Cominciamo a esaminare più dettagliatamente l’insegnamento sulle 16 fasi della crescita della luna della consapevolezza interiore. Poiché questo insegnamento determina il nostro cammino e tutta la nostra vita, è molto importante comprenderne profondamente le fasi, riconoscere i segni del superamento di una determinata fase e conoscere i principali metodi di pratica da seguire.
Ho chiesto ad alcuni discepoli: «A quale fase vi collocate?» Uno ha risposto: «Sono nella fase della tempra». Un altro ha addirittura detto: «Nella fase della creazione del mandala».
È molto importante comprendere il significato dell’insegnamento e sapere a quale gradino ci si trova.
Perché è importante comprenderlo? Per sapere quale sia il gradino successivo e che cosa si debba fare nella propria specifica fase della vita, poiché tutti noi abbiamo circostanze e livelli di comprensione diversi. L’insegnamento opera individualmente, perciò dobbiamo determinare personalmente dove ci troviamo. Forse qualcuno si trova davvero a un alto stadio di realizzazione, ma se, mossi dall’orgoglio, diciamo: «Mi trovo a un alto stadio di realizzazione», ciò non ci sarà di alcuna utilità, perché valuteremo erroneamente il nostro livello, sceglieremo una strategia e una tattica sbagliate per il cammino e, di conseguenza, non riusciremo a realizzare veramente ciò che desideriamo.
La necessità di una corretta strategia di vita
L’essere umano è un essere in evoluzione, in continuo mutamento. Attraversa le fasi della nascita, della crescita, della conservazione, della distruzione e della morte. Come tutti gli esseri viventi di questo mondo, passa attraverso diversi cicli. Tutti noi cambiamo, ci troviamo in un flusso continuo di mutamenti. E se ne teniamo conto, dobbiamo preoccuparci di scegliere, all’interno di questo flusso mutevole, una corretta strategia di vita. Se invece scegliamo una strategia di vita sbagliata, ciò è pericoloso, dannoso, miope, immaturo e causa sofferenza.
Se osserviamo il mondo, vediamo che ben poche persone, assorbite dai problemi materiali, scelgono una corretta strategia di vita. Di norma, se una persona non aspira al risveglio, tutta la sua strategia di vita è sbagliata, illusoria e superficiale.
A volte è sorprendente osservare la civiltà moderna. Sembra che l’umanità si trovi a un livello infantile di percezione della vita. Ed è sorprendente. È egoista, vanitosa, meschina e miope; si pone obiettivi sbagliati e non riesce neppure a raggiungerli; non possiede una strategia globale per lo sviluppo della civiltà nel suo insieme: sono tutti segni di una civiltà infantile. E noi viviamo in una civiltà del genere.

Perché dovremmo vivere in una civiltà del genere? Vi piace? A me no.
Non voglio avere gli stessi obiettivi, gli stessi progetti e lo stesso modo di percepire il mondo dell’attuale civiltà. Tutto ciò non mi soddisfa affatto, perché è un livello di vita del tutto infantile. Non si può vivere così: è dannoso, stupido, miope e persino pericoloso. Il modo in cui vive l’umanità odierna, con il suo egoismo, l’odio, l’ostilità costante, l’intolleranza, la mancanza di tolleranza, le guerre, l’assenza di qualsiasi obiettivo globale di sviluppo e la rivalità, non è la vita di persone mature. Vivendo in questo modo e avendo tali obiettivi e progetti di vita, è impossibile, in linea di principio, costruire qualcosa di normale.
Noi siamo infatti esseri mutevoli e la realtà ci pone continuamente delle sfide. La sfida principale è il tempo, l’impermanenza. Occorre possedere una coscienza molto profonda per «danzare» adeguatamente con la realtà, per rispondere e reagire in modo appropriato a queste sfide del tempo, per non soccombere quando le affrontiamo, ma, al contrario, restare a galla e andare avanti. Poiché siamo esseri mutevoli, dobbiamo comprendere come, in mezzo a questi cambiamenti, non sprofondare verso il basso, negli abissi, ma elevarci, progredendo e sviluppandoci costantemente.
Vikara è un termine sanscrito che significa evoluzione, cambiamento, adattamento. E il compito principale dell’essere umano è l’evoluzione spirituale. Solo l’evoluzione spirituale è in grado di insegnarci a rispondere adeguatamente alle sfide del tempo. Non appena smettiamo di evolverci, non possiamo più rispondere in modo adeguato alle sfide del tempo e veniamo semplicemente cancellati, che lo vogliamo o no. Ma sembra che l’essere umano, in quanto tale, non lo comprenda: formula piani a breve termine, si pone obiettivi meschini, non cerca di prevedere il futuro, non cerca di proiettarsi nel futuro e di creare cause ed effetti che in futuro gli daranno frutti. Se non lo fa, quando arriva il futuro si ritrova con un pugno di mosche. Perché? Perché non sono state create le cause giuste che avrebbero potuto produrre gli effetti giusti.
Il nostro obiettivo (vedartha) sul cammino spirituale è conseguire la coscienza dell’Uomo universale (Vishvanara). In altre parole, un essere risvegliato e illuminato è, come minimo, un Uomo universale (Vishvanara). Non è una persona rigidamente concentrata sulle proprie preferenze egoistiche, familiari, di clan, razziali, nazionali e individuali, bensì una persona dotata di una coscienza globale e universale e dello stato di Vishvarupa, ossia di quell’essere che possiede tutte le forme.
Dunque, l’insegnamento dei 16 stadi è un insegnamento che ci conduce gradualmente a una visione più profonda del mondo e, di conseguenza, all’elaborazione di una strategia di vita più profonda. Esiste prama, il vero, ed esiste bhrama, l’erroneo. Come equivalente russo del termine «prama» si può usare la parola «prjamo», cioè «direttamente»: ciò significa «vedere direttamente». La vera visione del mondo è chiamata anche jnana. La visione erronea del mondo è chiamata ajnana, avidya. L’essenza della pratica spirituale consiste nel liberarsi da una visione erronea del mondo e nell’acquisire la vera visione.
Advaita Vedanta
La vera visione, se parliamo al livello dei significati più profondi, è racchiusa nei quattro mahavakya dell’Advaita Vedanta. Sono formule fondamentali che determinano la vostra appartenenza proprio alla scuola dell’Advaita Vedanta. Sono il credo condensato della filosofia vedantica.
Essi recitano:
«Prajnanam Brahman»
«Aham Brahmasmi»
«Tat Tvam Asi»
«Ayam Atma Brahman»
In queste quattro massime è esposta l’essenza stessa dell’insegnamento dell’Advaita Vedanta. Ogni scuola dell’Advaita Vedanta si definisce in conformità a questi quattro mahavakya.
Il primo di essi, «Prajnanam Brahman», significa «la pura consapevolezza è Dio, l’Assoluto». L’essenza di questo mahavakya consiste nel fatto che cerchiamo la verità assoluta non in qualche luogo esterno, né nei concetti, bensì nel flusso della nostra stessa coscienza. Quando la mente si purifica dal pensiero concettuale, da tutte le impronte mentali e dagli impulsi (samskara), comincia a risplendere come un puro spazio di consapevolezza, colmo di luce, nel quale non vi è dualità.

«Aham Brahmasmi» significa «Io sono l’Assoluto, Io sono il Supremo stesso». Quando la mente purificata comincia a comprendere la propria natura, l’ego, il complesso delle concezioni dualistiche, gravato dall’esperienza passata, dal karma e dalle impronte mentali, comincia a dissolversi in se stesso. E allora, negli strati profondi della coscienza, la persona scopre la propria compartecipazione alla Fonte suprema, il che capovolge completamente le sue concezioni su se stessa e trasforma la sua autoidentificazione.

