La giusta motivazione nell’ascolto dell’Insegnamento
Prima di ascoltare l’Insegnamento, occorre innanzitutto sviluppare la giusta motivazione. Sviluppare la giusta motivazione rappresenta l’80%; tutto il resto è il venti per cento. Se si è sviluppata la giusta motivazione, al Maestro basta pronunciare una sola lettera, «A», e ne trarrete beneficio come se avesse tenuto una lezione per sei ore di seguito. Ma se manca la giusta motivazione, il Maestro può esporre le verità più grandiose, più profonde e più incredibili, ma tutto ciò sarà inutile. Se c’è un bicchiere d’acqua e lo si versa in bocca, ci si disseta. Se c’è un secchio di nettare, ma lo si versa fuori dalla bocca, tutto è inutile. La motivazione significa portare l’acqua esattamente alla bocca, significa predisporsi proprio in questo modo, ma spesso accade tutt’altro.
Tengo lezioni dal 1995, da quattordici anni; migliaia di persone le hanno ascoltate, ma non tutti riescono a «portarle alla bocca», affinché le parole penetrino nel cuore, eliminino l’ignoranza e risveglino. All’inizio, il mio «io» di Maestro, di sadhu, si ribellava, si tormentava e non trovava pace per questo. Pensavo che forse non fossi capace di trasmettere, o forse che i discepoli non ascoltassero nel modo giusto. Per questo si ribellava davvero con forza, ma poi semplicemente si rassegnò, poiché ognuno ha la propria misura di responsabilità, e io compresi che non dovevo e non potevo assumermi la responsabilità degli altri. Mi assumo la responsabilità di me stesso come Maestro nella misura in cui posso, ma non posso assumermi la responsabilità di un’altra persona. Neppure Brahma stesso può assumerla, poiché concede la libertà di volontà. E chi sono io per assumermi la responsabilità di un altro?
Sri Ramana Maharshi diceva: «Le persone vengono, fanno domande e io racconto della mia realizzazione; non mi considero un Guru. Chi vuole, ascolta». È molto saggio, è proprio così: il Maestro non può assumersi la responsabilità del discepolo. Può assumersi la responsabilità delle proprie lezioni, di se stesso, di arrivare puntualmente alla lezione. Ma non può assumersi la responsabilità dell’attenzione del discepolo, della sua motivazione, della sua intenzione. Né il Buddha né Dattatreya possono farlo, perché è stata concessa la libertà di volontà, la libertà di scelta, è stato dato il diritto di scegliere: è una responsabilità personale, e qui ognuno deve comprenderlo.

Quando lo compresi, il mio «io» smise di indignarsi e di ribellarsi. Pensai: «Ognuno deve farlo da sé; non posso costringere una persona a illuminarsi, ad assumersi la responsabilità, a formare la motivazione: questo è lavoro spirituale. Tutto ciò che posso fare è trasmettere il Dharma, richiamare l’attenzione su questo, indicare la direzione». In altre parole, il processo di trasmissione del Dharma non è una partita a una sola porta, ma una partita a due porte, nella quale Maestro e discepolo partecipano insieme: uno trasmette, l’altro ascolta, si assume la responsabilità e crea la motivazione. Perciò, quando ascoltate, questo è il vostro lavoro e la vostra pratica.
Allora pensai: «E se per una persona fosse un bene essere nell’errore, se ne avesse bisogno? Perché ostacolare ciò che dona maturità, ciò che offre la possibilità di vivere l’esperienza del samsara, l’esperienza del karma, di soffrire — anche questo è necessario — poiché fa parte dell’apprendimento. Se un padre studia le lezioni al posto del figlio, questo non sarà apprendimento, non sarà un aiuto».
A volte i discepoli mi dicono: «Bisogna dirlo a questa persona, perché è così e così». Io penso: «Ma perché? È il suo Sé Superiore interiore che deve darle l’impulso affinché lo comprenda da sé; tutto ciò che dico, lo sto già dicendo».
