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Il cammino di Prahlada: lo yoga dell’orgoglio divino e dell’unione con Vishnu

04.10.2026
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Il cammino di Prahlada: lo yoga dell’orgoglio divino e dell’unione con Vishnu

Commento al testo «Yoga Vasistha. La storia di Prahlada»

Questo capitolo è molto importante per la pratica della comprensione dell’insegnamento della Prajña-yantra nello Laya-yoga. Se leggete attentamente la «Yoga Vasistha», scoprirete molte sezioni fondamentali dell’Insegnamento, esposte qui in un linguaggio molto semplice. Per esempio: l’insegnamento della logica parasat-tarka, della sankalpa-vidya, l’insegnamento dell’orgoglio divino (il capitolo sui dieci fratelli di Indu). Il quinto capitolo è l’insegnamento dello yoga del corpo illusorio e dell’orgoglio divino.

Esso inizia con la storia di Hiranyakashipu, che aveva un figlio di nome Prahlada. Hiranyaksha e Hiranyakashipu erano due guardiani nei Cieli di Vishnu, nella sfera di Vaikuntha-loka. La storia comincia dal fatto che un giorno questi guardiani non lasciarono entrare i quattro Kumara, quattro saggi, eterni giovani. Per la loro arroganza e superbia, questi giovani li maledissero. Secondo questa maledizione, essi avrebbero dovuto nascere quattro volte sulla Terra. Una di queste incarnazioni doveva essere quella di Hiranyaksha e Hiranyakashipu, e Vishnu avrebbe dovuto sconfiggerli. Solo dopo quattro nascite e morti avrebbero dovuto raggiungere la Liberazione. In un’altra nascita sarebbero dovuti diventare Ravana e suo fratello, nella terza nascita Hamsa e Shishupala, e Krishna avrebbe dovuto sconfiggerli (Vishnu nella forma di Krishna). In questo modo, i guardiani di Vaikuntha-loka (i Cieli di Vishnu) avrebbero dovuto espiare la maledizione dei saggi dopo queste quattro nascite e morti, che avrebbero dovuto ricevere dal dio Vishnu.

Questo Hiranyakashipu era la reincarnazione di uno dei demoni. Poiché suo fratello Hiranyaksha era già stato ucciso da Vishnu, dopo che Hiranyaksha aveva immerso tutta la Terra nell’oscurità, nella dimensione inferiore, con il suo governo dispotico, Hiranyakashipu giurò di vendicarsi di Vishnu. A questo scopo cominciò a perseguitare tutti gli adoratori di Vishnu nei templi. Gli dèi pregarono Brahma per ottenere la salvezza e, in risposta alle loro preghiere, Vishnu assunse la forma di Narasimha. Quando Hiranyakashipu giurò di vendicarsi di Vishnu, il suo Guru (il Guru degli asura) gli disse di praticare il tapas, rivolgendosi non a Vishnu, non a Shiva, bensì a Brahma, per ottenere un potere ancora più grande di quello di Vishnu. Indra e gli altri semidei, sapendo che da Hiranyakashipu ci si poteva aspettare soltanto guai e che sua moglie portava nel grembo il futuro bambino, suo figlio, pensavano a come liberarsi di Hiranyakashipu.

Indra decise di mandare il dio del fuoco (Agni), affinché distruggesse il bambino nel grembo della madre. Ma Vishnu, sapendo che sarebbe nato Prahlada, il suo grande devoto, neutralizzò la forza del dio del fuoco, e il dio del fuoco non riuscì a fare alcun male a quel bambino. In altre parole, Vishnu, sebbene volesse anch’egli punire Hiranyakashipu, aveva dei piani per quel bambino. E alla fine, infatti, la moglie di Hiranyakashipu diede alla luce proprio quel bambino. Sebbene Hiranyakashipu perseguitasse tutti coloro che adoravano Vishnu, desiderando estirpare dalla storia persino il suo nome e distruggere tutti i templi, nella sua famiglia nacque un bambino che, al contrario, decise di adorare Vishnu. Quando, preso dalla furia, decise di uccidere suo figlio, Vishnu stesso assunse l’aspetto di Narasimha Deva, la forma della divinità adirata. Poiché Hiranyakashipu aveva ricevuto da Brahma la benedizione secondo cui non avrebbe potuto essere ucciso né da un dio né da un uomo, né sulla terra né in cielo, né di giorno né di notte, Vishnu assunse proprio una forma che gli permise di aggirare tutte le condizioni della benedizione concessa da Brahma: la forma per metà uomo e per metà leone. Alla fine, lo uccise. E Prahlada rimase solo.

Vishnu protegge il futuro Prahlada e neutralizza la forza del fuoco distruttivo.

Le riflessioni di Prahlada dopo la morte del padre

«Prahlada, rimasto in vita, seppellì tutti i suoi parenti e consolò i feriti. Sconvolti dall’entità della distruzione, i sopravvissuti rimasero immobili per qualche tempo.

Prahlada pensava: «Chi potrà mai aiutarci adesso!? Tutte le famiglie sono state distrutte alla radice da Hari. Ahimè, il nostro nemico si è rapidamente trovato al culmine della vittoria militare. Gli dèi, che durante la vita di mio padre non potevano neppure alzare la testa, ora hanno occupato il nostro mondo. I miei stessi parenti sono abbattuti, sono rimasti senza occupazione e senza entusiasmo, miserabili e infelici. I demoni, che fino a poco tempo fa erano forti e potenti, ora sono diventati deboli e umili, come un tempo gli dèi».