Il principio «Aham Brahmasmi» significa che non apparteniamo a noi stessi, non siamo nostri. Pensiamo di appartenere a noi stessi e di poter fare ciò che ci pare. Ma non è affatto così. Inoltre, la verità più sconvolgente consiste nel fatto che noi non siamo affatto noi. E l’Advaita Vedanta afferma subito e senza mezzi termini che questo insegnamento è trascendente. Se l’insegnamento del Dvaita scende sempre a compromessi, separando la verità assoluta dalla nostra coscienza, l’insegnamento dell’Advaita è radicale e dice: «Non appartieni a te stesso. Inoltre, tu non sei affatto tu. Ciò che pensi di essere è un’illusione».
Ed è qui che comincia un grande conflitto di motivazioni, valori, ideali e significati. Da un lato, la nostra vecchia educazione, i nostri vecchi valori, obiettivi e concezioni affermano che siamo il corpo o un complesso di idee; contemporaneamente, continuano inoltre ad agire diversi programmi di autoidentificazione: figlio, madre, padre, superiore, russo, americano e così via. Le persone amano molto identificarsi con qualcosa. Si ha l’impressione che la mente umana sia una continua tendenza all’autoidentificazione. Le persone amano dire: «Io sono russo» oppure «Noi della vecchia generazione sappiamo...». In altre parole, nella mente vi è sempre una continua tendenza all’autoidentificazione; essa ama molto identificarsi con qualcosa.
Ma l’insegnamento dell’Advaita, il mahavakya «Aham Brahmasmi», rappresenta una sfida sconvolgente per il nostro ego. Quando sorge un conflitto di valori, significati e motivazioni, ha inizio una lotta interiore, nel corso della quale l’ego, ossia le vecchie motivazioni, i vecchi significati e i vecchi valori, deve arrendersi, sottomettersi e placarsi.
Quando possono arrendersi? Quando verranno riconosciuti lo spazio della Sorgente, i valori più elevati e i significati più profondi, quando lo spazio della consapevolezza sarà davvero in grado di rivelare la propria luce e comincerà a inviare la propria grazia (shaktipata). E chiunque pratichi attraversa un simile conflitto di significati e valori. E ciò avviene non solo nell’Advaita, ma in qualsiasi religione. In un certo senso, la sadhana è sempre la crocifissione del falso ego sulla croce della consapevolezza non duale. E finché tale crocifissione non avrà luogo, la realizzazione sarà impossibile.
Il terzo detto, «Tat Tvam Asi» («Tu sei Quello»), indica la nostra appartenenza a Dio, la nostra natura divina per definizione.

Nel cristianesimo esiste il dogma del peccato originale. Ma così come nel cristianesimo esiste il dogma del peccato originale, nell’insegnamento dell’Advaita esiste un postulato proprio: quello della divinità originaria. Esso afferma: «Qualunque cosa tu possa pensare di te stesso, prima di tutto tu sei Quello, l’assoluto e il trascendente. Non sei un essere umano, né un uomo, né una donna, né alcun altro essere in generale; prima di tutto tu sei Quello, il supremo Essere assoluto. La questione è fino a che punto ti permetti di riconoscerlo, fino a che punto possiedi l’apertura, la consapevolezza, la fede e l’aspirazione necessarie per riconoscere questo fatto in ogni momento della tua vita».
Una volta fui invitato a tenere delle lezioni in una città dell’Ucraina. E quando si cominciò a discutere della scelta del periodo in cui svolgere il seminario, mi dissero più o meno così: «Meglio non d’estate, perché in quel periodo tutti sono nelle loro dacie». Rimasi persino sconcertato da un simile approccio alla pianificazione dei seminari sull’insegnamento e pensai: «Forse è meglio che rimangano nelle loro dacie. Forse non ha alcun senso che io ci vada, se la motivazione è questa». Non sono disposto a trattare l’insegnamento in modo tale da adattarlo al periodo delle dacie. Mi sembrava che l’insegnamento fosse un tesoro molto più grande del lavoro in un appezzamento di campagna.
Ma purtroppo, quando si predica l’insegnamento, ci si scontra inevitabilmente con questo, poiché qualsiasi insegnamento, anche il più elevato, se viene divulgato e si diffonde ampiamente, comincia inevitabilmente ad «abbassare l’asticella», scontrandosi con i limiti umani. Personalmente sono sempre stato contrario alla profanazione e alla divulgazione immatura dell’insegnamento. Non ritengo che, per renderlo popolare, si debba abbassare l’asticella dell’insegnamento. La mia posizione è che sia meglio che gli altri si elevino fino al livello dell’insegnamento, piuttosto che sia esso ad abbassarsi.
Purtroppo, molti moderni insegnamenti della neo-Advaita diffusi in Occidente seguono questo stile popolare. Lo stile popolare, in un certo senso, è utile, poiché offre a molte persone la possibilità di percepire un legame con gli insegnamenti spirituali. Tuttavia, asseconda fin troppo il nostro egoismo e i nostri limiti, e perciò reca poco beneficio. In esso non vi è radicalità, non vi è un’autentica e profonda transizione. Ma il senso dell’insegnamento consiste proprio nel determinare una trasformazione, un cambiamento, nel condurci fuori dallo stato limitato.
Per questo l’insegnamento dei siddha viene sempre trasmesso in modo più riservato, più accurato e soltanto attraverso il samaya. Esso non aspira alla popolarità, poiché la divulgazione comporta inevitabilmente una banalizzazione. Tuttavia, se l’insegnamento si diffonde attraverso il legame del samaya, attraverso lo spirito autentico, non perde la propria forza neppure diffondendosi, perché noi custodiamo il samaya, custodiamo lo spirito di purezza.
Lo spirito di purezza dell’insegnamento è trascendente e molto radicale. Per praticare l’insegnamento, all’anima (jiva) sono richiesti molti sforzi, molto tapas (ascesi), lotta con se stessi, purificazione e superamento degli stati ottenebrati. Le sfide che esso ci pone sono enormi, perciò sono necessari un serio lavoro spirituale e una radicale rivalutazione dei significati, dei valori e degli obiettivi; allora esso funzionerà.
La quarta mahavakya è «Ayam Atma Brahman» («Questa coscienza è l’Assoluto, questo Atman è Brahman»). La nostra coscienza è sempre stata assoluta, ma a un certo punto della nostra vita si è interrotto il canale di collegamento con la nostra coscienza divina (dhyana-vahini o atma-vahini). È come quando avevate una connessione e all’improvviso si è interrotta: siete usciti dalla zona di copertura, vi siete addentrati troppo nella materia, nella vita materiale. Quando questo canale di collegamento si è interrotto, la divinità assoluta, la coscienza assoluta, ha cessato di essere percepita.

