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Il cammino verso Shiva: dalle catene di maya alla volontà divina

29.05.2026
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Il cammino verso Shiva: dalle catene di maya alla volontà divina

La natura dell’anima nel mondo materiale

Shiva-jnana sono le conoscenze di Dio, Shiva-pada è la dimora di Dio. L’anima è colma di peccati da un lato, e questi peccati sono impronte (samskara), piuttosto klesha. Non si tratta tanto di una definizione sociale morale e valoriale, quanto di un’energia che trattiene l’anima. Dal punto di vista assoluto, ciò che viene considerato peccato è semplicemente la densa energia di Shiva, nella quale l’anima è caduta come un pesce nella rete. Semplicemente energia densa, denso rajas, denso tamas, sattva mescolata.

Come vi è caduta l’anima, in virtù di che cosa vi è trattenuta? L’anima fu posta in un corpo, all’inizio era un corpo astrale, che si formò sotto l’influsso di energie molto sottili. Furono formati gli jnana-indriya, i karma-indriya, la mente, l’apparato dell’ego, l’apparato della mente, e l’anima creò la propria copia mentale. Poi il corpo sottile iniziò il processo di ricerca di un corpo fisico, l’inserimento nel corpo fisico, apparvero i prana, il corpo energetico (pranamaya-kosha), i cinque prana principali, e i cinque supplementari legarono ancora di più l’anima.

Poi infine il corpo fisico, i cinque elementi grossolani, e l’anima è come in una trappola, come un uccello in gabbia, come un pesce nella rete: la rete dei canali, dei chakra, il corpo fisico, il corpo pranico trattengono l’anima nel corpo astrale, e nel corpo astrale l’anima è trattenuta da una fitta rete di immagini. Anche queste immagini per l’anima sono dense; a noi le immagini sembrano non dense, perché sono rappresentazioni mentali, ma per l’anima stessa esse sono sottilmente materiali, e tuttavia abbastanza dense. In più la cultura esterna, l’ambiente sociale esterno, la società dell’educazione, le connessioni neurali nella testa, nel cervello, le reti neurali, i modelli di percezione, i modelli di pensiero, i modelli socio-culturali, l’istruzione, l’educazione, gli obiettivi e i significati della società.

Tutto questo, in modo molto stratificato e denso, ha avvolto l’anima, ed essa da qualche parte ha perso del tutto se stessa, si è persa molto, si è dimenticata. Come accade nel sogno: sogniamo di andare da qualche parte o di essere in ritardo, oppure di aver perso il portafoglio, di essere in ritardo per il treno, oppure sogniamo di incontrare un amico. Ma tutto è in qualche modo sconclusionato, assurdo, poco chiaro, e non sappiamo come siamo finiti qui, che cosa dobbiamo fare.

La differenza tra il mondo materiale e i mondi celesti

Il mondo materiale è anch’esso uno stato in cui l’anima ha perso se stessa in modo molto forte. I mondi celesti, per esempio, sono un luogo in cui le anime hanno ritrovato se stesse e tutti dimorano sempre nell’amore divino, nella consapevolezza divina, nel servizio consapevole a Dio. Lì è normale servire Dio, mentre non servire Dio è da folli. Là ci sono alcuni emarginati nella società, da qualche parte alla periferia, non li ammettono nemmeno, non sono del tutto normali, sono capitati lì in modo strano e le guardie controllano che non disturbino gli altri dèi, deva, angeli. È normale essere nell’amore divino, mentre non essere nel divino è proprio degli anormali, spiriti e demoni irrompenti dai mondi inferiori.

L’anima tra le catene di maya e la luce dei mondi celesti

Questo accade, cioè essi arrivano nei cieli, per un certo tempo indossano una maschera, cercano con tutte le forze di assumere l’espressione giusta, angelica, come se fossero devoti a Dio, di pronunciare alcune verità. Ma gli esseri divini li riconoscono rapidamente, poiché si concentrano nel punto tra le sopracciglia, dove si ritiene sia registrata tutta l’essenza dell’anima, e siano registrate tutte le immagini, e comprendono che queste anime interiormente non possiedono né saggezza divina né amore divino, ma indossano una maschera per un certo tempo.

Tuttavia viene loro permesso di fare così fino a un certo punto, di dimorare nelle comunità divine, affinché forse cambino, ricevano qualche lezione: per alcuni è persino come una sfida, come un interesse, che cosa accadrà loro, se ci riusciranno o no, in che cosa consista il disegno divino, come il disegno divino si manifesterà. Ma la massa generale è costituita da dèi saggi, da saggi esseri angelici, gandharva, coloro per i quali è normale dimorare nell’amore divino, dimorare nella saggezza divina. Là la Fonte divina è manifesta, questo principio è manifesto, ma nella vita terrena tutto è diverso. L’anima è fortemente avviluppata da tutte queste cose, come se si fosse perduta.

Le particolarità del mondo sottile e della vita terrena

Nel mondo sottile vi sono anche molte anime che si sono anch’esse perdute, poiché nel mondo sottile si manifesta la natura dell’anima così com’è. Ecco ciò che l’uomo ama più di tutto, ciò verso cui è maggiormente incline: proprio questo si manifesta; nessuno può mentire, nessuno può ingannare, nessuno può andare contro la propria natura, quella natura che si trova nel corpo sottile e che nella vita terrena è stata educata.