Gli asura, qui chiamati demoni, sono solitamente i Daitya e i Danava, figli di una delle figlie di Brahma; secondo un’altra versione, sono figli del rishi Kashyapa. Brahma aveva due figlie, Diti e Danu (la luce e l’oscurità, l’infinito e il finito). E gli dèi sono i figli di Diti. I Daitya, i Danava, gli asura sono invece figli di Danu. In altre parole, gli uni sono figli dell’infinito e della luce, gli altri sono figli dell’oscurità e della limitatezza. Tra loro si verificavano sempre scontri. Gli dèi incarnavano il principio della sattva. Gli asura incarnavano il principio del rajas. Vishnu era sempre il patrono degli dèi, poiché era il patrono della sattva. Gli asura talvolta ottenevano il patrocinio di grandi dèi, come Brahma o Shiva, ma solo temporaneamente, come risultato delle loro austerità. Avevano sempre maggiore potere, ma meno intelletto e capacità di comprendere. I semidei, come Indra e gli altri — si parla principalmente degli dèi di Svarga-loka — avevano meno combattività, ma maggiore chiarezza e capacità di comprendere. Perciò, all’inizio, di solito erano gli asura a incalzarli, ma prima o poi gli dèi prevalevano.

«Che scherzo straordinario del destino! Un cervo timoroso, condotto in un villaggio sconosciuto, ha paura persino del suono di una foglia che cade. Così anche i demoni, vedendo la potenza del nemico, hanno paura di tutto.

Gli dèi hanno preso l’albero che esaudisce i desideri. Come un tempo i demoni guardavano gli dèi sconfitti, così ora gli dèi guardano i demoni sconfitti. I semidei e gli altri esseri che un tempo servivano a corte sono fuggiti nelle foreste del monte Meru e vivono là come uccelli della foresta. Mia madre e le altre regine sono ora l’incarnazione del dolore. Ahimè, il ventaglio di mio padre serve Indra. A causa di Hari, ci troviamo in una disgrazia incomparabile e indescrivibile. Il solo pensiero della nostra situazione ci fa soffrire disperatamente».

Prahlada continuava a riflettere:

«Come le cime innevate dell’Himalaya non vengono mai bruciate dal calore ardente del sole, così gli dèi che vivono all’ombra di Vishnu non sono mai sopraffatti dallo sconforto. Come una piccola scimmia seduta sul ramo di un albero provoca un enorme cane a terra, così gli dèi, trovandosi sotto la protezione di Vishnu, ci offendono, noi demoni.

Vishnu protegge e sostiene l’intero universo. Anche se fosse disarmato, nessuno potrebbe resistergli».

Perché esistono gli asura e gli dèi, e perché combattono tra loro? In origine, ciò è stato concepito per mantenere l’equilibrio nell’Universo, e Brahma stesso ragionava così: «Se gli asura diventeranno pacifici e smetteranno di infastidire gli dèi, c’è il rischio che gli dèi si lascino trasportare dalla loro posizione favorevole, smettano di praticare, le loro forze inizino a esaurirsi e allora gli esseri umani non possano più ricevere i risultati dei loro sacrifici sulla Terra. Smetteranno di inviare benedizioni agli uomini. Anche nel mondo degli uomini subentrerà il caos. In questo modo, l’Universo uscirà dall’equilibrio. Ma finché esistono gli asura, gli dèi non si lasciano eccessivamente coinvolgere dai loro piaceri nei cieli della passione». Pertanto, in realtà, si tratta di due forze contrapposte che mantengono l’equilibrio nell’Universo.

Per noi esseri umani esistono il bene e il male, ciò che è cattivo e ciò che è buono, ma gli dèi supremi vedono tutto questo in modo diverso. Esistono diverse forze che, interagendo, mantengono l’equilibrio nell’Universo.

Il confronto tra gli dèi e gli asura mantiene l’equilibrio dell’Universo.

L’illuminazione di Prahlada e il principio dell’orgoglio divino

«Solo lui è la speranza e il sostegno di tutti gli esseri di questo mondo; perciò bisogna cercare rifugio in lui con tutte le proprie forze: non esiste altra via. Nessuno lo ha superato, ed egli solo è la causa della creazione, dell’esistenza e della distruzione dell’universo. Da questo momento anch’io diventerò un devoto di Vishnu e vivrò come se fossi colmo della sua presenza. Il sacro mantra “Namo Narayana”, a lui dedicato, è capace di benedire chi lo venera: possa non abbandonare mai il mio cuore.

Tuttavia, chi non è Vishnu non può ottenere alcuna benedizione pregando Vishnu. Non bisogna soltanto pregare, ma anche diventare Vishnu».

In queste due righe si esprime la vera essenza dell’insegnamento dell’Advaita-vedānta e del principio dell’orgoglio divino. Prahlada disse: «Colui che non è Viṣṇu non può pregare Viṣṇu». In altre parole, se tu stesso non sei Viṣṇu, non puoi adorare pienamente Viṣṇu. Un’espressione analoga esiste in sanscrito in relazione a Śiva: «Śivam hutvā, Śivam yajet». Se vuoi adorare Śiva, devi diventare tu stesso Śiva. Questa è la differenza tra l’integrazione nell’Advaita-vedānta e le pratiche di bhakti dell’adorazione dualistica del Viśiṣṭādvaita. Un seguace della bhakti del Viśiṣṭādvaita non direbbe mai una cosa simile: per lui sarebbe quasi un’eresia. Per l’Advaita, al contrario, il principio dell’adorazione della divinità significa assimilarsi completamente alla divinità, diventare quella divinità. Quando non c’è differenza tra jīva e devatā. Perché non c’è differenza? Perché Brahman, l’Assoluto, contiene in sé sia la jīva sia la devatā, sia la jīva sia Bhagavān.