Alla coscienza sono connaturati sat-chit-ananda. Tradotto in un linguaggio comprensibile, ciò significa supremo, vero, sapientissimo e sommamente benevolo (verità, conoscenza e beatitudine).
La Fonte Suprema dentro di noi è inconcepibile e indefinibile (achintya, nirguna). Essa è il sostegno universale (adhara) e il Signore (Niyantri). È la Coscienza onnipresente (Vibhu) e onnipervadente (sarvagata). Questa Coscienza è la fonte originaria di tutta la coscienza esistente (chaitanya), di tutta la saggezza (vidya), di tutto l’amore esistente (kripa). È anche la fonte originaria dell’eterna creazione, dell’eterno atto creativo. È il Supremo Signore stesso di tutto ciò che esiste: Parameshvara. È la causa prima di tutto ciò che accade nell’universo, nel tempo e nello spazio (mulakarana). È la libertà perfetta (kaivalya, svatantrya). E tutto questo è originariamente insito in noi per definizione.
Ma a un certo punto il circuito superiore della nostra coscienza è stato disattivato. Per esempio, se ora spegnessimo questo microfono, l’udibilità diminuirebbe notevolmente; forse si sentirebbe ancora qualcosa, ma sarebbe difficile distinguere le parole, perché il suono non sarebbe nitido. Allo stesso modo, quando il circuito superiore della nostra coscienza è disattivato, non riconosciamo questa Fonte. Non crediamo in essa, non la comprendiamo, non ci fidiamo di essa. Questi due fattori principali — la disattivazione del livello superiore della coscienza (buddhi) e l’interruzione del canale di comunicazione (atma-vahini) — sono la ragione per cui gli esseri viventi nel mondo del samsara dimorano nell’ignoranza, scelgono false vie e si ingannano. Ciò accade perché manca la saggezza discriminante (viveka), che permette di distinguere prama (il vero) da bhrama (l’erroneo).
Prima fase: insoddisfazione
Dunque, la prima fase dell’insegnamento sulle 16 fasi della crescita della luna della consapevolezza interiore si chiama «insoddisfazione». Lo scopo della pratica spirituale è la liberazione. Lo scopo (vedartha) della tradizione dei siddha consiste nel conseguire la liberazione dall’esistenza limitata, colma di illusioni, ignoranza e sofferenze.
Ma che cosa significa conseguire la liberazione? Da che cosa bisogna liberarsi?
Significa liberarci dalla nostra limitata visione karmica, cioè abbandonare questa visione karmica. Quando intraprendiamo il cammino dell’insegnamento, ciò non significa che speriamo di rimanere sempre in questo stato. Abbiamo infatti intrapreso il cammino dell’evoluzione, abbiamo scelto la via dell’evoluzione. Ciò significa che dobbiamo intensificare continuamente i nostri sforzi, che la realtà, tanto interiore quanto esteriore, deve cambiare e che dobbiamo liberarci realmente dalle limitazioni in cui ci troviamo. Non speriamo di esistere per sempre in questo mondo materiale, né che esso ci dia tutta la felicità, la gioia e la libertà.
Perché non lo speriamo?
Perché questo mondo è inaffidabile e impermanente. Come si può riporre speranza in esso, se è simile a un aeroporto nel quale si arriva in aereo e dal quale poi si riparte? Non vi si vive a lungo. Come si può riporre speranza in un mondo simile? E coloro che ripongono le proprie speranze in questo mondo sono vittime di un grande errore; direi perfino che hanno seri problemi, perché sperano in qualcosa in cui, per principio, è impossibile sperare. Se questo mondo fosse permanente, se fosse garantito che anche nel ventisettesimo secolo ci riuniremo qui, allora si potrebbe riporre speranza in questo mondo ed essere assorbiti dalle sue attività. Ma, come disse negli anni Settanta uno studente di medicina riassumendo il proprio lavoro di corso sull’analisi dell’aspettativa di vita: «Viviamo in un mondo con un tasso di mortalità del cento per cento». È il mondo dei mortali, perciò non si può riporre speranza in esso.
Conseguire la liberazione significa uscire da questo mondo ed entrare in un altro mondo, più elevato. E bisogna comprendere che tipo di mondo sia. Conseguire la liberazione significa che cerchiamo di trasformarci spiritualmente. E percorrere il cammino di tale trasformazione spirituale è molto più importante di ogni altra cosa. Ma se non trasformiamo noi stessi, che senso ha praticare l’insegnamento?

A volte capita che incontri una persona che ha preso Rifugio addirittura nel 1998 e che io la riveda solo dopo moltissimi anni. Ma la trasformazione spirituale, a partire dal momento in cui si prende Rifugio, significa che entriamo realmente in un determinato flusso di trasformazione; perciò non abbiamo più tempo per distrarci, né per dedicarci ad altre cose più a lungo del necessario, poiché la trasformazione è un flusso che richiede un coinvolgimento completo e una dedizione totale. Se disperdi le tue energie, alla fine sarai proprio tu a perdere e la tua trasformazione semplicemente non si realizzerà.
Pertanto, quando intraprendiamo il cammino spirituale prendendo Rifugio, dovremmo sempre riflettere sul fatto che si tratta della scelta di una vita completamente diversa, dell’ingresso in un nuovo flusso. In ultima analisi, la trasformazione spirituale significa diventare un essere umano universale illuminato (Vishvanara) e, in seguito, un essere divino immortale, onnisciente, onnipresente, onnipervadente e onnipotente. Tali esseri divini erano tradizionalmente chiamati deva o siddha.
Nel mondo degli esseri umani, nello status di essere umano, in linea di principio non vi sono né libertà né liberazione. È come quando una persona con lo status di uomo comune cerca di influire sull’economia o sulla politica. Qualunque cosa faccia, le diranno: «Sai che c’è? Faresti meglio ad andartene». È impossibile: non ha lo status adeguato e nessuno starà nemmeno ad ascoltarla. Per raggiungere la libertà, la felicità e la liberazione, bisogna cambiare il proprio status.
Lo status dell’essere umano e la necessità della trasformazione
Lo status dell’essere umano è uno status basso, che non consente di governare la propria vita, il tempo, lo spazio e i cinque elementi. È uno status che, al contrario, viene governato da ogni cosa. In altre parole, non è un essere che agisce, ma un essere che subisce l’azione. Parliamo soprattutto dello status ontologico interiore della coscienza. Finché non cambieremo questo status, non accadrà nulla.
Ogni essere vivente possiede un determinato karma. E il suo status in quanto essere è determinato dalle impronte mentali e dai karma del passato. Lo status determina la sua visione karmica, e anche noi tutti, dimorando in un corpo umano, possediamo lo status di esseri umani. Vale a dire che condividiamo la comune visione karmica del mondo degli esseri umani. Se la analizziamo, l’umanità non è una civiltà particolarmente evoluta e l’essere umano non è un essere particolarmente elevato nell’universo. Al contrario, questo mondo e questa visione karmica costituiscono una dimensione in cui esistono molte limitazioni. Ma, al tempo stesso, la nascita umana è preziosa. Perché? Perché offre la possibilità di lavorare su queste limitazioni e di liberarsene.
E il nostro obiettivo è non rimanere nella condizione umana, non rimanere in questo status, poiché in esso non è possibile risolvere, ottenere o fare alcunché; dobbiamo invece elevarci, andare avanti. Anche se una persona è un re, un multimiliardario o chiunque altro, rimane comunque un re o un ricco nella condizione umana. Allo stesso modo, un cane di razza con un bel collare rimane pur sempre un cane e non si eleverà mai al livello dell’essere umano se non cambierà il proprio status ontologico.
La liberazione come uscita dalla storia collettiva
Raggiungere la liberazione significa cambiare il proprio status interiore di consapevolezza, diventare un essere divino (deva, divya), cessare di rinascere nei mondi impuri, negli universi impuri del samsara. Significa uscire dalla storia collettiva in cui siamo tutti inscritti, dalla catena ininterrotta di cause ed effetti, e compiere il passaggio verso una realtà trasformata e spiritualizzata, verso la realtà della visione pura, verso una dimensione pura creata dalla mente. Ossia verso un universo personale governato dalla mente, in cui esiste una storia personale (lila), divenendone la divinità centrale (mandaleshvara). È importante comprenderlo.
Ora ci troviamo sotto un giogo. Che lo vogliamo o no, che riconosciamo questo fatto oppure lo neghiamo, siamo sotto il giogo delle cause e degli effetti, sotto il giogo della legge del karma. E questa legge del karma influisce su di noi. Di fatto ne siamo completamente dipendenti. Allo stesso modo, su di noi influiscono le leggi della natura, le leggi fisiche, le costanti, le leggi della biologia e della chimica del corpo: tutto ciò costituisce dei limiti. Possiamo non accorgerci di questi limiti, ma essi esistono e ci dettano la «prosa della vita». Tutti questi limiti vengono convenzionalmente chiamati legge del karma, cioè legge di causa ed effetto. E secondo la legge del karma siamo inseriti nel karma collettivo. Se per karma si intendono le sequenze di eventi che si dispiegano nel tempo, ossia cause che producono effetti e si trasformano l’una nell’altra, allora siamo inseriti nel karma dell’umanità, nel karma del sistema solare, nei karma collettivi, nella storia collettiva. Purtroppo, in questa storia collettiva non siamo soggetti importanti, bensì oggetti di tale storia collettiva, cioè coloro a cui non viene chiesto nulla, coloro che, come schegge di legno in un grande fiume, vengono semplicemente trascinati dove occorre, e basta: dalla vita alla morte, da un corpo all’altro. Quando un fiume trasporta le proprie acque, anche le schegge di legno che vi si trovano galleggiano con esse, e il fiume non chiede a ogni scheggia: «Dunque, dove desidera andare?» Durante una piena, il fiume trascina semplicemente in una certa direzione schegge, tronchi e piccoli animali. Ma è proprio questo lo stato della storia collettiva, quando sei una comparsa impotente in tutti gli eventi. E a ben pochi piace trovarsi in una simile condizione: essere una scheggia di legno nella storia collettiva del karma.