La legge di non interferenza e l’armonia cosmica
L’interferenza dei deva nella libertà di volontà dell’uomo è sempre un problema. Gli dèi potrebbero discendere, estrarre l’anima dal corpo, purificarla, illuminarla e conferirle qualche siddhi. Ma non hanno fretta di farlo in risposta alle nostre preghiere e invocazioni, perché seguono la stessa tattica. Concedono benedizioni e siddhi e aiutano, ma non direttamente, senza interferire. Esiste una legge non di interferenza, bensì di guida sottile. È una legge molto saggia, che esprime lo stato cosmico di Rita (l’armonia cosmica). Questa legge indica che cresciamo gradualmente, assumendoci personalmente la responsabilità del nostro risveglio e sviluppando a poco a poco la motivazione.
Se decidessi di assumermi la responsabilità del vostro risveglio, agirei diversamente. Ma poiché non posso farlo e soltanto voi potete assumervi la responsabilità del vostro risveglio, tutto dipende sempre da voi. Questa è la motivazione, la giusta motivazione. Quando avete sviluppato una simile giusta motivazione, è proprio allora che il sutra e le parole del Maestro colpiscono nel segno e portano a compimento questo lavoro.
La qualità della mangusta: l’antidoto della bontà
«Venerabile Nagasena, hai detto che si dovrebbe adottare una qualità della mangusta. Qual è questa qualità?»
«È noto, o sovrano, che quando una mangusta vuole avvicinarsi a un serpente, impregna tutto il proprio corpo di antidoto, quindi si accosta al serpente e lo afferra. Allo stesso modo, o sovrano, anche lo yogi che pratica lo yoga, quando si reca tra persone mondane piene d’ira e di astio, sopraffatte da litigi, discordie, alterchi e ostinazione, deve ungere la propria mente con l’antidoto della benevolenza. Questa è la qualità, o sovrano, che si deve apprendere dalla mangusta».

La prima cosa che sviluppiamo sono i Quattro Incommensurabili, l’antidoto della benevolenza. Finché non avremo sviluppato questo antidoto della benevolenza, non saremo al riparo da cadute ed errori. Dentro di noi esiste questa bontà profonda. La suprema incarnazione della bontà è il Brahman stesso, ma questa bontà profonda è spesso celata dalle rappresentazioni mentali, dai klesha. L’antidoto della benevolenza significa che ci sintonizziamo costantemente con questa bontà profonda. Questa bontà profonda deve bruciare i klesha, bruciare la mente illusa. Uno yogi, per definizione, non può essere malvagio o malevolo: è inconcepibile; se lo è, allora non è uno yogi, si trova su un cammino demoniaco, è semplicemente una persona la cui coscienza è stata soggiogata da Mara. Perché l’Atman è bontà, la bontà più grande e più profonda.
Questa bontà non significa che dobbiate sempre e soltanto sorridere; ciò è auspicabile, ma non si tratta di bontà esteriore. La bontà interiore è molto più profonda e significa che siete sinceramente colmi di bontà verso una persona, verso qualsiasi essere, e desiderate che sviluppi le proprie qualità, sviluppi la propria natura e diventi una divinità. Siete sinceramente dalla sua parte.
Nel mondo umano, le persone sono spesso in lotta e in conflitto tra loro. Ma scoprire e coltivare dentro di sé questa bontà significa essere per gli altri, essere dalla parte di ciascuno; non avete nemici, non c’è proprio nessuno a cui dobbiate opporvi. Se nelle vostre relazioni sorge un conflitto, potete dire: «Sono dalla tua parte», e immediatamente, fin dall’inizio, l’intero conflitto può essere esaurito. Finché non coltiviamo questa bontà dentro di noi, le pratiche tecniche sono inutili e possono soltanto allontanarci dal vero cammino spirituale. Coltivare una simile bontà è un lavoro scrupoloso, nel quale ogni giorno riorientiamo poco a poco la nostra mente nella giusta direzione.