La vita terrena è una possibilità di cambiamento, qui esiste il libero arbitrio. Per molte anime il mondo sottile è l’impossibilità del cambiamento. Non parliamo dei sadhu: i sadhu, al contrario, hanno determinate possibilità; quanto più alto è il livello, tanto maggiori sono le possibilità, ma per un’anima ordinaria non ve ne sono. In un certo senso, l’anima ordinaria è schiava della propria natura, della propria energia, di quella verso cui ha inclinazione. Le inclinazioni di ogni anima nel mondo sottile si manifestano in modo vivido, forte, chiaro, irresistibile; cioè, se esiste un qualche karma di amare qualcosa, di essere predisposti verso qualcosa, di esserne attaccati, questo si manifesta in modo molto evidente e si riflette sul corpo e sul volto.

Se in questa vita, nel corpo fisico, ciò non sempre si riflette sul nostro volto, là invece l’anima ha proprio un aspetto che esprime la sua predisposizione. La condizione dell’anima nella vita terrena, nella vita celeste, e quella degli esseri divini angelici è diversa, poiché nella vita terrena si ritiene che l’anima sia più fortemente irretita. Ma, d’altra parte, nel mondo sottile l’anima diventa ostaggio delle proprie tendenze e non può correggere nulla finché esse, dopo molto tempo, non si esauriscono, a eccezione degli alti sadhu, avanzati sul cammino spirituale, che hanno realizzato l’autoliberazione, la presenza, e che sono capaci di cambiare e sono già cambiati a sufficienza; perciò la vita nel corpo fisico è una possibilità di cambiamento. Esiste il libero arbitrio di cambiare la propria predisposizione, la struttura dell’anima.

La necessità della grazia divina

L’anima, trovandosi nella vita terrena, deve utilizzare al massimo tutte le possibilità di questa vita per purificarsi, dissolvere tutte le klesha, dissolvere tutti i legami, acquisire l’amore divino, acquisire devozione, abbandono di sé a Dio, e acquisire una profonda capacità di contemplazione di Dio, cioè consolidarsi nella visione, nella contemplazione e nell’attuazione della volontà divina. Ma quando l’anima comincia a farlo da sé, si scontra con il fatto di essere molto limitata. Persino con la forza di volontà, la concentrazione e la propria pratica, non può vincere tutte quelle cose che la avviluppano. I karma che avviluppano sono abbastanza forti perché essa non riesca ad affrontarli da sola, e comprende che il lavoro che compie, anche se pratica molto. Per esempio, la regola monastica, probabilmente tutti l’hanno sentita: sette cicli di dodici anni di formazione monastica. In ogni ciclo si pratica abbastanza molto, ma per quanti sforzi l’anima faccia, i suoi sforzi non sono sufficienti; perciò la principale speranza dell’anima non è comunque nei propri sforzi, ma nella discesa della grazia divina. Bisogna compiere sforzi, ma l’anima si libera per mezzo della grazia divina, e gli sforzi attirano la grazia divina; per questo si dice che Shiva purifica l’anima dai peccati.

La natura del Signore Shiva

Shiva-nama è la vera anima di tutti i mantra. Il Signore Shiva ha manifestato nel mondo sessanta suoi diversi aspetti. Vrishabharudha, Hari-hara, Nataraja, Bhairava, Dakshinamurti, Ardhanarishvara, Bhikshatana, Somashekharamurti, Urdhvanatana, Kalasamhara, Jalandhara, Surasamhara, Lingodbhava: tutte queste sono le Sue forme. «Shiva» significa «colui che è eternamente felice e benevolo», parama-mangala. Om e Shiva sono uno.

Eternamente felice e benevolo. Shiva è la fonte di ogni bene: è uno stato assolutamente positivo, il centro assolutamente positivo dell’universo, un’energia assolutamente positiva. Non si tratta di uno stato neutrale e indifferenziato: è precisamente assolutamente positivo, ma è vuoto nel senso che in esso sono assenti i cinque elementi, l’ego e i prana. Lo stato dell’essere profondo di Shiva è caratterizzato dalla parola paripurna (pienezza e integrità totali), purnatva (totale autosufficienza). Questo centro dell’essere è l’unico sakshi (testimone) di tutto l’universo. Shiva, invece, non può essere osservato da nessuno; Egli è l’unico signore e sovrano di tutti gli esseri viventi, sopra di Lui non vi sono altri sovrani. Egli è l’unico indipendente da sé (svatantra); tutti gli altri esseri viventi dipendono da Lui.

Shiva come pienezza dell’essere e fonte di benevolenza

La dipendenza dell’anima da Dio

Per esempio, noi non siamo autosufficienti come esseri viventi, siamo sempre dipendenti (asvatantra). Questo si può caratterizzare con un esempio come quello di una cornetta telefonica. Per esempio, c’è un qualunque telefono cellulare (un iPhone), ha molte funzioni, ma in realtà dipende dalla rete telefonica, da internet, dalle onde radio, è soltanto un ricevitore, dipende da qualcosa di globale, da solo non svolge alcun ruolo. Non appena la grande rete si spegne o esso si disconnette dalla grande rete, diventa semplicemente una scatola di metallo, un’inutile scatola di metallo. Allo stesso modo il nostro corpo può essere paragonato a una cornetta telefonica, ma la cosa principale nel telefono non è l’hardware, bensì il software. Allo stesso modo, nel corpo la cosa principale non è il fisico, ma il sottile software: siamo collegati da milioni di fili diversi al mondo sottile, al mondo causale, alle energie sottili, siamo parte dell’universo.