Qui si parla di Viṣṇu precisamente come incarnazione dell’Assoluto, Bhagavān. La bhakti dualistica presuppone che la jīva sia sempre separata da Bhagavān e, nonostante possieda qualitativamente un’identità con lui, ne sia sempre quantitativamente separata. L’Advaita, invece, parla della necessità dell’identità. Che cosa significa la necessità dell’identità? Significa che bisogna entrare in uno stato mentale analogo, nello stato di presenza. In altre parole, se io adoro Viṣṇu e penso: «Questo è Viṣṇu, mentre io sono un essere umano», allora questo è Dvaita o Viśiṣṭādvaita. Nello stato dell’Advaita, durante la pratica dello yoga di Laya, genero una bhāva di questo tipo: «Io sono Viṣṇu», ed entro in uno stato di presenza analogo a quello di Viṣṇu, per quanto mi è possibile. Se si tratta del metodo del tantra, della trasformazione tantrica, genero un corpo illusorio e in questo stato mi integro, immaginando che tutto sia non duale. È in questo stato che pratico.

Il cammino dall’adorazione dualistica all’esperienza dell’unità non duale con Viṣṇu.

La pratica dello yoga del corpo illusorio

«Pertanto io sono Viṣṇu. Colui che è conosciuto come Prahlada non è altro che Viṣṇu. In questo non c’è dualità. Viṣṇu cavalca Garuḍa, ora Garuḍa porta me. Nelle mie mani ci sono gli oggetti che solitamente porta Viṣṇu. Lakṣmī, la sua compagna, sta accanto a me. Tutto lo splendore divino di Viṣṇu è diventato mio.

Tutti i simboli di Viṣṇu sono ora i miei simboli. L’intero universo, che ora appare e ora scompare, si manifesta dal mio petto. Il mio colore ora è il blu di Viṣṇu. Indosso vesti gialle. Chi è il mio nemico e chi può opporsi a me? Poiché ora sono Viṣṇu, chiunque si opponga a me, senza dubbio, sta vivendo i suoi ultimi giorni. I demoni che stanno davanti a me non possono manifestare il mio splendore. Ora tutti gli dèi mi lodano, perché io sono Viṣṇu».

Questa fase è la bhāva classica della generazione dell’orgoglio divino e della pratica della visualizzazione nello yoga del corpo illusorio. Qualunque sia la Iṣṭa-devatā con cui praticate, il corso dei vostri pensieri è più o meno il seguente: eseguite la visualizzazione e generate la bhāva, l’orgoglio divino.

«Ho trasceso tutti i sentimenti dualistici e sono diventato io stesso Viṣṇu. Colui in cui sono concentrati tutti e tre i mondi, colui che ha sottomesso tutte le forze nemiche dell’universo, disperde le paure e le inquietudini degli altri. Egli sono io, e io lo saluto.

Vasiṣṭha continuò:

Diventato così Viṣṇu, Prahlada pensò che sarebbe stato bene pregare ora Viṣṇu. Pensò: «Qui c’è un altro Viṣṇu, che siede anch’egli su Garuḍa, con tutti i segni, le qualità e i poteri divini».

Se questa pratica non riguarda soltanto la divinità interiore o soltanto l’orgoglio divino, ma include anche lo yoga della divinità esteriore, visualizziamo la Iṣṭa-devatā proprio davanti a noi, con gli stessi attributi. Trovandoci noi stessi nel corpo illusorio, ci integriamo con la Iṣṭa-devatā, visualizzata all’esterno. Poi eseguiamo l’emissione di luce per attivare la sua saggezza e la sua benedizione, e il riassorbimento per ricevere la sua saggezza e la sua benedizione. In questo, come ho detto, si tratta dello stato di non dualità. In altre parole, Viṣṇu, nei suoi due corpi, compie con se stesso l’integrazione e l’adorazione.

«Ora gli pregherò come impone la tradizione, ma mentalmente.

Avendo deciso così, Prahlada pregò mentalmente Viṣṇu, come prescritto dalla tradizione. Poi gli rivolse la preghiera anche esteriormente. Terminata la lunga preghiera, Prahlada si rallegrò».

Mānasika-pūjā e offerta mentale

Quando praticate lo yoga del corpo illusorio ed eseguite lo yoga della divinità esterna, oltre all’emissione, all’assorbimento e alla recitazione del mantra, potete anche eseguire l’offerta dei cinque elementi, l’offerta del mantra Gayatri, la sadhana della kavacha e la sadhana dei 108 nomi. Se la vostra visualizzazione, la vostra bhava, è forte, allora la vostra pratica interiore dell’offerta (manasika-puja) avrà la stessa forza di quella esterna.

Un sadhu cadde in un pozzo e non riusciva a uscirne. Voleva fare la puja (l’offerta rituale), ma quando si ritrovò nel pozzo decise di eseguirla stando seduto lì dentro. La forza della sua mente era tale che, dopo aver celebrato la puja nel pozzo, riuscì a liberarsene soltanto grazie all’offerta mentale.

La forza dell’offerta mentale aiuta il sadhu a liberarsi dal pozzo.

Quando fate un’offerta mentale (manasika-puja), generate immagini sottili, per esempio come nel Brahma-mantra. Se lo fate in modo puro e con bhava, queste immagini sottili saturano e purificano il vostro corpo sottile e nei sogni compaiono segni positivi.

«Da quel momento Prahlada pregava Vishnu ogni giorno».

Il vostro mantra alla Ishta-devata, la preghiera e la manasika-puja devono acquistare forza giorno dopo giorno. Una persona allenata a fare mentalmente offerte mediante la visualizzazione può semplicemente arrivare e, senza eseguire alcun rituale a livello esterno, purificare l’ambiente con una sola manasika-puja, con un mantra o con una preghiera. Oppure, semplicemente facendo un’offerta, potete guarire una persona, cambiare una situazione e realizzare il sankalpa.