«Vi è infatti, o sovrano, un detto del thera Shariputra, il Comandante del Dharma: “Perciò, verso i propri e gli estranei, nutrite benevolenza per tutti, permeate il mondo intero di benevolenza: questo è il precetto del Beato”».
La benevolenza significa il desiderio sincero di aiutare gli altri. Quando nasce in voi un simile desiderio sincero, entrate davvero nel cammino spirituale della non dualità. Finché tale desiderio non esiste, siete fortemente separati dal mondo e vi è una forte dualità. Questo stato è chiamato karuna o bhritya-chara e deve essere coltivato costantemente; il suo analogo è la bodhicitta buddhista. È un’opera che dura tutta la vita, non qualcosa per cui dobbiate praticare per tre giorni, tre sessioni al giorno, e poi pensare: «È tutto finito, posso passare ad altro». In realtà, è necessario coltivarlo dentro di sé costantemente.

Il desiderio di aiutare gli altri sembrerebbe non contenere nulla di mistico, nessuna esperienza trascendente, eppure ci cambia radicalmente al livello più essenziale, semantico e valoriale. È il cammino verso la realizzazione della non dualità, quando non fate distinzione tra voi stessi e gli altri.
Ora, quando siamo fortemente attanagliati dal nostro senso dell’egoismo (ahamkara), dalla nostra importanza personale, a volte ce ne dimentichiamo. Dobbiamo ricordarcelo ancora e ancora, affinché si manifesti sinceramente. Di solito una persona soffre perché desidera aiutare se stessa. Proprio questa disposizione a voler aiutare se stessi è la fonte della sua sofferenza. Quanto più desidera la felicità per sé e vuole aiutare se stessa, tanto più si chiude nel bozzolo del proprio piccolo «io» e tanto più si separa dall’Universo, dall’Assoluto. Questa alienazione raggiunge il suo apogeo nei mondi inferiori: Patala, Rasatala, Mahatala. Al contrario, quanto più coltivate dentro di voi il desiderio di aiutare gli altri, tanto più la vostra mente si spalanca e tanto più vi avvicinate alla realizzazione. Se tale desiderio non c’è, allora il servizio è un punto interrogativo e manca una corretta percezione del servizio. Allora è l’ego (ahamkara) a farla da padrone, e quando l’ahamkara la fa da padrone, sorgono sempre una visione karmica impura, l’illusione e il samsara. Non è facile domarlo; coloro che ci riescono diventano grandi santi, grandi sadhu.
Le qualità del vecchio sciacallo: mancanza di pretese e appagamento
«Venerabile Nagasena, hai detto che si devono apprendere due qualità dal vecchio sciacallo. Quali sono queste due qualità?»
«In primo luogo, sire, il vecchio sciacallo non disdegna alcun cibo e mangia a sazietà. Allo stesso modo, sire, lo yogi che pratica lo yoga non dovrebbe disdegnare alcun cibo e dovrebbe mangiare quanto basta per mantenere il corpo forte. Questa è la prima qualità, sire, che si dovrebbe apprendere dal vecchio sciacallo. Vi è infatti, sire, un detto del thera Mahā Kātyāyana: «Una mattina mi recai al villaggio per l’elemosina, vidi un lebbroso, lo salutai e mi avvicinai; proprio in quel momento stava mangiando. Ed ecco che con la mano piagata mi mise nella ciotola una manciata di cibo; un dito marcito si staccò e cadde anch’esso lì, nella ciotola. Sedutomi da qualche parte presso una recinzione, mangiai la sua manciata di pappa, continuai a mangiare e la consumai tutta senza disgusto».

