Disillusione verso il samsara e inizio del cammino spirituale
All’inizio ci disilludiamo del samsara, e questa disillusione non arriva subito, ma gradualmente, perché abbiamo una forte fede nel samsara, anche se sospettiamo che qualcosa in esso non vada. Ma ci crediamo profondamente: il mondo circostante, la società ci hanno insegnato a crederci, e anche il nostro karma non disdegna di godere del samsara. Tuttavia, gradualmente ci disilludiamo del samsara.
La disillusione verso il samsara è la condizione che ci permette di compiere il passo successivo sul cammino verso la liberazione, perché è impossibile conciliare la visione samsarica e la visione illuminata, anche se molti ci provano: è come il buio e la luce. La visione samsarica è una visione non risvegliata, fondata sull’ego, sui desideri mondani e su obiettivi al di fuori della realtà divina, al di fuori dell’illuminazione.
Poiché la visione samsarica è propria del tunnel di realtà comune degli esseri umani, anche noi dimentichiamo per quale scopo siamo nati in questo mondo, qual è il fine della nostra incarnazione, che cosa volevamo e ci aspettavamo dalla nostra incarnazione sulla terra: tutto questo viene dimenticato.
Incarnazione dell’anima e visione karmica
Molte anime sono nate in questo mondo, si sono incarnate sulla terra, hanno ricevuto il prezioso corpo umano per usarlo ai fini della liberazione. Ma poi il reparto maternità, la madre, la sopravvivenza nel corpo fisico: tutto questo è un grande shock per l’anima al momento dell’incarnazione nella realtà materiale, e i livelli sottili della coscienza, che contengono tutti i suoi voti interiori, le promesse, l’aspirazione interiore, si ritrovano come bloccati.
È difficile governare il corpo: il corpo ha un’energia potente, impulsi potenti. Nelle Upanishad è descritto il processo con cui l’embrione appare nel grembo, e poi tutto ciò che rimane accessibile è la mente concettuale, una certa memoria delle incarnazioni passate. L’anima, se non ha un forte legame con l’Atman interiore, cade sotto la visione karmica: questo si chiama loka-drishti.
Loka-drishti significa visione condivisa, tunnel di realtà condiviso, così come lo vedono gli esseri viventi che popolano quel tunnel di realtà, quel piano dell’essere. Per esempio, Bhuvar-loka (il mondo degli esseri umani) è un piano dell’essere in cui esiste una visione comune degli uomini, e nasce l’attaccamento a tale visione: questo si chiama loka-vasana. Sorge l’attaccamento alla corporeità: si chiama deha-vasana, e sorgono molte altre vasana; diventa allora difficile ricordare per quale scopo siamo nati, qual è la nostra destinazione.
Riconoscimento dei difetti del samsara
Ma quando cominciamo a riflettere sulla preziosità della nascita umana, sull’impermanenza, sulla legge del karma, iniziamo a vedere i difetti del samsara. Per esempio, esistono la vecchiaia, le sofferenze, le malattie, la morte. Al samsara sono proprie le sofferenze: cioè sembra che gli siano propri la felicità e altre cose, ma la felicità e le altre cose non sono attributi del samsara, sono attributi di mondi più elevati. Gli attributi del samsara sono proprio l’ignoranza e le sofferenze che da essa derivano. Allora cominciamo a disilluderci della visione samsarica del mondo.

Cominciamo ad aspirare al cammino: come diventare liberi, come liberarci dal samsara. Ci poniamo l’obiettivo di conoscere Dio, ottenere l’illuminazione, raggiungere la liberazione, raggiungere il samadhi; e anche se non è del tutto chiaro come, abbiamo sentito parlare di questi obiettivi. Il fatto stesso che abbiamo sentito parlare di questi obiettivi indica che abbiamo un destino di connessione con questi insegnamenti.
Prendere Rifugio
Quando ci siamo posti tali obiettivi, abbiamo riconsiderato i valori, abbiamo acquisito un diverso senso della vita, da quel momento inizia il cammino; allora prendiamo Rifugio. Il Rifugio diventa sostegno e protezione sul cammino spirituale, finché non abbiamo risvegliato in noi il Sadguru (la consapevolezza interiore) e finché noi stessi, come Atman, non siamo diventati Rifugio, sostegno e protezione per noi stessi.
Per noi stessi significa: Dio in noi si è risvegliato, l’Assoluto. L’uomo non può essere per se stesso né sostegno né protezione come ego, come ahamkara, come mente; ma il suo Atman interiore, la sua vera essenza, può essere Rifugio, sostegno e protezione.
