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Il cammino dell'ascesi interiore e del servizio alla Volontà divina

31.05.2026
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Il cammino dell'ascesi interiore e del servizio alla Volontà divina

Saluto tutti i monaci, i laici, tutti i praticanti. Spero che stiate tutti bene, come noi. Ogni volta che ci riuniamo per le pratiche, le meditazioni, i ritiri, lo facciamo in nome del nostro scopo. Un tempo abbiamo fatto nascere in noi l’aspirazione a conoscere la verità suprema, a conoscere Dio. E tutto ciò che facciamo è espressione della nostra aspirazione.

Sul Cammino Spirituale sono importanti la fede, la devozione e l’aspirazione. Accade che la fede sia debole, che la devozione non sia ancora nata, ma l’aspirazione è l’unica cosa che abbiamo. Dobbiamo coltivare l’aspirazione a conoscere Dio, Shiva. Quando riflettiamo sulla nostra anima, sul suo destino, sul passato, sul presente e sul futuro, comprendiamo che la nostra anima è nata nell’Universo con uno scopo, e che dobbiamo conoscere questo scopo. E quando scopriamo che il suo scopo è Dio, la conoscenza di Dio, la conoscenza del Divino, facciamo nascere in noi l’aspirazione a conoscere Dio.

La scelta del destino dell’anima

Ognuno di noi vorrebbe vedere la propria anima pura, tra spiriti luminosi, splendente della luce degli dèi in tutta la saggezza, la bellezza, la gloria spirituale, la felicità, la magnificenza, e nessuno vorrebbe ritrovare in futuro la propria anima nei mondi sotterranei infernali, in qualche luogo oscuro, tra demoni, spiriti e servi dell’inferno, come in cenci logori, povera, annerita, smarrita, perduta per Dio, esausta, debole, malata e traviata. Nessuno vorrebbe scoprire in futuro la propria anima stolta, sofferente, in balia dei demoni, dei naga, da qualche parte impantanata nei mondi inferiori, caduta in un lago bollente nelle dimensioni infernali, errante in un labirinto senza uscita nella dimensione dei preta (spiriti affamati).

Ognuno vorrebbe vedere la propria anima libera, infinita, gioiosa, colma di luce, forza, magnificenza, armonia, purezza, amore, benedizioni dei santi, in uno stato di unità con Dio. Proprio perché vogliamo vedere l’anima in futuro così e non vogliamo vederla in modo diverso, facciamo nascere in noi l’aspirazione alla conoscenza, poiché questo senso e questo scopo superano tutti i significati terreni e tutti gli scopi terreni, tutte le relazioni e i legami temporanei e momentanei.

E possiamo rendere la nostra anima pura, libera, unita a Dio. Ma se non facciamo nulla, questo non accadrà da sé. Dobbiamo iniziare la lotta per la nostra anima.

Prendere una decisione

A un certo punto dobbiamo prendere una decisione. Si ritiene che tale punto arrivi quando riceviamo il Rifugio, quando riceviamo la diksha dal Guru, ma questo è esteriore, è un rituale, è un punto formale di presa di decisione. Ma nessuno sa, tranne Dio e voi stessi, dove realmente nella vostra vita giunga questo momento, dove realmente nell’anima, dentro di voi, prendiate una tale decisione: lottare per la vostra anima, aspirare a conoscere Dio senza indugio, proprio ora. Allora qualcosa di superfluo dentro di voi cade, e qualcosa di nuovo, interiore, si risveglia.

Viandante sull’altalena della scelta interiore tra vita mondana e cammino spirituale

Quando riceviamo nell’Insegnamento l’iniziazione dal nostro Guru, si ritiene che il fatto stesso dell’attribuzione del nome spirituale, della trasmissione del Guru-mantra o dell’assunzione dello status di novizio, monaco, karma-sannyasi laico, significhi la nostra decisione di procedere secondo la legge della saggezza, di camminare sulla via dei santi saggi. Ma spesso accade che agiamo inconsciamente, e dentro di noi una tale decisione non sia ancora maturata e non sia stata presa; è stata presa dalla nostra mente, dalla nostra personalità, ma la nostra anima non l’ha ancora seguita, e sarà necessario ancora un po’ di tempo perché maturi dentro e venga davvero accolta. Oppure, al contrario, era già stata presa da molto tempo, e noi camminiamo con sicurezza sul Cammino Spirituale; l’accettazione del Rifugio, del nome, dello status è soltanto un atto formale, che ha solo sancito ciò che esisteva già da tempo.

In un modo o nell’altro, a un certo punto comprendiamo che abbiamo vissuto anni immersi in divertimenti vuoti, nell’illusione, nelle chiacchiere, nell’incredulità, nell’apatia, nella pigrizia, nell’egoismo, e abbiamo deciso di salvare da questo la nostra anima, abbiamo deciso di intraprendere il cammino dei sadhu. Abbiamo capito che anni di tempo prezioso sono andati sprecati, e abbiamo deciso di intraprendere il cammino dei sadhu per salvare la nostra anima, per immergerla in Dio.

I santi dicono che devi agire senza indugio, come una bella donna i cui capelli hanno preso fuoco, o come un pescatore la cui barca è stata trascinata in mare aperto. Devi comprendere che la tua condizione è molto importante per te, è come uno stato d’emergenza: che finalmente, tra molte vite nella maya, nell’illusione, nel samsara, nella confusione, ti sei risvegliato a Dio, ti sei risvegliato al cammino spirituale della liberazione, e i tuoi meriti, il tuo karma sono bastati a placare i desideri, a placare la mente, a ricevere l’Insegnamento, a procedere sul Cammino Spirituale.

E qui devi prendere la decisione di iniziare l’ascesi interiore, di dedicarti immediatamente al lavoro interiore della tua anima. Qui bisogna sentirsi come un guerriero recluta, per iniziare il proprio cammino spirituale e, con un lavoro tenace, riconquistare ciò che ti è stato dato dalla natura originaria di Dio, ma che la nostra anima, nel corso di molte vite passate, ha perduto, disperso a causa della disattenzione.

Ascesi interiore

Qui è molto importante dire a se stessi: «non rimanderò al futuro la mia ascesi interiore». L’ascesi interiore è un cammino che ognuno deve percorrere. L’ascesi esteriore non è il cammino che necessariamente ognuno deve percorrere: qualcuno deve percorrerlo, qualcuno deve percorrerlo a metà, mentre qualcun altro non ne ha affatto bisogno, come per esempio il re Janaka.