Siamo talmente dipendenti che non sospettiamo neppure quanto lo siamo. Siamo completamente dipendenti, semplicemente l’ambiente abituale ce lo fa dimenticare, e ci sembra di essere molto indipendenti. Spesso le persone, nell’illusione, pensano così: «Io sono una persona indipendente», ma da dove viene questa aspirazione all’indipendenza? Viene dalla natura interiore di Shiva in noi, inconsciamente percepiamo questa indipendenza. Una particella della svatantra di Shiva ci è propria, ma non è legata al corpo sottile, né a quello energetico e fisico: tutti e cinque gli involucri sono dipendenti, mentre la particella di Shiva, l’Atman è indipendente. Ma l’aviveka (assenza di saggezza discriminante) costringe ad attribuire l’indipendenza del nostro Atman agli involucri fisici grossolani; perciò spesso l’uomo lotta continuamente per l’indipendenza, difende qualcosa, pretende certi diritti, la libertà, vuole ampliare la cerchia della propria influenza, il potere, il denaro. Tutto questo in realtà sono modi velati per ottenere un po’ di più di questa libertà. Ma sono erronei nel senso che questa vera libertà esiste soltanto nell’Atman.

Quando l’uomo oltrepassa i confini dell’universo materiale, comincia a sentire acutamente la propria dipendenza. Per esempio, salite a 5800 metri sul Kailash, sentite che manca l’aria, che la pressione non è quella giusta e che è quasi impossibile camminare; sentite che c’è qualcosa con questo corpo, di solito così forte, il corpo corre, ma qui a malapena procede: e subito si manifesta la dipendenza. Se il corpo si innalza nel vuoto, chiunque voi siate, sentite: ecco, siete dipendenti. Questa particella indipendente di Shiva dentro di noi è l’Atman, ed essa è svatantra. Shiva, come bene profondo, libertà profonda, integrità profonda, onniscienza profonda, onnipresenza profonda, pervade ogni anima dipendente, ogni jiva dipendente. L’anima non è semplicemente dipendente da Dio: essa è totalmente dipendente da Dio. È semplicemente totale, e le illusioni secondo cui essa potrebbe sistemarsi qui indipendentemente da Dio, fare qualcosa, sono solo un’invenzione simile alle corna di una lepre, simile alla città dei gandharva, simile al serpente visto in una corda, simile a una tartaruga pelosa, simile a un uovo deposto da un cavallo: uno stato assolutamente inventato. L’anima è totalmente dipendente da Dio.

La vera natura dell’abbandono di sé

La dottrina dell’atma-nivedana, dell’abbandono di sé a Dio, è una dottrina convenzionale, tenendo conto del fatto che l’anima si è molto smarrita e bisogna spiegarle che deve offrire se stessa a Dio. In realtà, essa gli è sempre appartenuta, gli è appartenuta nel passato, gli appartiene nel presente e nel futuro gli apparterrà totalmente. È simile a quando gli zingari possono vendere a un contadino il suo stesso cavallo, o tentare di farlo: ecco l’abbandono di sé. Shiva ride quando pratichiamo l’abbandono di sé, vede: «Le mie stesse anime praticano l’abbandono di sé a me stesso», e sono sempre state offerte, non c’è stato neppure un solo momento in cui non fossero offerte. Ma ci sono rappresentazioni complesse secondo cui, nel processo dell’abbandono di sé, vengono offerte le illusioni, le false concezioni; e poiché sono moltissime, bisogna offrirle, offrirle, offrirle. Queste illusioni sono irreali, ma esercitano una grande impressione sull’anima e determinano il suo cammino, la reincarnazione, il karma, la confondono fortemente; perciò, in realtà, nel processo dell’abbandono di sé noi offriamo all’anima ciò che non le è mai appartenuto davvero, ma lo offriamo. Per esempio, ora potremmo decidere di offrire la banca nazionale americana. Non ci è mai appartenuta, ma noi pensiamo così e abbiamo deciso di offrirla. L’abbandono di sé è più o meno la stessa cosa.

L’abbandono di sé a Shiva come dissoluzione delle false concezioni

Domanda: Om, Gurujī. Diciamo, nella visualizzazione, noi offriamo gli elementi universali; essi non ci appartengono, eppure li offriamo comunque.