Ma finché l’Atman interiore non è risvegliato, troviamo Rifugio nell’ishta-devata, nella Guru-shishya-parampara, nel Guru, nel sangha, nel Dharma, nella linea dei santi, nell’insegnamento. Grazie a ciò appare la possibilità di ricevere benedizioni, ricevere l’insegnamento, accumulare meriti, compiere sadhana, ottenere esperienze meditative: tutto questo è Rifugio (sharanam).

Tre livelli del Rifugio
Avendo preso una volta Rifugio, poi lo chiarifichiamo per tutta la vita. Il Rifugio è anche l’accettazione del simbolo della fede; il Rifugio è anche l’accettazione del Maestro spirituale, l’instaurazione con lui di un corretto legame; è l’instaurazione del contatto con l’ishta-devata (la divinità prescelta), e l’instaurazione del legame con gli insegnamenti e i testi sacri, lo studio dei testi sacri, l’assimilazione dei metodi dell’insegnamento.
Il Rifugio è anche l’instaurazione del legame con il sangha, con la Guru-shishya-parampara, l’assemblea dei santi. Vale a dire, il sangha può essere terreno e celeste. Quello celeste è sull’altare: oltre alla mia immagine, io sono qui, cioè secondo la tradizione si ritiene che venga posto anche il ritratto del Maestro spirituale. Il sangha terreno è qui: siamo noi stessi, fratelli e sorelle di samaya, che instaurano relazioni di samaya gli uni con gli altri — tutto questo è Rifugio.
Il livello esterno del Rifugio
All’inizio sembra che sia qualcosa di esterno: il Guru sembra una persona separata esterna, da cui impari; la divinità sembra una scultura sull’altare; l’insegnamento sembra un testo stampato — tutto questo è il livello esterno del Rifugio. Il sangha sembra costituito dagli amici seduti accanto a te, fratelli e sorelle nella pratica, che durante il ritiro siedono accanto.
Il livello interiore del Rifugio
Poi scopriamo un livello più sottile, interiore del Rifugio, e scopriamo una nuova dimensione del Rifugio: che la divinità può essere dentro di noi, può manifestarsi a noi. È la nostra mente pura nella nostra visione pura, la nostra mente illuminata: questo è Dattatreya, e può assumere tale forma.
Il nostro Sadguru interiore può manifestarsi dentro di noi come consapevolezza naturale della natura della Mente, come chiarezza intuitiva, come brahma-aham-bhava. L’insegnamento può manifestarsi dentro di noi come viveka, vichara, come vairagya, come capacità di distinguere la verità dalla non verità. Il sangha (assemblea dei santi) può manifestarsi come divinità nei canali.
Allora scopriamo il livello interiore puro del Rifugio e cominciamo a guardare puramente gli oggetti esterni del Rifugio. Cominciamo a comprendere il sottile rapporto reciproco tra il Rifugio esterno e quello interiore: che, a quanto pare, il Rifugio esterno è solo la parte visibile dell’iceberg. Esiste anche un livello sottile del Rifugio, ed esso è legato proprio a me, non è da qualche parte lontano da me.
Non è esterno, e questi sono i miei elementi sottili e puri: il Guru all’esterno è l’espressione del mio Atman Guru all’interno; la divinità prescelta è l’espressione della mia mente pura all’interno; i fratelli e le sorelle circostanti, i santi della linea di trasmissione, sono l’espressione delle mie energie interiori pure, illuminate. Allora possiamo essere capaci di guardare anche il Rifugio esterno in modo puro e di instaurare relazioni così sottili, pure, fiduciose.
Il livello segreto del Rifugio
Quando abbiamo dischiuso i due livelli del Rifugio — esterno e interiore — diventiamo pronti, capaci di dischiudere il livello segreto del Rifugio. Che cos’è dunque il livello segreto del Rifugio? Il livello segreto del Rifugio è legato all’esperienza della non-dualità, quando riconosciamo l’interiore e l’esteriore come un’unica coscienza.

Quando riconosciamo noi stessi come luce, il principio del Guru come luce, il principio dell’ishta-devata come luce, il principio dei santi della linea di trasmissione come luce non duale. Quando, dietro tutti i molteplici fenomeni esterni, riconosciamo il Dharma come il gioco dello splendore di questa luce, che suscita in noi sottile chiarezza, comprensione e viveka.
