenza altri aspetti del Rifugio legati alla shakti.

Acquisizione di un posto nella linea di trasmissione

Il Rifugio ci dà un nuovo destino. Alla fine, troviamo il nostro posto e il nostro ruolo nel Rifugio. Idealmente, come dovrebbe essere? Abbiamo preso Rifugio, con l’aiuto del guru abbiamo raggiunto l’illuminazione e nell’albero del Rifugio abbiamo occupato anche un certo posto per le generazioni future, diventando un anello della catena di questo Rifugio, un anello illuminato.

Cioè guardate il Rifugio e leggete i nomi, a partire da Shiva. Poi questa divinità, quella divinità, poi... Questa è chiamata la parte divina del Rifugio — Divyanga.

Poi guardate i siddha. Questo siddha, quel siddha. Questa è chiamata siddhanga. E poi leggete i santi e i maestri terreni. Questo santo, quel guru, quel maestro. Questa è chiamata manushya. La parte umana del Rifugio. E poi in basso guardate: siete scritti voi. Ecco, tale santo ha raggiunto il Rifugio in questa linea di trasmissione.

Cioè entrare nella linea di trasmissione, raggiungere la santità e diventare un determinato anello in questa santa linea di trasmissione per le generazioni future, e liberarsi. Diventare protettore delle generazioni future sul cammino della liberazione, perché si è liberi, perché si è raggiunta anche l’illuminazione. In questo sta il senso del Rifugio. Ci inseriamo in una grande linea composta da molti anelli molto antichi. E anche noi abbiamo la possibilità di diventare santi in questo anello del Rifugio.

Il Rifugio arricchisce le nostre qualità, protegge, se stiamo continuamente davanti all’albero del Rifugio. Perciò è molto importante stabilire un rapporto corretto con il Rifugio. È un rapporto di venerazione, adorazione, lode, offerta, servizio, visione pura, devozione reverente. Allora il Rifugio può benedirci, perché esso stesso è una fonte di benedizioni. Cioè il Rifugio è l’insieme, davanti allo sguardo mentale, di tutti gli dèi e i santi che irradiano forze benedicenti.

Il principio del Guru nel Rifugio

E infine, quando abbiamo compreso il Rifugio e abbiamo preso Rifugio, in questo Rifugio c’è il principio del Guru. Il Guru è la guida all’interno dell’albero del Rifugio, è la punta dell’albero del Rifugio proprio in questo momento, attraverso la quale il Rifugio si manifesta. Cioè attraverso gli occhi del Guru guarda tutto il Rifugio. Oppure attraverso la lingua del Guru parla con voi tutto il Rifugio, compresi il dharma e il sangha.

E allora, dopo il Rifugio, subentra il principio del Guru. E quando parliamo del principio del Guru, esiste la qualità del Guru, la qualità del discepolo; in particolare, il discepolo deve essere libero da tre difetti, cioè essere un recipiente vuoto, un recipiente puro e un recipiente non troppo pieno, inoltre un recipiente integro, non bucato. Questa è la qualità del discepolo. Tra le molte qualità del Guru, le principali sono: śrotriya — conoscere gli śāstra, gli insegnamenti, e brahmaniṣṭha — essere egli stesso saldo nel Brahman, cioè aver realizzato la jñāna, la conoscenza del Brahman.

Perciò si dice: i santi conoscono il Brahman, e le persone conoscono i santi. Grazie a questo, anch’esse si accostano al Brahman.

"Shri Guru Gita" — testo sacro sul principio del Guru

Così discuteremo del guru-yoga sulla base del testo "Shri Guru Gita". La "Shri Guru Gita" è un testo tratto dallo "Skanda Purana", composto da 182 śloka. È un dialogo tra Shiva e Parvati, in cui Shiva spiega il principio del Guru, spiegandone l’importanza per il raggiungimento della liberazione. L’autore di questo testo è il saggio Vyasa. E il testo fa parte dello "Skanda Purana".

"Om Shri Ganeshaya Namaha, Shri Sarasvati Namaha, Shri Gurubhyo Namaha, Shri Guru Gita Parambhah. Om Asya Shri Guru Gita Stotra Mantrasya, Bhagavan Sadashiva Rishi him".

Il Signore Sadashiva è il veggente del mantra di questo inno, la "Shri Guru Gita".

"Nanavidhani chandamsi, Shri guru Paramatma devata".