La pratica spirituale, l’apprendimento, quando ci rechiamo dal Maestro, naturalmente, sono ben diversi da un viaggio turistico in un albergo a cinque stelle. La differenza consiste nel fatto che non assecondiamo i nostri desideri, ma, al contrario, li controlliamo; non assecondiamo l’ego, ma, al contrario, cerchiamo di domarlo e abbandonarlo. Fin dall’inizio l’approccio al Dharma è diverso: attraverso il Dharma dobbiamo cambiare, dobbiamo sviluppare qualcosa in noi stessi e abbandonare qualcos’altro per il nostro stesso bene. Questa è sadhana, questo è lavoro spirituale, e nella vita spirituale, nella pratica spirituale, non può esserci un atteggiamento consumistico; se esso è presente, anche solo in minima misura, la pratica spirituale semplicemente non funziona. La pratica spirituale funziona proprio quando attraverso di essa cambiamo, quando percepiamo ogni cosa come darshan, come risveglio, come qualcosa che opera a favore della nostra realizzazione; allora ciò avviene nella visione pura.
In Occidente, purtroppo, le persone non hanno ancora acquisito una cultura di avvicinamento al Dharma. L’avvicinamento al Dharma viene spesso considerato come una determinata forma di consumismo spirituale, e questo naturalmente scoraggia molti Maestri. Poiché l’intera società occidentale è una società profondamente consumistica, il consumatore ne è un’unità sociale e grandi istituzioni ideologiche operano in questa direzione, si forma di conseguenza una certa immagine dell’interazione con le energie materiali, che spesso viene trasferita al Dharma; ma questo è un grave errore, poiché in tal caso il Dharma semplicemente non funziona.
Quando ci rapportiamo correttamente al Dharma, comprendiamo che ci sono il Dharma e noi, il Guru e il discepolo; uno di noi due deve cambiare, e voi stessi comprendete chi. Questo è il vero atteggiamento verso il Dharma, non quello consumistico. Se invece non lo comprendiamo, per noi non si pone il problema del cambiamento: vogliamo rimanere come prima e ricevere il Dharma. Ma questo è impossibile, perché il Dharma è cambiamento, trasformazione. È una sfida per noi, è una sfida!
La corretta percezione del Dharma consiste nell’accettare questa sfida e, attraverso di essa, crescere e lavorare. Ma se non siamo disposti ad accettarla, il nostro ego talvolta può dire: «Qui non c’è nulla che io possa consumare, non ne ricavo alcun piacere».
Che cosa può consumare l’ego? Comodità, cibo gustoso, i sorrisi dei compagni, l’appagamento di un atteggiamento egoistico, storie interessanti, tecniche allettanti, ritiri, paesaggi meravigliosi. L’ego può trasformare tutto questo in un oggetto di consumo, se ci rapportiamo in modo scorretto al Dharma. Tuttavia, per il nostro stesso bene, dobbiamo rinunciare all’approccio consumistico. Allora cominceremo davvero a crescere, come i santi dell’antichità, come crebbe Milarepa. Perché il Dharma non è un processo di acquisizione: questo è ciò che bisogna comprendere. Che cos’è il Dharma? È un processo di perdita. Ma perdita di che cosa? Dell’egoismo, dell’attaccamento, della dipendenza; è l’eliminazione del superfluo. All’inizio sembra che il Dharma sia un processo di acquisizione: impariamo molte cose nuove, riceviamo molte tecniche, acquisiamo diverse qualità, sviluppiamo molte qualità. Ma, alla fine, giungiamo alla necessità di eliminare il superfluo. Dopo esserci preparati sviluppando delle qualità, il processo principale resta comunque quello di eliminare il superfluo. Non è un processo di acquisizione e di consumo, ma un processo di dedizione di sé. La perdita non è qualcosa di terribile né di cattivo. Non significa che dobbiate perdere qualcosa di materiale, se siete laici. Parlo della perdita della dipendenza dal proprio ego. Il Dharma è un processo di donazione, di dedizione di sé. Soltanto attraverso la dedizione di sé avviene la trascendenza. La trascendenza non può avvenire finché persistono gli attaccamenti.