Supponiamo che dobbiate ottenere qualcosa: eseguite mentalmente il Brahma-mantra, fate un’offerta con la sillaba SHRIM e realizzate la variante in cui il vostro sankalpa si avvera. Questo perché SHRIM è la sillaba, la bija della dea Lakshmi, associata all’iccha-shakti, l’incarnazione della volontà. Oppure, se dovete rafforzare le vostre capacità nella conoscenza, eseguite il Brahma-mantra aggiungendo la bija AIM.

La reazione degli dèi alla trasformazione degli asura

«Vedendo i suoi sforzi e seguendo il suo esempio, tutti i demoni del regno divennero anch’essi devoti di Vishnu. Le voci secondo cui gli ex avversari di Vishnu erano diventati suoi fedeli adoratori si diffusero alla velocità di un incendio nella foresta. Gli dèi nei cieli rimasero sbalorditi: come potevano i demoni diventare adoratori di Vishnu! Andarono a chiederglielo.

Gli dèi dissero:

«O Dio, che mistero è mai questo? I demoni sono sempre stati tuoi avversari. Il fatto che siano diventati tuoi adoratori sembra uno scherzo di cattivo gusto. Dov’è la loro natura diabolica, dov’è la devozione verso di te, che nasce soltanto nell’ultima incarnazione della coscienza individuale?».

Poiché Vishnu è l’incarnazione della sattva pura, si ritiene che si possa dimorare nella sattva pura soltanto quando i karma grossolani del rajas e del tamas sono esauriti, cioè quando una persona vive la sua ultima incarnazione sulla Terra e la reincarnazione successiva deve essere almeno tra i semidei della Svarga-loka, nei Cieli di Indra.

Finché l’anima di una persona è immatura, in essa vi sono molto rajas e tamas. Non può dimorare nella sattva pura. Non può essere divina. Ma quando l’anima è evolutivamente matura, in essa vi sono poco rajas e tamas: allora quell’anima è immersa nella sattva. Possiede molte capacità, chiarezza e qualità divine.

Gli dèi furono molto sorpresi dal fatto che improvvisamente gli asura, nei quali vi erano molto rajas e tamas, avessero iniziato ad adorare Vishnu, che era l’incarnazione della sattva. Questo li indignò persino, poiché secondo la loro comprensione ciò era contrario alla natura delle leggi dell’Universo.

L’anima maturata passa dal rajas e dal tamas alla chiara sattva pura.

«Le qualità buone e luminose necessarie a questo scopo non sono adatte ai demoni: è una totale assurdità. Dopotutto, le qualità proprie di un essere corrispondono sempre alla sua essenza fondamentale. Fa male sapere che creature simili siano diventate da un giorno all’altro tuoi adoratori. Se fosse accaduto gradualmente, grazie allo sviluppo delle buone qualità e della saggezza, lo avremmo compreso. Ma che creature diaboliche e astute siano diventate quasi istantaneamente tue adoratrici: è persino difficile crederci».

Gli dèi sospettarono che ci fosse qualche astuzia o inganno: pensarono che gli asura avessero deciso semplicemente, diventando deboli, di cullare la vigilanza di Vishnu e conquistare la fiducia degli dèi, per rafforzare il proprio potere e poi sferrare un attacco, poiché tutte le qualità degli asura sono proprio tali. Possono mostrarsi amichevoli per un certo periodo, allo scopo di accrescere la propria forza, e poi aggirare la situazione e sferrare un colpo simile. Perciò gli dèi non credettero a tutto questo.

La risposta di Vishnu e l’insegnamento sulle tre guna

Vishnu rispose:

«O dèi, non lasciatevi tormentare dai dubbi e dalle delusioni. Prahlada ha iniziato a pregarmi. Questa è davvero la sua ultima nascita ed egli ha meritato la Liberazione. I semi della sua ignoranza sono stati distrutti. Non nascerà più. È doloroso e insensato sentire che una persona buona sia diventata cattiva. Ma è piacevole e giusto sentire di qualcuno che non possedeva buone qualità ed è diventato buono. I cambiamenti in Prahlada sono per il vostro stesso bene».

Ciò che viene definito una qualità buona o divina comunemente riconosciuta è sattva. L’indicatore della crescita spirituale è l’aumento della sattva dentro di voi e la diminuzione della quantità di tamas e rajas. Di solito una persona nasce con una determinata proporzione di tamas, rajas e sattva, legata al karma sanchita, ma nel processo di applicazione del karma personale (purusha-kara) può modificare tale proporzione. La sadhana non è altro che il cambiamento in sé della proporzione di tamas, rajas e sattva.

Per esempio, se una persona ha dieci unità di sattva, cinque unità di rajas e tre unità di tamas, in essa prevale la sattva. Deve purificarsi ancora un po’, ridurre il tamas a un’unità e il rajas a due unità: ciò è sufficiente per reincarnarsi nei cieli. Se invece una persona ha la seguente proporzione: dieci unità di rajas, cinque unità di tamas e due unità di sattva, si può dire che per tale persona sarà difficile praticare, meditare e contemplare. Tutta la sua vita passerà semplicemente a combattere contro le klesha, le trasgressioni, i peccati e i rimorsi.

È molto importante che ognuno trovi la propria comunità in accordo con quella proporzione dei tre tipi di karma che gli corrisponde. Gli dèi sono attratti dagli dèi, gli asura dagli asura, le persone sattviche da quelle sattviche, le persone rajasiche da quelle rajasiche.

Le persone sono attratte dalle comunità in accordo con le qualità del karma predominanti.

Per esempio, se una persona tamasica o rajasica entra in una comunità di persone sattviche, si sentirà infelice e le persone sattviche non la accetteranno. Se una persona rajasica o tamasica entra in un monastero, continuerà costantemente soltanto a commettere peccati e pentirsi, commettere peccati e pentirsi; le saranno imposte penitenze e tutto questo non avrà fine. Si sentirà a disagio e priva di gioia, perché il livello di disciplina nella sattva è diverso da quello nel rajas. Oppure supererà se stessa, svilupperà in sé una nuova qualità e questa proporzione cambierà, crescendo fino al livello della sattva. Improvvisamente si sentirà in una condizione favorevole, sentirà di aver finalmente trovato la propria proporzione.