La divinità di questo inno è il Guru, la sua Divinità.

"Ham Bijam Sa Shakti Khrom Kilyakam, Shri Guru Prasada Siddhyarte Jape Vinyoga"

Ham è il bija essenziale, la sillaba della "Shri Guru Gita". Sa è la shakti, la forza di questo inno. Il bija krom è l’asse di questo mantra, ciò che lo sostiene e lo sigilla. E lo scopo della sua ripetizione è ottenere la grazia attraverso il guru-yoga, imparare il guru-yoga.

Meditazione sul Guru

Ora la meditazione. Il Guru, che dimora nel loto circondato dai petali divini "Ham" e "Sa", inerente a tutte le creature e causa della creazione, ha manifestato il mondo secondo il proprio cammino e con la propria libera volontà.

Medita sul Guru che rivela Quello, dimorante nello stato di Shambhava (lo stato di Shiva), illuminante come la fiamma di una lampada, il Guru Eterno e Onnipresente, Colui che è l’immagine visibile di tutte le scritture.

Ripeto la "Guru Gita" per conoscere i quattro scopi della vita: dharma (rettitudine), artha (benessere), kama (piacere), moksha (liberazione).

Dialogo tra Shiva e Parvati

Suta dice:

Sulla splendida vetta del monte Kailasa, Parvati, inchinandosi rispettosamente davanti al Signore Shiva, il maestro che ricongiunge al divino, chiese:

La Dea dice:

«Om, ti saluto, o Signore, o Sovrano degli Dei, o Supremo tra i Supremi, o Maestro dell’Universo, o Benedetto e Misericordioso, o Grande Dio, iniziami alla conoscenza del Guru».

«O Signore! Per quale via l’anima incarnata può diventare una con il Brahman, la realtà assoluta? Abbi pietà di me, o Signore! Mi inchino ai Tuoi piedi».

Il Signore risponde:

"O Dea! Tu sei il mio vero Sé Supremo. Per amore verso di Te ti dirò questo. Nessuno aveva mai posto questa domanda prima d’ora, eppure essa è un dono per tutta l’umanità. Questa conoscenza è difficile da ottenere nei tre mondi. Ascolta, te la rivelerò.

Il Brahman non è altro che il Guru. O bella! Questa è la verità. Questa è la verità. I Veda, le antiche scritture sacre, gli śāstra, i libri religiosi, i Purana — antiche leggende, cronache storiche e altre scritture, la conoscenza del mantra, dello yantra, dei diagrammi mistici e così via.

Smriti — il tradizionale corpus di leggi. Incantesimi magici e simili, trattati Shaiva, Shakta e altre scritture portano in questo mondo solo rovina a coloro le cui menti sono sviate. Stolte sono quelle persone che si immergono nei riti sacri, nelle preghiere, nelle penitenze, nei japa, nella carità, che compiono pellegrinaggi ai luoghi santi, senza aver compreso il principio del Guru. Il Guru non è diverso dalla coscienza del Sé Supremo".

Ricerca spirituale con il Guru e senza Guru

Dunque, esiste una ricerca spirituale senza guru e una ricerca spirituale con il guru. E Shiva afferma inequivocabilmente che la ricerca spirituale può esistere. Visitare luoghi di pellegrinaggio, pratiche di sadhana, rituali magici — tutto questo va bene. Ma se non hai un guru, ciò può condurre a una grande illusione, a un profondo errore.

La ricerca spirituale senza Guru e il cammino con il Guru come due diverse traiettorie di movimento

Se studiate l’advaita, ma non avete la guru-yoga, l’advaita può diventare una grande illusione. Se fate sadhana: mantra, pranayama, puja, ma non avete la guru-yoga, anche questo può diventare una grande illusione. L’interpretazione occidentale moderna non attribuisce importanza a questo. E abbiamo diversi approcci all’advaita-vedanta. Ma la tradizione del Sanatana Dharma afferma in modo inequivocabile: mumukshutva — l’aspirazione alla liberazione, poi la guru-yoga, e poi la sadhana. Se l’ordine è questo, allora tutto andrà bene.

L’algoritmo del cammino della guru-yoga

Dunque, qual è l’algoritmo su questo cammino? Il discepolo stabilisce un legame con il Guru per il proprio bene, non per il bene del Guru. Per il Guru questo è piuttosto il suo dovere. Qual è l’algoritmo delle azioni sul cammino della guru-yoga?