La liberazione avviene quando usciamo dalla storia collettiva, quando ha inizio la nostra storia personale, vale a dire non il karma, ma la lila: il gioco divino dello stato naturale, in cui le sequenze di eventi e le cause-effetti non provengono da oggetti esterni, bensì dalla tua stessa coscienza; quando sei tu stesso il creatore, quando non sei una comparsa impotente, ma il soggetto principale della psicostoria, ossia quando la storia viene sostituita dalla psicostoria. La psicostoria significa che nelle relazioni di causa-effetto, nel karma collettivo e nelle sequenze di eventi viene introdotto il fattore psichico, cioè la coscienza. In altre parole, la nostra coscienza, la nostra volontà (iccha-shakti), inizia ad agire come operatore volitivo e sovrano. Ora non è più una scheggia di legno, ma un soggetto che decide dove andare, a quale fermata scendere o se proseguire oltre.
La storia personale significa che gli eventi della realtà non sono separati dalla coscienza, che sono interamente governati dalla volontà del mandaleshvara, cioè dell’essere divino nel quale dovremo rinascere, dalla volontà della divinità centrale. E tale storia collettiva viene sostituita dalla psicostoria. Le sequenze causali degli eventi, cioè la cattiva infinità di cause ed effetti incontrollati, vengono soppiantate dal gioco della coscienza divina (lila). Ma affinché tale sostituzione avvenga, la coscienza divina deve nascere in noi.
Le cinque energie principali del cammino spirituale
Raggiungere la liberazione significa diventare liberi. Che cosa vuol dire? Significa acquisire l’energia della conoscenza, vale a dire che tutto ciò è legato all’acquisizione di una determinata energia.
Di solito parliamo delle cinque energie principali che si acquisiscono lungo il cammino spirituale. L’energia principale è chiamata energia della conoscenza (jnana-shakti). Essa appare nel momento in cui raggiungiamo lo stato di risveglio e riconosciamo la natura della nostra mente come puro spazio di consapevolezza, dotato di un potenziale immenso, quando realizziamo il nostro potenziale. L’energia della conoscenza, a sua volta, ci conferisce libertà di scelta e libero arbitrio.
L’energia successiva è chiamata svatantriya-shakti. Essa significa che, avendo padroneggiato l’energia della conoscenza, diventiamo liberi. Essere liberi significa scegliere la realtà, scegliere il mondo, scegliere la sequenza di eventi che desideri; significa cioè avere costantemente una scelta, avere la possibilità di esercitare il libero arbitrio. Questa energia della libertà (svatantriya-shakti) si trasforma nell’energia della volontà divina (iccha-shakti). E, in ultima analisi, la liberazione è il pieno fiorire del libero arbitrio e della libertà di scelta, quando siete completamente liberi.
Quando viviamo in questo mondo materiale, siamo quasi privi di libero arbitrio, vale a dire che siamo molto limitati nelle nostre scelte. Naturalmente, possiamo scegliere in una certa misura, per esempio, scegliere la via del dharma o la via delle illusioni (e tali scelte sono molto importanti), ma, in generale, qui il libero arbitrio è fortemente represso. Per esempio, ora non possiamo scegliere se vivere sulla Terra, sulla Luna, su Venere, su Marte o in qualche altro angolo della galassia, né se vivere cento anni, cinquecento anni, diecimila anni, un miliardo di anni, trilioni di anni o centinaia di kalpa, come Brahma. Tutto ciò indica l’assenza di libero arbitrio, di libertà di scelta. Nella condizione limitata del samsara, il libero arbitrio è sottoposto a restrizioni molto severe. La liberazione significa acquisire uno stato di coscienza in cui il libero arbitrio possa manifestarsi senza ostacoli, in cui la coscienza sia così potente da non essere più soggetta alle sequenze di eventi del karma, ai rapporti di causa-effetto e alla storia collettiva. Essa stessa può muovere la storia collettiva e attrarre le probabilità dei rapporti di causa-effetto.
Tutto dipende dal livello di coscienza. Se la coscienza è sviluppata e possiede grande libertà e forza, allora una persona simile esce dalla storia collettiva. Per lei cominciano la lila e la psicostoria. Se la sua coscienza è debole, essa è inserita nei processi della storia collettiva e del karma e non può farci nulla.

Esempi simili si possono trovare persino nella realtà quotidiana e mondana. Esistono persone chiamate passionarie. Sono personalità carismatiche, motori della storia, capaci di influenzare i processi storici. Tra i passionari rientrano tutte le persone eminenti (che siano buone o cattive è un’altra questione): Aleksandr Nevskij, Napoleone, Alessandro Magno, Gengis Khan e così via. Tutte queste persone hanno esercitato un’enorme influenza sul corso degli eventi storici in questo mondo. Ciò significa che la loro volontà attivata (iccha-shakti) poteva, fino a un certo punto, modificare le sequenze degli eventi.
Lo stato di liberazione è un livello incommensurabilmente più elevato. Significa che non solo muovete le sequenze degli eventi, ma uscite del tutto dalla storia collettiva e create una storia completamente vostra. È proprio la vostra coscienza a essere il centro dell’universo, la divinità centrale (mandaleshvara).
Il conseguimento della libertà assoluta
Il conseguimento della libertà assoluta significa uscire dal limitato mondo umano e creare un tunnel personale della realtà, uno spazio personale in cui vivere (mandala). Di norma, nessuno di noi dispone di uno spazio personale simile: siamo tutti costretti a condividerlo con qualcuno, sia a livello individuale sia a livello collettivo. Ma acquisire l’energia della volontà (iccha-shakti) significa creare un simile spazio personale. Non appena eleviamo la nostra coscienza a un alto livello di auto-organizzazione e complessità, le leggi del mondo materiale perdono il loro potere su di noi. Cominciano ad agire leggi più sottili. È come nel mondo delle tecnologie dell’informazione, dove le vecchie leggi economiche non sono valide. Nel mondo delle tecnologie dell’informazione agiscono leggi diverse e completamente nuove. Le persone che cercano di vivere nel mondo dell’informazione secondo le leggi del mondo materiale non hanno successo. Allo stesso modo, nel mondo spirituale le leggi del mondo materiale non sono valide.
Se viviamo in questo mondo materiale, abbiamo sempre queste categorie fondamentali: tempo, spazio ed energia. Di norma, tutte le limitazioni sono legate proprio a queste categorie fondamentali. Vale a dire che o non abbiamo tempo oppure disponiamo di uno spazio limitato in cui vivere. E se abbiamo entrambi, allora non abbiamo l’energia necessaria per realizzare qualcosa. Che cosa significa essere limitati nello spazio? Per esempio, vorrei una grande sala per un seminario o qualcos’altro di molto grande, ma mi dicono: «Scusa, la terra è poca e ci sono molti altri che aspirano ad averla». Che cosa significa essere limitati nel tempo? Significa che le sequenze causali degli eventi si susseguono in modo molto serrato. Forse vorreste meditare di più, ma siete costretti a sottostare a queste sequenze di eventi. Vale a dire che non fate ciò che vorreste fare, perché non ne avete la possibilità. Essere limitati nell’energia significa non avere sufficiente chiarezza o forza vitale per realizzare ciò che desiderate e cambiare la realtà. Queste sono le tre limitazioni fondamentali: nello spazio, nel tempo e nell’energia.
Che cosa accade quando scompare la limitazione nello spazio? Significa che non avete soltanto una stanza per la meditazione, ma avete a disposizione un intero universo per la vostra coscienza. Per la coscienza non vi è alcuna differenza. In essa esiste un potenziale immenso e illimitato. E ogni persona è il potenziale creatore di un intero universo. È un potenziale dio creatore Brahma, un mandaleshvara che, con il potere della coscienza, può creare un'intera realtà. Questa è l'assenza di limitazioni nello spazio.
L'assenza di limitazioni nel tempo significa che ora non siete più condizionati dai cento o novant'anni della vostra vita, ma potete esistere all'infinito. Non è più necessario preoccuparsi del fatto che il tempo vi limiti. Poiché, a un livello di coscienza estremamente complesso ed elevato, il tempo può essere compresso, dilatato, accelerato, rallentato, fatto muovere obliquamente in qualsiasi modo, trasformato in un anello o in una sacca temporale nella quale collocare e conservare determinati eventi finché sono necessari. Il tempo diventa una categoria perfettamente manipolabile. E questa non è fantascienza. I mahasiddha hanno dimostrato cose simili; se ne parla nei Purana e nelle Upanishad.
Per esempio, un angelo o una divinità, comunicando con voi, può immergervi in uno stato tale da farvi vivere sessant'anni conversando con lui; poi, quando la conversazione termina, uscite da quello stato e vedete che nel mondo degli uomini è trascorso appena un secondo, che non avete nemmeno fatto in tempo a portare la mano alla testa, sebbene soggettivamente, in quel lasso di tempo, abbiate vissuto una vita intera. Gli esseri divini possiedono la capacità e il potere sul tempo, perché la loro coscienza è radicata in quello stato che si trova al di là del tempo.