Quando tutto questo si fonde e diventa uno, dove non c’è separazione tra soggetto e oggetto, quando tutte le forme si auto-liberano gioiosamente nella vacuità della non-dualità, e poi dalla vacuità della non-dualità si manifestano di nuovo, ma non ci traggono più in inganno.
In realtà, tutte le forme e tutti i nomi si manifestano proprio ora dalla vacuità della non-dualità, ma con la nostra percezione non tutto va ancora così bene, perciò essi ci traggono continuamente in inganno. Ma quando conosciamo il livello segreto del Rifugio, riconosciamo la luce non duale come essenza di tutto il Rifugio, finalmente vediamo Dio direttamente, vediamo direttamente ciò in cui crediamo, poiché cominciamo dal credere in ciò che non vediamo direttamente.
Vediamo in modo mediato: vediamo attraverso i testi sacri, attraverso la mente, vediamo attraverso gli occhi del Guru, delle divinità, dell’insegnamento, dei fratelli nel Dharma, comprendiamo con la mente il nostro cammino, e la nostra accettazione del simbolo della fede all’inizio è proprio così, esterna. Ma allo stadio della scoperta del livello segreto del Rifugio percepiamo direttamente ciò in cui crediamo, e crediamo in ciò che percepiamo: questo diventa uno, unico, non duale, coscienza assoluta.
Il principio dell’upasana tantrica
Tutta la nostra espressione di rispetto, invocazione, venerazione, puja, arati, pada-namaskar, bhajan-mandala, pratiche teurgiche: tutto questo è l’invocazione di questo livello interiore e segreto del Rifugio. Quando esprimiamo rispetto verso qualcosa, verso determinate energie, queste energie si manifestano nella nostra vita, crescono nella nostra vita: su questo si fonda il principio dell’upasana tantrica, dell’adorazione tantrica.
Qualunque energia prendiate, se iniziate a esprimerle rispetto, a manifestarle grande venerazione, essa inizierà a crescere in voi. Perciò, secondo la tradizione, è consuetudine che noi esprimiamo rispetto a tutto ciò che è legato al Dharma:

- I testi sacri non li mettiamo sul pavimento, non li scavalchiamo, non li calpestiamo, cioè li custodiamo con cura: grazie a questo i testi sacri hanno il potere magico di benedire
- Esprimiamo rispetto verso i metodi, i mantra, le trasmissioni, li custodiamo nel modo dovuto, non li riveliamo a chiunque, li rispettiamo nell’anima: grazie a questo i mantra e i metodi custoditi correttamente portano una grande forza spirituale, donano esperienze
- Esprimiamo rispetto agli esseri divini sull’altare, facciamo offerte: grazie a questo entriamo in contatto con la loro essenza di coscienza, entriamo in contatto con la loro dimensione illuminata
Poiché tutti gli esseri divini sono dimensioni illuminate, sono meta-menti che dimorano nel samadhi della pura luce.
La natura degli esseri divini
Per noi è molto difficile capire come possano esistere intere schiere di esseri che dimorano nel samadhi della pura luce, in beatitudine sconfinata, felicità, liberazione. Per noi è qualcosa di irraggiungibile; da dove attingiamo la nostra idea delle divinità? Dai libri, dai disegni esterni, dalle icone, dalle immagini iconografiche, dai film.
Ma l’upasana tantrica permette di stabilire un legame con le divinità e di comprendere davvero che cosa siano gli esseri divini. Sono meta-menti divine, onnipresenti, eterne, immortali, dotate di pura luminosità, dimoranti nel samadhi. Guru Brahmananda, Dattatreya, il rishi Vasishtha, i grandi dèi: tutti loro dimorano come coscienze onnipervadenti nella dimensione della pura luce.
Esprimendo loro rispetto, invocandoli con inni, stotra, preghiere, mantra, facendo offerte, entriamo in contatto con i loro corpi illuminati di saggezza, che abitano nelle dimensioni della pura luce. Quando questo contatto è favorevole, è come se certi raggi cadessero su di noi dalla loro saggezza divina e illuminassero le nostre menti e i nostri karma.