Primo passo: dalla fiducia a una fede forte

Primo. Bisogna far nascere la fede o la fiducia. La fiducia deve trasformarsi in fede. All’inizio non c’è fede, perché partiamo da una fede piccola, da una scarsa fede. Ma la fiducia è facile da far nascere.

La fiducia deve necessariamente trasformarsi in fede. La fede deve rafforzarsi. Da piccola fede deve diventare forte. Che cosa significa forte? Quando siamo pronti a mettere da parte molte cose nella nostra vita per amore della nostra fede. Quando la nostra fede viene in primo piano. Se la fede è forte, possiamo, per esempio, mettere da parte cose molto grandi, molto pesanti.

Domanda: Che cosa, per esempio, chi lo sa?

— Il karma.

Sì. Non è un armadio. Il proprio ego, per esempio, un conglomerato di karma. Ecco, per questo serve la fede. Perché se non abbiamo una tale fede, non possiamo mettere da parte il nostro karma, mettere da parte il nostro ego. Non crediamo nemmeno che sia necessario farlo. Non abbiamo neppure una simile problematica. Il cammino della liberazione consiste proprio nell’ottenere un nuovo destino e nel mettere da parte il conglomerato del proprio karma.

Se la fede è forte, ci riusciremo. Se la fede è debole, falliremo sul cammino spirituale. Cioè faremo rituali, praticheremo yoga, reciteremo mantra, mediteremo, ma il risultato che vorremmo, e cioè mettere da parte il karma, non si produrrà, perché dietro a questo non ci sarà la forza adeguata. Con la propria forza, non è affatto semplice mettere da parte il proprio karma, con la propria forza personale, individuale. Bisogna essere troppo guidati dall’“Io” Divino, trovarsi in una grande grazia Divina, nello Shaktipata. Perciò Shiva dice: guru-yoga.

Dunque, fatta nascere la fede, bisogna giungere a una fede forte, così incrollabile da non vacillare in nessuna circostanza, da non dubitare e da permettere di procedere nella pratica con decisione, coraggio, senza esitazioni.

Secondo passo: la visione pura

Dopo la nascita di una tale fede, bisogna far nascere la visione pura. La fede deve condurre alla visione pura. La visione pura è un modo particolare di guardare il mondo. Il discepolo comincia dagli oggetti del Rifugio, e poi estende la visione pura a tutti gli esseri viventi, a tutto il mondo, incluso se stesso.

Visione pura: il praticante vede il gioco divino nella quotidiana frenesia urbana

E dunque la visione pura significa realizzare il proprio guru radice come manifestazione, manifestazione della divinità prescelta. Cioè il principio è semplice. Se realizzate il vostro guru radice come manifestazione della divinità prescelta, avete la visione pura. Se non lo realizzate, significa che essa non è ancora sufficiente.

Si può, per esempio, semplicemente far nascere la fede nel guru anche come in un uomo, come in una persona. Una brava persona, intelligente, meravigliosa. Ma il dharma dice: non è proprio questo.

Il Guru, infatti, è chiamato a benedirvi e a tirarvi fuori dalle tenebre del samsara, e non semplicemente a soddisfare qualche bisogno nelle relazioni, persino nelle buone relazioni. E affinché la guru-tattva, il principio del guru, ci liberi dal karma dell’ignoranza del samsara, bisogna far nascere la fede non come in un uomo, ma come in una manifestazione della divinità. E la divinità è sempre legata alla visione pura.

Questo significa che la visione pura è assolutamente necessaria. E quando prendiamo una tale decisione, facciamo nascere lo spirito del samaya. Far nascere lo spirito del samaya significa stabilire un legame con gli oggetti del Rifugio come nella visione pura. La visione pura significa guardare qualcosa come manifestazione del divino. Con gli occhi della percezione pura.

Quale esempio? Per esempio, guardate un pezzo di fango. Ma se lo si guarda con gli occhi della visione pura, un pezzo di fango può essere in potenza oro. Forse lì è nascosto dell’oro. Ed ecco, il vostro atteggiamento puro verso il fango vi permette di vedere il fango come oro e di trasformare il fango in oro. Guardate un pezzo di fango, ma nella vostra percezione c’è oro. Questo è il principio della visione pura, già di un livello elevato.