Il re Janaka raggiunse l’illuminazione in modo molto strano: era sdraiato, un po’ brillo, insieme alla sua consorte e guardava il cielo, cioè, esteriormente non era affatto un asceta. Ma ebbe la fortuna di incontrare esseri spirituali che gli fecero una trasmissione diretta e cantarono della purissima consapevolezza, libera da tutti i desideri sensoriali, da tutti i piaceri sensoriali, da tutte le preoccupazioni, da ogni dualità, dall’ego, da tutte le emozioni. E il re Janaka ne fu così ispirato che tutto il vecchio stile di vita gli divenne ripugnante, provò disgusto per quell’esistenza sconsiderata e inconsapevole. E in un istante lo abbandonarono tutte le preoccupazioni, tutti gli attaccamenti, tutti i divertimenti regali; interiormente si liberò subito da tutto questo. Iniziò a meditare e in breve tempo raggiunse l’Illuminazione.

E ciò che egli faceva era ascetismo interiore, ascesi interiore, separare se stesso da tutto e scoprire dentro di sé la purissima coscienza non duale. E quando la scoprì, vide che questa coscienza non duale è accettazione totale, non respinge e non nega nulla, può unirsi a tutto, giocare con tutto, ma è libera da tutto. E allora il re Janaka pensò: «In me non c’è attaccamento alla vita regale, ma non ho nemmeno avversione per essa. Agirò secondo il mio karma, senza attaccamento né rifiuto, senza legarmi, agirò per aiutare gli altri».

Dunque, facendo nascere l’aspirazione a conoscere Dio, dobbiamo far nascere in noi l’aspirazione a diventare asceti interiori. Solo attraverso l’ascesi interiore sono raggiungibili la liberazione, la conoscenza di Dio e il conseguimento della Saggezza Divina.

All’esterno seguiamo i principi del nostro status: i laici – lo status dei laici, i karma-sannyasi – lo status dei karma-sannyasi, i brahmachari – lo status dei brahmachari, i novizi – lo status del novizio, i monaci – lo status del monaco, i monaci anziani – lo status del monaco anziano. Sono determinati principi e regole accettati nella società, considerati favorevoli al mantenimento della vita spirituale, ma il nostro lavoro principale non si compie fuori, bensì dentro: questo è l’ascesi interiore, l’ascetismo interiore.

L’ascetismo interiore non dipende dal tempo, dallo status, da ciò di cui ci occupiamo. È errato pensare: «ecco, un giorno arriverà il momento, diventerò un grande asceta, allora mi dispiegherò, comincerò a praticare in ritiro, lascerò tutto questo». Non appena pensate così, in realtà state ingannando voi stessi. Vi sottraete alla pratica dell’ascetismo interiore proprio adesso, sognate certe condizioni esteriori favorevoli, pensate che certe condizioni esterne vi aiuteranno molto.

In realtà non è così: le condizioni esterne vi aiuteranno un po’, ma non faranno al posto vostro il vostro lavoro interiore. Le condizioni esterne sono solo un piccolo supplemento; il vostro lavoro principale è dentro, e non dipende da nulla, e il vostro ascetismo interiore è ciò che potete fare proprio adesso.

L’ascesi interiore non si può rimandare al futuro; bisogna comprendere: nulla può ostacolarla, né il vostro servizio, né il vostro ambiente, né i vostri doveri, né i vostri pensieri, perché essa è così profondamente dentro che l’ambiente, il servizio, le azioni del corpo, i pensieri non sono in grado di raggiungerla; è solo questione della vostra decisione, quando dite a voi stessi: «Dio non si può rimandare al futuro, Dio è solo qui, Dio è solo adesso».

L’ascesi interiore come presenza di Dio qui e ora

L’inizio dell’ascesi interiore

Quando dite a voi stessi: «è giunto per me il momento di risvegliarmi, di lasciare il vecchio ego cupo e di andare sulla via dei santi verso un nuovo scopo della vita: essere solo in Dio, solo con Dio e vivere solo per Dio». E quando prendete dentro di voi una tale decisione, è da qui che comincia la vostra ascesi interiore, la vostra alchimia interiore, la vostra trasformazione interiore.

E se avete bisogno di fissare in qualche modo questo momento solenne, potete sedervi presso l’altare, giungere le mani in preghiera, pregare l’Albero del Rifugio, l’Ishta-devata, tutti i santi dell’Albero del Rifugio e il Guru, e chiedere loro di aiutarvi in questo. Che vi donino forza nell’ascesi interiore, che vi benedicano; rivolgetevi al Guru radice, affinché vi benedicano sul cammino dell’ascesi interiore, affinché dentro di voi pronunciate un tale voto interiore: «d’ora innanzi possa io non deviare dal Cammino dei santi, d’ora innanzi possa io procedere sul Cammino dell’alchimia spirituale, dell’ascesi interiore, d’ora innanzi sarò saldo nella mia intenzione di seguire il cammino dell’opera interiore dell’anima, dell’ascesi interiore».

E quando abbiamo pregato così, espresso il sankalpa (intenzione), mentalmente si può fare un’offerta; dobbiamo far nascere anche un’altra intenzione: che questa intenzione non si spenga, che siamo saldi nello spirito e sinceri nel nostro cammino, che non manifestiamo pusillanimità e poi non deviamo da esso.

Il giardino dell’anima

E quando abbiamo fatto così, dobbiamo comprendere: che cosa significa seguire il cammino dell’ascesi interiore? Che cosa vuol dire? Dobbiamo capire che la nostra anima è simile a un giardino, e noi in questo giardino siamo il lavoratore che lo coltiva. Possiamo trascurare il nostro giardino, renderlo pieno di ragnatele, marciume, erbacce, spine, ma possiamo anche coltivare ogni giorno questo giardino con zelo, e allora in esso cresceranno meravigliosi fiori profumati che esaudiscono i desideri, magici alberi kalpa-vriksha con frutti di eternità e immortalità nel divino. Dipende da noi come sarà questo giardino. Coloro che lavorano bene nel giardino della propria anima ricevono tali frutti. Coloro che non faticano, lo abbandonano, vi fanno visita solo di tanto in tanto (una volta al mese), il loro giardino resta incolto, trascurato.

La volontà divina consiste nel fatto che noi coltiviamo costantemente il giardino della nostra anima, che vi lavoriamo continuamente, senza posa, senza risparmiarci, che purifichiamo il giardino della nostra anima dalle erbacce dei pensieri e dei desideri, che dissodiamo, concimiamo e annaffiamo la sua terra, che non siamo pigri, non restiamo seduti oziosamente e non dormiamo nel giardino della nostra anima, che siamo in esso un buon lavoratore premuroso, che fatichiamo incessantemente, senza riposare né di giorno né di notte.

