Lo stato del saggio libero
«Manu continuò: Il saggio libero può fare ciò che vuole – rinunciare formalmente al mondo o continuare a vivere una vita familiare. Ma sapendo che “io non faccio nulla”, non si scoraggia mai».
Il saggio libero – colui che viene chiamato jivanmukti, nityasiddha, siddha – può fare ciò che vuole. Ma poiché noi non siamo saggi liberi, non possiamo fare ciò che vogliamo. Vogliamo fare ciò che vogliamo, ma non ci riusciamo, perché esistono molte forze che non ci permettono di farlo. Non si tratta di qualche forza esterna, sono forze che limitano la nostra mente e che sono costituite dal nostro karma. E non sospettiamo nemmeno che ciò che vogliamo sia anch’esso una limitazione.
E che cosa vogliamo? Se prendiamo una persona mondana, essa vuole molto poco: felicità, prosperità, ricchezza, salute, successo, prosperità per sé e per la propria famiglia, tranquillità e pace. Questo è tutto ciò che vuole. Che cosa vuole un praticante? Liberazione, illuminazione, relazioni armoniose, servizio creativo, canali e chakra puri, una buona esperienza meditativa; qualcuno vuole anche un ritiro (esistono desideri così particolari), qualcuno vuole un servizio speciale, affinché vi sia la possibilità di esprimersi nel servizio, qualcuno vuole un’esperienza mistica, benedizioni, buone relazioni con altri sadhu, successo nella predicazione e nella missione.
Vale a dire, ciò che vogliamo è anch’esso una nostra determinata limitazione. In cosa consistono queste limitazioni? Innanzitutto, nella stessa concezione dell’“Io”: abbiamo un’idea dell’“Io”, e questo è già di per sé una limitazione, chiamata anava-mala. E ciò che vogliamo si basa su questa falsa idea dell’“Io”. Per esempio, al mattino, appena svegli, non vi nasce il desiderio di creare un nuovo Universo di loti. Non vi viene nemmeno in mente, non siete abituati a creare Universi, e in generale avete altri problemi, la vostra vita riguarda tutt’altro. Queste sono appunto le limitazioni. Ma esistono esseri divini nel mondo, al livello degli Ishvara, dei mandaleshvara, dei Mahamandaleshvara, che lo vogliono e lo incarnano. E tutto questo sono limitazioni diverse.
Il cammino della libertà interiore
Ma il saggio libero è colui che si è liberato da queste limitazioni e può agire in conformità con la propria natura interiore (sahaja). Tale modo di agire, in cui la propria volontà e la volontà di Dio sono una cosa sola, viene chiamato o sahaja oppure svechchhachara. Quando lo spirito dimora nel primo, secondo, terzo, quarto tattva, allora la volontà che viene trasmessa da questo spirito è la volontà divina, ma allo stesso tempo è anche la propria volontà. Questo viene chiamato svatantriya: il cammino della libertà interiore naturale, della spontaneità interiore.
Tuttavia le anime nel samsara non sono coloro che dimorano nella svatantriya, nella sahaja, e non sono coloro che manifestano una tale volontà. Sono coloro che sono avviluppati da diversi legami del karma. E tale intreccio karmico è conseguenza delle azioni passate, mentre le azioni passate sono conseguenza dell’immaturità, della scarsa profondità della coscienza, della separazione della coscienza, cioè dell’ignoranza. E l’incarnazione nel mondo materiale è un’occasione per l’anima di sciogliere tutte queste corde, di accordare correttamente tutte le proprie azioni, la consapevolezza, il comportamento. È un’altra possibilità. È evidente che le possibilità passate non le abbiamo realizzate a sufficienza. Questa nuova possibilità è l’incarnazione.
La preziosa nascita umana

Ma questa possibilità non viene concessa a ogni anima, bensì solo a quella che possiede una preziosa nascita umana, una nascita umana unica. Proprio quando abbiamo una nascita umana unica, questo è segno che in questa vita abbiamo accumulato una scorta sufficiente di dharma-sukriti, di pietà, come viene anche chiamata. Ma “pietà” è una parola da parrocchia, strana, antica, incomprensibile alle persone; la si può chiamare “scorta di energia spirituale”. Se si dice “scorta di positività”, questo è comprensibile a tutti. In generale, dharma-sukriti è una scorta di forza sattvica, una scorta di una certa forza di luce interiore. E una nascita umana unica significa che abbiamo una scorta sufficiente di forza interiore che permette di compiere questo viaggio verso la Liberazione. Se invece la scorta di forza interiore non è grande, allora non viene considerata una preziosa nascita umana. Una tale persona non può praticare per liberarsi da quelle limitazioni che le sono state imposte dal karma. E tutta la questione consiste in come utilizzare correttamente questa preziosa nascita umana, come usare la scorta di questa forza spirituale interiore per sciogliere tutti i nodi karmici e scoprire la propria natura originaria, come questi saggi del passato.
Lo stato della coscienza illuminata
«Sapendo che “nulla mi tocca, la mia mente è incolore e libera da condizionamenti, io sono puro e sono Consapevolezza infinita”, egli non si rattrista. Libero dai concetti di “io” e “altro”, non è soggetto alla sofferenza. Chiunque egli sia, in qualunque società si trovi, sa che tutto ciò che è, è così com’è, e non si abbatte».
È utile studiare lo stato dei saggi. Quando lo studiamo, è una sorta di forma di Guru-yoga. Nonostante le loro qualità caratteriali uniche, lo stato dei saggi è identico, ed è caratterizzato dall’unità con Brahman, con l’Assoluto. Perciò è utile studiare lo “Yoga-Vasishtha” e lo stesso Vasishtha, quando descrive il proprio stato. È utile studiare anche la filosofia di Dattatreya, e quando egli descrive il proprio stato. Questo è Guru-yoga. Se, per esempio, tutti gli istituti della Terra iniziassero a studiare lo stato di Dattatreya, ci sarebbe molto più beneficio che se studiassero la resistenza dei materiali, i polimeri, le varie leggi chimiche, fisiche, biologiche e altre cose.