Il principio della visione pura significa divinizzare qualcosa e rappresentarlo nella sua forma migliore. Anche là dove alla vostra mente sembra che qualcosa non sia un granché, se generate la visione pura, esso viene percepito come puro. Secondo il principio per cui su un’isola d’oro non c’è nemmeno l’ombra dello sporco, nemmeno un granello di polvere, di impurità.

Tattva puri e impuri

La visione pura è legata alla dimora, all’autoconsapevolezza, alla percezione del mondo degli dèi nelle dimensioni pure. Esistono interi paesi puri, shuddha loka, bo-yul in tibetano, dove esistono intere città e interi paesi puri, dove gli abitanti sono immortali, dove non vi sono sofferenze né ansie, perché lì la legge del karma non agisce allo stesso modo. E tali paesi esistono perché le persone che vi abitano hanno una visione pura molto profonda. E ci sono mondi di angeli, mondi di dèi, splendenti di luce. Esistono solo perché gli esseri che li popolano hanno una tale visione da poter vivere nella dimensione dei tattva puri.

Il principio della visione pura è legato alla risintonizzazione della coscienza sull’ambito dei tattva puri. Se avete studiato la filosofia dello shivaismo, lì tutta la sfera composta dai 36 tattva è divisa in shuddha-tattva, tattva puri. Sono cinque tattva puri, quali:

  • Shiva-tattva
  • Shakti-tattva
  • Sada-shiva-tattva
  • Ishvara-tattva
  • Sadvidya-tattva

Questi sono ambiti del mondo causale, dove l’energia non è separata da Shiva ed è anch’essa pura. Ambiti molto elevati, in cui vivono grandi esseri divini immortali, come gli Shambhava, gli Shakta, i Mantra, i Mantramaheshvara, i Mantrieshvara. Anime cosmiche divine liberate. Essi non discendono più in basso nella sfera dei tattva impuri.

Esiste l’ambito dei tattva misti, puri-impuri. Come Maya-tattva, i cinque kanchuka, Kala, Kala, Vidya, Raga, Niyati.

E, infine, esiste l’ambito dei tattva impuri, ed è il mondo in cui viviamo. Purusha-tattva, Prakriti-tattva, Buddhi-tattva, Ahamkara-tattva, Manas-tattva. I tattva dei cinque organi di senso, gli elementi grossolani: tutto questo è chiamato tattva impuri, ashuddha-tattva.

E la visione pura significa, vivendo con il corpo in questa dimensione dei tattva impuri, cioè degli elementi grossolani, generare una percezione come se guardassi con gli occhi dei tattva puri, di vibrazioni molto elevate. E quando sosteniamo la visione pura e generiamo devozione, Rifugio, tutto questo è chiamato spirito del samaya. Perciò nel sentiero tantrico lo spirito del samaya è la prima cosa da cui cominciamo, prima di praticare l’insegnamento.

Sette passi del guru-yoga

Dunque, grazie allo spirito del samaya, si deve riconoscere il Guru come manifestazione della divinità prescelta nella visione pura. Questo è il primo passo.

Il Guru come manifestazione vivente della divinità prescelta nella visione pura del discepolo

Il secondo passo è riconoscere il Guru come Brahman, perché la divinità prescelta è sempre una con il Brahman. Se Dattatreya è la nostra divinità prescelta, allora Dattatreya è il Brahman stesso. Shiva stesso come Ishvara e come Brahman. Shiva è l’aspetto del Brahman manifestato, attivo. E il Brahman è l’aspetto dell’Assoluto inattivo, cioè un tale duplice aspetto. Così riconosciamo Dattatreya. Lo stesso vale per il Guru. Questo è il secondo passo.

Il terzo passo è riconoscere il Guru come manifestazione di Ishvara. E quando abbiamo riconosciuto il guru come manifestazione della divinità prescelta nel primo passo, nel secondo passo lo abbiamo riconosciuto come Brahman, nel terzo passo lo abbiamo riconosciuto come Brahman attivo, come manifestazione di Ishvara: questi sono tre passi.

Il passo successivo, quando siamo riusciti a raggiungere questo, quando abbiamo realmente ricevuto alcune esperienze di rivelazione, di consapevolezza, inizia il quarto passo, e il quarto passo è legato al principio dell’abbandono di sé in relazione, in connessione con il Guru.