Quando acquisiamo la libertà nel tempo, nello spazio e nell'energia, possiamo davvero accedere a un'altra realtà, una realtà divinamente realizzata. Un simile stato implica il possesso della pienezza di tutte le forze divine. Per esempio, l'esaudimento dei desideri, il controllo della realtà mediante il potere della coscienza, la libertà di governare il tempo e lo spazio, di realizzare qualsiasi intenzione, qualunque essa sia, di possedere una moltitudine di corpi (multicorporeità, mayarupa-siddhi) o di diventare possessori di tutte le forme dell'universo (vishvarupa-siddhi), la libertà di vivere in qualsiasi punto dello spazio, in qualsiasi dimensione della realtà (loka-siddhi), vale a dire la multirealtà, la libertà di creare, sostenere o distruggere universi come un dio creatore (iccha-siddhi). Tutto questo sopraggiunge nel momento della liberazione, quando vengono realizzate la pienezza della conoscenza divina (jnana-shakti), della libertà divina (svatantrya-shakti), della volontà divina (iccha-shakti), del potere divino (aishvarya-shakti) e della forza divina dell'azione (kriya-shakti).
L'inizio dello sviluppo della consapevolezza
Da dove inizia dunque lo sviluppo della consapevolezza, una volta definito l'obiettivo finale? Se abbiamo definito come obiettivo finale il divenire un essere divino, allora vi è un inizio, il momento in cui la coscienza intraprende il cammino verso tale divenire. Lo sviluppo della coscienza comincia con una profonda insoddisfazione nei confronti del mondo materiale. La fase dell'insoddisfazione significa che esiste un grande conflitto di significati e motivazioni. Nella scienza questo viene chiamato anche dissonanza cognitiva tra desideri e possibilità, vale a dire tra il potere della coscienza e le leggi limitanti del karma, le leggi fisiche della natura materiale e così via. Questa dissonanza sorge perché il nostro piccolo «io» è alienato dal mondo esterno, vale a dire che esiste la dualità. Quando consideriamo il nostro piccolo «io» come noi stessi e ci identifichiamo con esso, siamo alienati da ogni cosa. Alienandoci dal tempo, non abbiamo la possibilità di governarlo; alienandoci dallo spazio, non abbiamo la possibilità di vivere in uno stato spaziale espanso; alienandoci dall'energia universale, siamo costretti ad attingere energia dal piccolo bozzolo dell'«io» individuale, e questa energia è molto limitata. Lo stato di dualità, di alienazione egoistica, è una condizione in cui è come se non appartenessi a questo mondo, a questo universo: sei alienato da tutto, e l'universo è freddo e spietato nei tuoi confronti. Ti viene consentito di vivere qui per qualche tempo entro determinati limiti, dopodiché nessuno si interessa particolarmente della tua opinione. È più o meno così che si presenta la dipendenza dalla legge del karma. L'insoddisfazione significa che cominciamo a rendercene conto e sviluppiamo la consapevolezza dell'impermanenza, della morte e dei limiti di questo mondo. Tale consapevolezza viene vissuta come sofferenza. Finché questa consapevolezza non viene sperimentata e la sofferenza non viene riconosciuta, la motivazione nella pratica spirituale non sarà profonda.
Una volta a una persona fu consigliato di riflettere sull’impermanenza, sulla legge del karma, sulle sofferenze, sulla mortalità e così via. Egli disse: «Per me queste cose non costituiscono una motivazione nel cammino spirituale, non mi interessano». Ma il punto è che, indipendentemente dal fatto che ti interessino o meno, esse continuano ad agire. Che ti interessino o no, tu sei comunque soggetto a queste leggi e alla loro influenza. Se non ti interessano, significa che non conosci il tuo nemico e non lo rispetti. Ma come potrai ottenere la vittoria, se il nemico ti è sconosciuto e tu sopravvaluti te stesso? E questo nemico ti si oppone, che tu ne sia consapevole oppure no.
Il rishi Vasistha scrisse:
Inesorabilmente il «gatto» della vecchiaia bracca e cattura il «topo» della giovinezza.
Che queste leggi ci piacciano o no, che rappresentino per voi una motivazione oppure no, esse agiscono indipendentemente dalla nostra coscienza. E non tenerne conto sarebbe avventato, perché, quando arriveranno, dirai: «Ma io non sono pronto». E allora? Di certo non diranno: «Va bene, aspetteremo. Preparati!». Non funziona così. Quando si prende coscienza di simili cose, si giunge a comprendere l’insensatezza della vita nell’illusione.