Allo stesso modo, se una persona dotata di sattva entra in una comunità di persone caratterizzate da rajas e tamas, non verrà accettata, se non possiede sufficiente chiarezza.

La pratica spirituale non è altro che il cambiamento di tale proporzione: bisogna ridurre rajas e tamas e aumentare sattva — questa è l’evoluzione. Gli dèi, i siddha e i saggi dimorano nella sattva pura; hanno trasceso le tre guna, ma il loro stato generale è la sattva. Talvolta utilizzano anche rajas e tamas, se possiedono una shakti sufficiente per compiere determinate missioni. Per esempio, Krishna è considerato un purna-avatar, poiché ha utilizzato tutte e tre le guna.

La sattva corrisponde alle divinità pacifiche, il principio del rajas corrisponde alle divinità gioiose e talvolta iraconde, il principio del tamas — alle divinità iraconde.

La preghiera di Prahlada e la manifestazione delle qualità nobili

Vasistha proseguì:

«Dopo aver calmato gli dèi, Vishnu scomparve e gli dèi si dispersero. Divennero amichevoli nei confronti di Prahlada.

Ogni giorno Prahlada pregava Vishnu con il pensiero, la parola e l’azione. Di conseguenza, in lui sorsero e si manifestarono molto rapidamente qualità nobili: saggezza ed equilibrio».

Quando contemplate, la vostra sattva aumenta e le vostre qualità sottili iniziano a manifestarsi. Le caratteristiche del rajas sono una forte autoespressione, il desiderio di una manifestazione intensa, bruschezza nei movimenti, il desiderio di cambiamenti, il desiderio di essere costantemente in movimento. Tutti i grandi ribelli, rivoluzionari, criminali e re sono persone rajasìche, che dirigevano la forza del loro rajas verso determinate attività e, a seconda della shakti, manifestavano determinate azioni. Tutte le grandi guerre sono state organizzate da persone rajasìche, soggette all’elemento del fuoco e dell’aria.

Al contrario, lo stato di sattva è uno stato di calma. Tutti i sacerdoti, saggi, scienziati e artisti sono persone in cui vi è molta sattva. Tutti i santi, gli esseri risvegliati e i siddha sono coloro che hanno realizzato un potenziale sufficiente di sattva.

Sattva significa che prevale l’elemento dello spazio, l’elemento della coscienza, mentre gli altri elementi si trovano in armonia. Quando invece una persona è dominata dal rajas, i suoi elementi si trovano spesso in disarmonia. Per esempio, quando gli elementi del fuoco e dell’aria sono eccessivamente attivi, le azioni di una persona del genere sono spesso distruttive. Esiste una categoria di persone a cui, qualunque cosa si accingano a fare, tutto sfugge di mano, si rompe o viene fatto nel modo sbagliato, perché l’elemento del fuoco e quello dell’aria sono squilibrati. Se una persona del genere decide di partire per un viaggio e desidera realizzare qualcosa, non ci riuscirà. Questo accade perché la sua aria e il suo fuoco la precedono e distruggono la situazione stessa, soprattutto se l’aria e il fuoco si trovano nel canale destro.

In coloro che si trovano nello stato di sattva, invece, tutti gli elementi sono equilibrati e prevale l’elemento della coscienza, il sesto tattva; grazie a questo esiste una grande chiarezza, ed è possibile semplicemente dirigere il proprio sankalpa in accordo con essa e ottenere ogni risultato.

Se invece in una persona domina il tamas, in essa prevalgono la terra e l’acqua; è molto inerte, dentro di sé non possiede chiarezza, comprensione né volontà e sankalpa. Se una persona rajasìca può ancora possedere una grande forza di volontà, colui che ha un tamas intenso non possiede né chiarezza e comprensione, né volontà. Non riesce a manifestarsi né a esprimere se stesso. Una persona del genere non raggiunge il successo. È, molto probabilmente, una vittima delle circostanze.

La sattva dona chiarezza e forza al sankalpa, mentre il tamas porta inerzia e dipendenza.

L’incontro con Vishnu e il conferimento della benedizione

«Non cercava i piaceri, e nemmeno il pensiero di essi era sorto nella sua mente. Avendo abbandonato il desiderio dei piaceri, la sua mente si ritrovò priva di sostegno. Vishnu venne a sapere dello stato di Prahlada. Giunse nel luogo in cui Prahlada lo pregava. Vedendo che Vishnu stesso si trovava nel suo palazzo, Prahlada si rallegrò ancora di più e continuò a pregare:

«Cerco rifugio nel Dio nel quale esistono tutti e tre i mondi, che è la Luce suprema, la quale annienta ogni oscurità dell’incomprensione e dell’impurità, che è la migliore protezione e il rifugio degli indifesi e di coloro che hanno perso la speranza, l’unico Dio, non nato, nel quale bisogna cercare rifugio. Cerco rifugio in colui la cui voce risuona di verità, che vive nei cuori di tutti gli esseri, nel quale esiste questo immenso universo senza mutamento, che non è nato ed è immutabile».

Vishnu disse:

«O Prahlada, tu stesso sei un oceano di buone qualità e il migliore tra i demoni. Esprimimi qualsiasi desiderio che conduca alla cessazione della sofferenza, e io lo esaudirò».

Prahlada disse:

«O Dio, tu vivi in tutti gli esseri e doni loro i frutti dei loro desideri. Ti prego, scegli per me un desiderio che tu ritenga infinito ed eterno».