Sì, è un modo per comprendere che la coscienza include in sé tutti gli elementi universali, che essa è al di sopra degli elementi universali. Nella «Mandukya Upanishad» si dice: 

«Shantam Shivam Advaitam». Anche le persone delle caste più basse, gli intoccabili, possono meditare sul nome del Signore Shiva. Shiva manifesta Se stesso nel Gayatri-mantra, in Agni e nel Sole. Ripetendo il Gayatri e venerando Agni e il Sole, meditate sul Signore Shiva. Il japa del Panchakshara e la meditazione sul Signore Shiva dovrebbero essere compiuti soprattutto nel pradosha-kala, cioè proprio prima del sorgere del sole. Il pradosha nel tredicesimo tithi dopo la luna piena o la luna nuova è il Maha-pradosha. In questo tempo i deva visitano i templi di Shiva per adorare il Signore. Visitando i templi durante il Maha-pradosha, potete anche onorare i deva. I devoti del Signore Shiva nei giorni di Maha-pradosha osservano un digiuno assoluto.

Dunque, maha-pradosha, il tempo mattutino prima dell’alba, il tredicesimo giorno dopo la luna piena. In questo tempo, se venite al tempio, la vostra sensibilità, la vostra sensitività, si intensifica, e molte anime divine vengono nei templi e si possono ricevere alcune esperienze profonde, profonde benedizioni. Nell’universo agiscono sempre periodi in cui le anime divine discendono sulla terra, in cui gli spiriti degli antenati appaiono sulla terra, oppure in cui il legame tra i mondi funziona meglio, tra il mondo fisico e quello sottile.

Il devoto del Signore Shiva deve applicare il vibhuti sul proprio corpo e sulla fronte. Deve portare una rudraksha-mala. Deve venerare lo Shivalingam con le foglie di bilva. Deve compiere il japa del Panchakshara «Namah Shivaya» e meditare su di esso. Con una qualsiasi di queste azioni si può propiziare il Signore Shiva. Il vibhuti (bhasma) è estremamente sacro. Lo stesso Signore Shiva se ne unge. Il grano della rudraksha-mala simboleggia il terzo occhio sulla fronte del Signore Shiva. Le foglie di bilva sono considerate uno dei cinque luoghi di dimora di Lakshmi, la dea della prosperità.

Il gioco divino della liberazione

Shiva lega le jiva con saldi vincoli, ed è Lui stesso a concedere loro mukti. È proprio Shiva a far comprendere alle jiva la loro essenza: la natura divina. Shiva ha trasformato maya nel corpo, nei sensi e nell’Universo e ha precipitato le jiva in maya. Ha generato in esse l’idea dell’egoismo, dell’io. Le ha legate con il karma e le ha costrette a sperimentare piacere e dolore secondo il carattere dei loro karma, delle loro azioni virtuose o dei loro atti viziosi. Questo è lo stadio della condizione vincolata delle jiva. È proprio Shiva a liberarle gradualmente dai vincoli dell’egoismo, del karma e di maya e a far sì che le jiva risplendano della luce di Shiva. Questo è lo stadio di moksha (libertà). Solo per grazia del Signore Shiva esse possono raggiungere la liberazione definitiva.

Shiva è diventato jiva, Shiva si è immerso nel samsara, Shiva si reincarna, nasce, muore, vive, sperimenta desideri, Shiva cade nell’ignoranza, viene condizionato, dimora nella dualità. Poi Shiva decide di diventare sadhu, e Shiva decide di raggiungere la liberazione; con l’aiuto della grazia divina di Shiva e degli sforzi di Shiva, la liberazione arriva. Tutto questo è un unico gioco divino, ma nel processo di questo gioco divino la jiva, come parte di Shiva, realizza se stessa. Realizza la propria identità con Dio, sviluppa in sé la capacità di essere sempre nel brahma-aham-bhava, di essere nel divya-bhava, nel mukti-bhava, anche essendo immersa nella materia densa, nel corpo fisico e nei cinque involucri.

Le jiva non sono indipendenti, poiché si trovano sotto l’influsso delle tre impurità (anava, karma e maya). Possiedono una conoscenza superficiale (alpa-jnana). Per raggiungere la grazia del Signore Shiva, la jiva deve prima conoscere la propria natura e le proprie relazioni con il Signore. Nel corpo si trova la vita (prana). Il Signore Shiva è nel prana. Egli è il Prana del prana, e tuttavia è distinto dai prana e dal corpo. Il corpo privo di prana diventa un cadavere. Non può compiere alcuna azione. Shiva sostiene l’esistenza del corpo, dei prana e della jiva. Senza Shiva la jiva non può agire. È proprio Shiva a illuminare la ragione. Come l’occhio, che, pur dotato della vista, non può vedere senza la luce del sole, così la ragione non può funzionare al di fuori dello splendore del Signore Shiva.

I principi fondamentali dell’universo

Dunque, il principio fondamentale di questo universo è l’essere di Dio, che permea tutto. Shiva permea tutto, e questo è un fatto inconfutabile. Per un sadhu basta un solo fatto per iniziare a meditare e dimorare nell’ananda; un solo Dio è sufficiente perché l’anima si volga verso di Lui e inizi a costruire con Lui una relazione, un legame e a meditare. Il secondo principio inconfutabile è la volontà divina, che muove l’universo. La volontà divina di Ishvara permea tutto, a partire dal livello cellulare, atomico, dal livello delle particelle più minute, fino ai macro-oggetti, alle galassie, agli universi, alle metagalassie; la volontà divina si manifesta come kala-shakti (energia del tempo), e questo viene anche chiamato niyati. È il principio della volontà divina auto-organizzante, che struttura tutto in questo universo, dalle microparticelle, dagli atomi, dagli elettroni fino agli enormi universi. Tutto è sottomesso alla volontà divina, tutto si manifesta in conformità alla volontà divina.