Non è detto che Dattatreya in persona appaia personalmente per voi e cominci a benedirvi in qualche modo. Anche questo può accadere, ma temo che sia necessaria una tapasya di un altro livello. Se avete visto un film della tradizione vedica, avete visto come una persona si ritira sull’Himalaya, si mette su una gamba in vrikshasana oppure solleva un braccio, mentre con l’altro recita un mantra sul rosario, oppure con entrambe le mani in namaste: «Rudraya Namaha». Soffiano i venti, scendono le piogge, passano i mesi, gli anni, egli si nutre di foglie, acqua e aria, già simile a uno scheletro rinsecchito, e un giorno la divinità gli appare nello splendore della gloria, nella magnificenza, in mezzo ai cieli. Sorridendo con un sorriso propizio, scintillando di attributi e vesti, dice pressappoco: «Bravo, stai compiendo bene l’ascesi, che cosa desideri?» — più o meno così lo mostrano.
Affinché una divinità si manifesti come avatar, si riveli — guna-avatar, lila-avatar, purna-avatar, shakti-avesha-avatar — a noi come amsha-avatar... Anche noi siamo avatar delle divinità, solo molto piccoli. Ogni essere vivente, ogni persona contiene una particella della divinità, perciò abbiamo il diritto di chiamarci amsha-avatar. Ma un amsha-avatar differisce da un purna-avatar come un granello di polvere differisce dalla luna: in linea di principio, sulla luna c’è polvere e anche un granello di polvere è polvere, ma la differenza è enorme.
Affinché una divinità si manifesti come una sua qualche particella, noi stessi dobbiamo manifestare grande rispetto e grande forza nella tapasya. Anche questo accade, ma la benedizione in tali pratiche avviene in modo diverso. Ci uniamo alla dimensione della divinità, e questa dimensione della divinità possiede una naturale luminosità innata, una beatitudine naturale (ananda), una consapevolezza naturale (chit), una profondità naturale dell’essere (sat), possiede una naturale giocosità delle forme.
Quando, grazie al mantra, alla visualizzazione, all’adorazione, ci uniamo a questa dimensione dell’essere, i suoi raggi ci inviano naturalmente, attraverso il canale di connessione, determinate esperienze, e le nostre menti si illuminano, e questo lo chiamiamo impulso di Anugraha-shakti. È simile alla ricezione di un segnale radio o di un’immagine da una stella lontana. La stella brilla per tutti, ma per ricevere la sua immagine, la sua luce — per esempio, una stella a duemila anni luce — dobbiamo sintonizzare e puntare il nostro telescopio verso la stella, allora riceveremo da essa un segnale radio. Tutto questo è upasana: il principio dell’adorazione e del rispetto.
Sette achara — stadi dell’adorazione
Nel tantrismo dello Shaiva Siddhanta, nell’Advaita Vedanta, nell’Anuttara Tantra, l’upasana viene sempre praticata in modo non duale. Esistono sette stadi o sette achara, descritti nel «Maha-nirvana-tantra» e in altri tantra.
Vedachara
Il primo si chiama vedachara. Vedachara è il seguire la tradizione rituale vedica, lo smartismo di stampo brahmanico nell’adorazione. Vedachara è quando Dio è lontano, e vi sono prescrizioni, regole di comportamento, vi sono rituali: ecco, questo è vedachara. Vedachara è un livello infantile, iniziale, di percezione di Dio attraverso la disciplina, attraverso i rituali, attraverso la filosofia mentale.
Vaishnavachara
Un altro livello di percezione di Dio è vaishnavachara. Vaishnavachara è l’adorazione del Dio Vishnu, manifestazione sattvica del divino. L’adoratore e l’adorazione sono sempre separati, il bhakta e colui che egli adora — Dio — si trovano nelle posizioni di servo e signore, oppure in altre posizioni: nelle posizioni dell’amato, del bambino e del genitore, ma tra loro vi è sempre dualità — questo è vaishnavachara. Vaishnavachara è l’adorazione degli aspetti sattvici dell’esistenza, per ottenere la benedizione.
Per il vaishnavachara è importante la bhakti (devozione). Quando vedete persone che praticano l’adorazione di Krishna, questo è vaishnavachara. Nel vaishnavachara è molto importante la forma della divinità; l’adorazione nell’aspetto sattvico presuppone l’adorazione rituale delle forme sattviche, l’accento sulla devozione, non sulla jnana né sullo yoga.
Quando parlerete di yoga con un vaishnava, egli dirà: «No, no, questo è yoga mistico, a noi interessa solo la bhakti, la pura devozione. Noi non pratichiamo lo yoga mistico: questo sviluppa l’ego», — come dicono loro, questa è una caratteristica del sentiero del vaishnavachara.