E in questo giardino ci attende un grande lavoro: dobbiamo sradicare costantemente i ceppi della presunzione, dell’ego, tagliare i rami marci dei dubbi, strappare, strappare, strappare l’erba infestante dei desideri. Sembrerebbe che tu la strappi, eppure ricresce; sembrerebbe che tu abbia di nuovo strappato tutto, ma là, là, là è ricomparsa di nuovo quest’erba, e se non lo si fa, nel giro di una settimana tutto sarà invaso. Bisogna potare costantemente le spine dei pensieri impuri: le abbiamo tagliate a destra, compaiono a sinistra; le abbiamo tagliate dietro, compaiono davanti. Dobbiamo farlo incessantemente, giorno dopo giorno, per anni, annaffiare costantemente il suolo di questo giardino con l’acqua della fede, smuoverlo con il bastone dell’autodisciplina, allora saremo ricompensati con frutti e doni meravigliosi.

Pazienza e costanza

E questi frutti sono al di là del mondo materiale, al di là della nostra vita terrena, della nostra esistenza terrena; forse non si manifesteranno subito, e non bisogna attenderli subito: solo persone ingenue, molto sciocche, aspettano una rapida manifestazione dei frutti. Queste persone assomigliano a bambini quando pensano: «Adesso pianterò un seme, e al mattino dovrà spuntare un grande albero». Arrivano al mattino, e il seme non è nemmeno germogliato. Pensano: «Qual è dunque il problema? Lascia che aiuti questo albero a uscire dal seme, aprirò il seme e proverò a tirare fuori il germoglio, e che su di esso ci siano già i frutti». E passano tre giorni, si preoccupano, accorrono, guardano: «Ma perché non c’è ancora niente?»

Se in noi c’è impazienza, se non ci rendiamo conto del lavoro gigantesco che dobbiamo compiere, se ci troviamo in qualche sogno, fantasia, pensando che da un momento all’altro ciò avverrà rapidamente in modo miracoloso, diventerò santo, entrerò volando nel samadhi, queste sono grandi illusioni. Grandi speranze (false, provenienti dall’ego), grandi aspettative generano grandi delusioni. Quando pensiamo che, senza applicare sforzi, senza condurre alcun lavoro spirituale, dovremmo già ottenere qualcosa, così non sarà mai. È impossibile, contraddice la legge della natura. Dobbiamo cambiare, dobbiamo purificare la nostra anima e offrirla a Dio.

Rinuncia alle illusioni di rapidi conseguimenti e primo passo del lavoro spirituale

I frutti dell’ascesi interiore

Ma se facciamo tutto correttamente, coltiviamo in noi la pazienza, l’umiltà e lavoriamo costantemente, giorno dopo giorno, nel giardino della nostra anima, riceviamo autentici doni divini. E allora si apre una nuova vita, e l’essenza di questa nuova vita è una libertà senza limiti, amore divino, saggezza divina, gioia, distacco da tutto ciò che è terreno, vano, samsarico, materiale, e una vita senza limiti nella Verità assoluta, una vita piena di luce, delle benedizioni dei santi saggi, delle benedizioni degli dèi che conoscono Dio.

E allora, in questo giardino della vostra anima nasce il seme di una vita nuova, eterna, immortale, e questo seme non si spegnerà mai più; è come una fiamma interiore che divampa sempre di più, divampa, e non si spegnerà mai più. E allora nulla può ostacolarlo: né l’oroscopo, né i peccati, né il destino, né gli ostacoli; neppure il tempo stesso può ostacolarlo. E questa nuova vita, questo seme immortale ha un inizio, un inizio concreto dentro di voi: è il tempo del risveglio, ma non ha fine. Questa fiamma ha una nascita, ma non ha fine, non ha morte.

L’ascesi interiore come coltivazione del giardino dell’anima

Quando abbiamo compreso il nostro scopo e abbiamo fatto nascere l’aspirazione alla conoscenza di Dio, e abbiamo deciso di percorrere la via dell’ascesi interiore, dobbiamo diventare diligenti giardinieri della nostra anima. Un giardiniere diligente nota ogni erbaccia, diserba ogni centimetro del suo giardino. Allo stesso modo anche noi dobbiamo scrutare ogni giorno la nostra anima: avete ammesso l’ira, avete ammesso l’impazienza, avete manifestato mancanza di umiltà, avete mostrato mancanza di tatto verso un anziano, avete manifestato incoscienza durante il rituale, avete manifestato pusillanimità, avete manifestato incredulità — dovete vedere tutto questo dentro di voi e sradicarlo senza pietà, come un giardiniere che sa quali fiori gli servono e quali erbacce non gli servono. Scrutare ogni giorno la propria anima, e allora questa sarà la vostra ascesi interiore, il vostro operare interiore.

Il nostro scopo è Dio, dobbiamo ricordarlo, questa è la cosa più importante, e non dimenticarlo mai. Dobbiamo concentrarci su Dio, sulla Verità Divina come scopo, come un arciere si concentra sul bersaglio, e ricordare il nostro scopo divino. Come un cercatore di tesori ricorda il suo tesoro e lo cerca fanaticamente, scava in luoghi diversi nella speranza di trovare qualcosa, pensa al tesoro; come un cacciatore durante la caccia pensa alla preda, la cerca, la segue, mira costantemente a essa, così anche noi dobbiamo pensare costantemente a Dio, mirare a Lui, seguirne costantemente le tracce.

Dobbiamo pensare: «Che cos’è Dio? Dov’è Dio? Qual è lo stato divino?» Quando sono nell’ira, naturalmente, non è quello lo stato in cui si può comprendere Dio; quando sono egoista, caparbio, vanitoso, quando voglio che tutti compiacciano la mia volontà, quando non penso affatto alla Volontà Divina, non è quello lo stato in cui si può conoscere Dio. Quando sono distratto, quando sono disperso, quando faccio girare pensieri mondani, non è quello lo stato in cui ho puntato il mirino su Dio, non lo è affatto. E dobbiamo ritrovare Dio ancora e ancora come nostro scopo, di giorno e di notte, persino nel sonno; persino di notte, quando ci svegliano, dobbiamo ricordarci subito del nostro scopo e dirigere la nostra mente verso questo scopo, come una madre ricorda il suo bambino: basta che il bambino pianga appena un po’, ed ella corre subito da lui, perché lo ricorda continuamente, persino nel sonno.