Spesso la scienza fa molte scoperte, scopre forze nascoste nella natura. Queste forze esistono già, perché tutto l’Universo è manifestazione della forza unica dell’Assoluto: nija-shakti. Questa forza si frammenta in una moltitudine di piccole shakti, diverse forze racchiuse nel corpo biologico, nei processi fisici e biochimici. La scienza le studia. Ma se tutte le istituzioni scientifiche del mondo studiassero la coscienza di Dattatreya, ci sarebbe molto più beneficio, perché tutti i processi materiali verrebbero studiati molto più rapidamente, poiché la base di tutte le forze, da cui proviene questa unica forza universale (nija-shakti), è la pura coscienza dell’Assoluto, la coscienza di Dattatreya, ed essa viene compresa grazie a ciò che si chiama parasamvit.
Parasamvit è l’esperienza assoluta dello yogin, identificata con la Realtà Assoluta. In altre parole, è l’esperienza del samadhi di ogni saggio. Perciò, quando leggete che un qualche saggio guarda ogni cosa allo stesso modo, riflettete: “E perché io non posso guardare ogni cosa allo stesso modo?” Quando leggete che un qualche saggio non si rattrista mai, chiedetevi: “E perché non dovrei fare anch’io così?” Bisogna subito indagare quale sia la causa di ciò, in cosa consista la differenza tra voi. Quando venite a sapere che egli dimora continuamente nella beatitudine, ponetevi la domanda: “E perché io non dimoro continuamente nella beatitudine?”
Consapevolezza dei propri limiti
Quando in questo modo ci poniamo domande, scopriamo che nei saggi sono sviluppate determinate qualità, e la qualità principale è il dimorare in Brahman, la devozione e l’amore per Dio, la capacità di bhakti e la capacità di jnana. Ciò significa che tutti i nostri attuali problemi presenti, compreso il problema della non illuminazione, della fede debole, della mancanza di esperienza meditativa, sono legati all’assenza di queste qualità principali. E a un certo stadio il sadhu prende coscienza in modo molto acuto dell’assenza in sé delle qualità necessarie. Quando scruta profondamente dentro di sé, vede quanti diversi limiti ha, quanto, rispetto ai santi, non raggiunga il loro livello nelle qualità, e, parlando in modo semplice, quanto sia una persona caduta e peccatrice.
Se a una persona mondana si dicesse: “Sei caduto, sei peccatore!”, si indignerebbe, si offenderebbe e direbbe: “Perché sarei caduto e peccatore? Sono una brava persona: pago le tasse, vado al lavoro, non infrango la legge, cerco di amare tutti”. E avrebbe ragione. Secondo i criteri di una società di briganti, potreste persino essere santi. Ma secondo i criteri dei santi che hanno realizzato la natura assolutamente pura, avete moltissimo karma, tamas, rajas, illusioni, identificazioni, egoismo, orgoglio, mente. C’è molto di tutto, e dobbiamo accettarlo come un dato di fatto e umiliarci, per poter lavorare con esso. Se non lo accettiamo come un fatto, non avremo nulla con cui lavorare. Se diciamo: “Sono una persona elevata, in generale sono un essere realizzato nel relativo”. Allora non avremo nulla con cui lavorare, negheremo la stessa problematica del sentiero spirituale. Ma quando comprendiamo che ho dei limiti, insieme all’accettazione di questo fatto coltiviamo in noi l’umiltà e al tempo stesso educhiamo in noi la capacità di percorrere il sentiero spirituale, lavorare su noi stessi, sviluppare le qualità. Comprendiamo: “Bisogna lavorare con tutto questo”. Allora in noi appare la filosofia del movimento lungo il sentiero e la filosofia del sentiero stesso.
Unità di visione e comportamento

Qualcuno potrebbe dire: «E l’Advaita allora? E l’elevata visione del mondo dell’Advaita? E la formula magica “Aham Brahmasmi”?» Con essa va tutto bene, rimane, ed è insita in voi, ma nella visione, e questo significa: come potenziale, come seme. È presente, ma come seme per la vostra coscienza, non è scomparsa da nessuna parte, però bisogna scoprirla per poterla usare, bisogna svilupparla affinché da questo seme cresca un albero possente. Cioè, una cosa non contraddice l’altra.
A volte le persone non riescono a concepire come sia possibile riconoscere i propri peccati, pentirsi durante la vinaya-samhita una volta al mese e al tempo stesso dimorare nella visione “Aham Brahmasmi” (“Io sono puro e perfetto”). Sembra esserci una certa incongruenza. “Come posso io, puro e perfetto, commettere degli errori, essere limitato?” Sì, potete benissimo. È proprio di questo che si occupa lo Spirito Assoluto. Lui lo fa, e voi vi limitate a copiarlo. Essendo infinito, Egli si racchiude in un nome e in una forma. Essendo Colui che è inattivo (nishkriya), fa finta di essere attivo (sakriya). Una tale interazione tra Shiva e Shakti avviene continuamente. Perciò diciamo che bisogna coniugare visione e comportamento e comprenderlo bene.
La natura duale dell’esistenza
L’uomo, come qualsiasi divinità, è un essere duale, che possiede simultaneamente sia l’aspetto nishkala sia l’aspetto sakala (cioè sia con attributi sia senza attributi), dimorando al di là del corpo, ma al tempo stesso anche con il corpo. Cioè, per nostra natura siamo duali, non siamo omogenei. Omogeneo è l’Assoluto nel suo stato trascendente, mentre tutto il resto possiede questa natura duale. Questa natura duale è Shiva e Shakti. Questa dualità ci costringe a percepire continuamente una paradossalità simultanea.