Shaivachara
Il successivo è lo shaivachara. Shaivachara è l’adorazione di Shiva. Shiva personifica il principio dell’Assoluto, il principio della non dualità, dell’Assoluto senza forma. Se Vishnu personifica il principio della forma, del Dio manifestato, sattvico, dotato di attributi, dell’aspetto personale (questo è l’aspetto di Ishvara), allora Shiva personifica il vuoto, l’Assoluto, il nirvana, il Brahman del Vedanta, la non dualità.
Qui l’adorazione viene compiuta non solo nello spirito del bhakti-yoga, ma anche nello spirito del jnana-yoga. Qui sono importanti la jnana, l’osservazione, la consapevolezza, l’analisi, lo yoga, la meditazione, il samadhi. Perciò lo shaivachara è un sentiero maschile, il sentiero dell’ascesi, della meditazione, della concentrazione, dello yoga, della tapasya, del jnana-yoga, della meditazione analitica e del raggiungimento del samadhi.
Qui colui che va verso Shiva e Shiva aspirano a unirsi. L’adorazione nello spirito della non dualità nei tantra suona così:

«Shivam Bhutva, Shivam Yajet» (puoi adorare veramente Shiva solo quando tu stesso diventi Shiva).
Se direte una cosa simile a chi si trova sul sentiero del vaishnavachara, egli dirà: «No, no, io non aspiro a diventare Vishnu, aspiro ad adorare Vishnu», — loro dicono così: «noi non aspiriamo a essere zucchero, aspiriamo a mangiare lo zucchero e a goderne, aspiriamo a restare sempre a distanza».
Ma sul sentiero dello shaivachara la venerazione nello spirito dell’advaita, nello spirito del jnana-yoga, significa fusione con l’oggetto della venerazione, e la nostra pratica comincia dallo shaivachara. Shaivachara significa: per noi è importante lo yoga, è importante lo sforzo nello yoga, è importante la concentrazione, è importante lo sviluppo della consapevolezza ed è importante la tapasya secondo le proprie forze, almeno interiore.
Nel vaishnavachara si dice così: «Abbandonati alla misericordia di Dio, e Dio ti salverà». Tuttavia abbandonarsi alla misericordia è per coloro che possiedono il livello divya, che dimorano nella divya-bhava. Se un pashu con karma impuri si abbandona alla misericordia, non può ricevere questa misericordia: essa c’è, ma per lui è inaccessibile. È simile al fatto che, a quanto pare, avete del denaro sulla carta, ma essa è bloccata, e ciò non vi porta alcun beneficio: è bloccata dai karma.
Allo stesso modo, pashu-bhava: i nostri karma hanno bloccato la misericordia divina e, anche se sembrerebbe che possediamo l’Atman, da ciò non deriva alcun beneficio. Perciò lo shaivachara è l’applicazione di sforzi per purificare il proprio karma.
La natura dell’Assoluto nello shaivachara
Sul sentiero dello shaivachara Dio è l’Assoluto, non quel Dio che ha forma e attributi, aspetti personali, descrizioni, giochi. Dio è l’Assoluto, che unisce in sé tutti gli dèi. È il Brahman al di là del soggetto e dell’oggetto, è la consapevolezza non duale, che è vuota per sua natura, ma può manifestarsi in modo molteplice come tutta la molteplicità degli dèi, e qui una divinità può trasformarsi in un’altra.
Così viene detto:
«Shivasyam Hridayam Vishnoh, Vishnocha Hridayam Shivah» (Shiva è nel cuore di Vishnu, Vishnu è nel cuore di Shiva, e colui che non comprende questo non raggiungerà la liberazione).
In seguito, nella «Maha-nirvana-tantra» vengono descritti anche altri achara: dakshinachara, vamachara, siddhantachara e kaulachara.
La saggezza illuminata e il suo significato
Quando sul sentiero dello shaivachara lo yogi raggiunge l’illuminazione, acquisisce la saggezza dell’Assoluto; perciò nessuno degli illuminati cerca la saggezza. Perché? Perché non bisogna cercare ciò che è già stato trovato.
Prima dell’illuminazione è molto importante cercare la saggezza: la saggezza è la cosa principale, tutto il resto è irrilevante. A qualunque costo bisogna ottenere la saggezza illuminata, perché senza saggezza illuminata è come viaggiare senza mappa, senza navigatore: in linea di principio non si capisce nemmeno del tutto dove bisogna andare e se bisogna andare affatto.