Nulla può andare contro la volontà divina, e se sembra che qualcosa vada contro la volontà divina, allora anche per questo c’è una volontà divina: che vi fosse un certo elemento distruttivo, iniziatore, catalizzatore dei processi di realizzazione di quella stessa volontà divina. Talvolta gli asura si ribellano contro gli dèi, ma in realtà anche questa è la stessa volontà divina. Gli asura sono necessari agli dèi così come gli dèi sono necessari agli asura: sono due forze dinamiche (rajas e tamas) che si equilibrano a vicenda, come apana e samana. Senza gli asura gli dèi giungerebbero alla stagnazione e al declino; senza gli dèi gli asura non avrebbero la visione di dove crescere e muoversi verso sattva. Dunque, la volontà divina permea tutto l’universo.

Il terzo principio: l’intero universo è il corpo di Dio, noi viviamo all’interno del corpo di Dio. Esiste un termine complesso in sanscrito che descrive l’universo come il corpo di varie divinità, che creano un unico corpo di Dio, un unico essere sovrarazionale. All’interno del corpo di Dio agiscono diverse leggi; queste leggi sono descritte dal termine «rita». Rita significa leggi armoniche che uniscono tutto l’unico corpo di Dio in una visione unica e integrale; e quando noi non vediamo questo, non comprendiamo queste leggi, e non comprendiamo l’unità e l’integrità del corpo di Dio, ciò si chiama anrita-caos (caos universale). Agli asura è propria una visione del mondo nella quale non vedono la rita. Vedono il caos, vedono il cosmo, ma non vedono la rita, l’integrità divina, la pienezza fondata sulla comprensione delle sottili leggi di Dio.

Rita come legge armoniosa dell’universo — corpo di Dio

Agli dèi è propria la visione della rita: essi comprendono le leggi di Dio e seguono la volontà divina. Sanno che è meglio seguire la volontà divina; se si segue la volontà divina, tutto andrà bene. Gli asura, pur possedendo molte capacità, tuttavia attribuiscono queste capacità a se stessi; non vedendo la rita, vedono il mondo come caos: è una visione fondamentalmente diversa. Molti di loro si trovano nel sahaja-samadhi, in molti stati elevati, ma vedono il mondo come anrita e attribuiscono valore alla propria volontà in contrapposizione alla volontà divina; perciò non possono mai raggiungere il livello degli dèi. Rita e anrita sono due opposti polari. Ma in realtà, dal punto di vista di Shiva, sia rita sia anrita sono anch’esse la sua volontà.

Domanda: Guruji, ma coloro che sono nel sahaja-samadhi, non sono forse già più degli asura?

No, hanno solo il corpo degli asura, ma agiscono come asura, perché comunque non hanno altro luogo in cui andare. Per esempio, Prahlada, dopo aver raggiunto l’illuminazione e il sahaja-samadhi, rimase comunque re degli asura, poiché il loro corpo, i loro involucri sono comunque asurici, ma la loro coscienza non si identifica con essi.

Dharma e adharma

Quando nel mondo umano le persone riconoscono la rita come volontà divina e vivono in accordo con la volontà divina, con i ritmi e i cicli universali, venerano le energie e le forze divine, tengono conto dei principi divini nella loro vita, questo si chiama dharma. Dharma significa che comprendiamo le leggi dell’universo e viviamo in conformità a queste leggi. Il dharma esprime il principio di satya (verità divina), e quando le persone non comprendono la volontà divina, vedono il mondo come anrita, come caos, questo si chiama adharma. Adharma significa andare contro la volontà divina, contro l’intenzione dell’essere divino supremo che ha creato questo universo.

È simile all’andare controvento, contro un possente uragano o controcorrente. Allora sopraggiunge il caos, sorgono problemi, e ogni volta che ci sono problemi nella famiglia di una persona, nella società, nell’umanità nel suo insieme, ciò significa che non c’è comprensione del dharma e che c’è adharma. Le persone vanno, in parole povere, controvento, contro la volontà divina in qualcosa. Andare davvero contro la volontà divina è impossibile: essa verrà comunque realizzata, come si dice: «Con gli uomini o senza gli uomini». A volte basta comprendere la volontà divina perché il destino cambi; a volte basta chiarire per sé in che cosa consista la volontà divina e andare in un’altra direzione, e allora il dharma si ristabilisce, si ristabilisce l’equilibrio nella vita, il destino cambia in meglio e tutto comincia ad andare bene.