C’era un poeta russo, mi pare Deržavin, che scrisse questi versi: «Con il corpo mi consumo in polvere, con la mente comando ai tuoni. Io sono re, io sono schiavo, io sono verme, io sono Dio!» Simultaneamente, ed è normale. Questa è la natura duale. Allo stesso modo, il sadhu deve realizzare in sé questa natura duale. Come Shiva è trascendente e ha il diritto, proprio ora, di dichiarare: “Aham Brahmasmi”, “Shivo Ham”. E questo bisogna farlo, ma nella visione. E come Shakti? Lì tutto è diverso. Shakti dice: “Conosci il tuo posto! Ogni grillo conosca il proprio cantuccio” e così via. Shakti prende subito l’anima in mano, la classifica, determina il suo posto chiaramente definito in conformità al karma.
Come Shiva, potete dichiarare “Aham Brahmasmi” e “Shivo Ham” quanto volete e meditare sulla perfezione, sulla purezza, sulla coscienza spaziale. E questo va fatto, bisogna stabilirsi in ciò il più profondamente possibile. Ma un’altra questione è quanto questo impressioni la Shakti dentro di voi. Shakti potrebbe non crederci. Per esempio, esiste un’opera musicale di Prokof’ev, “Pierino e il lupo”. Pierino può considerarsi Brahman, il Creatore dell’Universo, quanto vuole, ma quando compare il lupo (e il lupo è il principio di Shakti), il lupo potrebbe non credere a tali argomentazioni; a lui è indifferente, perché è una shakti grossolana. Allo stesso modo, la Shakti dentro di noi deve essere convinta, deve crederci. Dobbiamo essere così convincenti nella nostra vita spirituale che essa, convintasi, ci lasci andare in libertà. E non è una questione della Shakti esterna, è una questione della nostra Shakti interiore, che ci lega.
Interazione con le forze di Shakti
Anche la Shakti esterna agisce in modo vincolante. Che cos’è questa Shakti esterna? Sono i cinque elementi esterni, il tempo, lo spazio, le leggi della causalità. Per esempio, ogni shakti non è visibile direttamente. Finché non l’abbiamo indagata, finché non l’abbiamo vista nella manifestazione, non comprendiamo che cosa sia la shakti. Shakti si manifesta solo quando è già rivelata, manifestata nel momento. Per esempio, ogni shakti si manifesta come kriya (come azione) e come karana (risultato). Finché la shakti non è manifestata, per noi è come se non esistesse, ma essa c’è sempre, governa la nostra vita in modo sottile e invisibile.
Le tre basi del cammino spirituale

E in questo stato dualistico noi, dimorando nel samsara, iniziamo con l’acquisire la giusta visione. E questa è la visione dell’Advaita. Poi il Maestro Spirituale dice al discepolo: «La visione non basta, bisogna anche stabilire la contemplazione». Stabilire la contemplazione nella tradizione dell’Anuttara-tantra e del Laya-yoga è come studiare bene le note e le scale, oppure impostare il colpo nelle arti marziali. Bisogna impostarlo bene, davvero. Chi nelle arti marziali fin dalla giovinezza ha un colpo ben impostato, poi possiede questa conoscenza per tutta la vita. Quando un discepolo va da un allenatore di arti marziali, questi gli dice: «Il pugno va tenuto così. Il dito non all’interno, ma all’esterno. Bisogna ruotare l’anca», poi aggiunge ancora diverse altre sottigliezze. E allora il colpo sarà impostato.
Allo stesso modo il discepolo, con l’aiuto del Guru, deve stabilire la presenza contemplativa; deve essere assolutamente certo di aver padroneggiato questo metodo, per poterlo usare per tutta la vita. Studiare la visione dell’Advaita Vedanta e acquisire fede è un bene, è stato compiuto un grande lavoro, ma senza la contemplazione questo seme, questo potenziale, non può dispiegarsi. La presenza contemplativa, invece, irriga costantemente questo seme, così che col tempo questo potenziale si espande. Perciò, se in dodici anni riuscirete a stabilirvi nella visione dell’Advaita e a impostare correttamente la contemplazione, avrete compiuto un grande lavoro, sarete diventati una persona completamente diversa, un vero sadhu. Rimangano pure molte diverse limitazioni, molto karma, ma voi siete sul cammino assolutamente giusto di tutti i santi della tradizione.
L’arte del comportamento
Oltre a questo, il Guru dice anche: «E bisogna anche imparare a portarlo nel comportamento!» Avete appena stabilito la contemplazione nel ritiro, avete appena imparato l’auto-liberazione, e qui c’è anche il comportamento! Quando diciamo “comportamento”, non intendiamo soltanto l’osservanza delle regole del vinaya, dei vari voti e obblighi del karma-sannyasi o del sannyasi; parliamo di qualcosa di molto più grande. In realtà questa è la parte più difficile e complessa dell’Insegnamento, perché il comportamento ci prescrive di interagire con la Shakti, con l’energia universale (nija-shakti), ci insegna a esplorare l’Universo nella sua molteplicità come un grande sistema dinamico complesso (Brahmanda), a trovare il nostro posto in questa Brahmanda e a interagire a partire dallo stato naturale.
Perciò il comportamento è un modo di essere nel Brahman (brahma-charya), è un modo di dimorare nel nididhyasana, interagendo con diverse shakti, e di non esserne condizionati. È un modo speciale di interagire con la realtà affinché la tua contemplazione si trasformi in integrazione. Quando la contemplazione si trasforma in auto-liberazione, auto-donazione e auto-riconoscimento, tutto culmina nell’integrazione. L’integrazione è il modo in cui si comportano gli esseri divini e i santi saggi, ma è ciò che non è accessibile alle persone comuni e ai semplici sadhu. E il comportamento è la parte successiva, che viene studiata dopo la contemplazione, nei successivi dodici anni, perché nei primi dodici anni è impossibile studiare l’arte dell’integrazione, ma è possibile studiare l’arte della visione e della contemplazione.