La saggezza illuminata è brahma-jnana, la realizzazione dell’ideale delle Upanishad «Aham Brahmasmi». Quando al livello dello shaivachara si comprende la purezza naturale della consapevolezza, la coscienza non-duale viene compresa in una certa misura; la fase successiva è lo sviluppo della profondità di questa purezza naturale della coscienza, quando alla saggezza serve anche la forza (shakti), l’energia.
Dakshinachara e vamachara: la venerazione degli aspetti energetici
Dakshinachara, vamachara è la venerazione di Dio nei suoi aspetti di forza, nei suoi aspetti energetici, il riconoscimento di Dio come gioco dell’energia dell’Assoluto nell’universo.
Qui è importante il riconoscimento dei tattva. Per esempio, esiste una classificazione dei trentasei tattva propria dello shivaismo — sia dello shivaismo shaiva-siddhanta sia dello shivaismo kashmiro. I primi cinque tattva puri sono ciò che costituisce lo scopo degli yogi. Che cosa sono questi primi cinque tattva puri? Sono le prime cinque energie naturali primordiali della creazione:
- Chit-shakti — l’energia della consapevolezza. Quando riconosciamo in noi stessi l’«io», per esempio praticando l’atma-vichara, questa è una manifestazione di chit-shakti
- Ananda-shakti — quando l’Assoluto si riconosce come «io sono». «Io sono» significa che avviene una riflessione primaria, e da ciò sorge la beatitudine
- Jnana-shakti, ichchha-shakti e kriya-shakti — le successive riflessioni «io sono questo»; così la riflessione si frammenta sempre di più e queste forze si risvegliano
Queste cinque forze primarie sono chiamate tattva puri, e sono anche chiamate Shiva, Shakti, Sadashiva, Sadvidya e i primi cinque tattva. La comprensione dei primi principi primordiali dell’Assoluto è il compito sul sentiero di coloro che venerano Dio come energia.
Siddhantachara: il raggiungimento della perfezione
Infine, giunge il siddhantachara. Siddhantachara è il raggiungimento della perfezione: quando la saggezza è stata compresa, quando sono state comprese le energie cosmiche primarie dell’essere, si ottiene la perfezione nel modificare la realtà, nel governare gli elementi, nel governare il tempo e lo spazio. Il sadhu, lo jnani, passa allo stato di siddha, e la comprensione di questi achara è un’evoluzione da un essere a un altro.
Il sentiero dell’evoluzione spirituale
Per esempio, anche noi ora ci troviamo sul sentiero dell’evoluzione, ognuno si trova sul proprio sentiero di evoluzione. E come avviene l’evoluzione nel nostro corpo umano?
Una persona comune, poi un sadhu: quando noi, praticando, prendiamo Rifugio, studiamo l’insegnamento, purifichiamo il nostro karma, ciò significa che da persone comuni aspiriamo a diventare sadhu. Esistono descrizioni delle qualità di una persona comune ed esistono descrizioni delle qualità di un sadhu, e dobbiamo comprendere chiaramente che cos’è un sadhu, quali qualità deve avere e quali non deve avere.
Lo stadio del cercatore spirituale
Sul sentiero dall’uomo al sadhu c’è una fase intermedia: è la più interessante e divertente, e si chiama cercatore spirituale. Esistono diverse classificazioni dei cercatori spirituali: ciò significa che cerchiamo, e con noi accadono diverse avventure. A volte cerchiamo a caso, non proprio ciò che serve, non proprio nel modo giusto, ma in qualche modo tendiamo a questo. Evolviamo: è come una crisalide che aspira a diventare farfalla; questo viene chiamato anche «il sentiero dell’ape».
Si tratta di visitare diversi maestri, farsi fotografare con loro, ricevere varie iniziazioni, accumulare insegnamenti, mantra e trasmissioni senza discernimento, frequentare diverse tradizioni, studiare varie scuole. I maestri a questo proposito a volte scherzano, dicono: «Anche se la tua testa diventasse piatta per il tocco del vaso rituale durante l’iniziazione, se non comprenderai il senso, questo non funzionerà».
Questo stadio è divertente, perché l’anima vivente cerca la perfezione, ma non comprende ancora pienamente come farlo; perciò vi si mescolano i suoi vari karma, emergono diverse situazioni serie, accadono molte avventure differenti. Ma quando questo percorso è stato compiuto, si dice che la persona diventa un sadhu: si è già formata.