Il sadhu è colui che cerca di comprendere la volontà divina e di procedere all’unisono, in accordo con la volontà divina. Ma spesso accade che il peso del karma accumulato sia abbastanza forte, e procedere lungo il cammino della volontà divina, lungo il cammino del dharma, non sia facile, perché nel muladhara-chakra c’è una dakini irata. Essa dice: «Che me ne importa della volontà divina, io sono padrona di me stessa. Voglio soddisfare i desideri», oppure qualche essere irato. Nello svadhisthana-chakra c’è una rakini irata, nel manipura-chakra c’è una lakini avida, che dice: «Quale volontà divina? Voglio essere ricca, possedere, governare – tutto». Nell’anahata-chakra c’è la divinità dell’attaccamento – Tatpurusha, che personifica l’egoismo, e dice: «Ho sentito parlare della volontà divina – conosco solo me stesso. Basta, qui il centro sono io», cioè si oppongono molte energie diverse, sia nel corpo sia nella mente. La mente del sadhu decide, l’anima decide di seguire il cammino della volontà divina, ma le energie del corpo, le energie del prana e l’ego non lo decidono, e perciò comincia una sorta di situazione rivoluzionaria, in cui le classi alte vogliono andare verso Dio, mentre quelle basse non possono.

La battaglia spirituale e il cammino della liberazione

La battaglia spirituale, il combattimento spirituale, e la vittoria in questa situazione rivoluzionaria, se essa si conclude con il potere di Dio, con la vittoria della volontà divina, sono proprio il cammino della liberazione e dell’illuminazione. Il sadhu, in realtà, si trova in una situazione non semplice: è come se dentro di lui ci fosse costantemente una situazione rivoluzionaria, in cui egli orienta continuamente se stesso verso la volontà divina, e diverse energie sabotano questo suo intento. Gli asura interiori e i deva interiori combattono, ma quando la volontà divina finalmente vince, all’improvviso il sadhu sente che nulla è più capace di farlo deviare dal cammino, che comprende bene la volontà divina, la segue, e nella sua anima si instaura un’armonia eterna. Con la coscienza comincia ad abbracciare enormi cicli cosmici del passato, del futuro, del presente, a percepire come propria coscienza i kalpa, gli eoni. Con la sua coscienza penetra nel mondo sottile, nel mondo causale e nella dimensione di turiya. Quando la coscienza si espande, questo è segno che il sadhu è diventato uno con la volontà divina.

L’unità con la volontà divina espande la coscienza, amplia le possibilità e ci unisce all’essere divino. Non appena diventiamo una cosa sola con la volontà divina, siamo uno con Shiva, siamo uno con il grande essere divino. La separazione dalla volontà divina ci restringe, e di conseguenza anche la nostra coscienza si restringe. Quando siamo uno con la volontà divina, siamo uno con la fonte della felicità, anche la nostra felicità cresce, anche le nostre possibilità aumentano. L’assenza di felicità significa una sola cosa: assenza di unità con la volontà divina, quando la volontà divina va in una direzione e noi in un’altra. Allora l’uomo avverte una certa disarmonia, sente di non andare nella direzione giusta, di non pensare nel modo giusto, che nella vita non c’è felicità, così si dice. Non c’è felicità nella vita significa che nella vita non c’è Shiva, perché la felicità è Shiva.

L’unità con la volontà divina espande la coscienza

Quando l’anima si sottomette consapevolmente alla volontà divina, comincia a muoversi verso questa felicità. Ma su questo cammino deve superare molte energie tentatrici, grossolane (Prakriti), che non sono Shiva stesso, bensì le sue energie grossolane separate. Deve attraversare il combattimento spirituale, la lotta spirituale, e vincerla. Qui il sadhu deve agire come uno stratega, deve avere costantemente un pensiero strategico, un pensiero tattico. Se c’è una battaglia spirituale, allora l’ignoranza qui è il nemico, e questo nemico deve essere o schiacciato, o vinto in qualche modo; perciò talvolta il sadhu attacca con coraggio e senza paura, incalza il nemico, poi lo sconfigge e impone le proprie condizioni. Talvolta il suo nemico attacca, e il sadhu si rifugia nella fortezza, e deve nascondersi affinché il nemico semplicemente non lo veda, non lo trovi; cioè il nemico attacca, per esempio arriva la lussuria – e basta, non potete fare nulla.

Ma ciò che dovete fare è semplicemente nascondervi, rifugiarvi nella fortezza, solo perché esso non vi trovi; e questo nemico si aggira in cerca, voi lo sapete, non potete farcela contro di lui, ma potete rifugiarvi nella fortezza, recitando il mantra, praticando la meditazione o il pranayama, ed esso passerà oltre. Talvolta bisogna ingannarlo, far finta di ritirarsi, e poi sferrare un colpo deciso. Talvolta bisogna fare una pausa e arretrare, e talvolta bisogna trasferire tutta la guerra sul piano diplomatico dei negoziati e cercare di accordarsi. Qui esistono molte strategie. Talvolta bisogna cercare alleati forti, affinché una coalizione unita possa sferrare i propri colpi, respingere il nemico; perciò la vita del sadhu è costantemente una vita in diverse strategie di questo tipo, in tattiche e strategie, su come vincere o almeno non perdere, perché la shakti è in costante movimento.

L’ignoranza, infatti, non è una frase presa dalla filosofia, non sono parole vuote sull’ignoranza. Che cosa significa ignoranza? È un’energia concreta, un attaccamento concreto, un orgoglio concreto, una lussuria concreta, una stupidità concreta, una situazione problematica concreta, una povertà concreta, quando non c’è nemmeno nulla, manca la visione, una costrizione concreta dovuta a qualcosa, oppure una malattia concreta. È una relazione concreta con l’energia; l’ignoranza si manifesta come un rapporto complesso con la forza dell’universo, con Prakriti (la natura materiale), e il sadhu deve costantemente giocare con questa forza. Come minimo per sopravvivere, e come massimo per vincere, raggiungere la libertà e regnare come una divinità: questa è la battaglia spirituale.