Santosha: l’appagamento per ciò che si ha
«Inoltre, sire, il vecchio sciacallo non fa distinzione tra il cibo che gli è capitato: grossolano o raffinato. Allo stesso modo, sire, lo yogi che pratica lo yoga non dovrebbe distinguere se il cibo ricevuto sia grossolano o raffinato, gustoso o poco gustoso, e dovrebbe accontentarsi di ciò che ha».
Santosha — serenità, appagamento per ciò che si ha — è una qualità del discepolo dello yoga. Anche se qualcosa non va, dovete imparare a essere appagati. L'appagamento per ciò che si ha è indice di molte cose: è una qualità del vero Maestro. I quattro segni del dominio della mente sono i seguenti: qualunque cibo mangiate, siete felici; qualunque abito indossiate, siete felici; ovunque vi troviate, siete felici; qualunque sia la vostra condizione, situazione o posizione sociale, siete felici.

Un tempo, proprio durante le lezioni, proponevo a chi mi ascoltava di metterlo concretamente in pratica e dicevo: ora, chi ha abiti maschili li scambi con chi ha abiti femminili, e proveremo a vedere se sia possibile farlo oppure no. Alcuni ci provavano, altri non riuscivano a farlo. Questa qualità va coltivata concretamente, davvero. Se aspiriamo alla trasformazione, dobbiamo essere pronti a questo ogni giorno e in ogni istante; altrimenti, perché definirci ricercatori?
La vera santosha è l'appagamento proprio dei grandi santi, poiché un santo è colui che oggi può andare nudo e vivere nella giungla, mentre domani può essere immerso nel lusso e sedere sull'oro; oggi può mangiare cibi raffinati e domani cibi disgustosi. Ma ciò non lo turba, poiché ha conseguito il samyoga, l'equilibrio della mente. Questo appagamento interiore scaturisce unicamente dall'immersione nell'Atman e da nient'altro.
Quando ascoltiamo il Dharma, dobbiamo cercare di conseguire questo appagamento, questa soddisfazione: essere lieti non perché accade qualcosa all'esterno, ma unicamente grazie al dimorare nella natura naturale della Mente.
È molto facile verificare la realizzazione. Per esempio, qualcuno dice: «Io sono un grande yogin, mentre tu non lo sei poi tanto». Bene, facciamo una gara, una sorta di duello: questo si può verificare. Da domani ci ritiriamo in ritiro, osserviamo il mauna, lasciamo tutto e abbandoniamo ogni cosa. Chi riuscirà a rimanere seduto e appagato per un anno è uno yogi; chi ne uscirà dopo due settimane non lo è. Chi riuscirà a rimanere seduto e appagato per tre anni è uno yogi; chi non ci riuscirà, no. Perché una persona veramente appagata è pronta a lasciare tutto in qualsiasi momento, non è attaccata a nulla e si limita a giocare per il bene degli altri.
Un re invitò uno yogi a soggiornare nel suo palazzo, e lo yogi si sentiva molto a suo agio nel palazzo. Vi rimase per un mese e nel re cominciarono a insinuarsi dei dubbi. Cominciò a pensare: «Io almeno mi occupo degli affari di Stato, mentre lo yogi siede su cuscini d'oro, mangia da stoviglie d'oro, assiste alle danze delle danzatrici e si sente molto felice. Probabilmente è un individuo astuto e perfido che in qualche modo mi ha suggestionato, mi ha sedotto e si limita ad approfittare dei beni che gli metto a disposizione, mentre in realtà è una persona comune». Accade sempre così: quando un santo si trova accanto a persone che vivono nell'ignoranza, prima o poi le loro menti cominciano a vacillare. Allora lo yogi disse: «Andiamo a fare una passeggiata». Cominciarono a camminare e si allontanarono moltissimo; a un certo punto il re disse: «Non sono pronto ad andare oltre». Lo yogi rispose: «Io invece sono pronto. Vedi dove finiscono i tuoi confini, mentre io non ne ho. Perciò non devi pensare che non vi sia differenza tra te e me: questa differenza consiste nell'assenza di attaccamento».