Domare l’orgoglio e la presunzione

Per fare di Dio il nostro scopo, per essere costantemente orientati verso Dio, dobbiamo domare il nostro orgoglio e la nostra presunzione, come un elefante furioso o una tigre, perché l’orgoglio e la presunzione ostacolano fortemente questo processo; sono come falsi obiettivi: quando dovremmo tendere verso Dio, tendiamo invece verso qualcos’altro, verso il nostro ego. Invece di seguire Dio, di cercarLo, cominciamo a seguire noi stessi, la nostra mente, il nostro ego, la nostra volontà, pensando: ecco quanto sono bello, ecco quanto sono grande, ecco quanto sono intelligente, e gli altri non mi devono dare indicazioni, e gli altri sono peggiori di me, e io sono migliore di loro, e chi sono mai loro, e loro sono peggiori, e io sono migliore, e a me serve di più, e io sono più importante.

Quando cominciamo a pensare così, facciamo del nostro ego un Dio, sostituiamo Dio con il nostro ego, e cominciamo a investire l’energia della nostra anima, l’energia dei nostri pensieri, delle azioni, delle parole, degli atti in questo falso dio — nell’ego. L’ego è un falso dio, non è Dio, è un idolo, un feticcio che creiamo nella nostra anima per la nostra stupidità, per la nostra ignoranza. E cominciamo a investirvi molto. Quando cominciamo a investirvi molto, perdiamo di vista lo scopo, dimentichiamo il vero scopo e percorriamo la via di un falso scopo.

Il falso centro dell’ego e la svolta verso il vero scopo spirituale

Per non deviare da tale scopo, bisogna verificare costantemente se stessi: se la tua mente guarda nella direzione giusta, se mi sono orientato verso il giusto obiettivo. E non appena vediamo che abbiamo deviato dal cammino, che abbiamo diretto la nostra coscienza verso questo idolo, verso questo feticcio, e lo abbiamo creato dentro di noi, dimenticandoci di Dio, dobbiamo subito dire: «Mente, ti sbagli, guarda che cosa hai fatto, hai pensato in modo sbagliato, ti sei comportata in modo sbagliato, non eri consapevole, guardavi in un’altra direzione, ti sei smarrita; su, torna indietro, torna indietro!» E quando facciamo così, proprio in quel momento avviene la coltivazione del giardino della nostra anima, avviene lo sradicamento di alcuni ceppi di egoismo, di incredulità interiore, di desideri interiori, di identificazioni.

La corretta autoconsapevolezza

Dobbiamo imparare a vigilare su noi stessi più che sugli altri. Se vigiliamo sugli altri, ma non vigiliamo su noi stessi, si può dire che questa sia una sorta di Atma-vichara perversa al contrario, quando ci chiediamo: «Chi è lui, chi è lui?», e dimentichiamo di chiederci: «Chi sono io, chi sono io, chi è Dio?» Oppure è una qualche Brahma-vichara rovesciata. Nella Brahma-vichara dovete chiedere: «Che cos’è Dio?» Ma quando vigiliamo sugli altri, chiediamo: «Che cos’è lui, e chi è in generale, che cosa fa, perché lo fa così?»

E dobbiamo prestare attenzione a non vigilare sugli altri, a permettere agli altri di vivere come vogliono, ma a vigilare su noi stessi e cercare Dio. E davanti al volto di Dio dentro di noi bisogna notare in sé tutti i propri pensieri segreti, i pensieri impuri e nascosti, non nascondere nulla, essere onesti. Ma non nascondere nulla non per riconoscerlo e continuare a farlo, bensì per stroncarlo, dissolverlo e disperderlo, ed entrare in un nuovo stato puro.

Per quanto riguarda l’esterno, non sarà un errore se vi comporterete con modestia e loderete gli altri. Talvolta è persino favorevole, se lo si è meritato, rimproverare leggermente se stessi, ma senza cadere nello sconforto, mentre gli altri vanno sempre e solo lodati. Non rimproverate gli altri, almeno se non vi è stato dato un tale servizio. Chi cerca Dio cerca sempre e ovunque la tranquillità della mente e il silenzio interiore.

Dobbiamo custodire il segreto del nostro lavoro interiore, non discuterne particolarmente con nessuno, tranne che con il proprio Maestro. Non bisogna vantarsi, ostentare il proprio lavoro interiore, i suoi piccoli frutti; che ne siano a conoscenza solo Dio e il tuo Maestro, questo basta. Questo vi preserverà dall’autocompiacimento, dall’assecondare i capricci.

I principi dell’ascesi interiore

Percorrendo la via dell’ascesi interiore, bisogna imparare a vivere in modo da non chiedere nulla di superfluo. Nella vita ci sono moltissime cose diverse, ma tutta la nostra vita non basterà per provarle, sperimentarle, possederle. Si tratta sia di cose materiali sia di cose sottilmente materiali, informative, mentali. E l’ascesi interiore consiste nel non prendere, nel non accumulare il superfluo. Se la nostra anima deve spiccare il volo verso Dio, deve essere libera, non attaccata, leggera. Se invece accumuliamo moltissimo superfluo (informazioni, valutazioni, giudizi, attaccamenti), l’anima comincia ad appesantirsi.

Perciò tra i monaci esiste questo comandamento: non pensare molto a ciò che è estraneo; non chiedere il superfluo; non cercare l’attenzione o il favore degli altri, ama tu stesso tutti loro; non permettere ai pensieri mondani di allontanarti da Dio; dimentica l’attenzione, l’ammirazione di amici e amiche; non cercare amici e amati al di fuori di Dio nella nuova vita, fa’ di Dio il tuo unico amato, e del Maestro, dei santi — il tuo migliore amico e consigliere. Ama tutti, ma solo attraverso Dio, perché non è per amore dell’uomo che l’uomo è caro, ma per amore di Dio che è dentro. 

Nelle Upanishad si dice: «non è per amore del marito che il marito è caro, ma per amore della ricchezza che è dentro».

L’ascesi interiore significa: bisogna imparare a vivere nel silenzio interiore, bisogna cercare quel luogo dove non c’è mente e dove le parole non sono necessarie, imparare ad accettare tutto Nelle Upanishad si dice:  come proveniente da Dio. Se Dio deve darti il successo, te lo dà; se bisogna mandarti insuccessi, sofferenze, sconfitte, anche questo è per la tua educazione.