Tre tipi di temperamento spirituale

Qui bisogna avere l’atteggiamento di un guerriero spirituale; un atteggiamento così bonario, indefinito, oppure un atteggiamento da “vittoria facile”, così come diversi altri atteggiamenti errati, non andranno affatto bene. Chi ha un atteggiamento da “vittoria facile” finisce semplicemente al tappeto subito, nel primo secondo. L’atteggiamento bonario porta al fatto che egli semplicemente comincia a scappare, maya gli corre dietro, ed egli semplicemente scappa. Anche l’indifferenza non va bene: serve l’atteggiamento del guerriero spirituale, e in accordo con questo esistono tre temperamenti nel tantra. L’atteggiamento chiaramente espresso del guerriero spirituale si chiama vira-bhava. Vira-bhava significa una mentalità particolare, quando il sadhu vede tutto come un cammino spirituale, in ogni cosa vede una sfida spirituale e un modo di avanzamento spirituale. Pashu-bhava è la percezione del mondo di un sadhu ordinario, di una persona ordinaria, molto soggetta agli stereotipi sociali, ai desideri, agli schemi, ai klesha, all’educazione, al karma; di tali persone si dice: «Non prende le stelle dal cielo». È una brava persona, recita il mantra, pratica, mangia prasada, fa seva: semplicemente come una persona comune; ma un vira è tutt’altra cosa.

Vira-bhava come strategia del cammino spirituale e gioco con la shakti

Il vira è già un tattico e uno stratega del cammino spirituale. È colui che cerca di giocare con la forza divina dell’ignoranza di Shiva. Cerca di ingannarla, superarla e vincerla; è sempre alla ricerca di nuove strategie. Perché nuove? Si potrebbe dire che l’insegnamento è uno, i mantra sono gli stessi, le pratiche sono le stesse, che cosa c’è di nuovo qui? Tutto è sempre uguale. Ma in realtà no: la pratica è una, ma le sfide sono costantemente nuove, perché i vostri canali cambiano continuamente; ida e pingala cambiano nell’arco di un’ora. Nell’arco di un’ora i cinque elementi si alternano uno dopo l’altro, dominando; l’astrologia, i diversi pianeti agiscono continuamente, e il vostro stato cambia continuamente. Il sadhu, comprendendo questo, è sempre alla ricerca di risposte adeguate alle sfide del karma, alle sfide del tempo, alla ricerca di diverse buone strategie e tattiche. Quando il sadhu è sempre in una ricerca buona e corretta, ciò non significa che egli frughi continuamente e cambi metodi, passando da uno all’altro: no. Piuttosto, egli analizza con maturità la situazione, le circostanze, su cosa porre l’accento; in lui c’è sempre aspirazione.

Non salta da un metodo all’altro, ma ci sono comunque diverse sfumature; è risvegliato, valuta la situazione, gioca continuamente con la shakti. Quando il sadhu gioca con la shakti, da questo gioco nasce la sua aspirazione alla pratica. Egli è continuamente immerso nella pratica, non c’è nemmeno un secondo in cui non sia immerso. Ho un buon esempio dalla mia giovinezza, quando avevo un conoscente, un amico, ed era un fanatico delle arti marziali. Guardava tutti i film con Bruce Lee, con Chuck Norris; era semplicemente assorbito da quel mondo. Quando andavo da lui, apriva le porte solo con i piedi, e invece di spegnere semplicemente la luce, sferrava un colpo, cioè era costantemente in meditazione. I suoi discorsi si riducevano sempre a una sola cosa: bisogna allenarsi; e se da lui veniva qualcun altro e non si allenava, non praticava affatto, lui diceva: «Ma come è possibile? Bisogna allenarsi». Non voleva parlare di nient’altro, era un fanatico della sua disciplina. Cercava continuamente qualche nuova tecnica, nuove strategie, nuovi colpi, nuove parate, combinazioni. Quando qualcuno gli diceva: «È arrivato qualcuno lì», magari può mostrare una nuova parata, lui andava dall’altra parte della città.

Questo risveglio della vita spirituale deve essere presente nel vira-yogin, nel vira-sadhu. È un essere assorbiti continuamente dalle strategie della vittoria, perché la shakti materiale tende sempre a condizionare, sempre a vincere il sadhu: questa è la sua seva. Se il sadhu non lo sa, non ci pensa, vive come trasportato dalla corrente, non costruisce le proprie strategie, non è assorbito dalla pratica, allora gradualmente viene portato via dalla corrente, perde. Solo un simile atteggiamento del vira-yogin permette di giocare in modo adeguato con la shakti. Un altro esempio è il gioco degli scacchi. Negli scacchi l’energia fa continuamente delle mosse, e noi dobbiamo analizzare la situazione sulla scacchiera e fare mosse di risposta; meglio ancora, concepire noi stessi qualche strategia per diversi passi e superare il gioco dell’avversario. Tutto questo si chiama vira-bhava.