Che cos’è dunque il comportamento? Il comportamento significa vivere naturalmente nella non-dualità, vivere naturalmente dallo stato di sahaja-samadhi e, rispondendo a milioni di cose, essere sensibili alla volontà divina, vivere dallo stato di auto-donazione, diventare un tramite, un vaso vuoto della Volontà Divina. Consegnarsi completamente a Dio e, tuttavia, agire in questo mondo. L’arte del comportamento spontaneo della sahajiya non è qualcosa che si possa insegnare nei training; è ciò che arriva come risultato naturale dell’approfondimento della presenza contemplativa, dello stabilirsi nella visione, della devozione e dell’auto-donazione. Tuttavia esistono alcuni metodi che aiutano a sviluppare l’arte del comportamento.
L’essenza dell’Insegnamento
Così, il santo saggio è, prima di tutto, un essere santo, uttama-purusha, mahasiddha, un essere che percorre il cammino fondandosi su una visione perfetta, una contemplazione perfetta e un comportamento perfetto. Nella visione perfetta non vi sono né nozioni, né teorie, né filosofie, ma vi è una devozione illimitata alla non-dualità del Brahman. Nella contemplazione perfetta non vi sono né pensieri, né concentrazione, né concetti, ma vi è una consapevolezza nuda, appena increspata dall’onda di vichara-spanda, simile al cielo: chiara, trasparente, eternamente viva e giovane. Nel comportamento perfetto non vi sono limitazioni, regole e prescrizioni, vi è il seguire spontaneo della propria natura (sahajya, svechchhachara), l’integrazione nello stato naturale con la molteplicità dei fenomeni e l’attuazione della volontà divina per il bene di tutti gli esseri viventi. In questo consiste l’essenza dell’Insegnamento in cui dimorano tutti i saggi del passato, dimoreranno tutti i saggi nel futuro e dimorano tutti i saggi nel presente. Ecco di che cosa scrive e parla Vasishtha.
Lo studio dei santi saggi
Dobbiamo studiare con grande attenzione lo stato dei santi saggi: la loro visione, la loro contemplazione e il loro comportamento, perché questa è la chiave, questa è la soluzione per comprendere Dio. Tali santi saggi sono lingam viventi. Bisogna venerarli, rispettarli e studiarli. Bisogna studiarli attentamente, imitandoli. Ma bisogna studiarli non come fanno gli scienziati. Che cosa possono fare gli scienziati? Appendere elettrodi alla testa, registrare le onde cerebrali, osservare che cosa mangia, qual è la dieta, a che ora si alza, a che ora si corica, i ritmi delle onde cerebrali, fare un cardiogramma. Bisogna studiare i santi come si addice a un sadhu, per applicare questa conoscenza a noi stessi, perché tali santi sono porte verso Dio, lingam viventi.
«Egli sa che, ovunque volga lo sguardo, tutte le direzioni sono piene della luce della Consapevolezza, eterna e infinita».
Ovunque volgiamo lo sguardo, vediamo la natura materiale. Ovunque c’è il mondo materiale, vediamo personalità, vediamo karma, vediamo opinioni, situazioni che devono essere risolte, diversi problemi e desideri. Questa è la nostra visione mondana (loka-drishti).
Esiste una visione spirituale, chiamata jnana-drishti, quando guardiamo e, sullo sfondo dell’energia materiale (prakriti), vediamo, per esempio, la coscienza divina o la benedizione divina. Ma per questo bisogna imparare a guardare con gli occhi di tali santi saggi, dalla visione, dalla contemplazione e dal comportamento corretto. Quando guardiamo con gli occhi della visione, della contemplazione e del comportamento corretto, allora realizziamo il cammino.
La volontà divina e icchamatra

Tutto il mondo è manifestazione della volontà divina. Qualcuno può porre la domanda: «Se il Brahman è trascendente e non ha alcun desiderio, da dove gli viene una qualche volontà?» Sì, l’Assoluto non ha alcun desiderio, non ha alcun attaccamento, Egli è purnatva (perfetto, pieno e intero). Tuttavia Egli possiede ciò che viene chiamato icchamatra. Icchamatra è la volontà nel suo stato puro e primordiale, è la tendenza all’automanifestazione. Icchamatra significa che la beatitudine tende ad automanifestarsi in una molteplicità di diverse beatitudini attraverso gli uomini, gli animali, gli asura, i demoni, i vidyadhara, i gandharva, gli dèi, i Grandi Dèi — attraverso qualsiasi stato. La Coscienza desidera automanifestarsi. L’essere originario desidera manifestarsi attraverso una molteplicità di cose. Perciò la volontà divina (icchamatra) significa la volontà nel suo stato puro. E il sadhu è colui che impara a percepire questa pura volontà divina al livello in cui si trova, attraverso la devozione.
L’azione come non-azione
«Solo a causa dell’ignoranza dell’erronea autolimitazione, l’uomo sperimenta alternativamente gioia e dolore. Quando l’autolimitazione è indebolita o distrutta, non vi è né esaltazione né dolore. L’azione che deriva da inclinazioni e tendenze indebolite è non-azione, i suoi frutti non maturano mai! Una persona del genere compie le azioni necessarie con le proprie mani e le parti del corpo, ma la sua mente e il suo cuore rimangono in eterna quiete».
Tale azione è non-azione, se viene compiuta dall’unità con la volontà divina. I suoi frutti non maturano mai. Come agire senza agire, come i santi saggi? Bisogna consegnare questo corpo alla disposizione di Dio. Bisogna consegnare questa volontà alla disposizione di Dio e bisogna consegnare anche questa mente alla Sua disposizione. Questa è un’azione compiuta dallo stato di autoabbandono. Per questo si dice che Avadhuta Dattatreya beve il nettare dell’autoabbandono.