Bisogna lasciare i miraggi del passato, quando cercavamo la saggezza di questo mondo, il riconoscimento, la ricchezza, la gloria terrena, e non fare troppo affidamento nemmeno sull’esperienza di vita. L’esperienza di vita aiuta bene nella vita mondana, nella vita mondana è un’amica, ma sul cammino spirituale il più delle volte è un ostacolo, perché nessuna esperienza mondana è in grado di condurci a Dio. L’esperienza mondana, in un certo senso, contraddice persino la Verità Divina. La si può usare nel mondo relativo, nel servizio, ma nella vita spirituale, sul cammino spirituale, può essere un ostacolo.

L’erudizione è buona nelle faccende mondane; nelle cose di Dio spesso ostacola, impedendo l’umiltà e generando orgoglio, quando pensiamo: «Io so, sono molto intelligente, l’ho letto, so tutto». Ma in realtà, che cosa sai, che cosa sai del mondo? Che cosa sanno del mondo tutti gli scienziati del mondo? Non sanno nulla. Che cosa possono dire su Dio tutti i libri? Non possono dire nulla. È una conoscenza falsa, contraffatta. Ma quando pensiamo: «Io so», questo diventa parte del nostro ego, è già orgoglio, e gli orgogliosi non troveranno mai Dio, perché l’orgoglio vela loro gli occhi.

Quando percorriamo la via dell’alchimia interiore, facciamo i primi passi, non dobbiamo attaccarci né al nostro nome né alla nostra posizione. Dobbiamo comprendere che Dio ha la sua gerarchia, e in questa gerarchia noi siamo ancora un bambino piccolo; allora nasce l’umiltà.

Diversi insegnamenti si rivelano come un unico Dharma e una legge divina

La volontà divina e la volontà dell’ego

I passi successivi sono tali per cui dobbiamo comprendere la differenza tra la volontà divina e la nostra. Dio, come fonte dell’Universo, non ha attributi, nome né forma, tuttavia possiede una volontà perfetta e illimitata, perciò è onnipotente. La volontà divina è la sua icchha-shakti e kriya-shakti. Se non possedesse la volontà, come avrebbe potuto essere creato l’Universo, o come avrebbe potuto Brahma trasmettere i Veda agli uomini sulla Terra, come avrebbero potuto incarnarsi avatar come Rama, Krishna, come avrebbe potuto il figlio di Shiva sconfiggere Taraka, o Rama vincere Ravana? Tutto questo sono manifestazioni della Volontà divina. Come avrebbe potuto Indra governare l’Universo? Tutto ciò che vediamo: niyati (il corso delle cose), rita (i cicli e i ritmi dell’Universo), tutto questo sono manifestazioni della Volontà divina.

La volontà divina eleva l’anima, porta luce, gioia e libertà. Libera l’anima smarrita dal terribile ciclo del samsara — nascita e morte. Ma esiste un’altra volontà: è la volontà dell’ego. La volontà dell’ego è abituata a compiacere la mente, il corpo e il mondo, e rende schiava l’anima. E la volontà dell’ego è sempre mentale. È legata al corpo, all’errore dell’identificazione corporea, è sempre incatenata dai desideri e lega agli elementi terreni, come un’ancora. La volontà dell’ego cerca il piacere terreno per il corpo e la mente terreni. Quando pensiamo: «Facciamo così, per me è comodo; che per voi sia scomodo, ma per me sia comodo», questa è la volontà dell’ego e la volontà del corpo.

La volontà terrena lega, seduce, sottomette e schiavizza, e di fatto tutte le persone che non servono la Volontà divina sono legate da una volontà di altro ordine, dalla volontà terrena.

Che cos’è la volontà terrena? È la volontà dell’energia materiale, prakriti, e il desiderio dell’energia materiale (prakriti): sprofondare verso il basso, nella materia, nell’identificazione, nell’accecamento, nell’illusione, immergersi sempre di più nell’inerzia, nel tamas, nel rajas, nell’incoscienza, ramificarsi sempre di più, dividersi, generare desideri, generare separazione. La volontà di prakriti (della forza materiale) non è la volontà di Purusha, non è la volontà di Dio.

La volontà terrena dipende sempre da mille cause diverse, e incontra costantemente ostacoli, resistenze, lotta l’una contro l’altra, per esempio: guerre, scontri; sappiamo che tutta la storia della civiltà umana è fatta di guerre, scontri, problemi vari, scandali. Che cosa significa? È la volontà terrena, la volontà di diversi ego, popoli, etnie, personalità, che si scontra l’una con l’altra, è costantemente in conflitto.

Ma la volontà divina si trova al di fuori della mente, al di fuori degli elementi terreni, non è incatenata dal tempo, dallo spazio, è portatrice di luce, non è incatenata dal passato o dal futuro, è libera da qualsiasi concetto, come corpo, mente, ego, non dipende da alcuna condizione distruttibile, e soltanto ispira, libera, salva l’anima e le dona le ali. La volontà divina illumina l’intelletto con la luce divina, non cerca nulla, non ha bisogno di nulla e non dipende da nulla. La volontà divina indica all’anima il cammino salvifico verso la luce. La volontà divina è la pura sattva dentro ciascuno di noi. E questa sattva aspira a manifestarsi, a diffondersi, a benedire, a discendere e a liberare.

E il nostro servizio, il servizio alla sangha, nel monastero, il servizio al Rifugio, è proprio il servizio alla volontà divina, il servizio a questa forza divina discendente e illuminante. Servizio significa orientamento costante, unione con questa volontà. E se ci uniamo a essa, la serviamo, allora aumenta anche la quantità di sattva dentro di noi. In questo consiste il principio dell’accumulo dei meriti: unirsi alla sattva più pura dentro di sé, permetterle di impregnarsi, di accumularsi dentro di noi.

Diverse forme di servizio al Dharma come un unico flusso nel tempo

Rinuncia alla propria volontà e servizio alla Volontà divina

Colui che percorre la via dell’ascesi interiore aspira sempre a rinunciare alla volontà temporanea e corporea dell’ego, per ottenere la libertà infinita nella volontà divina. La volontà divina è molto sottile, molto invisibile, molto raffinata dentro di noi. La volontà del corpo, la volontà dell’ego, è molto grossolana, è comprensibile a tutti. E l’ascesi interiore consiste nel distaccarsi costantemente dalla volontà dell’ego e nell’ascoltare costantemente la volontà divina, nell’essere risvegliati a essa, nel trasmetterla.

E quando diventeremo perfetti conduttori della volontà divina, il nostro corpo diventerà illusorio, ci sentiremo il corpo illusorio di Bhagavan Dattatreya e di tutti i santi. Così come si sente un avatar: nulla di superfluo, nulla di estraneo, nulla di egoistico, solo la trasmissione della volontà divina, quando io sono le mani, i piedi di Dattatreya e di tutti i santi. Questo corpo è stato dato loro in affitto completo, assoluto, a tempo indeterminato.