Vishnu disse:

«Bene, Prahlada, possa lo spirito della conoscenza dimorare in te finché non troverai pace nella consapevolezza infinita, affinché tutte le tue illusioni scompaiano e tu raggiunga lo stato supremo».

Vasishtha proseguì:

«Dopo aver detto ciò, Vishnu scomparve. Prahlada concluse le preghiere e, dopo aver cantato gli inni in onore di Vishnu, si sedette e si immerse nella riflessione».

Quando Prahlada iniziò a praticare in questo modo, dopo qualche tempo Vishnu apparve davanti a lui. Quando una divinità appare come risultato della sadhana del corpo illusorio, questo viene chiamato «concepimento», cioè il momento in cui si riceve il darshan della divinità. Dopo il «concepimento» segue la fase della «gestazione». Il darshan della divinità («concepimento») corrisponde anche alla fase dello shravana, la trasmissione diretta, l’introduzione diretta. Dopo di essa bisogna stabilizzarsi, riflettendo su questo stato per eliminare tutti i dubbi: questa è la fase del manana. In seguito Prahlada pratica in questo modo.

L’autoindagine di Prahlada

Prahlada pensava:

«Vishnu ha ordinato: «Interroga costantemente». Perciò devo interrogarmi costantemente sulla mia vera natura. Chi è questo io che parla, cammina, sta in piedi e agisce sulla scena di questo mondo? Per prima cosa troverò la risposta a questa domanda.

Certamente, io non sono questo mondo esterno, inerte e composto da alberi, cespugli e montagne. Ma non sono neppure il corpo, nato a causa dell’attività della forza vitale e destinato a vivere soltanto per breve tempo. Io non sono un suono, una parola, un nome né un’espressione, percepiti dall’inerte orecchio e consistenti semplicemente in un movimento dell’aria, privi di forma e di esistenza. Io non sono né un sentimento né la sensazione del tatto, anch’essa fugace e capace di agire soltanto grazie alla coscienza infinita».

Dunque, dalla meditazione formale passiamo alla comprensione essenziale grazie alla riflessione (manana). All’inizio possiamo semplicemente praticare «Aham Brahmasmi», l’Atma-vichara o lo yoga del corpo illusorio a livello formale. In seguito, la nostra pratica essenziale è legata alla riflessione e alla rivalutazione della nostra comprensione. Ci convinciamo del fatto che il nostro «Io» non è racchiuso nel corpo, ma rappresenta il corpo sottile. Il corpo sottile si trova nel corpo fisico come il profumo nel fiore, come il sapore nel miele. Non è manifestamente presente nel corpo fisico. Grazie alla meditazione analitica, al raja-yoga e allo yoga del sogno potete riconoscere il vostro corpo sottile. Allora comprendete che la pratica più importante si svolge a livello del corpo sottile. La visualizzazione apre l’accesso al corpo sottile. Ogni volta che praticate la visualizzazione, lo attivate ed entrate nella dimensione astrale.

Alla motivazione e al livello di consapevolezza è collegato il corpo sottile. La pratica porta frutti e dà risultati quando siete capaci di attivare il vostro corpo sottile; allora la pratica cessa di essere formale.

Molte persone iniziano la sadhana con un’espressione esteriore, per esempio con riti, rituali, culto esteriore e simili. Ma questa è la pratica delle azioni pie per i laici (karma-kanda). La vera pratica inizia davvero a livello del corpo sottile, quando lavorate con la motivazione, la consapevolezza, la visualizzazione, la jnana-yoga e la presenza contemplativa.

È molto importante saper attivare nella sadhana l’energia del corpo sottile e attivare la propria immaginazione. Se sapete farlo, praticherete sempre in modo favorevole. Per esempio, se praticate la kundalini-yoga, ma non avete motivazione e non vedete le vostre prospettive nella kundalini-yoga, mentre la mente crea una certa intenzione pensando: «Seguirò il programma, praticherò questo metodo», e semplicemente eseguite il metodo, l’energia non si risveglia in alcun modo. Perché il corpo sottile non è coinvolto. Ma se pensate alla kundalini, ascoltate l’esperienza dei praticanti, la sognate, immaginate come l’energia si risveglia e portate questo respiro della kundalini-shakti nel metodo, nella kumbhaka e nello yoga chandali, tutte le esperienze cominciano a manifestarsi. Coloro che non sanno coinvolgere l’immaginazione, il principio del corpo sottile e il sankalpa interiore del corpo sottile ottengono i risultati con grande difficoltà, persino dopo molti anni di pratica. Al contrario, chi è capace di farlo ottiene buone esperienze con il minimo sforzo.

In altre parole, nella sadhana dovete assomigliare ai cacciatori primitivi che, prima di uccidere un cervo, lo disegnano e gli scagliano contro delle lance, compiendo un’azione magica. Quando hanno scagliato le lance contro il cervo e lo hanno colpito, ciò significa che il rituale magico è stato compiuto e che ora la caccia avrà successo. Sul piano astrale l’operazione magica è già stata compiuta; resta soltanto da trovare il cervo e concludere la caccia.

Sul piano sottile del corpo astrale dovete già trovarvi nello stato del risultato compiuto. Lo stato del riconoscimento di sé nella logica del parasat-tarka significa che fate tutto prima sul piano sottile e che, sul piano sottile, tutto è già come se fosse compiuto. Poi adattate il piano fisico a ciò che è stato realizzato sul piano sottile. Al contrario, se nella sadhana o nel servizio vi sforzate sul piano fisico, ma la vostra motivazione non ha svolto il lavoro interiore e non avete attivato l’intenzione e l’immaginazione, incontrerete grandi ostacoli o difficoltà, pur esercitando la vostra volontà.

Prima il risultato viene creato nel corpo sottile, poi la realtà fisica si adegua ad esso.