Il superamento degli ostacoli karmici
Finché una persona è un cercatore, da una parte il mondo la attira, dall’altra la vita spirituale; ed è come quel soldato che è di guardia, una sentinella al posto: ha sonno, ma gli dispiace anche per la patria. Vorrebbe percorrere il cammino spirituale, ma anche il samsara la attrae ancora, ci sono ancora molti karma diversi non elaborati.
Questo è al tempo stesso il periodo più difficile, quando bisogna superare la gravità del karma, la gravità del samsara: in questo momento si attivano tutti i vecchi legami, i rnanu-bandhana. Tutti i creditori karmici non ancora ripagati, proprio in questo momento, per qualche ragione si risvegliano e cominciano a preoccuparsi che noi non restituiamo i debiti karmici.

A volte sembra che una persona abbia vissuto una vita senza problemi, tutto andava bene, era sistemato, e all’improvviso ha deciso di diventare un cercatore spirituale — ed ecco che tutto le è piombato addosso. Questo significa che il karma ha iniziato a purificarsi in una sola vita; quei karma che avrebbero dovuto purificarsi nelle vite successive in modo uniforme, graduale, si comprimono in un breve periodo. Nella vita di una persona è come il riavvio di un sistema informatico: in quel momento sopraggiunge una sorta di piccolo hard drive, ma non bisogna spaventarsi o disperarsi.
Qui bisogna essere senza paura, coraggiosi e flessibili, per attraversare questo periodo. Quando questo riavvio avverrà — significa che avverrà uno scuotimento dei karma, i legami inutili cadranno, quelli necessari invece si consolideranno, appariranno i veri valori, quelli falsi cadranno. Questo significa che state correggendo il vettore della vostra vita, il vettore del movimento della vostra intenzione nella direzione giusta.
Le qualità del sadhu
Quando questa evoluzione è completata, il cercatore come se venisse rifuso, diventa un vero sadhu, una persona del dharma, una persona del cammino spirituale. Un sadhu è colui che vive solo di Dio, pratica il cammino del samadhi. Non importa: si può essere un sadhu purna-sannyasi, un monaco, vivere in un ashram, essere un karma-sannyasi, persino avere una famiglia e dei figli.
Ma un sadhu è colui che non cerca più obiettivi mondani, colui che vive il dharma per il dharma, che serve Dio per Dio, colui che non concepisce se stesso in nessun altro modo, e tutta la sua vita è dedicata alla pratica spirituale.
Allo stesso tempo, esteriormente può essere un capofamiglia, un brahmachari, un vanaprastha o un purna-sannyasi. Di solito si ritiene che un sadhu sia soltanto colui che è purna-sannyasi in abiti arancioni, cioè i monaci che hanno rinunciato alla vita mondana, hanno lasciato la casa, non hanno famiglia, beni personali, prendono voti, compiono tapasya — in linea di principio è così. Ma, in linea di principio, il karma-sannyasa è anch’esso la possibilità di essere un meraviglioso sadhu, un monaco nel mondo, uno yogin segreto e nascosto.
Anche se non accettate il purna-sannyasa, ma avete coltivato in voi le qualità, praticate — siete un sadhu a pieno titolo, perché a renderci sadhu non sono le circostanze esteriori né l’abito arancione, ma lo stato d’animo, la nostra impeccabilità, la nostra disciplina, la nostra fede, la devozione, la nostra purezza, il controllo dei desideri, la nostra capacità di lavorare su noi stessi, la nostra impeccabile devozione al dharma e al cammino: ecco ciò che ci rende sadhu; quale status verrà scelto è già un’altra questione.
Dunque, un sadhu è colui che è impeccabilmente devoto al dharma.
Jnani: la realizzazione dell’Assoluto
Infine, quando il sadhu riceve i primi frutti della realizzazione, raggiunge l’illuminazione, viene chiamato jnani. Quando consegue il samadhi della luce, sperimenta profonde dhyana, quando le sue rappresentazioni dualistiche si dissolvono, i suoi karma si dissolvono, diventa jnani. Smette di essere una persona ordinaria e persino un sadhu ordinario: realizza l’Assoluto nella propria esperienza personale, le rappresentazioni dualistiche lo abbandonano.
Lo jnani vive solo di Dio, vive solo in Dio, non vede soggetto e oggetto: per lo jnani tutto il mondo è una manifestazione della sua coscienza. Lo jnani dimora nella dimensione di turiya con la sua coscienza principale, sebbene, come le altre persone, abbia anche un corpo, cammini, mangi e dorma. Per lo jnani non esiste più il suo ego personale e non esiste il karma che lo accompagna. Tutte le sue azioni sono il suo gioco, la manifestazione del suo Atman a beneficio degli altri esseri viventi.