Queste sono pratiche molto profonde, in realtà non vengono date ai principianti. L’abbandono di sé, la devozione, naturalmente, nascono, perché se abbiamo compreso che il Guru è Brahman, il Guru è Ishvara-Shiva, questo è naturale. Attraverso il Guru compiere l’abbandono di sé. Allora arriviamo al quarto passo, all’abbandono di sé.

Se l’abbandono di sé appare in noi, se si realizza, allora giunge il quinto passo: cominciamo a ricevere la benedizione, lo Shaktipat. Cioè tutti questi passi erano necessari per porci nelle condizioni di ricevere lo Shaktipat attraverso il guru-yoga.

Quando abbiamo ricevuto lo Shaktipat, il passo successivo durante lo Shaktipat è la fusione con Shiva e la fusione con Brahman. Il quinto e il sesto passo sono la fusione con Shiva e la fusione con Brahman. La discesa dello Shaktipat nello stato di abbandono di sé porta al fatto che cominciamo a fonderci con le fonti divine di ordine superiore, dei tattva puri. E fondersi significa cambiare realmente il proprio karma, creare un nuovo destino e intraprendere il cammino della liberazione.

Settimo passo. La fusione con Shiva e la fusione con Brahman grazie alla discesa della grazia conduce all’autoriconoscimento di Shivapratyabhijna. Ciò significa che cominciamo a riconoscerci come Brahman. E cominciamo a riconoscerci come Shiva. E cominciamo a riconoscerci noi stessi come manifestazione della divinità prescelta.

In altre parole, tutti gli inchini, le offerte, le meditazioni hanno uno scopo preciso, chiaro e significativo: partire dal punto A e arrivare al punto B, giungere a un certo risultato. E questo risultato è la vostra consapevolezza di voi stessi come Brahman, la vostra consapevolezza di voi stessi come Shiva e la vostra consapevolezza di voi stessi come manifestazione di Dattatreya nel corpo illusorio. E tutti i metodi, poi, per i quali riceverete i mantra, vi aiuteranno a dettagliare e manifestare questo.

La necessità di cercare un Guru

Senza dubbio, questa è la verità. Questa è la verità. Perciò i saggi si sforzeranno di trovare un Guru.

I saggi si sforzeranno di trovare un Guru. I non saggi, di conseguenza, non lo faranno. Perché qualcuno ha detto loro che il Guru non serve, che è dentro di te, e in generale tutto è uno, quindi si può non fare nulla. Proprio una visione così superficiale non dà la possibilità di riconoscersi come Brahman, di riconoscersi come Divinità, di riconoscersi come Shiva, di riconoscersi come manifestazione della Divinità prescelta.

Perché, per attraversare tutti questi processi: guru-yoga, samaya, abbandono di sé, Shivaprapatti — abbandono di sé, Shivasaayujya, Shivasamavesha — riempimento di grazia, Shivapratyabhijna — riconoscimento di sé come Brahman e riconoscimento di sé come Shiva. Essi richiedono una fonte supplementare di benedizione, una fonte di Anugraha shakti. Non possiamo benedire noi stessi a questo livello. Proprio per questo è necessario.

E quando il discepolo trova un Guru, spesso non comprende a che cosa gli serva il Guru e quale debba essere il risultato del guru-yoga. Deve essere proprio così. Se il discepolo agisce correttamente, ottiene questi risultati. E quali sono i metodi?

Metodi del guru-yoga

Si tratta di guru-dhyana — meditazione sull’immagine del guru e sulla sua bhava, anzi sulla bhava è ancora più importante, la sintonizzazione. Guru-puja — offerta mentale o fisica. Guru-stotra — il principio della lode. E guru-mantra.

Esistono diversi guru-mantra. Uno di essi è il Guru-pranama mantra. Alcuni di voi hanno ricevuto la trasmissione in esso, altri no. C’è il mantra comunemente accettato «Om Shri Gurave Namaha», che si può sempre recitare. Si ritiene che calmi e armonizzi Giove. Il principio di Giove dentro di voi è la vostra guru-tattva e attira la sua benedizione. È particolarmente favorevole praticarlo il giovedì, perché il giovedì è il giorno di Brihaspati, il giorno di Giove.

Il mantra successivo è «Om namah Shivaya Gurave». Se volete recitare il mantra nell’aspetto del guru-yoga, il mantra Panchakshara, recitate il mantra in questo modo: «Om namah Shivaya Gurave. Om namah Shivaya Gurave». Vi rivolgete a Shiva nell’aspetto della guru-tattva, accettandolo come guru di tutti i guru, e in questo modo onorate sia il guru radice sia tutta la Guru Parampara.