Quanto più alto è il livello spirituale di una persona, tanto più essa può attivare il proprio corpo sottile nel compiere qualsiasi cosa. La capacità di attivare il corpo sottile è determinata dal livello della medha-shakti, dalla capacità del chakra sahasrara di irradiare prana sottile, energia. Colui che è in grado di farlo, non appena si concentra su qualcosa, genera immagini potenti nel mondo astrale. Queste immagini lo circondano direttamente e, se egli le impregna di intenzione, è come se dalla sommità del capo fuoriuscissero divinità o duplicati illusori, nei quali egli deposita le proprie intenzioni. Per esempio, dice: «Andate e fate ciò di cui ho bisogno». Questi duplicati illusori, prima ancora del suo corpo fisico, già volano e compiono il loro lavoro, attirano a sé le situazioni, penetrano nelle menti delle altre persone, attirano determinate energie, e la situazione, a livello del corpo sottile, è come se fosse già realizzata. Poi la persona si reca da qualche parte e tutto le riesce facilmente, come se fosse unto d’olio; si dice: «Una persona fortunata». Perché la sua medha-shakti ha inviato i corpi illusori-duplicati; questi corpi illusori nel mondo sottile hanno già svolto il lavoro necessario, hanno trasmesso i pensieri alle persone giuste. Queste persone giuste si sono incontrate con lui come per caso e, come per caso, gli hanno offerto esattamente ciò che desiderava. Hanno creato le circostanze necessarie. La persona procede e si trova davanti a come questo tunnel della realtà si incarna nella vita. Questa è la forza dell’intenzione, o medha-shakti.

La consapevolezza della coscienza pura

«Io non sono neppure il senso del gusto, che si trova nella lingua mutevole e inquieta, impegnata soltanto a gustare. Io non sono la vista, che è anch’essa fugace e costituisce una comprensione distorta di colui che vede. Io non sono neppure l’olfatto, che è una creazione immaginaria del naso.

Pertanto, non possiedo queste qualità immaginarie. Non ho alcuna relazione con l’attività degli organi di senso».

Per entrare nel corpo sottile, bisogna trascendere la percezione visibile. Esistono oggetti esterni visibili, esiste il processo della vista (la coscienza visiva) ed esiste colui che vede. Esistono suoni esterni udibili, esiste il processo dell’udito ed esiste colui che ascolta (colui che ascolta).

Quando entriamo nel corpo sottile, per noi è importante il processo stesso della vista e dell’ascolto, che ha la propria base non nel corpo fisico, ma in quello sottile. Quando pratichiamo lo jnana-yoga, per noi è importante il testimone-osservatore stesso, colui che ascolta e vede.

Dietro la percezione esterna si rivelano il processo sottile e il testimone silenzioso.

«Io sono pura coscienza, beatitudine inconcepibile».

Prahlada continuava a riflettere:

«Io sono la realtà che riempie ogni cosa, priva di oggettività e quindi priva di concetti e concezioni. Io sono pura Coscienza».

Sentirsi come una realtà che pervade ogni cosa, priva di concetti e di oggetti esterni, significa entrare costantemente nel corpo sottile, isolando nel corpo sottile una coscienza ancora più sottile. Questa coscienza non appartiene al corpo sottile, ma a quello causale. Quando, grazie alla contemplazione, impariamo a isolare questa coscienza sottile, si attiva la jnana-deha. Tutta la nostra pratica spirituale si svolge sotto il segno dei tre corpi: il corpo della saggezza, il corpo delle vibrazioni (il corpo illusorio) e il corpo manifesto, che ora è quello fisico.

Praticare, aspirare al Frutto, significa muoversi nella direzione di questi tre corpi. Il corpo della saggezza significa isolare nel proprio corpo sottile lo spazio vuoto della consapevolezza pura. La pranava (il corpo illusorio) significa formare o riconoscere nel corpo astrale la manifestazione pura di questo vuoto sotto forma di ricchezza di forme. Il corpo sottile si manifesta sempre come fioritura, varietà, molteplicità di possibilità, ricchezza. Tutti i disegni dei santi e delle divinità che vedete sono pranava-deha. Questa realizzazione è per noi molto importante, ha un valore e un significato fondamentali. Tutto questo è pranava-deha. Se raffigurassimo le divinità e i santi nello stile della jnana-deha, li rappresenteremmo in modo diverso: senza ornamenti, quasi completamente nudi, nel vuoto, senza sfumature arcobaleno; si troverebbero semplicemente nello spazio puro, senza alcun ornamento, con il solo corpo. Minimalismo, estrema semplicità: è così che solitamente viene raffigurata la jnana-deha.

Ma quando si parla di pranava-deha, qui non c’è alcun minimalismo. Ornamenti, rosari, vesti variopinte — tutto questo svolge un ruolo e fiorisce rigogliosamente; tutto questo è il principio del corpo illusorio del mondo astrale (pranava-deha). Se invece raffigurassimo i santi nello stile di shuddha-deha o siddha-deha, li raffigureremmo come esseri umani: intorno a loro non ci sarebbero motivi variopinti né ornamenti, indosserebbero abiti semplici e ci sarebbero alberi, case, qualcosa di umano; questa sarebbe la forma della loro manifestazione santa. Avrebbero tratti puri e raffinati, ma umani: non vedreste nulla di fantastico.

Questi tre stili iconografici corrispondono a tre modi di vedere i corpi. Noi raffiguriamo proprio i corpi illusori dei santi nello stile iconografico del pranava-deha, perché questa dimensione è per noi molto importante, almeno a questo livello.