Che cosa significa «nell’insensatezza»? Significa che i vecchi significati perdono credibilità e comprendete che è necessario elaborarne di nuovi. E finché non screditerete nella vostra coscienza i vecchi significati samsarici, sarà difficile elaborare nuovi significati alternativi, perché quelli vecchi continueranno sempre a occupare una parte della vostra coscienza e a imporre la propria visione. Dentro di noi, dei significati e dei valori si occupa il livello sottile della coscienza (buddhi). Tutte le decisioni strategiche e i valori vengono adottati in questo circuito superiore della coscienza. Quando esso è attivo, l’essere umano è sempre alla ricerca, non rimane fissato sui vecchi significati assimilati al momento della nascita, ma li rinnova continuamente. I suoi significati sono sempre vivi e flessibili; tuttavia, nelle persone i circuiti superiori della coscienza solitamente si disattivano dopo l’adolescenza, all’incirca verso i vent’anni. In altre parole, la matrice dei valori, inculcata dalla società, dai genitori e dall’educazione ricevuta nell’infanzia, si cristallizza, poi avviene uno scatto: la buddhi si disattiva e iniziano ad agire i programmi mentali. Quando la buddhi si disattiva, una persona comune smette di cercare. Vale a dire che, se una persona assimila i significati e i valori del mondo materiale condizionato (per esempio costruire una casa, crescere un figlio, diventare ricca, avere successo, creare una famiglia, avere figli e così via), allora smette di cercare.
Raggiungere la liberazione significa che dobbiamo riattivare il circuito superiore della coscienza (buddhi) e disattivare questi vecchi significati samsarici. Questi significati sono illusori, non funzionano, sono errati e sono stati creati arbitrariamente a partire da uno stato di coscienza illuso e dal karma, perciò non ci si può fidare di essi. Questi significati non sono ispirati da Dio, non scaturiscono dalla Fonte suprema, bensì da uno stato inferiore. Quando ciò avviene, sopraggiunge la fase della consapevolezza dell’insensatezza della vita nell’illusione. La vita nell’illusione della percezione dualistica è sempre priva di senso.
La consapevolezza del ciclo delle rinascite
Dopo di ciò sopraggiunge la fase della consapevolezza del ciclo delle rinascite. Comprendiamo di non essere il corpo, ma la coscienza, l’anima che anima questo corpo (il corpo sottile). Questo corpo sottile può uscire da un corpo fisico ed entrare in un altro. Quando il corpo muore, diventiamo spiriti nel corpo sottile. Uno spirito simile giunge nel regno degli spiriti, dove vigono leggi proprie. Per esempio, vi sono spiriti superiori che controllano diversi ambiti, sorvegliano i mortali e stabiliscono quando debbano vivere e quando morire; vi sono spiriti che decidono in quale mondo debbano andare le anime dopo la morte: nelle dimensioni infernali, nelle dimore pure oppure di nuovo nel mondo degli esseri umani. Vi sono servitori di questi spiriti che trasportano le anime nelle diverse dimensioni. Non si deve pensare che l’anima, una volta uscita dal corpo, possa agire arbitrariamente. In realtà, anche dopo essere uscita dal corpo, l’anima rimane assai dipendente. In vari testi si descrive come gli emissari, gli yamaduta, servitori del dio Yama, vengano a prendere l’anima vivente che ha abbandonato il corpo.
Il dio Yama è il giudice tra la vita e la morte. Quando arrivano i suoi servitori, l’anima non può opporsi a loro: essi, per così dire, la estraggono dal corpo. Quest’anima giunge, nello stato intermedio, in un luogo in cui vengono analizzate le sue azioni passate e la sua coscienza. In questo luogo vi sono molte persone e ciascuna di esse vive qualcosa di simile al giudizio di Yama. Yama è la divinità che governa la reincarnazione e ogni essere umano compare al suo cospetto. Egli valuta la qualità della vita vissuta e, se necessario, guarda nello specchio del karma o consulta i registri del suo segretario Chitragupta. Questa divinità è servita da numerosi spiriti, irati o pacifici. Ogni essere vivente, se la sua mente non è purificata e percepisce il mondo nella dualità, compare davanti a Yama. A seconda della tradizione spirituale o della religione, questa divinità può assumere l’aspetto di un angelo, di una divinità o del santo che la persona venerava. Ciò esiste proprio come nella nostra vita quotidiana esistono, per esempio, i rappresentanti della legge. Non possiamo dire che nella nostra vita siano assenti determinate energie, anche se seguiamo il sentiero dell’Advaita. Non possiamo limitarci a dire in ogni situazione: «Tutto è Brahman, illusione». Per esempio, quando entrate nella metropolitana, dovete comprare un biglietto, e quando vi ferma un agente della polizia stradale, dovete mostrargli la patente; non potrete dire: «Tutto è illusione». Questa è energia, e l’energia va rispettata.

Se non rispettate l’energia delle divinità locali, la cosa potrebbe finire male: potrebbero portarvi da qualche parte e rinchiudervi. Anche se diceste: «Tutto questo è illusione, Aham Brahmasmi. Brahman è reale, mentre l’universo è irreale», queste divinità locali risponderebbero: «Puoi certamente continuare a pensarla così, ma allora resta pure qui».
Vediamo che, qualunque cosa pensiamo, la realtà possiede un’energia e questa energia va rispettata. Allo stesso modo, anche nei mondi sottili esistono diverse energie legate agli spiriti e alle divinità. Anche l’anima, giungendo in questo mondo, deve rispettare tali energie, se non possiede un’immensa forza spirituale. Per esempio, se una persona possiede una grande forza spirituale, queste energie non possono nemmeno avvicinarsi a lei. Tuttavia, di norma, tutte le anime viventi giungono nel mondo in cui Yama (la divinità della morte, personificazione della giustizia) le giudica.
Il giudizio di Yama e la legge del karma
Giudicare significa esaminare il loro karma e porre domande: «Hai praticato il dharma durante la vita? Hai accumulato meriti, sviluppato la consapevolezza, violato i principi adottati nel tuo universo, infranto il samaya, se avevi legami spirituali, rubato, fatto questo o quello?» Poi tutto viene analizzato. Se una persona, desiderando difendersi, dice: «Sono così buono, ho fatto questo, quello e quell’altro», Yama risponde: «Ora lo verificheremo nello specchio del karma». Lo specchio del karma è un termine convenzionale: è qualcosa di simile a una banca dati astrale. Allora gli spiriti aiutanti e Chitragupta, il segretario di Yama, guardano nello specchio del karma, dove tutto si riflette nei minimi dettagli. E gli esseri viventi si meravigliano: «Non sapevo nemmeno che qui si tenesse conto di ogni minimo particolare».
Esistono sutra che descrivono questo processo, per esempio il sutra che narra di Choyjit Dakini, una donna che giunse nello stato intermedio. Rimase stupita dal fatto che le azioni buone e cattive, persino le più insignificanti, venissero registrate con tanta precisione.
Se si crea una certa situazione di equilibrio, Yama dice: «Bene, ora peseremo le tue azioni nere e bianche». In quel momento dal cielo discende un uomo bianco, che personifica il merito e l’angelo custode avuto in vita, e dice: «Quest’uomo era così virtuoso e santo che persino i cieli non saranno sufficienti per lui. Guarda quanti meriti possiede». E dal basso sale un uomo nero (papa-purusha, l’uomo del peccato, personificazione del demone interiore e dell’impurità interiore) e dice: «Quest’uomo era così peccaminoso e ha compiuto così tante cattive azioni con le parole, i pensieri e la parola che persino l’inferno non sarà sufficiente per lui». E questi due uomini battibeccano tra loro. In realtà sono illusori, sono un prodotto della nostra mente.
Il mondo astrale è molto paradossale: lì la tua mente può assumere una personificazione, vale a dire che il tuo pensiero può manifestarsi sotto forma di un’immagine concreta, di un essere vivente; inoltre, questo essere vivente sarà dotato di una propria intelligenza e potrà persino comunicare con te.
E quando questi due esseri cominciano a discutere sul karma di una persona, Yama pesa sulla bilancia i sassolini bianchi e quelli neri. Se, per esempio, prevalgono quelli bianchi, Yama dice: «Sei stato una persona virtuosa, durante la vita hai accumulato meriti, hai praticato la carità e osservato i principi del tuo loka. Puoi recarti nelle dimensioni superiori e godere dei piaceri che vi si trovano; quando i tuoi meriti si saranno esauriti, rinascerai nuovamente in una buona famiglia». E viceversa, quando prevalgono i sassolini neri, egli dice: «A quanto pare hai vissuto invano la tua vita: hai accumulato cattive azioni, hai usato parole malvagie, i tuoi pensieri erano impuri; guarda, hai fatto questo, questo e quest'altro. E sebbene tu abbia compiuto alcune buone azioni e possieda alcuni semi bianchi, andrai nei mondi inferiori, nelle dimensioni infernali». Quando pronuncia queste parole, gli spiriti che gli stanno accanto, armati di asce, scuri, spade e uncini, cominciano a sogghignare malignamente, poiché non aspettano altro che questa sentenza di condanna. Allora afferrano rapidamente quell'anima e cominciano a trascinarla con sé. E quell'anima dice: «Se qui c'è qualcuno che sta per recarsi nel mondo degli esseri umani, dite loro di non sprecare invano la propria vita, di accumulare meriti e di ricordare che l'inferno è più vicino del palmo della propria mano e che tutto ciò che facciamo in questa vita influirà profondamente sulla nostra vita successiva. Riferite tutto questo a coloro che vivono sulla Terra». In altre parole, queste anime comprendono troppo tardi il principio dell'accumulazione dei meriti, della purificazione, della pratica spirituale, del pentimento e così via. Vedono di essere completamente in balia del proprio karma. Quando questi spiriti conducono l'anima in uno dei mondi, lì le viene assegnata una determinata prova o punizione, e nei testi sono descritte moltissime prove di questo genere.