Santosha come fondamento della pratica spirituale
Quando possedete la vera santosha, l'appagamento, non avete alcun confine, perché non avete attaccamenti. Cerchiamo di tendere costantemente verso questo stato. Non appena si manifesta l'insoddisfazione, non bisogna cercarne la causa all'esterno: è inutile. In realtà, la situazione è tale che la mente cerca soltanto un pretesto per spiegarvi l'insoddisfazione interiore. Ma l'insoddisfazione interiore in sé è uno stato dell'anima, non è qualcosa che dipende dall'esterno: è un processo di rottura del samyoga, una disarmonia.
Santosha (appagamento) significa che vi è samyoga: l'equilibrio della mente, dei prana, della consapevolezza, dell'Atman e della presenza. Quando questo equilibrio viene meno, allora scompare anche l'appagamento (santosha). La mente allora pensa: «Ma perché è scomparso? Probabilmente a causa di quella persona: tossisce così forte, è colpa sua». E comincia a proiettare su di lei questa insoddisfazione. Poi può dire: «Avrei meditato così bene durante il ritiro, ma accanto a me una persona ha tossito per tutto il ritiro, perciò sono stato sulle spine e il ritiro non è andato bene». No, è sbagliato: se il samyoga è presente interiormente, tutto questo non ha importanza. Il vostro appagamento interiore sommergerà l'intera situazione e non cercherete la causa all'esterno.
Brahma-vichara come via verso l'appagamento
Per realizzare il samyoga e l’appagamento interiore, bisogna dirigere costantemente la propria mente verso la vichara (indagine). Questa vichara non deve essere una semplice indagine sui kosha o sul pensiero. Deve essere autentica Brahma-vichara, indagine sull’Assoluto, sul Brahman. Soltanto l’autentica Brahma-vichara può donare santosha, samyoga e appagamento. Allora dimorate davvero in una profonda soddisfazione e non sperimentate alcun problema, in nessun luogo, in nessun momento, con qualunque abito, in qualunque condizione, svolgendo qualunque servizio e accettando qualunque cibo. Nessun problema: siete sempre felici. Il conseguimento di un tale stato di felicità è il primo segno della stabilità della vostra contemplazione.

«Vi è infatti, o sovrano, un detto del thera Upasena, figlio dei bengalesi: “Accontentati di cibo semplice, non cercare di trarre piacere dal mangiare. Chi asseconda il proprio ventre non è capace di contemplazione. Chi si accontenta di poco è perfetto nella vita monastica”».
Vi dirò che, prima di cominciare a insegnare, vivevo su una coperta in una stanza vuota e dormivo sul pavimento. Avevo una sola borsa; anche adesso, del resto, non possiedo molte cose. Avevo intenzione di vivere così per tutta la vita e di osservare il mauna. Non è stato possibile, perché il Guru disse che anche questa era una forma di attaccamento. Era il mio ardente desiderio. Non avevo altri progetti: il processo di insegnamento agli altri e i vari piani sono una forma di abbandono del mio ego yogico sottile, quando non fai ciò che ti piace, ma ciò che è necessario, per senso del dovere. Tuttavia, poiché questo senso di appagamento era stato scoperto, sviluppato e realizzato, non mi abbandona né in quelle situazioni né in altre.
Adattamento del dharma alle condizioni sociali
Nel monastero non sono incline a mettere alla prova i discepoli con una vita ascetica, e vi sono molte ragioni. Una di esse è la società. Viviamo in condizioni diverse, in un altro Paese; la nostra non è la religione maggioritaria e noi non siamo la nazione maggioritaria. Dobbiamo mostrare alla gente un determinato volto sociale. Perciò dovete essere pronti a situazioni in cui il vostro appagamento viene messo alla prova tra cibi raffinati, condizioni confortevoli e cose belle. Il vostro karma è tale che dovete allenare il vostro appagamento in simili condizioni. Ma quando vi trovate in condizioni diverse, dovete essere pronti ad accettare anche condizioni difficili.