C’è anche il mantra «Gurur Brahma, Gurur Vishnu, Gurur Devo Maheshvara, Gurur Sakshat Parabrahman, Tasmai Shri Gurave namaha», che parla dell’identità del guru con Dio creatore, Dio preservatore, Dio distruttore.

Se meditate sul guru in questo modo, potete realizzare, ricevere rivelazioni legate al guru-yoga. C’è anche il guru-mantra che do durante la diksha, il guru-mantra individuale. Non è che ognuno abbia il proprio mantra individuale, è comune a tutti. Tuttavia non bisogna discuterne con altri o dirlo ad altri, perché è proprio per voi.

Spesso nella letteratura tantrica si incontra il principio di non divulgare i mantra, i metodi, non perché abbiamo verso di essi un atteggiamento egoistico. Ma perché l’intervento dell’osservatore di un’altra coscienza può ridurre l’effetto di una pratica o di un mantra. Persino la scienza conferma l’effetto quantistico dell’osservatore. E quando il mantra vi viene dato, l’osservatore del guru-mantra dovete essere soltanto voi. Ci sono altri mantra che si possono recitare in gruppo, insieme. Non sono individuali, segreti, mentre il guru-mantra è segreto. È uno dei paraprasada mantra. I paraprasada mantra sono un tipo speciale di mantra in cui vi sono determinate sillabe. E questa è una delle varianti dei paraprasada mantra descritti nel Kularnava Tantra e in altri testi. È il guru-mantra che do durante la diksha.

Maya è il creatore del mondo, che nasconde la conoscenza, nato dall’ignoranza, dimora nel corpo. Colui il cui vero sapere è illuminato dalla sua luce viene chiamato con la parola «Guru». Per compassione verso di Te racconterò come l’Anima incarnata giunge al Brahman, purificandosi da tutti i peccati mediante il servizio ai piedi di Shri Guru.

Il principio di non dualità nel guru-yoga

Cos’altro è importante comprendere nell’advaita vedanta, nello shivaismo anuttara-tantra. È importante il principio della non-dualità. Se separate fortemente, ecco, “il Guru” è “il Guru”, “io” sono “io”, questo però non è il livello di cui parliamo nello shivaismo, perché nello shivaismo qualsiasi sadhana viene compiuta dallo spirito della non-dualità. Questo significa che bisogna ripensare il guru come uno con la propria coscienza. Il principio del guru e includere il guru-yoga nel processo della propria visione non-duale, jnana-drishti.

Cioè il guru-yoga deve contribuire alla diminuzione delle nostre rappresentazioni dualistiche, non al loro aumento. Se costruiamo il rapporto con il Guru come con una persona, allora le nostre rappresentazioni dualistiche possono rafforzarsi. Se invece lo costruiamo con lui come con il Brahman o come manifestazione della divinità prescelta, allora, in teoria, le rappresentazioni dualistiche dovrebbero diminuire. Infatti il guru-yoga conduce alla trasmissione della coscienza non-duale, quando cominciamo a trovarci nella stessa visione del guru. Se il guru dimora nella coscienza non-duale, allora, in teoria, dopo un certo periodo di pratica del guru-yoga dovremmo notare anche in noi i segni della coscienza non-duale. E quali sono i segni della coscienza non-duale, chi può dirlo?

— Non separi te stesso dagli altri, cioè negli altri vedi te stesso.

Ma questo lo avete semplicemente detto a parole, eppure in qualche modo dovrebbe riflettersi nella vita, no?

— Come minimo nelle relazioni e semplicemente nella percezione degli altri esseri. Smetti di offenderti, smetti di valutare, di cercare difetti.

Meno giudizi, più visione pura, sì? Sì, più o meno così.

Domanda: Il mantra seme di Dattatreya, il mantra di Shiva di sei sillabe e il Brahma mantra sono equiparati al guru-mantra oppure sono mantra delle divinità?

Sono mantra delle divinità, ma se percepite il vostro Guru come uno con esse, allora è anche guru-yoga. Tutti i mantra hanno un’unica base. Il mantra di Shiva si recita per fondersi con il livello di Ishvara. Il mantra della divinità prescelta si recita per trasformarsi nella divinità prescelta. E il mantra del guru-yoga si recita per realizzare l’essenza dell’unione con qualsiasi divinità. Ogni mantra ha il proprio scopo.