Chi non affronta il giudizio di Yama? Soltanto chi possiede una grande forza spirituale e una coscienza non duale, chi non vede Yama ed è a sua volta invisibile per lui. Vale a dire, colui che ha espanso il proprio stato a tal punto da cessare di essere dipendente, poiché la sua coscienza è completamente autoliberata. Le persone comuni, tuttavia, vivono esperienze simili in misura maggiore o minore.
Qualcuno potrebbe dire: «Ma secondo l'insegnamento, tutto questo non è forse una manifestazione della mente?». È proprio così. Ma il fatto che tutto sia una manifestazione della mente non cambia assolutamente nulla. Anche questo mondo, infatti, è una manifestazione della mente, ma le energie che vi operano sono incontrollabili. Se cercaste di salire su un aereo in aeroporto dicendo agli addetti ai controlli: «Questo aereo è una manifestazione della mia mente. Perché, dunque, non dovrei volarci?», difficilmente ci riuscireste. Allo stesso modo, anche nello stato intermedio tutte le energie esercitano un enorme potere sull'anima se non vengono riconosciute e integrate nel mandala della contemplazione, nonostante siano manifestazioni della mente. E sono proprio esse a determinare la rinascita.
La consapevolezza dell'unicità della nascita umana
Quando una persona comprende l'impermanenza e il fatto che dovrà attraversare tutto questo, comprende anche la legge del karma. Comincia a capire l'importanza delle cause e degli effetti che essa stessa crea, nonché l'importanza dell'accumulazione dei meriti. Quando comprende la legge del karma, nasce naturalmente in lei il desiderio di liberarsi da tutto questo. E allora sorge la comprensione dell'unicità della nascita umana. Comincia a rendersi conto: «Ecco a cosa mi serve questa vita!». L'unicità della nascita umana consiste nella possibilità di liberarsi dall'ignoranza e dall'illusione.
Che cos'è l'ignoranza (avidya)? È l'assenza di discernimento, di quella saggezza discriminante che permette di vedere chiaramente come stanno le cose nell'universo.
Che cos'è l'illusione? È quando, privi di discernimento, ci poniamo falsi obiettivi e sviluppiamo falsi valori.
Nella «Tripura Rahasya» Dattatreya dice:
Una persona priva di discernimento è simile a una rana caduta in un pozzo. Come la rana nel pozzo non sa che cosa sia bene per lei e che cosa sia male e, perciò, muore in quel pozzo a causa della propria ignoranza, allo stesso modo anche le persone, nate invano nel Brahmanda (cioè nel nostro universo), non sanno che cosa sia bene per loro e che cosa sia male e nascono soltanto per morire poi nell'ignoranza.
Nel nostro mondo relativo esistono valori, obiettivi, significati, piani e progetti propri, nonché uno sviluppo generale del pensiero scientifico, creativo e intellettuale. Ma in realtà, quando intraprendiamo il cammino spirituale, è come se uscissimo da tutto questo. È molto importante liberarsi interiormente dai significati, dai valori e dagli obiettivi samsarici. Finché non avviene una simile liberazione psicologica, è impossibile proseguire davvero oltre.
Quando l’imperatore Alessandro Magno venne a sapere degli asceti-sannyasin nudi, mandò il suo comandante a chiedere che uno di loro venisse a parlare con lui. Ma nessuno di loro si presentò da Alessandro. Allora decise di recarsi personalmente da loro e vide diversi asceti nudi che sedevano, meditavano e recitavano un mantra. Tramite un interprete, iniziò a conversare con loro e chiese:
– Come posso comprendere la vostra saggezza, o asceti nudi?
Uno di loro disse:
– Per comprendere la nostra saggezza, devi diventare come noi, altrimenti non ha nemmeno senso parlarne.
Alessandro cercò di continuare a conversare con loro tramite l’interprete, ma non ottenne alcun risultato e quindi se ne andò a mani vuote.
Finché i vecchi significati e valori avranno potere su di noi, non potremo avanzare verso lo stato di essere divino.

La divinità originaria e lo stato decaduto
L’«io» umano, nella sua condizione attuale, è un essere decaduto, cioè limitato, che ha dimenticato il proprio elevato status. È importante comprenderlo. La sua condizione decaduta non è dovuta al peccato originale, bensì, al contrario, alla sua innata e primordiale divinità. Se la condizione è «decaduta», significa che sei «caduto» da qualche parte, cioè che in precedenza possedevi uno stato più elevato; dalla comprensione di ciò nasce la motivazione a ritornarvi. Questa divinità originaria, che l’essere umano ha perduto a causa dell’identificazione con il corpo, dell’appesantimento della coscienza e della perdita del canale di sottile connessione spirituale con gli aspetti superiori dell’«Io», è la condizione in cui ci troviamo attualmente. Ma decaduto non significa peccaminoso o privo della possibilità di evolversi. Al contrario, dentro di noi vi è una divinità innata e originaria. Ma questa divinità originaria è andata perduta.
Secondo le ricerche storiche, i nostri antenati furono gli antichi ariani, fondatori della cultura e della civiltà vediche. Questi antenati non erano un popolo dotato di uno stile di vita o di una cultura peculiari, come oggi si cerca di presentarli. In realtà non erano esseri umani, bensì esseri divini. E la nostra condizione limitata significa che noi, pur essendo di diritto esseri divini, siamo «discesi» nel mondo degli uomini. Il nostro compito, dunque, è uscire quanto prima dal mondo degli uomini e acquisire lo status di esseri divini, anziché rimanervi o consolidarci in esso.
Che cosa significa uscire dal mondo degli uomini?
Non significa trasferirsi in un altro luogo geografico, bensì cambiare lo status della propria coscienza, uscire dalla visione karmica condizionata e passare a una visione più elevata. Non importa quale corpo possediamo, umano o di altro tipo, perché si tratta precisamente dello status della coscienza.
La liberazione avviene quando passiamo da una visione karmica a un’altra visione, più elevata. E nel processo di tale passaggio sorgono numerosi attriti di vario genere. Questo passaggio è precisamente il cammino spirituale.

L’importanza di cambiare significati e valori
Si ritiene che chi ha superato le prime due fasi dell’insegnamento sulle 16 fasi dello sviluppo della luna supererà necessariamente anche quelle successive, poiché queste fasi costituiscono il fondamento. Spesso accade che siamo interessati a lavorare con la coscienza e con i canali, ma trascuriamo il cambiamento dei valori e dei significati. Così trascorrono gli anni e sembra esserci un certo progresso nel lavoro con i canali e i venti, ma non avviene nulla di radicale. Il nostro «io» continua a partecipare ai vecchi giochi delle identificazioni, i desideri continuano a turbarci e noi continuiamo a trovarci nella realtà profana.
Perché accade questo, se pratichiamo attivamente il lavoro con i canali, i venti e la contemplazione? Perché esistono determinate catene e limitazioni a livello delle fondamenta. In altre parole, da qualche parte nel profondo pratichiamo la sadhana sul piano dei vecchi significati samsarici. Non è avvenuto alcun cambiamento dei significati, alcuna sintonizzazione su nuovi significati. L’ignoranza è il fondamento dell’esistenza degli esseri umani nel mondo materiale. L’ignoranza è un determinato tipo di visione karmica, ed è proprio di essa che è costituito il nostro mondo del samsara.
Alcuni pongono la domanda: «Se tutti diventassero monaci o tutti passassero nella terra pura, che cosa accadrebbe allora a questo mondo?» È una domanda molto logica. E allora io dico: «Non preoccupatevi. Nei mondi inferiori vi sono moltissimi esseri che anelano a entrare in questo mondo. Per loro è un mondo molto desiderabile, nel quale vivrebbero con piacere. E non appena gli esseri umani lasceranno questo mondo, esso verrà popolato da questi esseri e non rimarrà mai vuoto». Ma questo mondo, come anche gli altri mondi, non possiede di per sé una grande esistenza intrinseca. Esistono innumerevoli mondi simili, semplicemente noi non siamo in grado di vederli. Esso non possiede alcun valore particolare. Il mondo non è una realtà, è soltanto una certa visione, un certo significato, e noi creiamo questo significato con la nostra coscienza. Esiste soltanto perché esistiamo noi con i nostri significati. Fondendo i nostri significati in una visione collettiva, creiamo questo mondo. Esso non esiste di per sé. Ciò significa che, modificando i nostri significati, possiamo cambiare il mondo.