Lo sfondo di tutte le divinità, come vedete, è simile: è più o meno blu o azzurro. Esso incarna il principio dello spazio. Il principio dello spazio è la pura consapevolezza del jnana-deha. È come l’essenza vuota e non manifestata di qualsiasi divinità o santo. Ed ecco che da questa essenza vuota e non manifestata, come un pesce che salta fuori dall’acqua, appare il loro corpo illusorio, cioè nasce il pranava. Il pranava-deha illusorio possiede sempre una ricchezza di forme, una molteplicità, iridescenze continue, e può espandersi ampiamente. Questa è la sua manifestazione.

Dal puro spazio della consapevolezza nasce il variegato corpo illusorio del pranava-deha.

Il siddha-deha, invece, ha sempre una manifestazione concreta, materiale e densa. Cioè, anche se a livello fisico il santo possiede un corpo, ha un solo corpo e due braccia, come al solito. Non ha sei braccia né molti corpi.

Per esempio, applicate agli oggetti ordinari, le tre dimensioni si possono trovare in qualsiasi oggetto. Diciamo che questo microfono è uno solo: intorno a esso non ci sono fioriture, motivi variopinti, né vedo altri microfoni illusori. Posso toccarlo, è denso, univoco, è un microfono concreto. Se dico: «Questo microfono», è chiaro a tutti che si tratta di questo microfono. Ma se consideriamo il microfono nella dimensione del pranava-deha, il modo migliore per farsene un’idea è guardare il microfono attraverso un cristallo. Se si guarda il microfono attraverso un cristallo sfaccettato, questo microfono può apparire sotto forma di una moltitudine di microfoni illusori e iridescenti: saranno tanti. Spesso i maestri conferiscono agli allievi l’iniziazione al corpo illusorio proprio dando loro un cristallo attraverso il quale guardare la divinità. Quando guardano la divinità, appare una moltitudine di divinità disposte in cerchio. Questo è il principio del corpo illusorio. Oppure il Guru si veste elegantemente, si siede sul trono e tutti gli allievi lo guardano attraverso il cristallo. Il Guru dice: «Avete capito? Questi sono i miei corpi illusori, sono io, per così dire, nella dimensione del pranava-deha». In questa dimensione si tratta dello shuddha-deha, mentre il pranava-deha è un’altra dimensione.

Le tre dimensioni del microfono

Il microfono in sé è vuoto; la sua vacuità significa che è generato dal puro spazio della consapevolezza: questo è il jnana-deha. In tal modo, il microfono contiene tre dimensioni. La dimensione del pranava-deha è inoltre legata al pensiero e alla parola, cioè a livello del pensiero e della parola possiamo concepire il microfono non in modo univoco. Per esempio, oltre al microfono fisico grossolano, esistono la parola «microfono», il pensiero «microfono» e il microfono come principio. Tutto questo costituisce i concetti sottili e mentali, che sono la forma del pranava-deha del microfono. Questo microfono grossolano, concreto e fisico, invece, è il suo aspetto manifestato.

La realizzazione dei tre corpi nella sadhana

La nostra sadhana, quando ci muoviamo verso il Frutto, è sempre legata alla realizzazione di questi tre corpi: il corpo della saggezza, il corpo illusorio e il corpo manifestato. Sul cammino dei tantra inferiori, questi corpi vengono realizzati come risultato dello sforzo. Essi sono il Frutto. Ma sul cammino dell’Anuttara-tantra si dice spesso che il Frutto, il Cammino e la Base sono la stessa cosa. Dal punto di vista del cammino del Sahajyā, il conseguimento dei tre corpi avviene come auto-riconoscimento, cioè riconosciamo già questi tre corpi nel flusso della nostra mente. Per esempio, ammettiamo che il corpo illusorio di Dattatreya, con la pienezza di tutte le qualità perfette, esista già proprio ora nel flusso della nostra coscienza.

Differenza tra gli approcci: ascetismo e fioritura

Di solito, coloro che praticano la sadhana del jñāna-deha sono sempre molto austeri esteriormente. Per esempio, lo stile zen, il raja-yoga: solo il vuoto e basta. Esteriormente questo non si manifesta in alcun modo; anche nella mente tutto è molto rigoroso, austero: ci sono il vuoto e il minimalismo. Questo è, per esempio, lo stile del sūtra, dello zen, dell’hīnayāna, del mahāyāna. Il Tantra è orientato non solo al conseguimento del vuoto, ma anche al conseguimento del corpo illusorio (corpo astrale). Perciò vi sono sempre molta fioritura, diverse manifestazioni divine, qualità divine e così via. Questo è il principio del Tantra.

Per esempio, quando meditavo sul vuoto, abitavo in un luogo molto austero, osservavo il mauna, non comunicavo con nessuno per anni, possedevo solo una borsa con tutti i miei averi e avevo pochissimi contatti, pochissime informazioni, nessuna ostentazione: solo il vuoto e basta. Cibo, padmāsana, vuoto e mala: questo era tutto ciò che mi circondava. Questo è il minimalismo, il principio del jñāna-deha.

Il vuoto austero del jñāna-deha si schiude nella fioritura del corpo illusorio tantrico.

Ma ora nel Monastero poniamo l’accento sui tre corpi, compreso il corpo illusorio. Questo è il principio della manifestazione della ricchezza delle forme, della varietà, della fioritura e del gioco. Il jñāna-deha esiste, ma vi sono anche la manifestazione del corpo astrale e il siddha-deha, la dimensione manifesta. Queste tre dimensioni si manifestano ovunque: nella sadhana, nei disegni, nella vita esteriore. Il nostro compito è, grazie allo stato naturale, unirlo alle tre dimensioni, purificarle e ripurificarle fino in fondo, finché queste tre dimensioni non si trasformino completamente, non si purifichino e non diventino i tre corpi illuminati, le nostre tre energie originarie.

Advaita
Corpo illusorio
Atma-vichara
Orgoglio divino
Vishnu
Tre corpi illuminati
Prahlada
Guna
Yoga Vasistha
Manasika-puja
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