Per lo jnani non c’è mente, non ci sono valutazioni e giudizi; per lui non esistono tutte quelle rappresentazioni che incatenano gli altri esseri viventi. Tuttavia l’evoluzione non finisce qui: anche per lo jnani c’è ancora una direzione in cui muoversi.
Il cammino dei siddha
Questo è il movimento verso i siddha, i maha-siddha; perciò la nostra evoluzione, quando raggiungiamo l’illuminazione, è il movimento lungo il cammino dei siddha, lungo il cammino di Brahmananda, del rishi Pambatti, lungo il cammino di Shankara, Dattatreya. Dopo l’illuminazione, la liberazione, vi è il raggiungimento della perfezione e della profondità, e tutti i santi alberi del Rifugio indicano questo cammino.
I siddha sono esseri divini, sebbene possano benissimo avere corpi umani. Non è affatto semplice conoscere un siddha, incontrare un siddha, avere un legame con lui, poiché essi non si mettono in mostra. Alcuni di loro recitano il ruolo di persone comuni, alcuni possono manifestarsi come folli in Dio — per esempio, Dattatreya è un grande maestro di tali manifestazioni, delle prove per i suoi discepoli.
Alcuni recitano il ruolo di jnani e insegnano agli altri, alcuni recitano il ruolo di sadhu — non sostengono la visione ordinaria, la coscienza ordinaria. La luce della loro coscienza può essere così forte e così sconvolgente che per una persona comune non può essere accessibile, perché la vita di una persona comune che si trovi di fronte alla luce verrebbe completamente scossa.
Rispetto della libertà di volontà
Persino voi, al vostro stadio, probabilmente comprendete: se iniziate a parlare di valori spirituali con persone non pronte, questo è una sfida a tutto il loro sistema e alla loro visione del mondo, e non bisogna parlare con tutte le persone, perché i loro valori e la loro fede verrebbero scossi — la fede nel samsara e così via, e la fede altrui va rispettata. Non possiamo imporre le nostre idee sulla vita, anche se le consideriamo ignoranti — cioè ogni essere vivente ne ha diritto.
I santi maestri dicono così:
«Lasciate che gli esseri senzienti nel samsara siano esseri senzienti nel samsara».
Cioè, se qualcuno vuole dimorare nell’ignoranza, se qualcuno vuole illudersi — ne ha diritto, e può farlo per tutto il tempo che gli piace. Questa è la libertà di volontà, Brahma lo permette, e solo se egli stesso chiede: «Liberatemi dalle sofferenze, aiutatemi a trovare la via», allora possiamo dire: «Sei uno sciocco, hai il diritto alla libertà di volontà di essere uno sciocco, ma per te è meglio diventare più saggio, è meglio per te percorrere la via della liberazione spirituale». Quando egli stesso lo chiederà, lo manifesterà, ma noi non lo imponiamo — questa è la via dei siddha.
Legame con l’albero del Rifugio
La via dei siddha è supremamente elevata, straordinariamente elevata, e quando invochiamo l’albero del Rifugio, la linea di trasmissione, stabiliamo un legame con gli elementi puri dei siddha, con gli elementi puri di Guru Brahmananda, del maha-siddha Pambatti, dell’Avadhuta Dattatreya, del rishi Vasistha.
Non sono semplicemente esseri — sono esseri divini, meta-intelletti, che consistono di puri elementi di saggezze.
Esseri divini
Infine, l’evoluzione dei siddha prosegue in direzione delle divinità. Gli esseri divini sono coloro che costituiscono la base della struttura della creazione e del nostro universo. Gli esseri divini governano il tempo, i cinque elementi, lo spazio, i destini, le reincarnazioni degli esseri viventi, tutti i processi — fisici, chimici, biologici.
Tutti i processi globali, universali, i ritmi, i cicli, la rotazione delle stelle, dei pianeti, delle galassie, i grandi cicli della creazione, della distruzione degli universi. E un giorno anche noi diventeremo esseri divini, illuminati, e avremo quel servizio che noi stessi formuleremo con la nostra mente.
Le cause per diventare jnani, siddha, maha-siddha o esseri divini le creiamo ora. Cioè, da quali obiettivi e valori scegliamo ora dipende il nostro futuro — quei tunnel di realtà che diventeranno il nostro futuro.