Domanda: Cioè è più un principio che le proprietà specifiche del guru-mantra, che poi si estendono a tutti i mantra?

Il guru-mantra ha le sue proprietà specifiche, ma ne parleremo separatamente. Lì c’è ancora molto di proprio. È un mantra della categoria dei paraprasada-mantra.

Le quattro nascite spirituali

Dunque, il risultato del guru-yoga, dello sviluppo delle qualità preliminari, deve essere la nostra nascita sul sentiero spirituale nell’albero del Rifugio. La prima nascita ce la danno i genitori. Essi ci danno la nascita nel corpo fisico di carne e sangue. È una nascita nel corpo, creato dall’atto sessuale. Ed esso è costituito dal nostro karma. Nasce in conseguenza del nostro karma. E i genitori ci danno la possibilità di ricevere il nostro karma, di sperimentare il nostro karma sotto forma di corpo.

Poi c’è una seconda nascita. La seconda nascita non la danno i genitori, ma la dà il Guru come risultato della diksha. E questa seconda nascita è come piantare un seme, un potenziale. E questo potenziale è la nascita come sadhu. Questa nascita non è fisica, ma piuttosto psicologica, interiore. Quando a livello di esistenza, di identità, cambia il nostro vettore di vita, vengono creati nuovi significati, obiettivi, una nuova personalità. È la nascita della personalità. Se siamo nati come corpo dai genitori, nella seconda nascita nasciamo come personalità spirituale che cerca la liberazione. E ci viene anche dato un nome, come potenziale per la successiva, terza nascita, e un mantra, come codice sonoro, vibrazione sonora che aiuterà questa nascita, i voti, come principi e regole.

Dunque, il secondo compito del guru è darci la seconda nascita e indicare il cammino, dove muoverci verso la terza nascita, quando realizziamo il Guru anche solo come persona.

Poi arriva la terza nascita, e la terza nascita viene dalla divinità prescelta. Quando pratichiamo questo mantra, il guru-mantra, l’ishta-devata mantra. Meditiamo sul Guru come manifestazione della divinità prescelta, meditiamo sulla divinità prescelta, per esempio facciamo sandhya upasana con Dattatreya, recitiamo i mantra dell’albero del Rifugio e mettiamo in risalto Dattatreya, ci identifichiamo con il corpo illusorio. Prima o poi arrivano i segni del fatto che stiamo nascendo come divinità. Per esempio, vediamo sogni in cui nelle nostre mani appaiono attributi o la forma di Dattatreya.

La terza nascita è legata all’ottenimento di Sarubya-mukti, alla manifestazione nella forma della divinità inseparabile dalla chiara luce. La danno sia il Guru sia la divinità prescelta. E qui il Guru si presenta inseparabile dalla divinità prescelta, come suo rappresentante della manifestazione o apparizione nel corpo.

Infine, la quarta nascita è legata al raggiungimento di sayujya mukti. E arriva grazie ad Anugraha shakti, allo shaktipat. Grazie a Shiva, se la liberazione avviene secondo il tipo di Ishvara mukti; se invece la liberazione avviene secondo il tipo di fusione con il Brahman, allora, di conseguenza, lo Shaktipat avviene dal Brahman non-duale. Tutto ciò sono due aspetti di sayujya mukti. E questa è la quarta nascita.

E dobbiamo attraversare 4 o persino 5 nascite. Esistono anche due tipi inferiori di mukti, nei quali anche noi nasciamo, ma non riteniamo necessario dirigere appositamente la nostra coscienza verso questi tipi di nascita. Il primo tipo si chiama salokya-mukti, quando nella vita successiva nasciamo in una dimensione pura, in una pura dimensione paradisiaca, come abitanti del paradiso. E samipya-mukti, quando nasciamo come abitanti del paradiso nel seguito della divinità prescelta o alla presenza di Dio.

Salokya e samipya-mukti sono anch’esse due nascite che per noi sono considerate non così importanti. Anche se è meglio che nascere nel samsara, se si pratica.