E se abbiamo deciso di seguire la via dell’ascesi interiore, dobbiamo rinunciare fermamente a compiere la nostra volontà separatamente dalla volontà di Dio. È facile rinunciare ai desideri mondani, al possesso di terre, di case, agli attaccamenti ai parenti, al possesso di denaro, ricchezza, fama, ma è molto difficile rinunciare alla propria volontà. Persino gli eremiti, persino i monaci, persino gli asceti incontrano grandi difficoltà nel rinunciare alla propria volontà, perché la volontà è la radice del nostro ego. La volontà è ciò a cui ci aggrappiamo più di ogni altra cosa. Tutto il samsara e tutte le nostre vite future crescono da questa volontà falsa e distorta. È la volontà di essere per conto proprio, senza Dio; è proprio questa volontà della nostra anima che ci ha condotti nel samsara, ci ha costretti a cadere nel grembo, il desiderio di agire autonomamente, il desiderio di mostrare a Dio la propria indipendenza: «ecco, io sono intelligente, io da solo, io faccio da me, io mi determino da solo». Ma come puoi essere intelligente, se fin dall’inizio questo desiderio si fonda già sulla falsa comprensione del fatto che tu sia separato da Dio?

La pratica del non-agire consapevole

Dunque, se seguiamo la via dell’ascesi interiore, dobbiamo imparare non solo a contemplare, ma anche a rinunciare a compiere la nostra volontà separatamente dalla volontà di Dio. Non agire per conto nostro. Cioè a questo corpo, a questo avatar, non si può permettere di andare in giro da solo, senza padroni, perché è semplicemente un biocyborg con intelligenza artificiale, e se dietro di lui non c’è un padrone — la Volontà divina — procederà come in autopilota, semplicemente soddisfacendo desideri, semplicemente facendo ciò che gli passa per la mente.

Perciò si dice: «non esaudire i desideri del tuo cuore se Dio non è accanto a te», non pensare a nulla se la presenza di Dio non è accanto ai tuoi pensieri. Puoi pensare a cose diverse, ma accanto al tuo pensiero deve esserci la presenza di Dio, e questa presenza di Dio illuminerà il tuo pensiero, lo svaluterà, lo renderà non pesante, ma leggero, giocoso, e lo libererà: questo è il processo dell’autoliberazione.

Non guardare, se Dio non guarda attraverso i tuoi occhi

Non ascoltare, se Dio non è testimone del tuo suono,

Non parlare, meglio tacere, se le tue labbra non sono guidate da Dio

Questo è molto importante: quando diciamo qualcosa, dobbiamo chiederci: le mie labbra, la mia lingua sono guidate da Dio, oppure sono guidate dalla mia mente, oppure sono guidate dal mio ego, oppure sono guidate dai miei diversi desideri, dalle mie diverse brame? Dobbiamo porci costantemente questa domanda: Dio guarda attraverso i miei occhi, oppure attraverso i miei occhi guarda la mia mente, il mio ego, bramoso di desideri e piaceri, oppure la mia anima, che si è smarrita, guarda attraverso i miei occhi?

E nel momento in cui ce ne ricorderemo, penseremo: «E come fare affinché Dio guardi attraverso i miei occhi? Ah, probabilmente bisogna entrare nella shambhavi mudra, probabilmente bisogna generare una consapevolezza nuda e non giudicante, probabilmente bisogna lasciarsi andare, entrare nello stato del non-agire consapevole, oppure bisogna almeno immaginare l’Albero del Rifugio, l’Ishta-devata, pregare loro, fare questo per loro come offerta».

Non godere senza Dio 

Non soffrire senza Dio

La vita alla presenza di Dio

Il piacere, la sofferenza, qualsiasi percezione — non bisognerebbe farlo senza Dio, se seguiamo la via dell’ascesi interiore. Se non seguiamo la via dell’ascesi interiore, lo si può fare anche senza Dio, ma allora questa è vita mondana, è vita nel samsara, vita come smarrimento dell’anima. Ma se siamo sadhu, se abbiamo intrapreso la via dell’ascesi interiore, non ci è consentito né soffrire né godere senza Dio.

Se anche vi siete ammalati, non siate malati senza Dio. Dio deve essere il fondamento, e allora vedrete che la malattia accade al corpo, al prana, ma non a voi, perché voi siete con Dio, e in Dio non esiste malattia. E questa comprensione, questa forza interiore, vi darà la forza di vincere la malattia.

La malattia del corpo e il sostegno interiore in Dio

Non vivete il piacere senza Dio, perché se vivete il piacere senza Dio (per esempio, il piacere del cibo, della musica, della contemplazione delle bellezze del paesaggio), diventate simili a un uomo mondano, che anch’egli tende al piacere. Ma quando provate un qualsiasi piacere estetico, il principale destinatario finale, il beneficiario finale del vostro piacere, non dovete essere voi, ma Dio. Egli è il supremo fruitore, ed Egli deve ricevere il vostro piacere. Infatti Egli vi ha creati proprio affinché voi, percependo, Gli trasmettiate questi piaceri. Affinché il vostro corpo e la vostra mente compiano una yagya, un sacrificio, perché le percezioni dei sensi e i diversi piaceri sono una yagya, se li trasmettiamo a Dio.

Non iniziare nulla finché non ti sarai assicurato di agire a partire da Dio, e che tutto ciò che farai in seguito sarà in Dio, inseparabilmente da Dio e per Dio. Qualunque cosa tu stia facendo, impara a essere alla presenza di Dio.

La vera nididhyasana

Ho dato molti insegnamenti sulla contemplazione, sulla presenza contemplativa, sull’arte dell’autoliberazione: tutto questo è l’arte del sahaja-samadhi, l’arte della nididhyasana — essere in una continua presenza contemplativa. E presenza di che cosa? È la presenza di Dio. Non è un certo stato della mente, non è una certa visualizzazione o uno stato inventato, è la presenza di Dio. E tutta l’arte della contemplazione è l’arte di come stare accanto a Dio, in Dio e presso Dio; non è l’arte di stare accanto a se stessi, in se stessi e presso se stessi.

Molti comprendono questo Insegnamento a modo loro. E allora compare una presenza creata dalla mente, costruzioni mentali, l’essere catturati dalla chiarezza. Cioè, tutti gli errori nella contemplazione spesso sorgono perché cerchiamo di generare una qualche nostra presenza, inventata, una qualche presenza mentale nella quale non c’è Dio. E una tale presenza mentale può diventare un sostegno per un nuovo ego: sarà una sorta di ego della presenza, ma lì Dio non ci sarà.