Un giorno fu chiesto ad Hanuman: «Che giorno lunare è oggi?» Hanuman rispose che non si intendeva né di giorni lunari, né di stelle, né di astrologia; tutto ciò che sapeva era Rama, il nome di Rama e la devozione a Rama. Non desiderava sapere nient’altro. Hanuman è il più grande devoto di Rama. Questo è il principio della devozione. Se agite secondo il principio della devozione, non avete il desiderio di disperdervi troppo in altre cose intellettuali, perché si tratta di qualcosa di inferiore. Ma la devozione è la cosa più importante: è lo stato in cui l’anima dimora continuamente in Dio, senza uscire da Dio.
Il risveglio dell’autoconsapevolezza
«Tutte le altre qualità acquisite in questo mondo scompaiono se non vengono usate costantemente, ma l’Auto-Realizzazione, una volta acquisita, cresce soltanto di giorno in giorno. L’individualità esiste solo finché c’è il desiderio di godimenti. Qualsiasi desiderio è conseguenza dell’ignoranza! Quando appare l’Auto-Realizzazione, il desiderio cade e, insieme a esso, scompare il concetto di individualità e si manifesta la vera essenza: l’essenza della natura infinita».
Risvegliare l’autoconsapevolezza è proprio lo scopo dello studio della visione, della pratica della contemplazione. Quando l’autoconsapevolezza si risveglia, cominciamo a guardare il mondo in modo un po’ diverso: attraverso il prisma dell’autoconsapevolezza. Il risveglio dell’autoconsapevolezza comincia dal fatto che siamo capaci, attraverso la pienezza dell’attenzione o della meditazione, di osservare qualsiasi fenomeno con un certo distacco, senza identificarci con esso. Osservare come osservatore, e non osservare come partecipante.
Partecipante o osservatore della situazione
Ogni situazione ha due possibili varianti. La prima: siete partecipanti alla situazione. La seconda: siete osservatori della situazione, spettatori. In verità ce n’è anche una terza: siete organizzatori della situazione, ma questo è già uno status più elevato. Essere partecipante della situazione significa essere coinvolto nel karma. Per esempio, c’è la lussuria, c’è il desiderio di fare sesso, voi lo seguite, e siete partecipanti di questa situazione. Ecco, la lussuria vi ha catturato e vi conduce in una certa direzione con tutte le conseguenze. C’è la collera; la collera porta a manifestazioni colleriche, e voi litigate con qualcuno. Questo significa che siete partecipanti di questa situazione con tutte le conseguenze che ne derivano, con karma nel futuro, con nodi karmici e relazioni che si stringono. C’è il desiderio di ottenere un qualche risultato, voi tendete al risultato, agite: siete partecipanti della situazione, accumulate nuovo karma, perché la vostra mente ricorda, le strutture sottili della vostra coscienza sotto forma di divinità astrologiche registrano e ricordano tutto bene, allo scopo di restituirvi tutto ciò che avete accumulato, come specchi. Tutte le strutture sottili della vostra coscienza, avendo ricordato e registrato le vostre emozioni, le vostre azioni, cercheranno di restituirvi tutto con esattezza, fino all’ultimo centesimo, fino all’ultimo grammo. Questa è la legge del karma.
Un altro modo è quando siete testimoni della situazione. Per essere testimoni, è necessario un piccolo lusso come la coscienza testimone. La coscienza testimone significa che avete isolato in voi un osservatore distinto, e dimorate stabilmente in questo osservatore come «Io sono». Inoltre, questo è soltanto l’inizio. Poi il vostro «Io sono» deve rivolgersi alla Sorgente di se stesso. E, oltre a essere testimoni della situazione, dovete simultaneamente diventare testimoni di Dio, di Ishvara. E allora, sperimentando collera, lussuria, azione, klesha, gioia, beatitudine, felicità o entusiasmo, qualcosa di buono o di cattivo, non sarete partecipanti della situazione esterna, ma ne sarete spettatori, osservatori. Oltre a ciò, il vostro osservatore che si è aperto vi rivolgerà alla Sorgente dell’auto-osservazione, e sarete contemporaneamente spettatori e osservatori della vostra stessa Sorgente (Dio).
Questa seconda osservazione (l’osservazione della propria Sorgente) è il canale della grazia divina (anugraha), è il canale della connessione divina. Non siete partecipanti, ma spettatori della situazione, e osservando la situazione al tempo stesso osservate stabilmente Dio e la sua grazia divina, dimorate in contatto con la Sorgente Suprema, e un tale contatto è sempre una forza benedicente (anugraha-shakti). E che cosa accade allora? Sorge una certa situazione, e voi la osservate, per di più la osservate dallo stato di grazia, vedete come la situazione sia un gioco dell’energia divina, la vedete nello stato di anugraha, nello stato della grazia divina. E allora la situazione vi benedice, perché in essa vedete Dio.
Un giorno Sri Aurobindo, quando le autorità lo accusarono di partecipazione al movimento rivoluzionario in India, vide Krishna. Durante il processo vide una persona comune, ma questa persona in qualche modo accavallò una gamba, e Aurobindo vide in lui Krishna, quando stava in piedi con il flauto, leggermente incurvato, con una gamba appena piegata davanti all’altra. Poi guardò il giudice e vide Narayana (Vishnu), e quel Narayana dentro di lui gli disse: «Non temere nulla!» Egli si rilassò e non si preoccupò.