Il mondo come creazione della visione karmica
Il mondo in quanto tale non è costituito dalla materia, e neppure dall’energia o dall’informazione. Al livello più essenziale, il mondo è costituito da significati. I significati, se traduciamo il termine in sanscrito, sono drishti: una determinata visione della realtà, una visione karmica. E i mondi vengono creati proprio dalla visione karmica. Tutti gli esseri viventi si raggruppano in base all’affinità delle loro visioni karmiche.
Per esempio, gli esseri che possiedono una visione karmica dell’inferno si riuniscono, e allora per loro comincia l’inferno. Riunendosi, sono loro stessi a creare l’inferno. Nessuno li costringe a vivere all’inferno. Ma essi si riuniscono in base alla visione dell’inferno che è loro propria e creano da sé il proprio inferno.
Allo stesso modo, anche gli esseri con la visione degli dèi del samsara si attraggono, si riuniscono e creano per sé il mondo degli dèi. Per esempio, gli esponenti della bohème, le persone benestanti e i personaggi famosi amano che intorno a loro tutto sia armonioso, gustoso, soffice e splendido, e si creano un mondo confortevole di questo tipo. Nel proprio ambiente accolgono proprio persone dello stesso genere. Questo è un esempio di come gli dèi organizzano la propria vita affinché sia confortevole.
Anche le persone con una visione karmica asurica si uniscono ai propri simili e, fondendo le loro coscienze, creano con i propri significati un universo asurico. Nessuno crea appositamente per loro un universo di lotta, intrighi, ostilità, rivalità e insidie. Sono loro stessi a creare questo universo: non appena entrano in risonanza gli uni con gli altri, tutto ciò si dispiega. Non esiste alcun mondo in quanto tale, di per sé, al di fuori della nostra coscienza. Questo mondo è una creazione della nostra coscienza. È vuoto, per sua natura è privo di esistenza intrinseca. È costituito innanzitutto da significati. E i significati fondamentali di questo mondo sono determinati dalla nostra visione, dalla nostra peculiare percezione umana del mondo.

Il mondo come interazione di significati
Che cosa accade quando mangiamo del cibo? In realtà non esiste nulla del genere. Il processo del mangiare è il momento in cui il significato del cibo entra in risonanza con il significato del nostro stomaco. Il cibo è un significato, lo stomaco è un significato, e all’interno del significato del nostro corpo sorge il significato della sazietà. Allora diciamo: «Ho mangiato, non ho fame, sono sazio». Ma tutto ciò è completamente irreale. È un’interazione, un gioco di significati che produce determinati risultati semantici.
Questo può essere paragonato a ciò che avviene nella realtà virtuale. Per esempio, nella realtà virtuale un avatar controllato dall’utente cammina, può combattere con una spada, mangiare, bere e così via. Ma in realtà non fa nulla di tutto ciò. Non esiste neppure lui stesso: non è un personaggio reale, ma semplicemente byte e bit di informazione che viaggiano attraverso i cavi; sono determinati programmi che creano immagini visive. Quando una persona nella realtà virtuale, per esempio in un videogioco, uccide qualcuno con una spada, in realtà non uccide nessuno; esistono diversi programmi che si connettono tra loro e producono effetti visivi, i quali creano l’apparenza che il mondo virtuale sia reale, sebbene nulla di tutto ciò esista. E quando un personaggio virtuale mangia o beve qualcosa, in realtà non mangia né beve nulla. Il programma del cibo e il programma del suo corpo virtuale interagiscono semplicemente tra loro. Vengono trasmessi bit di informazione e, di conseguenza, aumentano il suo punteggio o il suo livello di forza vitale.
La stessa cosa accade anche nel mondo fisico: vi è un’interazione tra significati, cioè un significato, interagendo con un altro, genera un significato successivo, ma in realtà non accade nulla del genere, perché il mondo, in origine, non è materiale, bensì è costituito dalla visione, dai significati.
La chiave per governare la realtà
Questo ci offre una grande libertà, una grande speranza e grandi possibilità, perché possiamo cambiare questo mondo cambiando la nostra coscienza, i significati interiori e la visione. Ci dà la chiave per governare la realtà, per uscire dalla storia collettiva e creare una psicostoria, la chiave per dare inizio al gioco divino (lila). Ciò significa che, poiché il mondo non è materiale e non vi sono in esso rigidità e predeterminazione, bensì stocasticità, probabilità e indeterminatezza quantistica, la nostra coscienza può fungere da fattore psi. Non dobbiamo necessariamente sottostare alle cause e agli effetti: possiamo governarli fino a un certo punto e, se vogliamo governarli ancora di più, dobbiamo semplicemente sviluppare maggiormente la nostra coscienza. In altre parole, il mondo, l’universo, può essere una realtà governabile. E questo è un fatto molto incoraggiante.
Il rishi Vasistha afferma che il mondo è uno spazio di significati, non uno spazio di oggetti materiali grossolani. Se fosse uno spazio composto soltanto da oggetti materiali grossolani, non potremmo influenzarlo con la nostra coscienza e non avremmo nemmeno alcuna possibilità; potremmo influenzarlo solo indirettamente, per esempio prendendo un piccone e spaccando una pietra, ma non potremmo farlo con la forza della mente. Tuttavia, se questo è un mondo di significati e intenzioni, allora la nostra coscienza è costituita proprio da essi, e pertanto possiamo cambiare questo mondo cambiando i significati e l’intenzione della nostra coscienza.
La visione karmica del mondo degli esseri umani è legata all’illusoria sensazione «io sono il corpo» («aham dehasmi») e all’incomprensione del fatto che l’«Io» è, nella sua essenza, infinito come lo spazio ed è esso stesso il Signore Supremo, l’Assoluto. Il samsara durerà finché continuerà a esistere una simile visione karmica illusoria.

Dattatreya, nella «Tripura Rahasya», afferma:
Finché persiste l’ignoranza riguardo alla propria essenza, le sofferenze continueranno. Come una persona addormentata si spaventa dei propri sogni, o come uno stolto viene tratto in inganno dai serpenti che appaiono nell’illusione creata da un fachiro, così prova paura anche chi ignora la propria Essenza suprema.
Padroneggiando nuovi significati e facendo crescere un nuovo stato della coscienza, possiamo cambiare non soltanto noi stessi, ma anche la realtà in cui viviamo. La realtà, infatti, potrebbe essere completamente diversa. Eppure molti, anche praticando il dharma, non ci pensano nemmeno. Non dobbiamo necessariamente essere mortali, non dobbiamo necessariamente possedere un solo corpo, non dobbiamo necessariamente vivere in uno spazio ristretto: nulla di tutto ciò è obbligatorio, nulla di tutto ciò è rigidamente prescritto. Ci è prescritto soltanto perché noi stessi acconsentiamo.
C’è una storia. Un drago incontrò un orso e gli disse:
— Orso, oggi alle diciotto ti mangerò. Devi venire. Hai capito?
— Ho capito, verrò.
Gli venne incontro un lupo e il drago gli disse:
— Lupo, oggi alle diciotto e trenta ti mangerò come spuntino. Devi presentarti. Hai capito?
— Ho capito.
La stessa cosa accadde con la volpe. Infine, gli venne incontro una lepre. Il drago disse:
— Lepre, oggi alle diciannove devi venire, perché cenerò con te.
La lepre chiese:
— Posso non venire?
— Puoi. Ti cancello dalla lista.
In altre parole, basta cominciare a pensare in questa direzione e porsi un obiettivo per poter annullare tutta questa realtà, questa cattiva infinità. Sono questioni risolvibili, tutto questo può essere cambiato. Ma se non ci riflettiamo e non chiediamo: «Posso non venire?», allora la realtà esercita su di noi tutto il suo dominio.

Si può diventare immortali, infiniti, dotati di molteplici corpi, uscire dalla storia collettiva, creare la propria psicostoria, vivere in un universo personale — un mandala; si può non essere umani, bensì divinità: basta saperlo chiedere nel modo giusto.