La presenza di Dio è ovunque, sempre, in tutto: ecco l’unica cosa che cercano coloro che seguono la via dell’ascesi interiore; e questa via dell’ascesi interiore, tradizionalmente, nella cultura vedica è descritta in tre principi aurei: shravana, manana e nididhyasana.

La nididhyasana è proprio la vita in Dio, la vita nella presenza di Dio. La nididhyasana non è quando fissate la mente sul senso dell’«io» e vi muovete, oppure fissate la mente sull’anapanasati (sul respiro che entra e che esce), sui movimenti del corpo, camminate e pensate: «ecco, questa è la nididhyasana». Questa non è ancora nididhyasana, sono esercizi preparatori alla nididhyasana, è una pratica di base della consapevolezza. Ma la vera nididhyasana è il costante dimorare nella presenza di Dio, quando avete già trovato Dio attraverso la manana, quando attraverso la shravana lo avete ricevuto, lo avete letto, e attraverso la manana lo avete compreso molte volte. Avete visto il volto di Dio, vi siete già avvicinati a lui, avete ricevuto esperienza, e la nididhyasana è quando vivete costantemente in Dio.

Azione nella presenza divina

Se non sentiamo la presenza di Dio, non bisogna affrettarsi a fare qualcosa, perché senza la presenza divina le nostre azioni diventeranno nuovo karma. È meglio fermarsi un poco, calmare la mente, far nascere l’aspirazione a essere uno strumento della volontà divina e, con abbandono di sé, servirlo. Poi risvegliare in sé la vigilanza, dicendo: «Non è certo per questo che sono diventato uno yogin, un asceta interiore, che sono venuto dal Maestro, nel sangha, per seguire la falsa volontà dell’ego, che conduce al mondano». Restare in silenzio per un po’, ritirarsi in solitudine, pregare il Rifugio, i santi, la propria divinità, sintonizzarsi sulla presenza divina, e solo dopo agire.

Ma spesso abbiamo voglia di fare più in fretta, meglio, e allora cominciamo a correre nel rajas, nell’oblio di Dio, nell’oblio di noi stessi, e in questo non c’è presenza. E allora ci stanchiamo, e gli altri si stancano di noi. Questa non è la via migliore, e questo non si può chiamare ascesi interiore.

L’ascesi interiore è sempre distacco dal rajas, distacco dal tamas, passaggio a uno stato sattvico puro, scoperta di Dio e vita costantemente presso Dio.

Servire Dio o l’ego

Se sentiamo che nella nostra vita incontriamo problemi e ne siamo stanchi, è proprio il momento di riflettere: chi sto servendo, Dio o il mio ego? Se servite Dio davvero, se compite correttamente l’alchimia spirituale, applicate l’ascesi interiore e la nididhyasana, sarete sempre liberi, distaccati, colmi di gioia. Ma se servite il vostro ego, sorgeranno sempre problemi: vostri con gli altri, degli altri con voi, vostri con voi stessi.

Verifica interiore: servire Dio o il proprio ego

E allora dovete porvi una domanda e riflettere: non si è forse insinuato il mio interesse personale in ciò che faccio, non si è forse insinuato l’ego nelle mie parole, nelle mie azioni e nei miei comportamenti? Non può essere che serviate Dio e ci siano dei problemi. Anche se ci sono, non vi toccano, voi siete del tutto in un altro piano, trascendente; ma se vi toccano, significa che qui si è insinuato l’interesse personale, motivi egoistici.

Bisogna sempre guardare, scrutare nella propria anima: sono libero dall’interesse personale nel servizio? Infatti l’interesse personale può non essere solo materiale; può essere psicologico, esistenziale — anche l’acquisizione di un qualche capitale morale può essere oggetto di interesse personale.

Ecco, il servizio a Dio ispira sempre, indipendentemente dai suoi frutti, mentre il servizio all’ego spesso stanca e lega alle faccende terrene. Se vedete che vi siete stancati, che vi siete attaccati, significa che c’era una qualche motivazione egoistica, che non c’era ancora una vera ascesi interiore. Perché, se siete nello stato di ascesi interiore, in realtà non fate nulla: qualcosa accade, avvengono le azioni del corpo, della parola, della mente, e voi giocate nell’estasi, non vi separate da Dio neppure per un secondo. Che i risultati siano buoni o cattivi, che abbiate ottenuto o non ottenuto, che vi lodino o vi biasimino, voi siete sempre in Dio, e non siete stanchi e non vi siete attaccati a nulla.

Gli ostacoli e i problemi vengono a colui che non ha sottomesso completamente la propria volontà a Dio. Dio, infatti, la sua volontà non ha né ostacoli, né impedimenti, né limitazioni; le barriere esistono per l’“io”, ma per Dio, per la sua volontà, non esistono barriere.

La volontà divina contro la volontà egoistica

Se ci sono i miei obiettivi, i miei desideri, i miei piani, anche in monastero, anche nel servizio, anche nel sangha, sia che vogliamo godere, avere ricchezza o persino praticare l’ascesi, la meditazione, servire un mio qualche piano, tutto questo significa comunque che lo desideriamo, dunque l’ego c’è comunque.

E quando c’è fissazione sull’ego, sul proprio, sul mio, proprio qui cominciano le difficoltà, perché allora la volontà divina viene bloccata e noi, senza accorgercene, cominciamo a servire la nostra volontà personale, egoistica; l’abbandono di sé se ne va. Perché c’è il desiderio di ricevere qualcosa, avere, raggiungere, acquisire, anche in senso spirituale può essere così, e allora l’uomo è infelice.

Perciò dico: quando venite in monastero, non diventate conquistatori, non diventate facitori, diventate servitori. Non ponetevi l’obiettivo di raggiungere qualcosa sul piano personale, ponetevi l’obiettivo di servire Dio, senza desiderio di qualche vantaggio o risultato. Allora vi realizzerete anche voi stessi come anima. Ma non appena ponete piani egoistici, sarete eternamente insoddisfatti. E dall’insoddisfazione Dio non si vede, è impossibile realizzarlo.

E spesso accade che pensiamo molto a noi stessi e poco a Dio. Vogliamo compiacere la nostra volontà, ma non vogliamo compiacere la volontà divina. Proprio perché pensiamo molto a noi stessi e poco a Dio, l’illuminazione non giunge. Proprio perché abbiamo fatto di noi stessi la cosa principale per noi, e abbiamo messo Dio da parte, l’illuminazione non arriva e non c’è soddisfazione.