I santi sono capaci di osservare qualsiasi situazione (il lavoro, una battaglia e così via) senza esserne coinvolti. Sono capaci di esserne spettatori, di osservarla. Allo stesso modo, quando Arjuna ricevette il darshan da Krishna, comprese l’essenza della «Bhagavad-gita», l’essenza del dharma, perché in lui si risvegliò questa coscienza osservante. Così anche voi potete osservare le situazioni. E la seconda parte della coscienza osservante percepisce la Sorgente, percepisce Dio. Allora la situazione può benedirvi, potete ricevere la grazia divina. E allora vedete: «Ma questa non è una situazione! È il gioco di Dio! Non porta con sé alcun attaccamento, non c’è assolutamente alcun problema in essa. Porta solo benedizione. È la grazia divina!» E cominciate a rallegrarvi di qualsiasi situazione che vi accada. In quel momento, come quei saggi dello «Yoga-Vasistha», potete congratularvi con voi stessi. Forse non completamente, ma un poco. Ma se siete capaci di estrarre la grazia dalla situazione, vedendola come coscienza osservante, e la vostra mente dimora contemporaneamente nell’osservazione e nell’esperienza della grazia divina, senza identificarsi, e la mente è simile al cielo nella contemplazione, allora siete come i saggi dello «Yoga-Vasistha». La differenza, naturalmente, c’è, perché il vostro karma non è ancora dissolto, mentre il karma dei saggi è dissolto. Ma vi trovate sulla stessa piattaforma. Essi sono sulla piattaforma dello jnana, e anche voi vi trovate sulla piattaforma dello jnana. Che la loro resa di sé sia più profonda, ma voi siete sulla via giusta.
Ma quando non avete questa resa di sé, questa coscienza osservante, allora che cosa c’è? Allora c’è soltanto la situazione. E non avete nemmeno una possibilità, non avete scelta se non esserne partecipi, perché la situazione vi trascina dentro senza chiedere, perché gli indriya rispondono da soli, voi non potete opporre nulla, i karma rispondono da soli. Ecco, venire ora da voi e versarvi un secchio d’acqua sulla testa. «Cosa? Come?» Ecco, siete partecipi della situazione, non potete opporle nulla, non avete la possibilità di osservarla. Ma se siete un sadhu vigile, la vostra consapevolezza interiore osserverà questa situazione, senza dare né valutazioni né giudizi. «Namaste!» Osservando la situazione, osserverete nello stesso momento la grazia di Dio, sarete uno con la Sorgente Suprema e percepirete la situazione come un darshan. Penserete: «Oh, quanto nettare!», anche se vi versassero addosso delle porcherie. Penserete: «Oh, quanto nettare, un addestramento alla visione pura nella sua pienezza». E allora non sarete partecipi della situazione, perché tutte le shakti che entreranno in squilibrio saranno placate dalla vostra coscienza osservante e dalla vostra capacità di essere nella grazia divina.
E tali saggi non accumulano karma. Tutto ciò che accade loro non produce più risultati karmici. Non rinasceranno più, almeno sulla Terra di certo. Forse si troveranno alcune situazioni sottili in cui saranno costretti a diventare partecipi. Forse le situazioni grossolane possono essere osservate nella visione pura, nella grazia, ma non alcune sottili. Per esempio, Indra arriverà su un vimana e dirà: «Tu sei davvero un grande santo saggio! Per te sono stati preparati palazzi, le apsara danzano, le tavole sono già imbandite nei mondi degli dèi, le ghirlande sono state preparate per accoglierti, i musicisti divini si sono disposti in fila. Andiamo! Accogli tutti i tuoi meriti e godi!» E se c’è una coscienza avida, che non è pronta a dare tutto questo a Dio, allora sorgeranno pensieri: «Dare tutto questo a Dio? No, meglio che sia io stesso. Non sono ancora un’anima esperta, non ho ancora vissuto tanti piaceri, non sono mai stato nemmeno una volta nel paradiso di Indra. Perché no?» Allora, se prima eravate un saggio, ma in quel momento commetterete un errore, diventerete di nuovo un mudha (uno stolto). Perché? Perché non darete questo a Dio.
La differenza tra un mudha e uno jnani (uno stolto e un saggio) consiste nel fatto che siate capaci o no di dare questo a Dio. E subito la mente e l’ego si agiteranno: «Il paradiso di Indra è un uccello in mano, mentre Dio è un uccello nel cielo. Ecco, lo darò, e poi? La coscienza osservante. Una qualche piccola beatitudine. Ma queste sono pur sempre cose effimere. Invece il paradiso di Indra, le apsara, i palazzi e le ghirlande preparate: questo è già un risultato reale, dunque perché non usufruire dei meriti?» E se dubiterete, potrete rapidamente passare dalla categoria del saggio alla categoria dello stolto (mudha).
Che cosa fa il saggio? Rimane allo stesso modo nello stato di osservazione, non si lascia trascinare nella situazione, non diventa ostaggio, schiavo della situazione. Osserva la situazione, e contemporaneamente osserva Dio e la Sua grazia, Ishvara e la Sua anugraha, dimora nella visione, compie la resa di sé. Cioè egli dà tutto questo a Dio, non desidera godere della situazione con il paradiso di Indra, desidera godere soltanto di Dio, e la offre. Dice: «Se Dio mi manderà nel paradiso di Indra, lo accetterò, ma io da solo non andrò da nessuna parte! Seguirò soltanto la volontà divina, soltanto la pura coscienza divina». In questo sta la differenza fondamentale tra il jivanmukti: colui che procede sul cammino della liberazione, e il baddha (karmi): colui che procede sul cammino del proprio karma.
Se in base al vostro karma vi è destinato rinascere nel paradiso di Indra, questo si manifesterà, ma se a questo karma contrapporrete la vostra coscienza di jnani, la vostra dedizione e saggezza, allora questo karma non vi toccherà e si esaurirà. Allo stesso modo possono sorgere altre situazioni. Possono essere moltissime, e tutte devono essere offerte dallo stato dell’osservatore e dallo stato di benedizione; tutte devono essere considerate come un gioco divino.