Le quattro fasi della sadhana

Le quattro sadhana (charya, kriya, yoga e jnana) sono quattro fasi sul cammino verso la salvezza. Sono simili al bocciolo, al fiore, al frutto acerbo e al frutto maturo. Il Signore Shiva libera gradualmente le anime individuali dall’egoismo, dal karma e da maya. Le jiva si allontanano gradualmente dai piaceri dei sensi. Diventano serene nel dolore e nel piacere. Per la grazia del Signore comprendono che la causa delle nascite e delle morti è il karma. Cominciano a compiere azioni per il Signore, servono i devoti del Signore e raggiungono la purificazione della mente. Comprendono che l’anima (jiva) è distinta dal corpo, dai sensi e dalla mente, ed è irraggiungibile per la ragione e la parola. Ricevono l’iniziazione alla comprensione del significato di «Om namah Shivaya» e meditano su Shiva. Praticano lo Shiva-yoga. I loro cuori si sciolgono. Il veggente, la visione e ciò che è visto scompaiono. Cessa ogni attività dei sensi, della ragione e dell’intelletto.

I loro cuori si sciolgono: ciò indica che il cuore egoistico, che personifica il karma accumulato (ahamkara), entra in contatto con la luce della devozione, dell’amore per Dio, con la Chiara Luce della presenza contemplativa, e gradualmente, nel processo di tale unione, si dissolve. Quando il cuore egoistico (ahamkara) si scioglie, questo significa moltissimo. Significa che si sciolgono tutte le offese del passato, si sciolgono tutti gli attaccamenti del passato, si sciolgono tutte le speranze per il futuro, il futuro mondano del samsara, si scioglie l’orgoglio, si scioglie l’egoismo, si scioglie la lussuria, si scioglie l’avidità, l’attaccamento, si scioglie l’invidia. «Si scioglie» non è soltanto una parola come figura retorica: è accompagnato anche da un reale scioglimento delle gocce sottili nei chakra, da un reale ingresso dei prana nella sushumna. A livello energetico avvengono i propri processi, a livello del corpo sottile si dissolvono vasana e samskara. Quando tutto questo si scioglie, lo yogin scopre che dentro di lui non sono rimasti ricordi impuri, ricordi oscuranti, non gli sono rimaste ambizioni, non gli sono rimaste paure, fobie, complessi; gli otto pasha si sono sciolti.

Non gli sono rimasti aggrappamenti, non gli sono rimasti giudizi concettuali non dissolti; tutti i giudizi concettuali diventano ludici. Non gli è rimasto nulla di grossolano e non dissolto: tutto si è sciolto. È simile a un fiocco di neve che cade nell’oceano. All’improvviso sente che, quando tutto in lui si è sciolto, non vi sono concetti grossolani, passati o futuri, né paure, speranze, aggrappamenti di alcun tipo; all’improvviso la sua coscienza diventa molto leggera, molto fluida, molto libera, liberamente fluttuante, molto spalancata ed entusiasticamente beata. All’improvviso sente: «Eccola dunque, la beatitudine! Eccola, la gioia! Eccolo, lo stato spalancato! Eccola, l’esperienza di Dio nell’unità». Un tale scioglimento, auto-liberazione, profonda auto-liberazione gli rivela un altro lato della vita; egli comincia a vedere il mondo con gli occhi dei risvegliati, perché non c’è più una forte dualità. Quando non c’è una forte dualità e vi è una certa percezione non duale, comincia il periodo della grazia, il periodo della divya-bhava, quando amore, beatitudine, felicità, estasi, raffinatezza, genialità, elevatezza, bellezza, purezza cominciano ad aprirsi naturalmente nell’anima e cominciano ad aprirsi all’esterno.

Qui comincia il dolce passaggio alla divya-bhava. La vira-bhava ha svolto il suo ruolo: il vira-yogin ha vinto l’ignoranza, ha dissolto molte rappresentazioni dualistiche, che si sono sciolte, e la qualità divya comincia a risvegliarsi spontaneamente. Il divya è molto sottile, comprende molto sottilmente la shakti, gioca con essa in modo molto sottile. Non combatte più con lei come il vira-yogin; anch’egli costruisce diverse strategie e metodi tattici, ma già gioca nell’unità con la shakti. La shakti non è più separata e non gli arreca danno, perché la sua coscienza è spalancata e dimora nell’unità con Shiva, e tutto ciò che fa diventa colmo di grazia, felice, gioioso; egli gioca già in modo molto sottile, senza abbandonare lo stato naturale. Il divya è caratterizzato dall’abbandono di sé: egli si trova continuamente nella devozione, è continuamente assorbito dall’amore, il suo cuore devoto è totalmente offerto a Shiva, poiché egli stesso si sente Shiva, ed è uno con lei, e il divya incarna già nella propria vita il dharma e il principio universale di rita.

Essi lavano il Signore Shiva con il flusso dell’amore divino nato nei loro cuori e Gli offrono i loro cuori come si offrono i fiori. Odono il suono divino del suo nome e, muovendosi verso questo suono, contemplano la visione di Nataraja nel chidakasha e si immergono nell’oceano di Shivananda. Diventano una cosa sola con il Signore, come la canfora che si scioglie nel fuoco.

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