Allora pensiamo: “Pratico da molti anni, e non ho realizzato nulla, non ne sono capace”. Il punto non è che non ne siate capaci, il punto è che vi siete sbagliati e in generale siete andati nella direzione sbagliata: bisognava andare a destra, e voi siete andati a sinistra, perché fare dell’ego il centro della propria vita, il centro delle proprie preoccupazioni, dei propri pensieri, fare della propria volontà il centro della propria attività, significa essere profondamente nell’errore. Ma se farete di Dio il centro della vostra vita, della sua volontà anche solo per un secondo, sentirete subito come vi liberate realmente, perché la liberazione è proprio liberazione da sé stessi, poiché il karma, il samsara, siamo noi stessi. Noi stessi siamo per noi il karma, noi stessi siamo per noi il samsara; l’attaccamento a tutto questo ci trattiene.

Se ovunque c’è il nostro “io” ed esso è al primo posto, e non Dio, allora una tale volontà incontrerà opposizione, e sorgerà sofferenza, perché in tutto questo ci sono l’“io” e il “mio”. Ma colui che cerca il compimento non della propria volontà, bensì di quella divina, non ha da nessuna parte né impedimenti né ostacoli.

Come capire dove sia la volontà divina? Spesso non la sentiamo, è molto sottile, molto invisibile. Bisogna cominciare dal fatto che accettate come volontà divina la volontà dei mentori più anziani, del Guru, dei santi, la volontà della diffusione generale del Dharma. Li accettate, perlomeno cercate di vedere in questo la volontà divina. Cercate di essere conduttori di questa pura forza santa discendente, e mettete la vostra volontà in secondo piano.

Scelta tra la volontà personale e l’essere canale della volontà divina

L’onnipotenza della volontà divina

Colui che cerca il compimento non della propria volontà, bensì di quella divina, non ha da nessuna parte né impedimenti né ostacoli. Se qualcosa può ostacolarlo, è soltanto la sua stessa volontà egoistica. La volontà di Dio è onnipresente, onnipotente, immateriale e non si appoggia a nulla se non a sé stessa, non dipende da nulla, non obbliga a nulla, se non all’amore e all’abbandono di sé. Essa non ha rapporto con il mondo terreno, perciò non ha da nessuna parte impedimenti e ostacoli, sebbene possa manifestarsi attraverso un corpo terreno e attraverso relazioni terrene, semplicemente giocare con essi; ma essa stessa non ha rapporto con tutto questo.

Si compie o no qualcosa di concepito: che differenza fa, se sei in Dio? Ti biasimano o ti lodano: che differenza fa, se sei con Dio? Nella povertà o nella ricchezza: che differenza fa, se sei in Dio? Forse Dio non rende uguali tutti gli obiettivi terreni? Forse non fa dei mendicanti dei re, e dei re dei mendicanti? E forse non sono illusione, un gioco, tutti gli obiettivi e le faccende terrene davanti a Dio?

E dunque, se sentite così, siete riusciti a purificare un po’ la volontà del vostro ego, a staccarvi da esso e a percepire un po’ questo spirito di gioco, purezza, bellezza, grandezza e non-attaccamento della volontà divina. Vince l’una o l’altra parte: che differenza fa, se sei con Dio? Hai ottenuto qualcosa o no: che cosa cambia, se sei in Dio? Infatti Dio trionfa con qualsiasi risultato, Dio è il destinatario finale di tutto, il supremo proprietario, colui che gode, che assapora, il possessore dei risultati, il destinatario di tutti gli yajña, dei sacrifici; tutti i frutti sono suoi, tutti i godimenti sono suoi e tutta la gloria è sua. Egli è colui a cui appartengono tutti i frutti, tutti i risultati, tutte le vittorie. Ha ragione l’uno o l’altro, il risultato ti piace oppure no: che differenza fa? Dio vince in ogni caso, Dio gioca come vuole.

A volte, quando mi imbatto in certe cose nel servizio, vedo: questo progetto non procede, questo non è riuscito, e penso: “Benissimo, magnifico, il Brahman trionfa comunque, questa è la vittoria del Brahman, non è la mia vittoria, è la vittoria del Brahman. Le mie vittorie non mi preoccupano, mi preoccupano le vittorie di Dio, e in qualunque modo si sviluppi la situazione, è Dio che vince; e poiché Dio vince, e io sono dalla sua parte, allora vinco anch’io”. In ogni caso sono sempre felice, che le mie intenzioni si realizzino oppure no, perché gioco dalla parte di Dio, gioco nella sua squadra, sono uno con lui. Tutti i risultati, sia buoni sia cattivi, sono la vittoria di Dio. Tutte le vittorie e le sconfitte del mondo, i successi e gli insuccessi, sono il trionfo di Dio. E avendo preso la parte di Dio, la sua volontà come la propria, avendo rinunciato a te stesso, come potresti non condividere il suo trionfo? Egli vince comunque, trionfa in qualsiasi circostanza, non fa piani, non ha obiettivi, non cerca la realizzazione di una piccola volontà umana, terrena, orientata al corpo.

Il cammino del prapatti-yoga

Servire Dio nella dedizione di sé, respingere la falsa volontà dell’ego, essere il conduttore della Sua volontà, il Suo flauto, le Sue mani e i Suoi piedi: questo è il vostro unico compito, se siete entrati sul cammino dell’ascesi interiore e desiderate approfondire la vostra pratica. Questo si chiama prapatti-yoga, autotrascendenza, l’arte di respingere se stessi, atma-nivedana. Questa è la condizione più importante quando procediamo sul cammino spirituale dell’autoliberazione, della dedizione di sé, dell’autotrascendenza. Condizione di che cosa? Dell’autoriconoscimento, dell’unione con Dio, pratyabhijñā.

Il cammino verso l’autoriconoscimento nella pratyabhijñā passa attraverso un’altra “p”: attraverso la prapatti. Pratimoksha, prapatti e pratyabhijñā: ecco i tre pilastri su cui si regge l’Insegnamento della nididhyāsana, l’Insegnamento del Laya-yoga.

E le mie benedizioni affinché seguiate il cammino della dedizione di sé, del prapatti-yoga, dell’abbandono dell’ego, del taglio delle speranze, delle paure e degli attaccamenti, della completa consegna di voi stessi a Dio, e diventiate corpi illusori, conduttori della volontà divina, mani e piedi di Dattatreya e di tutti i santi; affinché la volontà del vostro ego non vi ostacoli sul cammino spirituale, affinché essa si sottometta alla volontà divina.

Om. Namasté.

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