Rinuncia ai concetti di «io» e «mio»

«Coloro che si dilettano nei concetti “io sono questo” e “questo appartiene a me” cadono nella fossa dell’ignoranza; coloro che rinunciano a tali concetti con cuore e mente puri si elevano sempre più in alto».
Per esempio, sorge una situazione in cui vi hanno offeso, in cui alcune vostre ambizioni non sono state soddisfatte, e avete il desiderio di esprimerlo. Nel momento in cui lo esprimete, in voi si rafforzano l’ahamkara, l’ego e l’identificazione con l’ego. Ma se dite: «In realtà io non ho i concetti di “io” e “tu”, quindi non c’è nessuno da offendere», allora non vi offendete. Cioè, per offendersi bisogna essere come ego. Per avere pretese e ambizioni bisogna essere come ego. Ma se ricordate: «In realtà io sono al di là dell’ego, come si può offendermi?! Tutto questo appartiene infatti alla mente duale». Vi rilassate e dite: «Questo dunque non riguarda me. Offendermi è impossibile, e questa situazione è semplicemente balenata in conformità con il prarabdha passato, ma non ha alcuna relazione con il mio vero sé, e quindi io sono invulnerabile. Si può offendere questa forma, questo nome e questo corpo quanto si vuole, ma ciò non riguarda me. Io non sono essi, sono trascendente, tutto questo non ha proprio alcuna relazione con me».
Per esempio, se offendono un certo nero John di Los Angeles, voi non soffrite per questo, anche se come sadhu dovreste provare compassione. Allo stesso modo, voi sembrate essere in questo corpo, ma non siete identificati con esso. Usate l’ego e la mente, ma non siete identificati con essi. Al massimo potete riconoscere: «Sì, stanno offendendo i miei strumenti». Ma non è una grande disgrazia. Per esempio, se qualcuno ha preso la vostra pala durante il servizio o le vostre pinze, quanto vi fa male? Non vi fa affatto male, perché non siete identificati con questo. Non identificarsi con nulla: questo è lo stato del saggio.
Cinque spazi interiori
«Realizza l’Autocoscienza, che risplende di luce interiore e riempie ogni cosa. Nel preciso momento in cui si comprende questa onnipresenza dell’Autocoscienza, ti ritrovi dall’altra parte del ciclo di nascite e morti».
«L’Autocoscienza, che risplende di luce interiore e riempie di sé ogni cosa» non è una bella frase tratta da un testo, è un’esperienza concreta, e viene descritta sotto forma di lakshana (segni, caratteristiche) nelle Upanishad, come la «Mandala-brahmana Upanishad» e la «Advaya Taraka Upanishad». È l’esperienza dei cinque spazi interiori (vyoma-panchaka). I cinque spazi interiori dello yoga sono ciò di cui scriveva anche Baba Gorakshanath. Egli aveva queste parole: «In che cosa può sperare uno yogin che non ha scoperto in sé i cinque tipi di spazio». Che cosa sono questi cinque spazi? Guna-rahita-akasha, chit-akasha, maha-akasha, tattva-akasha e surya-akasha. Questi cinque spazi si dispiegano man mano che pratichiamo la contemplazione, la meditazione Mahashanti, lo Shambhavi-mudra e vari altri metodi. Talvolta si rivelano molto rapidamente, talvolta lentamente e gradualmente.
Con il tempo lo yogin si convince che il suo «Io», nella sua essenza, somiglia allo spazio. Per esempio, lo spazio al centro del petto sotto forma di pura luce, lo spazio al centro della fronte sotto forma di pura consapevolezza simile allo spazio, che non distingue tra soggetto e oggetto, lo spazio all’interno del sahasra-chakra sotto forma di spazio dorato, simile a mille soli. Lo yogin comincia a scoprire diversi tipi di spazio all’interno del proprio corpo e della propria mente.
«Sappi che tutto ciò che è stato fatto da Brahma, Vishnu e dagli altri dèi è stato fatto da te. Qualunque cosa tu veda e in qualunque momento tu la veda, tutto questo è l’Io, o l’Autocoscienza illimitata».
Trappole sul sentiero spirituale

Qui è molto importante evitare le trappole del nichilismo e dell’eternalismo, le trappole del pralaya-kala e del nastika-drishti. Se non sapete che queste trappole esistono, vi trovate in serio pericolo sul sentiero spirituale. Ogni anno queste trappole trascinano le menti di migliaia di cercatori spirituali nella direzione sbagliata sul cammino dell’Advaita, sul cammino del Siddhanta e, in generale, sul cammino dell’esoterismo.
La trappola del pralaya-kala significa sopravvalutare la visione a scapito del comportamento, oppure sopravvalutare la contemplazione a scapito del comportamento. La trappola del nastika-drishti (del negatore, del nichilista) significa anche sopravvalutare l’assoluto a scapito del relativo, il principio di Shiva (della coscienza), il parasamvit a scapito di Shakti. Un buon sadhu, conoscendo questi errori, non permette deviazioni.
«Tu sei questa infinita Autocoscienza. A che cosa la si può paragonare? Tu non sei né vuoto né pienezza, né coscienza né incoscienza, né te stesso né qualcun altro! Sapendo questo, ottieni la pace».
E qui sorge una questione pratica: «Se tu sei questa infinita Coscienza, che cosa, oltre alla fede, è necessario per sperimentarla?» Sono necessarie devozione e auto-offerta, bisogna imparare il servizio, la sottomissione di questo corpo e di questa mente al servizio della volontà divina. È proprio attraverso il servizio alla volontà divina e l’auto-offerta che si conosce fino a che punto siamo capaci di rinunciare ai frutti e ai risultati delle nostre azioni, al nostro ego. È proprio il servizio a favorire il dischiudersi di questa natura divina. Ciò che serviamo determina la nostra tattva, la nostra essenza suprema. I sadhu servono sempre Dio, solo Dio e solo in relazione a Dio.