Questo accade perché siamo costretti a mostrare un determinato volto sociale. Se avessimo sadhu nudi come in India, gli abitanti del luogo non lo capirebbero e dovremmo dare spiegazioni alle autorità e ad altre persone, ma non lo vogliamo. Poiché le persone comprendono il linguaggio della prosperità e del successo, abbiamo adottato tale linguaggio. Non vi è alcun problema nell’adottare un linguaggio oppure un altro. Tuttavia, la questione del santosha e dell’appagamento rimane. Se in India sfilasse un Ordine di sadhu nudi, sarebbe normale: sarebbero accolti e venerati. Anche se fumassero ganja, sarebbe considerato normale. Ma immagino cosa accadrebbe se da noi ci fosse una folla di sadhu nudi che fumano qualcosa... Il Dharma deve corrispondere alle condizioni locali, agli usi e alle tradizioni comunemente accettati, senza turbarli inutilmente. Non abbiamo bisogno di scandalizzare le persone che ci circondano; dobbiamo agire con umiltà e cautela.
Le qualità del cervo nella pratica spirituale
«Venerabile Nagasena, hai detto che si devono adottare tre qualità del cervo. Quali sono queste tre qualità?» «In primo luogo, o sovrano, di giorno il cervo vaga nella foresta e di notte rimane sotto il cielo aperto. Allo stesso modo, o sovrano, anche lo yogi che pratica lo yoga dovrebbe stare di giorno nella foresta e di notte sotto il cielo aperto. Questa, o sovrano, è la prima qualità da adottare dal cervo».
Una volta il monaco Shariputra meditava sotto un albero e, in quel momento, gli si avvicinarono due potenti yaksha (semidei). Uno di loro disse: «Lascia che lo colpisca sulla testa per metterlo alla prova». L’altro disse: «Se lo colpisci, abbandonerà il corpo. È soltanto un uomo, mentre noi siamo semidei». Quando gli si avvicinò e colpì il monaco, questi continuò a rimanere seduto in meditazione. Gli yaksha si meravigliarono e scomparvero. Poi gli si avvicinò un altro monaco, che aveva visto i due yaksha stargli davanti e uno di loro colpirlo. Il monaco domandò: «Non hai visto né sentito nulla?» Egli rispose: «No, mi ha fatto solo un po’ male la testa, tutto qui». Questo grande monaco era irraggiungibile persino per i potenti semidei e i loro colpi. Tale è la forza del samyoga.

Il samyoga come fondamento della vita contemplativa
Quando coltivate un’autentica soddisfazione, essa si trasforma in samyoga. Il samyoga si trasforma in un unico «sapore». La vita dello yogi contemplativo deve diventare una forma ininterrotta di samyoga. Samyoga significa equilibrio. Per esempio, se costruisco relazioni armoniose con un’altra persona, in me sorge il samyoga (equilibrio). Se in questo samyoga sviluppo la presenza, si generano i devata (divinità) e avviene il darshan (trasmissione). Se vi è integrazione con un testo o un sutra e sorge il samyoga, si generano i devata sotto forma di chiarezza e si riceve la shastra-kripa (benedizione). Se vi è samyoga con il prana, il prana entra nel canale centrale e sorge il samadhi. Pertanto, il compito del praticante contemplativo è raggiungere in ogni cosa l’equilibrio (samyoga).
Man mano che il nostro samyoga con il mondo cresce, il mondo cambia il proprio atteggiamento nei nostri confronti. Se all’inizio era simile a una moglie mondana gelosa, in seguito diventa simile a una sorella con la quale i rapporti sono sereni e piacevoli, e poi diventa simile a una madre che nutre il proprio figlio e lo sazia. Questo è il risultato della contemplazione e del samyoga.