Dunque, la nascita dai genitori l’abbiamo già attraversata. Se avete ricevuto la diksha — la seconda nascita, come sadhu l’avete attraversata. Ma se non avete ricevuto la diksha, allora dovete prepararvi a questa nascita. La terza nascita la riceverete come risultato della pratica con la divinità prescelta, della recitazione del suo mantra, dell’esecuzione di tutte le sadhana teurgiche con la divinità prescelta. E la quarta nascita, dopo la terza, sarà il risultato della benedizione, dello shaktipata, da Shiva come Ishvara, dall’aspetto dinamico del Brahman. E la quinta nascita sarà il risultato della fusione con il Brahman, con l’Assoluto. Queste ultime due nascite appartengono alla sayujya-mukti.

Perciò il cammino spirituale sulla via della liberazione consiste nel rinascere, ma non nel rinascere come essere karmicamente condizionato da corpo a corpo, bensì nel rinascere all’interno di questo corpo come personalità, come energia e come percezione.

Rinascita spirituale interiore nella meditazione attraverso l’espansione illimitata della coscienza

E il guru-yoga è la chiave per tali rinascite spirituali invece che fisiche.

Domanda: Le proprietà del paraprasada-mantra si estendono al mantra di Dattatreya, al mantra di Shiva e al mantra di Brahma, oppure è una qualità necessaria?

No, è una proprietà separata.

Domanda: Bisogna sviluppare la qualità in modo sequenziale?

Sì. Ma potete recitarli in parallelo. Non si contraddicono a vicenda, semplicemente sviluppano aspetti diversi.

Domanda: Gurudji, quindi la terza nascita è più o meno la terza bhumi, sì? O è comunque già la quarta illuminazione?

La terza nascita è tra la terza e la quarta bhumi.

Domanda: Ancora, per dedicare il merito, è sufficiente esprimere semplicemente l’intenzione nella mente o bisogna aggiungere qualcos’altro?

Esprimere l’intenzione; se c’è il testo di una pratica specifica, recitare il mantra o il testo di quella pratica. Se non c’è, è sufficiente l’intenzione, è possibile anche la visualizzazione.

Supponiamo che, quando recitate «Om Brahma po Namastu», abbiate l’intenzione di investire il merito accumulato nella comprensione del Brahman, nello jnana-yoga, perciò dedicate il merito al Brahman. Ma se avete l’intenzione di investire il merito accumulato in qualcos’altro, allora bisogna cambiare anche il sankalpa. Recitate «Brahmar Ponamastu», ma aggiungete anche un qualche sankalpa.

Domanda: È sufficiente non pronunciare il sankalpa, ma, quando un raggio intuitivo si traccia verso l’intenzione, verso la realizzazione, considerarlo come un’impronta sufficiente perché esso fiorisca pienamente come sankalpa?

Questo si può chiamare dedica mentale dei meriti. Se avete un pensiero forte ed esso è concentrato, allora potete fare così.

Il cammino di jivan-mukti

Dunque, il guru-yoga, il principio del guru-yoga, è la via per ottenere la seconda nascita, cioè la nascita di una nuova personalità con significati, valori e obiettivi, come sadhu, e poi verso la terza nascita, come manifestazione della divinità, e verso quelle ancora più alte, la quarta e la quinta.

E una tale serie di rinascite lo yogin fortunato la attraversa nel corso di una sola vita: questo è il cammino di jivan-mukti. Diventare sadhu ricevendo la diksha, acquisire l’esperienza della trasformazione nella divinità prescelta, ottenere un corpo illusorio pienamente compiuto. Ricevere lo Shaktipat da Shiva, riconoscere la propria identità con Ishvara e iniziare a sviluppare le proprie energie interiori, la saggezza interiore, e ottenere Jnana, riconoscere la propria identità con il Brahman.

Questi sono diversi tipi di nascita, che possono essere chiamati rivelazioni, tipi di illuminazione che sorgono. Ma tutto comincia dal Rifugio, e il Rifugio comincia dall’intenzione incrollabile di raggiungere la liberazione. E l’intenzione incrollabile arriva dopo una profonda meditazione analitica sul tema delle «Quattro consapevolezze».

Domanda: Può non esserci la terza nascita, e iniziare subito la quarta e la quinta.

Se non praticate lo yoga della divinità prescelta e del corpo illusorio, ma ponete l’accento, per esempio, sullo Jnana-yoga, sulla nirguna-bhakti, sulla devozione dell’autoabbandono, allora può accadere. Ma in generale, se praticate nella nostra tradizione, tutto arriva per gradi.

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