Lo stato del saggio liberato
«Non esiste un luogo chiamato liberazione, né alcun altro! Quando muore il senso dell’ego, il senso della propria importanza, l’ignoranza e l’incomprensione scompaiono. Questo è noto come liberazione o illuminazione. Colui che raggiunge l’Auto-Realizzazione è al di là del sistema delle caste e delle regole riguardanti l’ordine della vita, i divieti e le prescrizioni contenuti nelle scritture, come un leone fuggito dalla gabbia. Le sue azioni non hanno motivi e non sono arbitrarie, perciò i loro risultati non si applicano a lui. Egli è al di là delle lodi e dei rimproveri, non cade ai piedi di nessuno e nessuno cade ai suoi piedi. Non si indigna per le azioni degli altri e non li indigna a sua volta. Ma in realtà, solo lui è degno di venerazione, lode e ogni sorta di saluto. Non attraverso i rituali e non seguendo le regole, ma solo venerando tali saggi si può raggiungere la saggezza».
Dunque, quando abbiamo studiato lo stato dei santi saggi, abbiamo scoperto che esso consiste nel cammino. Essi sono coloro che percorrono il cammino, e questo cammino è composto da visione, contemplazione e comportamento. La loro visione, contemplazione e comportamento sono lo spirito della fede e della devozione, della jnana e dell’auto-offerta. Come unire, come fondere la propria mente con la coscienza di tali saggi? Vasishtha dice: «La venerazione di tali saggi è il cammino verso la propria liberazione e illuminazione».
Tali saggi sono il Rifugio. A partire da Shiva e fino al Guru radice, tutto questo è chiamato Rifugio (sharanam). E nei confronti del Rifugio instauriamo relazioni specifiche: rispetto, visione pura, venerazione, offerte, glorificazione, servizio, lode. Quando agiamo in questo modo, il Rifugio diventa una potente forza benedicente. Quando in casa avete un altare e ogni giorno fate offerte al Rifugio, pratiche rituali, queste benedizioni giungono subito a voi.
L’altare come strumento spirituale del sadhu

Come determinare se una persona pratica oppure no? Bisogna guardare il suo altare. Se l’altare è appena un po’ impolverato e molto pulito, è segno che lì non si è svolto nulla da molto tempo. Ma se sull’altare vedete colature di candele, qualcosa di macchiato, un tessuto bruciacchiato, un libro di preghiere sgualcito, allora si può dire subito: «La persona lavora. La persona pratica, usa l’altare».
Per un vero sadhu il suo altare è il suo strumento di lavoro. Proprio come una tastiera: se è nuova, è segno che non ci si lavora. Ma se i tasti sono ormai così consumati che non si vedono le lettere, e alcuni cadono, e la tastiera è macchiata di qualcosa, allora si vede che la persona vive al computer. Per un sadhu, il suo computer è il suo altare.
Un sadhu deve trascorrere abbastanza tempo presso il suo altare. Deve familiarizzare con il suo altare al punto che l’altare diventi il suo secondo “io”. Deve sentirlo come la propria forza ed energia interiore. E anche quando viaggia, il suo altare sul piano mentale deve essere sempre con lui, non deve mai separarsi dal suo altare. L’altare può modificarsi, passare in una forma manasica, trasformarsi nello yoga del corpo illusorio. Questo avviene man mano che maturate spiritualmente. Ma un sadhu non deve mai separarsi dal suo altare, perché l’altare per un sadhu è la fonte della forza benedicente del Rifugio e della saggezza benedicente.
La forza dell’altare nella vita mondana
Spesso, quando i sadhu, i karma-sannyasi vivono nel mondo, lavorano, perdono la saggezza spirituale, la forza spirituale, perché devono essere costantemente a contatto con le energie mondane, pensare a cose materiali, comunicare con atei, vedere pubblicità, immagini non divine, valori e significati mondani. Allora la forza spirituale e la saggezza spirituale diminuiscono, la mente si fa più grossolana ed è difficile procedere sul cammino spirituale. E la chiave per risolvere questa situazione è aumentare il tempo trascorso davanti all’altare.
Oltre a questo, bisogna investire forza nell’altare stesso. Cioè non risparmiate il denaro investito nell’altare: questo denaro vi tornerà decuplicato. Date all’altare ciò che avete di migliore e di più bello: la stanza migliore, la parete migliore. Se un armadio è d’intralcio, buttatelo via e collocate l’altare in modo bello. Se il letto è d’intralcio, dormite in un’altra stanza sul pavimento, ma rendete l’altare degno.
Questo altare vi colmerà di forza spirituale, cambierà il vostro destino in direzione della fortuna, attirerà la dea Lakshmi, che vi darà la shakti materiale. Tutto nella vostra vita può cambiare se attirerete le benedizioni adorando le divinità con preghiera, fede e devozione. Questa è la forza della pratica spirituale, perché in questo mondo tutto è determinato dal merito (dharma-sukriti). E chi, in questo mondo, possiede davvero merito? Merito spirituale, non mondano. Gli esseri divini, i saggi. Perciò, tramite l’upasana presso l’altare, ci ricongiungiamo con tali esseri viventi, colmi di merito, colmi di benedizioni.
Se invece non c’è la possibilità di creare un altare bello e completo, si può creare un piccolo altare. Per esempio, i monaci hanno un altare comune, non hanno altari individuali. Se qualcuno facesse un grande altare individuale, lo guarderebbero e direbbero: «Prabhu, mi sembra che tu sia un po’ troppo orgoglioso». Però, in compenso, hanno un grande altare.
Dunque, il Guru-yoga e il Rifugio sono upasana. Perciò un vero sadhu compie upasana ogni giorno; da questo la sua forza spirituale e la sua jnana non fanno che aumentare.


